Il Mondiale della rivoluzione: crollano le superpotenze, volano le ‘isole felici’

Umberto Baldo
C’è qualcosa di quasi terapeutico nel guardare questo Mondiale da spettatori non paganti.
Se fossimo nei panni dei vertici del nostro calcio, oggi potremmo persino azzardare un sorriso di puro sollievo.
Diciamolo francamente: quei sette gol incassati dall’Italia contro la straripante Norvegia nelle fasi eliminatorie, alla luce di quanto andato in scena nelle ultime ore, forse bruciano un po’ meno.
C’è un vecchio adagio che recita: “Mal comune, mezzo gaudio”.
Perché se noi siamo rimasti a casa, chi è partito per il Continente americano sta sperimentando una forma di giustizia divina (o di livellamento globale) che non risparmia nessuno.
Quella a cui stiamo assistendo è una vera e propria “caduta degli dei”.
Un crepuscolo degli idoli calcistici che sta demolendo le vecchie gerarchie con la stessa precisione chirurgica con cui i mercati finanziari puniscono i titoli sopravvalutati.
Prendete il Brasile, ieri sera. Il Brasile che sognava l’Hexa, la sesta stella pur non avendone oggettivamente i mezzi tecnici, è uscito negli ottavi di finale; una cosa che non gli succedeva da Italia 90. La stampa brasiliana è letteralmente sotto shock: O Globo parla apertamente di un “fallimento annunciato”, di una squadra senz’anima travolta dal 2-1 di una Norvegia guidata da un Erling Haaland in versione semidio vichingo.
Il mito del joga bonito si è infranto contro il muro della fisicità e dell’organizzazione tattica.
E che dire d’Europa? In Germania, la Bild piange l’eliminazione ai rigori contro il Paraguay, descrivendola come lo specchio di una crisi d’identità cronica.
In Olanda, il De Telegraaf mastica amaro dopo il ko, sempre dal dischetto, contro il Marocco, criticando l’arrogante presunzione di chi si crede ancora maestro del “calcio totale” e si scopre improvvisamente vulnerabile, beffato al novantesimo minuto.
Ma cosa sta succedendo davvero al calcio mondiale?
La verità è che, mentre le vecchie superpotenze si avvitano in un’algida e forzata serietà, il calcio ha deciso di ricordarsi dove è nato.
Ha deciso di smettere i panni del saggio trattato di geopolitica per trasformarsi, improvvisamente, in una favola romantica.
Guardate noi italiani, ad esempio. Viviamo il calcio con un atteggiamento perennemente forzato, quasi claustrofobico.
Scendiamo in campo col peso del mondo sulle spalle, prigionieri di tatticismi esasperati, processi mediatici preventivi, volti tesi e contratti ancor prima del fischio d’inizio.
Giochiamo come se fossimo condannati a farlo, trascinando una sacralità pesante, priva di gioia.
Poi, all’improvviso, sul palcoscenico più grande del mondo si accendono i riflettori su posti che la maggior parte della gente fatica a trovare persino sull’atlante.
Luoghi come Curaçao o Capo Verde.
Possiamo pure snobbarli, dall’alto del nostro blasone impolverato.
Possiamo guardare con sufficienza queste minuscole schegge di terra sperdute nell’oceano, ma quello che queste squadre stanno portando in campo è il vero miracolo di questo Mondiale.
È una ventata di aria purissima che spazza via la noia degli schemi ripetitivi.
Il loro è il calcio degli occhi lucidi.
È l’entusiasmo primordiale di chi non ha nulla da perdere e tutto da sognare. In un calcio globale dove i calciatori somigliano sempre più a freddi dipendenti di una multinazionale dell’intrattenimento, i ragazzi di Capo Verde giocano per qualcosa di incredibilmente antico e potente: la voglia matta di esserci.
Il desiderio puro, quasi commovente, di esaltare e far piangere di gioia i propri concittadini rimasti a casa a guardare lo schermo, a migliaia di chilometri di distanza.
Non c’è calcolo economico, non c’è la noia dei milionari stanchi e iper-professionalizzati.
C’è la felicità di correre dietro ad un pallone sapendo di rappresentare l’orgoglio di un intero popolo.
Quando questi “piccoli dei” scendono in campo, la sudditanza psicologica evapora non perché frequentano gli stessi club europei, ma perché l’entusiasmo della loro gente è uno scudo impenetrabile.
Sì, la globalizzazione ha piallato lo stile delle grandi ed ha fatto cadere i giganti dai piedi d’argilla.
Ma nel farlo, quasi senza volerlo, ha aperto una fessura inaspettata.
E da quella fessura è passata la poesia.
Abbiamo bisogno, per tornare ad amare il football, di partite diverse, non di vedere superclassici tutto l’anno.
Indubbiamente, Messi, Ronaldo e Mbappé sono fortissimi e battono record in tutti i momenti di questa kermesse.
Ma quanto è stata bella la storia del capoverdiano Lopes Cabral che ha fatto un gol da antologia, e poi dribblando gli addetti alla sicurezza è corso ad abbracciare la fidanzata in tribuna.
O quella di Vozinha, il quarantenne che gioca nelle serie minori portoghesi e a fine partita ha avuto l’onore di ricevere i complimenti di Messi e di scambiarsi la maglia con lui.
Gli dei storici cadono, è vero, ma forse lo fanno solo per lasciare il posto ai miracoli delle isole felici.
E a noi, rimasti sul divano a guardare, non resta che goderci lo spettacolo di un calcio che, per una volta, è tornato a somigliare ad una bellissima favola.
Umberto Baldo















