Dal delitto di Garlasco alla paura più antica: essere condannati da innocenti

Umberto Baldo
Il tema della giustizia è uno di quelli su cui filosofi, pensatori e intellettuali discutono da secoli senza essere mai arrivati ad una definizione almeno esaustiva.
Platone immaginava una giustizia perfetta governata dalla ragione.
Beccaria invocava pene umane e processi garantisti.
Kafka, nel suo Processo, trasformò invece la giustizia in un labirinto oscuro e spaventoso nel quale l’uomo rischia di essere schiacciato da una macchina impersonale.
E forse è proprio qui il punto: la giustizia è un ideale umano e, proprio perché umano, inevitabilmente imperfetto.
Da quando le società si sono organizzate creando apparati giudiziari chiamati a garantire diritti, ordine e sicurezza, il dibattito si è inevitabilmente allargato includendo anche il tema più inquietante di tutti: l’errore giudiziario.
Quello di avere un “giusto processo” è infatti un’esigenza profondamente sentita da chiunque si trovi coinvolto in una vicenda penale.
Eppure capita, ed è capitato più volte nel nostro ordinamento, che persone innocenti subiscano processi ingiusti e vengano perfino condannate ad anni di detenzione senza aver commesso alcun reato (per citarne alcuni fra i più clamorosi, Enzo Tortora, Giuseppe Gullotta, Beniamino Zuncheddu).
Trovo opportuno sottolineare subito che questi errori rappresentano la patologia più grave di qualsiasi sistema giudiziario.
Non solo perché ledono diritti fondamentali della persona, ma anche perché minano la fiducia dei cittadini nella Magistratura e producono costi enormi, morali ed economici, che ricadono sull’intera collettività.
Del resto quello dell’errore giudiziario non è certo un problema esclusivamente italiano.
Basti ricordare “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, nato proprio dall’idea di un innocente incarcerato a causa di un clamoroso errore, anzi di una macchinazione giudiziaria alimentata da interessi ed ambizioni personali.
Edmond Dantès diventa letteratura immortale perché incarna una paura universale: perdere la libertà senza colpa.
Credo che ciascuno di noi inorridisca al solo pensiero di essere segregato per anni in una cella da innocente.
Ed è probabilmente per questa paura antica, quasi primordiale, che l’opinione pubblica segue con enorme attenzione tutti i casi in cui si parla di possibili errori giudiziari.
Basta guardare il clamore mediatico che in questi giorni accompagna il delitto di Garlasco, l’omicidio della giovane Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni.
Ora, a fronte di un quadro accusatorio che sembra essersi profondamente modificato, la Procura di Pavia ha chiuso le indagini nei confronti di Andrea Sempio chiedendone il rinvio a giudizio.
Ciò comporta che, almeno nella nuova inchiesta, il nome di Alberto Stasi esce dai radar investigativi, con tutte le inevitabili conseguenze e riflessioni che questo comporta.
Badate bene: non è mia intenzione addentrarmi , come avviene in certi talk show televisivi, nelle tecnicalità delle prove, nelle metodologie investigative o nelle procedure processuali.
Su questo per quanto mi riguarda non resta che affidarsi alla professionalità degli inquirenti ed al lavoro della Magistratura.
No, il punto sul quale voglio ritornare è un altro: la drammatica realtà dell’errore giudiziario.
Vale sempre la pena ricordare che nel diritto penale vige il principio della presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva (due gradi di giudizio, più la Cassazione, che svolge un processo di legittimità).
Ed è una conquista enorme della civiltà giuridica occidentale, nata proprio per evitare che il potere dello Stato possa travolgere il cittadino senza adeguate garanzie.
Ma quando parliamo di errore giudiziario inevitabilmente si arriva al vero nodo della questione.
La vera tragedia, dopo anni trascorsi in carcere da innocente, sta tutta in una domanda tanto semplice quanto terribile: quale risarcimento potrà mai compensare una vita spezzata?
Quando si parla di indennizzo per ingiusta detenzione, la strada passa attraverso la Corte d’Appello.
La legge prevede che la persona riconosciuta innocente presenti domanda di riparazione entro due anni dalla sentenza definitiva che la assolve.
La Corte valuta il danno subito, sia materiale sia morale.
Ma qui emerge un elemento fondamentale che spesso sfugge all’opinione pubblica: il nostro ordinamento parla di “indennizzo”, non di “risarcimento”.
La differenza non è solo tecnica. È sostanziale.
Il risarcimento presuppone infatti un illecito.
Nel caso dell’errore giudiziario, invece, il danno deriva da un’attività dello Stato considerata formalmente lecita, pur avendo prodotto conseguenze devastanti sulla vita di una persona innocente.
È una distinzione giuridicamente comprensibile ma umanamente difficile da accettare.
Perché dietro ogni errore giudiziario non ci sono solo numeri o fascicoli.
