6 Luglio 2026 - 10.28

Mondiali farlocchi? Il caso Balogun scuote il calcio: la FIFA piega le regole e si inginocchia davanti a Trump

C’erano una volta regole considerate intoccabili. Una di queste era semplice: ai Mondiali chi viene espulso salta automaticamente la partita successiva. Nessuna eccezione, nessun ricorso, nessun trattamento speciale.

Fino a oggi.

La decisione della FIFA di sospendere la squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, espulso contro la Bosnia-Erzegovina, rischia infatti di trasformarsi in uno dei casi più controversi nella storia recente del calcio internazionale. L’attaccante degli Stati Uniti, capocannoniere della propria nazionale con tre reti, sarà regolarmente in campo negli ottavi di finale contro il Belgio nonostante il cartellino rosso ricevuto ai sedicesimi.

Una scelta che sta facendo discutere il mondo del calcio non tanto per il singolo episodio di gioco, quanto per ciò che rappresenta.

Nella storia dei Mondiali sono stati mostrati 189 cartellini rossi. Solo due giocatori non hanno mai scontato la relativa squalifica: il brasiliano Garrincha nel 1962 e, oggi, Balogun.

Il precedente del 1962 è rimasto famoso perché fu accompagnato da pesanti accuse di interferenze politiche.

Sessantaquattro anni dopo, il sospetto torna prepotentemente d’attualità.

Secondo quanto confermato da CBS News, partner americano della BBC, la decisione sarebbe maturata dopo una telefonata tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente della FIFA Gianni Infantino. Fonti citate dall’emittente statunitense riferiscono che nella conversazione sarebbe stata affrontata proprio la sospensione del giocatore.

Nel frattempo il Segretario di Stato Marco Rubio aveva pubblicamente definito il cartellino rosso “una fregatura” per gli Stati Uniti, chiedendo un sistema di appello. Anche Andrew Giuliani, responsabile della task force della Casa Bianca per i Mondiali, e il segretario al Commercio Howard Lutnick avrebbero avuto contatti con la FIFA.

Poi è arrivata la decisione.

Infine, domenica sera, Trump ha pubblicato un messaggio su Truth Social ringraziando apertamente la FIFA per aver “rimediato a una grande ingiustizia”.

Che tutto questo sia solo una coincidenza è naturalmente possibile. Ma è proprio il silenzio della FIFA ad alimentare i dubbi.

L’organizzazione non ha infatti spiegato perché abbia deciso di sospendere la squalifica.

Il comunicato si limita a richiamare l’articolo 27 del Codice disciplinare, una norma che consente di sospendere totalmente o parzialmente una sanzione disciplinare.

Il problema è un altro.

Quell’articolo non era mai stato utilizzato durante una Coppa del Mondo.

E soprattutto il regolamento del torneo stabilisce chiaramente che un giocatore espulso viene automaticamente squalificato per la partita successiva e che le squadre non possono presentare ricorso contro un cartellino rosso.

Perché allora questa eccezione?

Perché proprio per il giocatore simbolo della nazionale ospitante?

Perché gli altri undici calciatori espulsi durante questo Mondiale hanno invece scontato regolarmente la loro squalifica?

Domande alle quali la FIFA, almeno finora, ha scelto di non rispondere.

La stessa BBC Sport ha chiesto spiegazioni, senza ottenere alcuna motivazione concreta.

L’unico paragone fornito riguarda la sospensione parziale della squalifica inflitta a Cristiano Ronaldo prima del torneo. Ma si trattava delle qualificazioni mondiali, non della fase finale, e in quel caso la FIFA aveva illustrato dettagliatamente le ragioni della decisione.

Con Balogun, nulla.

Il Belgio ha reagito con durezza.

La federazione belga si è detta “sbalordita”, sostenendo che la FIFA abbia utilizzato il proprio codice disciplinare per aggirare il regolamento della competizione.

Ancora più duro il commissario tecnico Rudi Garcia, che ha ironizzato: “Non sapevo che il 5 luglio ai Mondiali fosse diventato il primo aprile. Non stiamo difendendo il Belgio, stiamo difendendo il calcio”.

Parole che fotografano perfettamente il clima.

Perché il problema non è stabilire se il cartellino rosso fosse severo.

Molti osservatori ritengono che l’espulsione sia stata eccessiva, essendo nato il contatto da un contrasto fortuito.

Ma se ogni decisione arbitrale discutibile può essere ribaltata solo quando riguarda il bomber della nazionale organizzatrice, allora il principio di uguaglianza sportiva viene inevitabilmente messo in discussione.

Anche l’ex nazionale inglese Micah Richards, opinionista della BBC, ha parlato apertamente di “farsa”, sostenendo che l’intera vicenda lasci “un cattivo sapore in bocca”.

Il rischio è enorme.

Da oggi ogni società, ogni nazionale e ogni federazione potranno chiedersi perché una squalifica debba essere automatica se poi può essere sospesa discrezionalmente.

Perché la FIFA può usare clemenza e le federazioni nazionali no?

Perché alcuni casi meritano una deroga e altri no?

Ancora più delicato è il tema politico.

Lo statuto FIFA vieta espressamente qualsiasi interferenza della politica nella gestione del calcio.

Eppure il presidente dell’organo mondiale, Gianni Infantino, è già stato oggetto di richieste di verifica da parte del Comitato etico FIFA per presunte violazioni del principio di neutralità politica, anche in relazione ai rapporti con Donald Trump.

Il caso Balogun rischia quindi di alimentare ulteriormente l’impressione che il Mondiale ospitato dagli Stati Uniti non sia soltanto un evento sportivo, ma anche un terreno di influenza politica.

Per decenni la FIFA ha difeso l’autonomia del calcio come un dogma assoluto.

Oggi, invece, la sensazione è diversa.

Se basta una telefonata ai vertici per riaprire un caso che il regolamento considerava chiuso, il messaggio che arriva al mondo è devastante: le regole valgono per tutti, ma qualcuno può ancora permettersi di cambiarle.

E questo, per il calcio, rischia di essere il cartellino rosso più pesante di tutti.

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