Il Mediterraneo ribolle e si è fatto tropicale: mancano solo i pescecani

Non serve più evocare l’Apocalisse con la vecchia storia del «non ci sono più le stagioni».
Basta mettere un piede in acqua ad agosto per capire che il Mediterraneo non è più esattamente quello nel quale siamo cresciuti.
E’ diventato più caldo e, insieme all’acqua, sono cambiati anche gli ospiti.
Ma se c’è una cosa che trovo irresistibile in questa torrida estate 2026 è che, mentre continuiamo a discutere se davvero faccia più caldo di una volta, se il cambiamento climatico esista oppure sia la solita invenzione di scienziati, ambientalisti, comunisti e, perché no, anche dei meteorologi, il Mediterraneo, l’Adriatico e il Tirreno hanno deciso di risolvere la questione da soli.
Non con un convegno.
Con gli “immigrati”.
Non quelli umani, tranquilli. Quelli marini.
Perché il nostro vecchio Mediterraneo, quello nel quale abbiamo sempre nuotato pensando che la fauna fosse più o meno quella che avevamo imparato a conoscere da bambini, si sta trasformando in una specie di aeroporto internazionale.
Arrivano specie dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano, dall’Atlantico.
Alcune si ambientano talmente bene che ormai sembrano residenti da sempre.
Il problema è che non tutte sono venute qui per fare turismo; e, a differenza di certi turisti, non hanno nemmeno intenzione di ripartire a fine stagione.
Prendiamo il granchio blu.
È diventato una presenza stabile anche nelle acque venete, ed ha provocato danni pesantissimi agli allevamenti di molluschi. La Regione Veneto ha dovuto addirittura chiedere ed ottenere interventi straordinari per sostenere un settore messo in ginocchio.
Insomma, il granchio blu non è esattamente il tipo di ospite che inviti a cena e poi preghi perché si trattenga anche a Natale.
Ma lasciamo perdere per un momento i danni all’economia e all’ecosistema.
Perché c’è un altro aspetto della faccenda che merita qualche attenzione in più.
Ci sono specie arrivate nel nostro mare che possono essere pericolose anche per l’uomo.
Una ad esempio è il pesce leone (noto da noi anche come pesce scorpione) originario dell’Oceano Indiano ed ormai stabilmente presente in vaste aree del Mediterraneo orientale.
È bellissimo, ed è velenoso. Una combinazione che la natura, evidentemente, considera particolarmente divertente.
Le sue spine sono collegate a ghiandole velenifere, ed una puntura può provocare dolore intenso, gonfiore e altri sintomi, fino a reazioni più gravi nei casi più seri.
E c’è un particolare che vale la pena ricordare: le spine mantengono la loro pericolosità anche dopo la morte dell’animale.
Il pesce leone è ormai presente anche nei mari italiani, sebbene non sia ancora comune come nelle zone orientali del Mediterraneo, Grecia in particolare.
Poi c’è il pesce palla maculato, il Lagocephalus sceleratus.
Nome scientifico piuttosto elegante per una creatura che può contenere tetrodotossina, una delle tossine naturali più potenti conosciute.
E qui il consiglio è piuttosto semplice: se per caso ne pescate uno, non portatelo a casa per preparare una bella cena mediterranea.
Non è il caso di sperimentare la cucina fusion con il proprio apparato respiratorio.
Il pesce palla è arrivato attraverso il Canale di Suez e si è diffuso soprattutto nel Mediterraneo orientale, dove è diventato un problema serio per gli ecosistemi e per la pesca.
E poi ci sono le meduse.
Naturalmente non sono tutte specie aliene, e non si può attribuire ogni loro proliferazione al cambiamento climatico. Ma anche qui il quadro sta cambiando.
Ed in mezzo a questo cambiamento ci sono creature che sarebbe meglio non incontrare troppo da vicino.
Come la caravella portoghese, che medusa non è propriamente, ma alla quale assomiglia abbastanza da poter tranquillamente essere inserita nel nostro nuovo manuale di sopravvivenza balneare; nel senso che forse dovremmo insegnare ai nostri bambini a riconoscerla.
Un tempo ai piccoli insegnavamo a riconoscere una stella marina; adesso rischiamo di dover aggiornare il programma di educazione alla balneazione.
Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire al cambiamento climatico ogni specie nuova che si affaccia nei nostri mari.
Le cause sono diverse: il riscaldamento delle acque, certo, ma anche il traffico marittimo, il Canale di Suez, l’alterazione degli ecosistemi, l’inquinamento e la pressione dell’uomo.
Ma una cosa è difficilmente contestabile: un mare che cambia temperatura sta diventando anche un mare nel quale cambiano gli ospiti.
L’Unione europea considera ormai il Mediterraneo uno degli hotspot mondiali delle specie marine invasive.
Per decenni abbiamo raccontato ai nostri figli ed ai nostri nipoti che il nostro mare era un posto sostanzialmente sicuro.
Li lasciavamo giocare sul bagnasciuga, facevano il bagno vicino a riva, si tuffavano, raccoglievano conchiglie.
Al massimo c’era qualche medusa, qualche riccio, una vespa sulla spiaggia o il classico genitore che urlava: “Esci dall’acqua che hai le labbra blu!”
Il Mediterraneo era casa nostra.
Adesso, invece, mentre entri in acqua, oltre a controllare se hai messo la crema solare, forse sarebbe opportuno cominciare a chiedersi chi altro c’è in acqua con te.
Naturalmente arriveranno subito quelli che diranno che è tutto normale. Che le specie aliene ci sono sempre state. Che il clima è sempre cambiato. Che faceva caldo anche nel 1963. Che i ghiacciai si sono già sciolti altre volte. Che la Terra ha miliardi di anni.
Tutto vero. La Terra ha miliardi di anni.
Il problema è che noi ne abbiamo molti meno, e soprattutto abbiamo costruito le nostre società, le nostre città, le nostre economie e le nostre vacanze sulla base di condizioni ambientali che non sono affatto eterne.
È un repertorio ormai collaudato.
Se domani trovassimo un fenicottero rosa che mangia cocco sulla spiaggia di Jesolo, qualcuno ci spiegherebbe che i fenicotteri sono sempre esistiti e che il cocco, dopotutto, cresce anche in natura.
Il problema è che la negazione ha una caratteristica curiosa: non ha mai bisogno di cambiare idea. Cambia semplicemente argomento.
E il Mediterraneo, intanto, cambia sotto i nostri occhi.
Non c’è bisogno di credere a me. Basta guardare cosa c’è nell’acqua.
Il bello è che, probabilmente, fra qualche anno potremo finalmente mettere d’accordo tutti; negazionisti del clima ed ambientalisti, scienziati e complottisti, destra e sinistra, tutti sulla stessa spiaggia.
Perché a quel punto la domanda non sarà più: “Ma il Mediterraneo si sta davvero tropicalizzando?”
Sarà molto più semplice: “Quello che si muove là sotto ha i denti?”
E allora forse rimpiangeremo i tempi in cui il massimo pericolo per un bambino lasciato da solo sul bagnasciuga era ingoiare un po’ d’acqua salata.
Quanto ai pescecani, per ora possiamo stare relativamente tranquilli.
Ma visto l’andazzo, io eviterei di fare troppo affidamento sulla puntualità delle rassicurazioni.
Umberto Baldo


















