Il fine vita e Zaia, il leghista che parla sempre meno da leghista

Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente veneto in Luca Zaia.
Non solo nei modi, nel dialetto, o nella capacità quasi soprannaturale di inaugurare fiere agricole senza sembrare mai fuori posto.
Ma soprattutto nel pragmatismo.
Ed è probabilmente proprio questo il problema politico che oggi agita la Lega.
Perché mentre Matteo Salvini continua a vivere dentro una campagna elettorale permanente fatta di slogan, identità, sicurezza, migranti e dirette social, Zaia sembra parlare sempre più il linguaggio di un amministratore moderato, quasi post-ideologico.
Uno che ragiona da Governatore anche adesso che non governa più.
E qui nasce il nodo vero.
Negli ultimi mesi l’ex presidente del Veneto sta accentuando posizioni che, dentro la Lega attuale, suonano quasi eretiche: fine vita, diritti civili, autonomia del Parlamento, toni moderati, dialogo con il mondo liberale e produttivo.
Non è una novità assoluta. Zaia è sempre stato così.
Ma finché stava a Palazzo Balbi, tutto veniva assorbito dalla sua gigantesca popolarità amministrativa.
Ora invece il quadro cambia.
Perché uno Zaia senza il ruolo di Governatore diventa inevitabilmente una figura politica “pura”.
E allora ogni parola pesa di più.
Il suo rilancio di questi giorni della legge sul suicidio assistito, rigettato dal Presidente Stefani, non è soltanto una battaglia etica.
È anche un messaggio politico.
Zaia sta dicendo che esiste un’altra destra. O forse un altro centrodestra.
Una destra meno barricadera e più borghese. Meno ideologica e più amministrativa. Più nordista che sovranista. Più attenta alle libertà individuali che alle guerre culturali quotidiane.
Non è un caso che attorno a lui si stiano concentrando attenzioni trasversali.
E non è un caso neppure che il recente incontro con Marina Berlusconi abbia creato agitazione ben oltre il semplice gossip politico.
Naturalmente tutti negano.
In politica funziona così.
Gli incontri “non politici” sono spesso quelli più politici di tutti.
Ufficialmente si sarebbe parlato di libri, editoria, podcast, cultura.
In Italia basta aggiungere la parola “cultura” e qualsiasi riunione diventa improvvisamente innocente.
Un po’ come mettere il prezzemolo sulle lasagne industriali e chiamarle cucina tradizionale.
Però resta un dato.
Zaia oggi interessa moltissimo a quella parte del centrodestra che non si riconosce completamente né nella linea muscolare di Salvini, né nell’attuale Forza Italia di Antonio Tajani.
Perché Forza Italia, dopo la morte di Silvio Berlusconi, non ha ancora trovato una vera anima politica.
Ha trovato una gestione ordinata. Che non è la stessa cosa.
E la Lega, dal canto suo, vive una contraddizione evidente: continua ad essere forte soprattutto al Nord, dove governa bene, ma la sua comunicazione nazionale spesso parla un linguaggio completamente diverso da quello degli amministratori territoriali.
Zaia rappresenta esattamente questa frattura.
Non è un caso che, secondo varie ricostruzioni, avrebbe persino rifiutato il ruolo di Vicesegretario della Lega.
Che già di per sé è un messaggio enorme; perché nella politica italiana tutti vogliono una poltrona, anche quelli che sostengono di voler servire il popolo.
Soprattutto quelli.
Rifiutare un incarico significa due cose possibili: o non vuoi bruciarti dentro una linea politica che non senti tua, oppure stai aspettando qualcosa di più grande.
E qui entriamo inevitabilmente nel terreno della fantapolitica.
Che in Italia è quasi sempre soltanto politica in anticipo.
Cosa vuole fare davvero Zaia?
Restare presidente del Consiglio Regionale, mantenendo il controllo morale della Lega veneta in attesa di tornare candidato Governatore tra cinque anni?
Possibile.
Costruire lentamente una corrente moderata interna al Carroccio?
Anche.
Prepararsi a diventare il punto di riferimento di un’area liberale del centrodestra oggi politicamente orfana?
Forse è l’ipotesi più interessante. Io penso anche per Giorgia Meloni.
Perché esiste un pezzo d’Italia produttiva, settentrionale, moderata, europeista nei toni ma non di sinistra, che oggi fatica a trovare rappresentanza piena.
Una parte sta nella Lega ma soffre Salvini.
Una parte vota Forza Italia ma senza entusiasmo.
Una parte ancora si rifugia nell’astensione, che ormai è diventata il primo partito italiano senza neppure dover fare congressi.
Zaia potrebbe diventare il federatore naturale di quest’area?
Oggi probabilmente no.
Domani chissà.
Ma forse è proprio questo che rende Zaia così interessante: mentre molta politica italiana continua ad inseguire l’elettore arrabbiato, lui sembra parlare soprattutto a quello che al mattino apre un’azienda, paga stipendi, esporta prodotti e pretende semplicemente di essere governato da adulti. Io lo percepisco come un modo elegante per sottolineare la differenza tra propaganda e governo reale.
La verità è che il centrodestra italiano sta entrando lentamente nella sua fase post-berlusconiana definitiva.
E quando finiscono i grandi leader personali iniziano inevitabilmente le manovre, i posizionamenti, gli incontri discreti e le guerre di successione.
Zaia sembra averlo capito perfettamente.
E infatti si muove con estrema cautela. Non rompe. Non fugge. Non fonda partiti. Non lancia manifesti.
Fa una cosa molto più intelligente: occupa uno spazio politico.
Che spesso è il modo più efficace per preparare il futuro.
Perché in politica conta molto anche il tempo.
E Zaia sembra avere la pazienza dei contadini veneti: quelli che seminano sapendo che il raccolto non arriva il giorno dopo.
Una qualità rarissima nella politica moderna, dove molti dirigenti ragionano con l’orizzonte strategico di un video su TikTok.
Umberto Baldo













