15 Agosto 2026 - 9.26

Lo scalatore delle domenica: quattromila metri, infradito ed un elicottero gratis

Se c’è un giorno dell’anno in cui rivendichiamo il diritto di staccare la spina, di cercare la bellezza, l’evasione, o semplicemente un’ora di silenzio, quello è Ferragosto.
E’ la festa che, per definizione, spalanca le porte alla libertà: il mare, la collina, i sentieri d’alta quota.
Milioni di italiani si mettono in cammino, salgono in macchina, infilano uno zaino sulle spalle e partono alla ricerca di qualche giorno lontano dalla routine.
Peccato che, qualche volta, nella nostra idea di libertà ci dimentichiamo di un piccolo dettaglio: la responsabilità.
E la cronaca di questi giorni ce lo ricorda con una storia arrivata dal Monte Bianco, che merita di essere portata sotto l’ombrellone, dentro uno zaino da montagna o, per i più prudenti, comodamente seduti in poltrona con l’aria condizionata, perché racconta di noi e del tempo in cui viviamo.
La vicenda è quella dei 32 alpinisti rimasti al rifugio del Goûter, a quasi quattromila metri, lungo la via normale francese del Monte Bianco.
Da giorni i bollettini segnalavano un grave pericolo di caduta massi provocato dal caldo eccezionale.
Loro, però, erano già saliti. E fin qui, potremmo anche dire: capita.
Ma la montagna non è un ascensore, e chi la frequenta sa che le condizioni possono cambiare.
Il piccolo particolare è che, arrivato il momento di scendere, invece di mettersi gli scarponi ed affrontare la discesa, qualcuno ha pensato bene di telefonare alle Autorità francesi per chiedere un elicottero.
Possibilmente pubblico, ed ovviamente gratis.
La risposta è stata un elegantissimo NO.
Nessun ferito. Nessuna emergenza sanitaria. Nessuna persona impossibilitata a muoversi.
La discesa a piedi, secondo le valutazioni del Soccorso alpino francese, era possibile adottando le necessarie precauzioni.
Jean-Marc Peillex Sindaco di Saint-Gervais, noto da anni per la sua crociata contro l'”alpinismo da consumo” e gli azzardi sul Monte Bianco, ha utilizzato l’episodio come caso di scuola.
Nel suo comunicato ufficiale ha ribadito che il soccorso pubblico non deve trasformarsi in un “servizio taxi gratuito” per persone incolumi che hanno semplicemente valutato male i rischi o ignorato gli avvisi.
Il PGHM (Peloton de gendarmerie de haute montagne), ha sostenuto fermamente la decisione del Sindaco, applicando il principio secondo cui il soccorso pubblico scatta solo in presenza di pericolo imminente, ferite o reale incapacità di muoversi.
Insomma, non c’era un’emergenza.
C’era un disagio. Ed il disagio, pare, non è ancora diventato una categoria del soccorso pubblico.
Chi voleva comunque l’elicottero ha dovuto chiamare una compagnia privata e pagarselo, mentre chi ha ritenuto di non voler aprire il portafoglio si è dovuto adattare a scendere con il “caval di San Francesco”.
Ora, sarebbe facile liquidare la storia come una delle tante bizzarrie dell’estate.
Ma quei 32 escursionisti raccontano, in piccolo, qualcosa di molto più grande: la curiosa trasformazione dell’avventura in un servizio turistico.
Perché ormai pretendiamo di andare alla ricerca della natura selvaggia con le stesse aspettative con cui entriamo in un centro commerciale.
Vogliamo la montagna, ma possibilmente senza i rischi della montagna. Vogliamo il sentiero d’alta quota, ma senza la fatica. Vogliamo il brivido dell’avventura, ma con la rete di sicurezza sempre pronta.
E soprattutto vogliamo essere liberi di scegliere, lasciando volentieri alla collettività il compito di occuparsi delle conseguenze.
È nata così una curiosa figura antropologica: lo scalatore della domenica.
Quello che sale verso i quattromila metri con l’attrezzatura psicologica del turista da stabilimento balneare. Quello che magari affronta un ghiacciaio con la stessa preparazione con cui affronta la passeggiata sul lungomare. Quello che considera gli scarponi un optional, il bollettino meteorologico una fastidiosa formalità, e l’elicottero del soccorso una specie di taxi alpino.
Infradito, T-shirt e smartphone.
