Ceuta non è una serie tv: ecco perché in Europa abbiamo un problema serio

Ci siamo scelti i peggiori, e forse la cosa più intelligente che possiamo fare oggi è smettere di fingere sorpresa.
Se il governo dei meno competenti, la kakistocrazia appunto, fosse soltanto una teoria politologica da manuale, basterebbe osservare come viene affrontato il tema migratorio per vederla materializzarsi: non in astratti concetti accademici, ma in dichiarazioni roboanti, slogan contraddittori ed improvvise conversioni sulla via della convenienza politica.
Perché l’immigrazione, come da anni vado predicando, è un problema complesso, destinato a segnare il futuro dell’Europa.
Ma noi abbiamo deciso di affrontarlo nel modo più semplice possibile: trasformandolo in un gigantesco talk show permanente, dove ogni problema deve produrre prima una battuta e solo dopo, forse, una soluzione.
L’ultima rappresentazione teatrale è andata in scena con la crisi di Ceuta, una specie di laboratorio concentrato delle contraddizioni della politica europea.
Da una parte Giorgia Meloni, partita come sempre alla carica con la retorica del pugno sul tavolo: accuse alla Spagna, minacce di blocchi, fino all’affrettata sospensione del Trattato di Schengen.
Un attacco frontale degno di una dichiarazione di guerra.
Peccato che poi sia arrivato il piccolo dettaglio fastidioso della realtà: i Trattati europei, la Diplomazia ed il fatto che in Politica internazionale anche i muscoli devono fare i conti con la carta bollata.
Così, dopo il ruggito iniziale, ieri è arrivata la ritirata strategica.
Con tanto di firma su un documento europeo che riconosce, apprezzandola, proprio la gestione spagnola della crisi.
Il copione è ormai collaudato: la mattina si parla alla pancia dell’elettorato, la sera si firma il compromesso.
Una tecnica raffinata, fondata sulla speranza che il cittadino abbia la memoria di un pesce rosso e l’attenzione di una notifica sullo smartphone.
Ma se a destra il problema è l’eccesso di muscoli da palestra politica, a sinistra siamo davanti ad un piccolo capolavoro di acrobazia.
Elly Schlein, paladina dell’accoglienza senza se e senza ma, per attaccare il Governo italiano si è trovata a celebrare Pedro Sánchez perché in 48 ore avrebbe effettuato a Ceuta più rimpatri di quanti ne abbia fatti l’Italia in quattro anni (sic!).
Una scena quasi surreale.
La leader di un Partito progressista che ha costruito una parte importante della propria identità politica sulla difesa dei diritti dei migranti, sulle “porte aperte a tutti”, e sulla critica dei respingimenti, finisce per applaudire i rimpatri rapidi (ancora sic!)
Ma tranquilli: non sono gli stessi rimpatri.
Quelli degli altri, specie se di un governo di sinistra, evidentemente hanno un certificato di “qualità ideologica”.
Perché nella politica contemporanea la coerenza è diventata un optional. Conta meno il principio e molto di più chi compie l’azione.
Se lo fa l’avversario è disumano. Se lo fa un alleato diventa realismo.
È il trionfo della politica come partita di calcio: non importa cosa succede in campo, l’importante è che segni la propria squadra.
Nel frattempo resta il problema vero: un’ Europa senza una strategia comune sui flussi migratori, Paesi senza una seria programmazione del lavoro, società alle prese con un declino demografico che nessuno vuole affrontare perché non produce consenso immediato.
Ma la verità più amara è un’altra.
Questa classe dirigente non è caduta dal cielo. Non ce l’ha mandata una misteriosa forza superiore. L’abbiamo scelta noi.
Per anni abbiamo premiato chi urlava più forte invece di chi spiegava meglio, chi prometteva miracoli invece di chi proponeva soluzioni per quanto amare, chi trasformava problemi enormi in slogan da trenta secondi.
Ci siamo scelti i peggiori.
E finché continueremo a comprare il biglietto per questo spettacolo, la kakistocrazia continuerà ad andare in scena.
Con nuovi attori, vecchi copioni ed il pubblico sempre pronto a lamentarsi del finale.


















