7 Maggio 2026 - 9.37

L’equivoco Meloni: Trump e Putin hanno perso la scommessa italiana

Umberto Baldo

Non è stato un dettaglio a tradire l’equivoco. È stato il tono.

Quando Donald Trump attacca “a freddo” un alleato, senza un casus belli evidente, non siamo più nel campo delle divergenze diplomatiche. 

Siamo già dentro un errore di valutazione.

In politica, le coincidenze possono anche esistere. Ma quasi mai spiegano tutto.

Sono convinto che, in questi anni di governo, Giorgia Meloni abbia dato il meglio di sé in politica estera.
Al contrario, sul fronte interno le riforme promesse in campagna elettorale sono rimaste tutte sulla carta; un deficit di concretezza che peserà inevitabilmente nelle urne il prossimo anno.

Ma è fuori dai confini nazionali che si misura davvero la tenuta di una leadership, soprattutto in una fase storica in cui i margini di manovra economici sono ridotti e gli equilibri globali tutt’altro che stabili.

In questo contesto, la Premier è riuscita, fra luci ed ombre, a mantenere l’Italia nel solco della sua tradizione internazionale: atlantismo, collocazione europea, sostegno all’Ucraina. 

Non era scontato, considerando una maggioranza composta da tre partiti appartenenti a famiglie politiche europee diverse, spesso in competizione tra loro

Eppure, proprio su questo terreno si è consumato l’equivoco.

Non appare casuale che gli attacchi personali contro Meloni siano arrivati quasi in simultanea sia da Trump sia da un megafono del Cremlino, come Vladimir Solovyov. 

Non perché esista necessariamente un coordinamento formale tra Washington e Mosca, ma perché, su un punto, le due visioni convergono: l’indebolimento dell’Unione Europea.

Trump ha colpito Roma con una stizza particolare, estendendo i suoi strali anche ad altri leader europei, da Sanchez a Merz, ma con un accanimento che tradisce qualcosa di più di una divergenza politica. 

Il sospetto è che avesse immaginato Meloni come una versione occidentale di Viktor Orbán. 

E che, accorgendosi dell’errore, abbia reagito nel modo che gli è più congeniale: attaccando.

L’errore, però, non è solo suo.

Per anni, una parte del mondo politico e mediatico internazionale ha raccontato una narrazione semplificata: sovranisti uguali tra loro, destra europea come blocco omogeneo, leader intercambiabili. 

Una lettura comoda, ma profondamente sbagliata.
Tra Meloni e Orbán esiste indubbiamente un’antica sintonia politica, ma le loro traiettorie ad un certo punto si sono  divise in modo netto: l’ormai ex premier ungherese era diventato un fattore di attrito permanente dentro UE e NATO, mentre l’Italia ha scelto di restare ancorata al perimetro euro-atlantico.

È qui che nasce il malinteso.

Roma ha probabilmente sopravvalutato la possibilità di “normalizzare” Trump dentro una cornice classica di alleanza, immaginando un rapporto bilaterale privilegiato capace di bilanciare il peso di Francia e Germania. 

Ma questa strategia poggiava su un presupposto fragile: che Trump volesse rafforzare l’Occidente.
Purtroppo tutte le sue mosse indicano il contrario.

Non serve immaginare un patto tra Casa Bianca e Cremlino per cogliere la convergenza di interessi: indebolire le Istituzioni europee, frammentare il fronte occidentale, riportare i rapporti internazionali ad una logica di pura forza. 

In questo schema, un’Italia allineata alla Ue ed affidabile, agli occhi di Trump non è una risorsa.

È un ostacolo.

Da qui la delusione, e da qui gli attacchi.

Quasi certamente, qualcuno degli amichetti “italici” di Putin aveva raccontato a Mosca e dintorni un’Italia diversa, più disponibile a forzare gli equilibri europei. 

Ma quella rappresentazione si è rivelata, alla prova dei fatti, poco più che millanteria.

Va anche sottolineato che Meloni ha, a sua volta, sopravvalutato il proprio spazio di manovra. 

L’idea di potersi muovere come “pontiera” tra Washington e Bruxelles presupponeva un interlocutore americano disposto a giocare quella partita. 

Quando è diventato evidente che così non era, il riposizionamento è stato inevitabile.

Ed è avvenuto, va riconosciuto, con una certa rapidità.

Il riavvicinamento al triangolo europeo formato da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer ha consentito all’Italia di non restare isolata e di salvaguardare la sostanza della propria politica estera. 

Ma ha anche ridimensionato, almeno per ora, le ambizioni di autonomia strategica.

Resta, sullo sfondo, un dato politico difficile da ignorare: l’idea che Meloni potesse essere il “cavallo di Troia” perfetto per scardinare l’Unione Europea si è rivelata un errore grossolano. 

Un errore che dice molto più su chi lo ha commesso che su chi ne è stato oggetto.

Trump e Putin, in modi diversi, avevano scommesso su un’Italia diversa. Hanno perso.

La vera partita, però, comincia adesso. 

Perché se l’equivoco è stato chiarito, resta da capire se l’Italia saprà trasformare questa posizione in una strategia stabile, o se continuerà a muoversi in equilibrio tra ambizioni e vincoli, senza decidere fino in fondo da che parte stare.

Umberto Baldo

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