Perché la montagna, in fondo, nella testa di costoro è lì da milioni di anni proprio per permetterci di fare una bella fotografia da mettere su Instagram.
Poi magari arriva un cartello che dice pericolo, un bollettino che dice pericolo, una guida alpina che dice pericolo, il buon senso che, con voce sempre più flebile, dice pericolo.
Ma niente. Noi saliamo lo stesso.
Perché la libertà individuale, nella sua versione contemporanea, sembra essere diventata il diritto di ignorare tutti gli avvertimenti, e poi pretendere che qualcun altro intervenga quando la realtà si presenta con la cattiva abitudine di non rispettare i nostri programmi.
È il diritto all’imprudenza ed all’impudenza.
E naturalmente è un diritto che funziona benissimo finché non arriva il conto.
Perché siamo individualisti quando decidiamo, e diventiamo improvvisamente collettivisti quando bisogna pagare le conseguenze.
Questa volta, peraltro, la Francia non ci ha dato una lezione.
Anzi, è successo quasi il contrario.
Sul versante italiano del Monte Bianco, una richiesta del genere, formulata da persone sane, illese e perfettamente in grado di camminare, avrebbe trovato una risposta sostanzialmente analoga.
In Italia il Soccorso Alpino (CNSAS) e il sistema 118 non sono un servizio taxi.
Le normative regionali (soprattutto nelle Regioni dell’arco alpino come Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino e Alto Adige) prevedono già da tempo il pagamento o almeno la compartecipazione ai costi.
E questo dovrebbe essere abbastanza ovvio.
Il soccorso pubblico serve a salvare chi è in pericolo, non a trasformare ogni errore di valutazione in una prestazione gratuita.
Perché un elicottero non vola per magia. Costa. Costa il carburante, costa il mezzo, costa il pilota, costa il personale sanitario, costa il tempo degli uomini del soccorso.
E soprattutto costa la disponibilità di una risorsa che potrebbe essere necessaria pochi minuti dopo per qualcuno che davvero ne ha bisogno.
La questione, quindi, non è soltanto economica.
È culturale.
La libertà non è il diritto di fare qualunque cosa pretendendo che qualcun altro ne cancelli le conseguenze.
Se decido di salire a quattromila metri ignorando un bollettino di pericolo, sono libero di farlo.
Ma devo anche essere abbastanza adulto da sapere che, se le cose vanno male, potrebbe toccare a me affrontarne le conseguenze.
È una regola antica.
La montagna, del resto, è una maestra formidabile proprio perché non conosce il politically correct.
Non le interessa quanti follower abbiamo, non sa chi siamo, non legge i nostri post, non riconosce il nostro diritto alla vacanza.
E soprattutto non dispone di un numero verde.
Se decidiamo di affrontarla, pretende una cosa molto semplice: rispetto.
E forse è proprio questo che abbiamo perso.
Abbiamo trasformato sempre più parti della nostra vita in ambienti protetti, regolamentati, assistiti, climatizzati. Abbiamo imparato a considerare ogni rischio come un’anomalia ed ogni disagio come un disservizio.
Poi saliamo sul Monte Bianco in cerca dell’esperienza estrema e ci stupiamo che, lassù, qualcuno non abbia ancora installato il servizio clienti.
Ferragosto dovrebbe essere la festa della libertà.
Bene.
Ma la libertà adulta non significa “faccio quello che voglio e poi qualcuno penserà alle conseguenze”.
Significa esattamente il contrario: “Faccio quello che voglio, ma sono disposto a pagare il prezzo delle mie scelte.”
Anche se questo significa scendere a piedi. Anche se fa caldo. Anche se la discesa è faticosa. Anche se per una volta non c’è nessuno disposto a venirci a prendere.
Perché, alla fine, la vera avventura non è arrivare a quattromila metri.
È arrivarci sapendo perché ci stai andando, con l’attrezzatura giusta, con un minimo di prudenza e soprattutto con la consapevolezza che la montagna non è un parco giochi per adulti annoiati.
E se proprio vogliamo fare gli alpinisti, almeno facciamolo con gli scarponi.
Le infradito lasciamole al bar della spiaggia.
Buon Ferragosto a tutti.

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