Sinner, l’Italia che vince e il calcio che affonda: basta celebrare il nanismo pedatorio, siamo ridicoli

C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la conferma di una superiorità tecnica, mentale, organizzativa. Sinner è il numero uno del mondo e lo è perché dietro il talento c’è metodo, lavoro, programmazione, competenza.
E non c’è solo il tennis. L’Italia dello sport oggi è forte, credibile, rispettata. Nei motori abbiamo protagonisti di vertice, in MotoGP e in Formula 1, tra piloti, squadre, tecnologia e cultura della competizione. Abbiamo nazionali di pallavolo tra le più forti del pianeta, atleti capaci di lasciare il segno nell’atletica, nel nuoto, nella scherma, nel ciclismo, negli sport invernali. Abbiamo una generazione che vince, che compete, che non chiede permesso. Un’Italia sportiva moderna, preparata, internazionale.
Poi c’è il calcio.
Il calcio italiano è diventato una periferia dell’impero. Non il centro del mondo, non un modello, non una scuola. Una periferia. E la cosa peggiore è che continua a raccontarsi favole, a gonfiare piccole vittorie domestiche, a celebrare trionfi di cortile come se fossero segnali di rinascita.
Ma il dato è spietato: siamo fuori dal Mondiale. Un fallimento enorme, sportivo, culturale, politico. Altro che festa. C’è poco da festeggiare il nanismo delle vittorie casalinghe, delle coppe di condominio, delle classifiche interne usate come anestetico.
Il calcio italiano non produce abbastanza talento, non protegge i giovani, non innova, non programma. Si è avvitato in logiche di gestione del potere più che di crescita del movimento. Conta chi occupa una poltrona, non chi sa costruire. Conta l’equilibrio tra correnti, non la competenza. Conta la conservazione, non il futuro.
E intanto ci facciamo irridere da tutti.
Gli altri corrono. Noi discutiamo. Gli altri investono su vivai, strutture, seconde squadre, formazione degli allenatori, calcio femminile, tecnologia, arbitraggio, trasparenza. Noi ci perdiamo nei palazzi, nelle liturgie federali, nelle guerre tra club, nei sospetti, nei silenzi. Anche sul fronte arbitrale, dove servirebbero chiarezza assoluta, indipendenza e credibilità totale, il sistema appare spesso chiuso, autoreferenziale, protetto da una narrazione mediatica troppo timida, troppo comoda, troppo allineata.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stadi vecchi, prodotto impoverito, giovani italiani ai margini, Nazionale fuori dalla storia, tifosi disillusi. E mentre Sinner insegna che il talento ha bisogno di disciplina, visione e standard altissimi, il calcio continua a rifugiarsi nel provincialismo, nell’alibi, nella propaganda.
Serve una rivoluzione. Non cosmetica. Non il solito cambio di nomi per non cambiare niente. Serve gente seria e competente. Serve una federazione che abbia il coraggio di misurare i risultati, premiare chi forma, punire chi vivacchia, aprire finestre, togliere rendite, abbattere feudi.
Serve un progetto nazionale vero: giovani, scuole calcio, impianti, allenatori, arbitri, dirigenti, sostenibilità economica, trasparenza.
Perché l’Italia sportiva dimostra ogni giorno che vincere si può. Non siamo condannati alla mediocrità. Lo dimostrano Sinner, la pallavolo, i motori, gli atleti che nel mondo portano serietà e orgoglio. Il problema non è il Paese. Il problema è il calcio italiano, così com’è governato.
E allora sì: se questo calcio non cambia, chissenefrega di questo calcio. Seguiremo altri sport. Quelli dove l’Italia lavora, cresce, vince. Quelli dove il merito conta ancora più della poltrona.