Ci sono vite sospese, famiglie distrutte, figli cresciuti senza padri, carriere spezzate, relazioni evaporate, persone che escono dal carcere dopo anni trovando un mondo completamente cambiato.
ll tempo, del resto, è l’unica ricchezza che nessuno può restituire.
Stabilire quindi una somma economica per compensare anni di detenzione ingiusta diventa quasi un esercizio impossibile.
Non basta moltiplicare giorni, mesi o anni per una cifra stabilita da una tabella.
La sofferenza non si contabilizza come una pratica bancaria.
Anche se, da ex bancario, so bene quanto gli esseri umani amino trasformare tutto in numeri.
È una delle grandi illusioni moderne: credere che ciò che è misurabile sia anche comprensibile.
L’indennizzo dovrebbe tenere conto non solo della perdita economica, ma anche della devastazione psicologica provocata dalla privazione della libertà.
Il carcere lascia cicatrici profonde. Cambia il rapporto con gli altri, con il tempo, perfino con sé stessi.
Eppure l’entità dell’indennizzo resta affidata alla valutazione discrezionale dei Giudici e spesso, a mio avviso, non corrisponde minimamente al danno reale subito.
Il caso di Beniamino Zuncheddu è emblematico.
Trentadue anni trascorsi in carcere da innocente per un delitto mai commesso.
Trentadue anni. Una vita intera.
Nel marzo 2024 il Tribunale di Sorveglianza di Cagliari gli ha riconosciuto un indennizzo di circa 30 mila euro.
Pur senza entrare nei tecnicismi giuridici, credo che qualsiasi cittadino di buon senso non possa evitare una domanda brutale: davvero trentadue anni dietro le sbarre possono valere meno di mille euro all’anno?
Certo, tornare libero non ha prezzo.
Rivedere il cielo da uomo innocente probabilmente vale più di qualsiasi assegno.
Ma resta una ferita enorme, che nessuna sentenza di asoluzione riuscirà mai a cancellare del tutto.
E allora, prima di dare una risposta frettolosa su questi temi, ciascuno di noi dovrebbe provare a fare un esercizio semplice e terribile insieme: immaginarsi anche solo per pochi anni chiuso in una cella da innocente.
A quel punto, forse, capirebbe davvero quanto possa essere fragile il confine tra giustizia ed errore.
E quanto possa essere spaventosamente alto il prezzo dell’innocenza perduta.
Umberto BaldoDal delitto di Garlasco alla paura più antica: essere condannati da innocenti
Umberto Baldo
Il tema della giustizia è uno di quelli su cui filosofi, pensatori e intellettuali discutono da secoli senza essere mai arrivati ad una definizione almeno esaustiva.
Platone immaginava una giustizia perfetta governata dalla ragione.
Beccaria invocava pene umane e processi garantisti.
Kafka, nel suo Processo, trasformò invece la giustizia in un labirinto oscuro e spaventoso nel quale l’uomo rischia di essere schiacciato da una macchina impersonale.
E forse è proprio qui il punto: la giustizia è un ideale umano e, proprio perché umano, inevitabilmente imperfetto.
Da quando le società si sono organizzate creando apparati giudiziari chiamati a garantire diritti, ordine e sicurezza, il dibattito si è inevitabilmente allargato includendo anche il tema più inquietante di tutti: l’errore giudiziario.
Quello di avere un “giusto processo” è infatti un’esigenza profondamente sentita da chiunque si trovi coinvolto in una vicenda penale.
Eppure capita, ed è capitato più volte nel nostro ordinamento, che persone innocenti subiscano processi ingiusti e vengano perfino condannate ad anni di detenzione senza aver commesso alcun reato (per citarne alcuni fra i più clamorosi, Enzo Tortora, Giuseppe Gullotta, Beniamino Zuncheddu).
Trovo opportuno sottolineare subito che questi errori rappresentano la patologia più grave di qualsiasi sistema giudiziario.
Non solo perché ledono diritti fondamentali della persona, ma anche perché minano la fiducia dei cittadini nella Magistratura e producono costi enormi, morali ed economici, che ricadono sull’intera collettività.
Del resto quello dell’errore giudiziario non è certo un problema esclusivamente italiano.
Basti ricordare “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, nato proprio dall’idea di un innocente incarcerato a causa di un clamoroso errore, anzi di una macchinazione giudiziaria alimentata da interessi ed ambizioni personali.
Edmond Dantès diventa letteratura immortale perché incarna una paura universale: perdere la libertà senza colpa.
Credo che ciascuno di noi inorridisca al solo pensiero di essere segregato per anni in una cella da innocente.
Ed è probabilmente per questa paura antica, quasi primordiale, che l’opinione pubblica segue con enorme attenzione tutti i casi in cui si parla di possibili errori giudiziari.
Basta guardare il clamore mediatico che in questi giorni accompagna il delitto di Garlasco, l’omicidio della giovane Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni.
