L’Italia frigge, la politica tace. Tanto, che volete che sia?

Lo scriveva ieri Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma vale la pena ripeterlo. Anzi, bisognerebbe ripeterlo ogni giorno, magari insieme al bollettino delle temperature: l’Italia frigge e la politica tace.
Tace con una disciplina quasi commovente. Destra, sinistra, centro, sopra, sotto: sul caldo estremo, sulle conseguenze economiche, sociali e ambientali di temperature che stanno trasformando le nostre estati in una prova di sopravvivenza, il dibattito politico sembra improvvisamente evaporato. Probabilmente per il caldo.
Siamo diventati le rane nella pentola. L’acqua si scalda lentamente, noi restiamo dentro e qualcuno continua a rassicurarci: tranquilli, è agosto. Ha sempre fatto caldo. Bevete molto, non uscite nelle ore centrali e possibilmente non disturbate il Palazzo.
Poi c’è Ignazio La Russa, che riesce sempre a regalare quel tocco di surreale leggerezza che mancava. Il presidente del Senato nei giorni scorsi ha sostanzialmente ridimensionato l’allarme sul caldo, osservando che le temperature sono aumentate, sì, ma non poi così drammaticamente. Insomma: fa un po’ più caldo. Che volete che sia?
Che volete che sia.
Agricoltura sotto pressione? Che volete che sia. Siccità, grandinate devastanti, bombe d’acqua e fenomeni estremi sempre più frequenti? Pazienza. Città trasformate in forni, anziani e persone fragili costretti a barricarsi in casa davanti al condizionatore, quando possono permetterselo? Dettagli. Consumi energetici alle stelle, ghiacciai che arretrano, mari sempre più caldi, ecosistemi che cambiano? Robetta da ambientalisti con troppo tempo libero.
Il problema è che il cambiamento climatico se ne infischia delle battute, delle appartenenze politiche e perfino dei talk show. Non vota, non fa alleanze, non aspetta il congresso di partito. Presenta semplicemente il conto.
E quel conto rischia di essere gigantesco.
Perché non stiamo parlando soltanto di qualche grado in più mentre andiamo in spiaggia. Stiamo parlando di salute pubblica, disponibilità d’acqua, produzione agricola, turismo, energia, dissesto idrogeologico, condizioni di lavoro e miliardi di euro che nei prossimi anni potrebbero essere necessari per rincorrere emergenze che oggi fingiamo di non vedere.
Eppure dalla politica italiana arriva soprattutto silenzio.
Forse perché il clima è un argomento terribilmente scomodo: richiede programmazione, investimenti, rinunce, scelte impopolari e soprattutto una prospettiva che vada oltre il prossimo sondaggio. Tutte attività che nella politica contemporanea sembrano appartenere ormai all’archeologia istituzionale.
È molto più semplice discutere per tre giorni di una frase pronunciata sui social, organizzare l’ennesima rissa televisiva o inventarsi una polemica estiva. Il termometro, purtroppo, non partecipa al teatrino. Sale.
E mentre sale continuiamo a comportarci come se nulla fosse.
La rana nella pentola almeno ha un’attenuante: non capisce che l’acqua sta diventando bollente.
Noi abbiamo satelliti, scienziati, statistiche, serie storiche, previsioni, studi e immagini davanti agli occhi.
E continuiamo a stare nella pentola.
Magari aspettando che qualcuno, dal fresco di un palazzo istituzionale, ci tranquillizzi ancora una volta: suvvia, fa soltanto un po’ più caldo.
Già.
Che volete che sia?


















