14 Agosto 2026 - 9.33

Siccità, i fiumi soffrono ma il rubinetto è in montagna e il clima lo sta chiudendo

In questi giorni in cui l’Italia si scopre prolungamento climatico del Nord Africa, e le nostre città novelle Tunisi ed Algeri, telegiornali e social ci inondano con le consuete inquadrature di ordinanza: il Po ridotto ad un magro rigagnolo tra banchi di sabbia, altri fiumi in condizioni persino peggiori, le cisterne vuote nei comuni della pianura, i laghi e le falde idriche ai minimi storici.
Viene descritto come un fenomeno fluviale od urbano, un inconveniente da gestire con qualche ordinanza sul lavaggio delle automobili.
Ma è una narrazione miope, incapace di guardare la mappa del Paese dall’alto verso il basso.
E noi, diligentemente, ci preoccupiamo.
Poi torniamo a parlare del caldo.
Forse però sarebbe il caso di alzare un po’ lo sguardo.
Perché la storia del Po che si restringe e quella dei rifugi alpini che chiudono perché non hanno più acqua potabile, ed anche non potabile, non sono due storie diverse.
Sono la stessa storia raccontata da due estremità della stessa cartina geografica.
La pianura, infatti, ha una curiosa abitudine: considera l’acqua una specie di produzione locale.
Apriamo il rubinetto e l’acqua esce.
Quindi, evidentemente, da qualche parte deve pur esserci una fabbrica.
In realtà quella fabbrica si chiama montagna.
È lassù che per millenni abbiamo avuto il nostro gigantesco deposito naturale: neve, ghiacciai, permafrost, torrenti, sorgenti.
Una sorta di conto corrente idrico sul quale l’Italia ha prelevato per generazioni senza mai chiedersi molto seriamente chi facesse i versamenti.
Il problema è che il direttore della filiale, cioè il clima, sembra aver cambiato politica.
Lo zero termico sale sempre più spesso e più a lungo a quote che un tempo avremmo considerato quasi fantascientifiche.
La neve arriva più tardi, dura meno, e spesso non arriva proprio.
I ghiacciai arretrano. Il permafrost si degrada e con esso aumenta anche l’instabilità delle rocce.
E così accade una cosa piuttosto curiosa.
La montagna diventa più calda e più asciutta, mentre noi in pianura continuiamo a comportarci come se avessimo comunque diritto alla nostra bella fornitura d’acqua.
Una specie di contratto eterno con la natura. Naturalmente senza averlo mai firmato.
La faccenda diventa ancora più paradossale quando si sale negli alpeggi.
Lì le mucche, che evidentemente non leggono i bollettini meteorologici ma hanno il pessimo vizio di avere fame, trovano prati ingialliti e torrenti sempre più poveri d’acqua.
E allora succede che gli allevatori devono portare in quota foraggio ed acqua con i camion.
La transumanza, che per secoli ha significato portare gli animali verso l’erba, rischia così di trasformarsi nella curiosa versione alpina di un servizio di catering: camion che salgono per portare alle mucche quello che la montagna non riesce più a dare.
Non è una battuta.
O meglio, è una battuta soltanto perché la realtà, qualche volta, ha un senso dell’umorismo decisamente discutibile.
E mentre succede tutto questo, noi continuiamo tranquillamente a progettare infrastrutture turistiche come se la montagna fosse rimasta quella di trent’anni fa.
Impianti di risalita sempre più in alto, piste da sci sempre più dipendenti dalla neve artificiale, investimenti che presuppongono una disponibilità futura di neve e acqua che proprio futura non sembra.
È un po’ come costruire un porto in un lago che sta evaporando.
Poi magari ci lamentiamo perché l’investimento non rende.
Il punto, però, non è stabilire oggi se domani dovremo chiudere tutti gli impianti sciistici o trasformare le Alpi in un parco archeologico del turismo invernale.
Il punto è molto più semplice.
La montagna è il rubinetto della pianura.
Se lassù diminuisce la neve, si riducono le riserve d’acqua.
Se i ghiacciai arretrano, cambia il regime dei fiumi. Se i terreni si seccano, quando finalmente arriva un temporale l’acqua spesso scivola via rapidamente invece di alimentare lentamente le falde ed i corsi d’acqua.
E così può capitare l’assurdo che conosciamo ormai bene: prima ci lamentiamo perché non piove, poi quando piove troppo ci lamentiamo perché arriva tutta insieme.
La natura, evidentemente, non ha ancora imparato a consultare il calendario delle nostre esigenze.
Il problema è che continuiamo a ragionare per compartimenti stagni.
In pianura parliamo di siccità, in montagna di ghiacciai, negli alpeggi di foraggio, nei rifugi di acqua, nel turismo di neve, nell’agricoltura di irrigazione.
Ma il conto finale è uno solo. E prima o poi arriva.
Perché se le nostre montagne non riescono più a trattenere la neve, alimentare i torrenti, mantenere le sorgenti, e nutrire i pascoli come hanno fatto per secoli, non possiamo pretendere che il Po, il Ticino, l’Adige o il Garda continuino a comportarsi come se nulla fosse.
Non è catastrofismo.
È contabilità.
Solo che questa volta il bilancio non lo fa il Ministero dell’Economia.
Lo fa l’acqua.
E l’acqua, a differenza dei nostri bilanci pubblici, non può essere corretta con una nota di variazione.
Forse sarebbe il caso di ricordarcelo ogni volta che guardiamo un fiume in secca.
Perché il problema del Po comincia molto più in alto del Po.
Il rubinetto della pianura si chiude sulle vette; continuare ad ignorarlo non farà piovere, né farà ricrescere l’erba.
Umberto Baldo

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