Ora, a fronte di un quadro accusatorio che sembra essersi profondamente modificato, la Procura di Pavia ha chiuso le indagini nei confronti di Andrea Sempio chiedendone il rinvio a giudizio.
Ciò comporta che, almeno nella nuova inchiesta, il nome di Alberto Stasi esce dai radar investigativi, con tutte le inevitabili conseguenze e riflessioni che questo comporta.
Badate bene: non è mia intenzione addentrarmi , come avviene in certi talk show televisivi, nelle tecnicalità delle prove, nelle metodologie investigative o nelle procedure processuali.
Su questo per quanto mi riguarda non resta che affidarsi alla professionalità degli inquirenti ed al lavoro della Magistratura.
No, il punto sul quale voglio ritornare è un altro: la drammatica realtà dell’errore giudiziario.
Vale sempre la pena ricordare che nel diritto penale vige il principio della presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva (due gradi di giudizio, più la Cassazione, che svolge un processo di legittimità).
Ed è una conquista enorme della civiltà giuridica occidentale, nata proprio per evitare che il potere dello Stato possa travolgere il cittadino senza adeguate garanzie.
Ma quando parliamo di errore giudiziario inevitabilmente si arriva al vero nodo della questione.
La vera tragedia, dopo anni trascorsi in carcere da innocente, sta tutta in una domanda tanto semplice quanto terribile: quale risarcimento potrà mai compensare una vita spezzata?
Quando si parla di indennizzo per ingiusta detenzione, la strada passa attraverso la Corte d’Appello.
La legge prevede che la persona riconosciuta innocente presenti domanda di riparazione entro due anni dalla sentenza definitiva che la assolve.
La Corte valuta il danno subito, sia materiale sia morale.
Ma qui emerge un elemento fondamentale che spesso sfugge all’opinione pubblica: il nostro ordinamento parla di “indennizzo”, non di “risarcimento”.
La differenza non è solo tecnica. È sostanziale.
Il risarcimento presuppone infatti un illecito.
Nel caso dell’errore giudiziario, invece, il danno deriva da un’attività dello Stato considerata formalmente lecita, pur avendo prodotto conseguenze devastanti sulla vita di una persona innocente.
È una distinzione giuridicamente comprensibile ma umanamente difficile da accettare.
Perché dietro ogni errore giudiziario non ci sono solo numeri o fascicoli.
Ci sono vite sospese, famiglie distrutte, figli cresciuti senza padri, carriere spezzate, relazioni evaporate, persone che escono dal carcere dopo anni trovando un mondo completamente cambiato.
ll tempo, del resto, è l’unica ricchezza che nessuno può restituire.
Stabilire quindi una somma economica per compensare anni di detenzione ingiusta diventa quasi un esercizio impossibile.
Non basta moltiplicare giorni, mesi o anni per una cifra stabilita da una tabella.
La sofferenza non si contabilizza come una pratica bancaria.
Anche se, da ex bancario, so bene quanto gli esseri umani amino trasformare tutto in numeri.
È una delle grandi illusioni moderne: credere che ciò che è misurabile sia anche comprensibile.
L’indennizzo dovrebbe tenere conto non solo della perdita economica, ma anche della devastazione psicologica provocata dalla privazione della libertà.
Il carcere lascia cicatrici profonde. Cambia il rapporto con gli altri, con il tempo, perfino con sé stessi.
Eppure l’entità dell’indennizzo resta affidata alla valutazione discrezionale dei Giudici e spesso, a mio avviso, non corrisponde minimamente al danno reale subito.
Il caso di Beniamino Zuncheddu è emblematico.
Trentadue anni trascorsi in carcere da innocente per un delitto mai commesso.
Trentadue anni. Una vita intera.
Nel marzo 2024 il Tribunale di Sorveglianza di Cagliari gli ha riconosciuto un indennizzo di circa 30 mila euro.
Pur senza entrare nei tecnicismi giuridici, credo che qualsiasi cittadino di buon senso non possa evitare una domanda brutale: davvero trentadue anni dietro le sbarre possono valere meno di mille euro all’anno?
Certo, tornare libero non ha prezzo.
Rivedere il cielo da uomo innocente probabilmente vale più di qualsiasi assegno.
Ma resta una ferita enorme, che nessuna sentenza di asoluzione riuscirà mai a cancellare del tutto.
E allora, prima di dare una risposta frettolosa su questi temi, ciascuno di noi dovrebbe provare a fare un esercizio semplice e terribile insieme: immaginarsi anche solo per pochi anni chiuso in una cella da innocente.
A quel punto, forse, capirebbe davvero quanto possa essere fragile il confine tra giustizia ed errore.
E quanto possa essere spaventosamente alto il prezzo dell’innocenza perduta.
Umberto Baldo













