7 Maggio 2026 - 9.42

Scuola: promossi tutti, bocciato il futuro. La Francia dice basta. E l’Italia?

di Umberto Baldo

C’è voluto il buon senso dei francesi per dire una cosa che da noi è diventata quasi clandestina: la scuola non serve a stare bene, serve a diventare capaci.

Parbleu, direbbero loro. 

Da noi invece si direbbe: “Attenzione, si potrebbe urtare la sensibilità degli studenti”.   E dei loro genitori, mi permetto di aggiungere!

Chi mi legge da anni sa bene che su questo tema ho combattuto una piccola guerra personale, spesso in solitudine, contro quella che ho chiamato senza troppi giri di parole la “scuola facile”: quella del tutti promossi, del voto che “può ferire”, dello studio che “stressa”, dell’inclusione trasformata in alibi per abbassare ogni asticella.

Per anni mi sono sentito dire che esageravo, che ero nostalgico, che non capivo “i nuovi paradigmi educativi”.

Bene. Adesso scopriamo che non ero io ad essere cattivo, ed anche i cugini francesi sembra abbiano realizzato che i “nuovi paradigmi” erano semplicemente un errore.

La notizia è semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: in Francia si torna alla selezione. 

Il nuovo “brevet” (corrispondente grosso modo al nostro esame di terza media) sarà più severo, più esigente, meno accomodante. 

Risultato? Solo il 75% degli studenti passerà l’esame, contro l’85% dello scorso anno (faccio notare che nella nostra Repubblica di Pulcinella la percentuale di promossi all’esame di terza media è del 99,9%)

Apriti cielo.

Accuse immediate: classismo, discriminazione, ritorno al passato, crudeltà pedagogica.

Il solito repertorio, quello che scatta ogni volta che qualcuno osa dire che studiare serve davvero.

Eppure la domanda vera è un’altra, ed è molto più scomoda: che valore ha un diploma che ottengono tutti?

Perché qui sta la grande truffa contemporanea: abbiamo trasformato il successo scolastico in un diritto, non in un risultato.
Abbiamo deciso che promuovere è inclusivo, bocciare è violento, valutare è offensivo.

E così abbiamo costruito una gigantesca macchina di illusioni.

Ragazzi convinti di sapere, quando non sanno.
Diplomati che fanno fatica a comprendere un testo, o non sono in grado di scrivere una pagina senza errori.
Studenti universitari che chiedono il 18 “per favore”, come fosse una cortesia e non un esame.

Altro che ascensore sociale. 

Questo è un tapis roulant fermo, dove tutti camminano e nessuno si muove.

La Francia, almeno per ora, sembra aver deciso di dire basta.
Da quelle parti hanno finalmente capito una cosa elementare: se abbassi l’asticella per tutti, non stai aiutando i più deboli. Li stai condannando.

Perché chi ha mezzi, famiglia, contesto, recupera comunque.
Chi non li ha, invece, si aggrappa proprio alla scuola per fare il salto.

Ma se la scuola smette di chiedere, smette anche di dare.

E allora sì che la “scuola facile” diventa la più grande fabbrica di disuguaglianza mai inventata. 

Solo che lo fa con il sorriso, con l’inclusione, con l’ascolto, con le parole giuste.

Una truffa perfetta.

I critici della riforma francese citano la solita litania: la meritocrazia non elimina le disuguaglianze, le “giustifica”.
È una tesi elegante, anche raffinata. 

Ma ha un piccolo difetto: ignora la realtà.

La realtà è che senza merito non resta nulla, solo arbitrio, mediocrità, e soprattutto risentimento.

Perché quando tutti vengono promossi, ma poi nella vita qualcuno va avanti e qualcuno resta indietro, allora la domanda diventa inevitabile: “Perché io no?”

E lì non c’è più il Professore da accusare.
C’è il mondo reale.   Ed è un mondo che non regala voti.

Il punto non è scegliere tra scuola severa e scuola inclusiva.
Il punto è capire che una scuola che non seleziona non educa, addestra alla fragilità.

Abbiamo allevato generazioni convinte che ogni ostacolo sia un’ingiustizia, ogni insufficienza un trauma, ogni difficoltà una colpa del sistema.
E poi ci stupiamo se al primo impatto con la realtà si frantumano.

La verità, quella che non si osa più dire, è semplice: che la fatica è parte dell’educazione, l’errore è parte della crescita, la selezione è parte della giustizia.

Non per sadismo. Per serietà.

La scuola non è un luogo dove si distribuisce autostima.
È il luogo dove si costruiscono strumenti.

E se quegli strumenti non li dai, non stai facendo un favore agli studenti, li stai disarmando.

La Francia oggi prova ad invertire la rotta.
Vedremo quanto durerà, perché anche lì le sirene del buonismo sono forti.

Noi, nel frattempo, restiamo fedeli alla nostra specialità nazionale: fare finta che tutto vada bene, purché nessuno si senta male.

Peccato che poi, fuori dalla scuola, il mondo non abbia nessuna intenzione di collaborare.

Ed a quel punto non basterà un colloquio motivazionale.
Serviva prima. In aula. Con un libro aperto e qualcuno che avesse il coraggio di dire: “Non basta. Studia di più.”

Ma quello, evidentemente, oggi nel Bel Paese è considerato estremismo pedagogico.

Umberto Baldo

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