7 Agosto 2026 - 17.30

LA RUSSA, IL PRESIDENTE-TIFOSO E QUELL’INTER CHE SEMBRA SEMPRE INTOCCABILE

C’è un momento in cui anche il tifo dovrebbe conoscere un confine. E quel confine diventa ancora più importante quando il tifoso in questione non è un frequentatore qualsiasi della curva, ma Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, seconda carica dello Stato.

La fenomenologia politica di La Russa rischia infatti di consegnarci un curioso paradosso: un uomo che, quando un giorno verrà raccontato nei libri dedicati a questa stagione della Repubblica, potrebbe essere ricordato dal grande pubblico più per le sue continue incursioni nel mondo del calcio e per la sua dichiaratissima passione interista che per qualche memorabile iniziativa istituzionale.

Ancora il 13 luglio La Russa interveniva pubblicamente per parlare dell’Inter, della squadra, di Bastoni, di Stankovic e del futuro nerazzurro. Pochi giorni dopo eccolo nuovamente entrare nel dibattito calcistico, questa volta sulla possibile nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale, definendola sostanzialmente un salto nel buio. Non chiacchiere da bar dello sport, dunque, ma dichiarazioni della seconda carica dello Stato che inevitabilmente finiscono sulle agenzie di stampa e diventano notizia nazionale. (ANSA.it⁠)

Naturalmente La Russa ha tutto il diritto di tifare Inter. Può esultare, soffrire, discutere di mercato e considerare Lautaro il più forte del mondo, se vuole. Ma esiste anche una questione di opportunità.

Perché quando una delle più alte cariche della Repubblica interviene continuamente sulle vicende del calcio, la sua voce non pesa come quella di un normale tifoso. Ha un’amplificazione politica, mediatica e istituzionale enormemente superiore. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito.

Il problema, del resto, non è soltanto La Russa. È il clima complessivo che una parte sempre più consistente del pubblico calcistico italiano percepisce intorno all’Inter.

Percepisce, appunto: ed è importante sottolinearlo, perché trasformare una sensazione diffusa in una verità giudiziaria sarebbe scorretto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che quella sensazione non esista.

Da tempo sui social si moltiplicano contestazioni, accuse di disparità di trattamento, discussioni su vicende societarie, arbitrali e federali. Il linguaggio è spesso eccessivo, qualche volta persino grottesco, ma dietro quell’insofferenza esiste una domanda che il sistema del calcio e dell’informazione farebbero bene almeno ad ascoltare: le regole vengono raccontate e giudicate nello stesso modo per tutti?

È questa la questione.

Non serve sostenere l’esistenza di complotti, cupole o centrali operative clandestine. Basta osservare come il calcio italiano continui ad alimentare un problema enorme di credibilità. E quando la credibilità viene meno, ogni silenzio diventa sospetto, ogni differenza di trattamento diventa un caso, ogni titolo di giornale viene passato al microscopio.

In questo contesto anche una testata prestigiosa come la Gazzetta dello Sport dovrebbe interrogarsi sulla percezione che sta producendo presso una parte dei propri lettori.

La Rosea è stata per generazioni il quotidiano sportivo nazionale per definizione, non il giornale di una tifoseria. Proprio per questo ogni volta che viene accusata di essere indulgente verso una società e inflessibile verso un’altra non dovrebbe liquidare la questione come semplice isteria da social. Dovrebbe chiedersi perché quella convinzione sia diventata tanto radicata.

Il giornalismo non deve accontentare juventini, interisti, milanisti o napoletani. Deve essere credibile soprattutto agli occhi di chi tifa contro la squadra di cui sta scrivendo.

Altrimenti diventa comunicazione di parte.

E proprio mentre il calcio italiano avrebbe disperatamente bisogno di istituzioni autorevoli, dirigenti indipendenti e giornali capaci di mettere tutti sullo stesso piano, assistiamo invece alla trasformazione permanente del dibattito pubblico in una gigantesca curva da stadio.

La Russa ne rappresenta forse l’esempio più appariscente.

È presidente del Senato, ma quando si parla di pallone sembra irresistibilmente attratto dal terreno di gioco. Commenta allenatori, giocatori, mercato e naturalmente la sua Inter. Persino la recente vicenda Pirlo-Nazionale ha visto intervenire direttamente il presidente del Senato, all’interno di una polemica che Reuters ha descritto come ormai entrata pienamente anche nel terreno politico. (Reuters⁠)

Ed allora forse una domanda è legittima: non sarebbe arrivato il momento di lasciare il calcio al calcio?

Perché il tifoso Ignazio La Russa è libero di parlare quanto vuole.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa dovrebbe invece ricordarsi ogni tanto che rappresenta anche milioni di italiani che dell’Inter non sono tifosi affatto.

E molti di questi italiani sono stanchi.

Stanchi della sensazione che nel calcio italiano esistano figli e figliastri, delle narrazioni a senso unico, delle polemiche che esplodono per alcuni e vengono rapidamente archiviate per altri. Stanchi soprattutto di vedere politica, calcio e informazione intrecciarsi fino a rendere difficilissimo capire dove finisca una cosa e cominci l’altra.

Non sappiamo se esista davvero quel “sistema di protezione” dell’Inter che molti tifosi denunciano: senza prove sarebbe irresponsabile sostenerlo.

Sappiamo però che esiste un gigantesco problema di percezione, e in democrazia come nello sport anche la fiducia conta.

Quando milioni di appassionati iniziano a pensare che il campo non sia perfettamente livellato, non basta rispondere che sono tutti complottisti.

Bisogna rendere il campo trasparente.

E magari chiedere alla politica di tornare in tribuna.

Possibilmente senza sciarpa

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