Il Grande Bluff: L’Europa tra il Catering e le Trincee

di Umberto Baldo
“Il paradosso è che 500 milioni di europei chiedono a 300 milioni di americani di difenderli da 140 milioni di russi”.
No, non è ancora una frase storica, ma non c’è dubbio che con queste parole il leader polacco Donald Tusk, con una sorta di uno schiaffo geopolitico espresso nell’aritmetica delle elementari, colpisca nel segno con una brutalità matematica quasi umiliante.
E alla fine, la domanda che nessuno vuole farsi al bar del centro è: chi tiene in piedi militarmente l’Occidente?
La risposta è scomoda come un sassolino in una scarpa di lusso.
A garantirci la libertà di sorseggiare spritz in piazze pedonalizzate è il cow boy obeso che mangia pollo fritto guardando il football sul divano in Ohio. Non esattamente Pericle. Non esattamente Marco Aurelio.
Eppure, il destino del mondo libero poggia sulle sue spalle larghe e nutrite male.
Tuttavia, il problema non è solo una questione di budget o di pigrizia.
C’è una tara genetica nella nostra architettura politica che ci rende nani davanti ai giganti.
Osserviamo i colossi della scacchiera mondiale: USA, Russia e Cina.
Pur con le loro enormi differenze, sono Stati unitari.
– La Cina e la Russia lo sono per vocazione imperiale millenaria, forgiate da un potere centrale che non ammette repliche.
– Gli Stati Uniti, pur nella loro storia “breve”, hanno cementato la propria unione nel sangue di una guerra civile devastante, decidendo una volta per tutte che “E pluribus unum “non fosse solo un motto sulla moneta, ma una realtà operativa.
L’Europa, e lo dico con tristezza, resta invece un’astrazione burocratica che maschera un’accozzaglia di Stati morbosamente attaccati al proprio cortile di casa.
Siamo ancora intrappolati in una ragnatela di tradizioni locali, egoismi nazionali e, ammettiamolo, odi secolari mai del tutto sopiti verso il vicino di banco.
Non è un caso che nel linguaggio della diplomazia e della cronaca riaffiorino continuamente fantasmi del passato: parliamo ancora di Lotaringia, di Europa Baltica, di Europa Balcanica o di Mitteleuropa.
Queste non sono semplici ripartizioni geografiche; sono cicatrici storiche, linee di faglia identitarie che rendono ogni decisione comune un calvario. Mentre Cina, Russia ed Usa si muovono come organismi monocellulari, noi siamo un condominio rissoso dove si litiga per decenni sulla ripartizione delle spese di pulizia delle scale mentre il palazzo va a fuoco.
L’Europa è diventata una gigantesca potenza economica convinta che la Storia fosse andata in pensione.
Dopo il 1989 abbiamo deciso che le guerre erano roba da documentari in bianco e nero con la voce rassicurante di Alberto Angela.
Abbiamo smontato il giocattolo della difesa pezzo dopo pezzo: Eserciti ridotti a poco più di corpi di spedizione per parate – Leva abolita in nome del tempo libero, dell’apericena e dell’illusione che la Storia fosse finita per decreto amministrativo- Caserme trasformate in centri benessere, hub culturali o outlet del design.
Mentre noi spiegavamo al mondo l’importanza della raccolta differenziata inclusiva — obiettivo nobilissimo, sia chiaro — gli americani continuavano a spendere cifre enormi in ogni sorta di armamento.
Purtroppo per noi la verità è brutale: puoi avere il miglior sistema di welfare del pianeta, ma non puoi fermare una divisione corazzata sventolando il manuale del corretto smaltimento dell’umido.
In una sorta di “sindrome di Peter Pan”, noi europei viviamo da ottant’anni in una condizione psicologica infantile: “Mamma America ci protegge”.
E mamma paga.
Paga la NATO, l’intelligence, i satelliti, le portaerei e quella deterrenza nucleare che ci permette di sognare un mondo weapon-free.
L’Europa, nel frattempo, produce summit.
Una forma elegantissima di immobilismo con catering stellato.
Siamo un colosso economico che litiga per mesi sul diametro regolamentare delle zucchine, ma che entra in paralisi se deve decidere quale calibro di proiettili produrre.
Abbiamo 27 eserciti spesso incompatibili: 17 tipi di carri armati diversi, lingue diverse e ministri della Difesa che sembrano animatori di un convegno sulla sostenibilità sociale e l’inclusività bellica.
Guardando alla ricchezza non c’è storia: il PIL dell’Unione Europea supera quello russo in modo netto, con un valore nominale complessivo che è oltre nove-dieci volte superiore a quello della Federazione Russa (18mila miliardi di euro contro poco più di 2 mila miliardi).
Ma la Russia ha un vantaggio semplice e terribile: prende la guerra sul serio. Noi la consideriamo un fastidioso intermezzo tra una polemica sul patriarcato e la pubblicità dei pannoloni.
La guerra in Ucraina ha svelato il bluff.
Una civiltà da 500 milioni di persone benestanti si è ritrovata con i depositi di munizioni vuoti dopo pochi mesi di conflitto ad alta intensità.
Se fosse un film dei Monty Python farebbe ridere; essendo geopolitica, fa tremare.
La scena finale è la più umiliante, un capolavoro di ipocrisia su scala industriale.
Passiamo gli anni a dare dei rozzi, degli imperialisti e dei primitivi agli americani.
Li guardiamo dall’alto in basso forti della nostra cultura millenaria e dei nostri musei.
Poi, però, appena Putin starnutisce od un dittatore qualunque decide di ridisegnare i confini con il sangue, corriamo a Washington col cappello in mano: “Please, save democracy”.
Siamo l’intellettuale snob che insulta il buttafuori per tutta la sera, dandogli del violento e dell’ignorante, per poi nascondersi dietro le sue spalle non appena volano i primi schiaffi nel parcheggio.
La domanda quindi non è se l’America continuerà a proteggerci, ma perché dovrebbe continuare a difendere un continente che ha confuso la pace con il diritto di non doversela meritare?
La triste constatazione è che l’Europa di oggi pretende di vivere nella Storia senza pagarne il prezzo.
Ma la Storia, prima o poi, presenta sempre il conto. E non accetta pagamenti in green bond.
D’altronde, diciamocelo chiaramente: questa non è più l’Europa dei sognatori e dei Padri Costituenti, dei De Gasperi, degli Adenauer o degli Spinelli.
Questa è, mestamente, l’Europa delle Von der Leyen e dei Di Maio.













