31 Luglio 2026 - 9.31

Infantino vende il calcio. La UEFA scopre improvvisamente di avere un’anima

Umberto Baldo

C’è un momento in cui anche il più spregiudicato dei mercanti dovrebbe fermarsi. 

Un momento in cui chi gestisce un patrimonio costruito da generazioni di tifosi dovrebbe ricordarsi che non tutto ciò che muove milioni di persone può essere trasformato automaticamente in una voce di bilancio.

Quel momento, per Gianni Infantino, sembra essere arrivato.

La bomba è esplosa nel mondo del calcio: la FIFA ha aperto la strada a un modello nel quale le sue competizioni, a partire dalla Coppa del Mondo, possono diventare sempre più appetibili per investitori privati e capitali esterni. 

La risposta della UEFA e delle sue 55 federazioni è stata durissima: il Mondiale non è in vendita.

E qui non siamo di fronte alla solita guerra di potere tra dirigenti sportivi. 

Perché, dietro lo scontro tra Zurigo e Nyon, c’è una domanda molto più profonda: il calcio è ancora uno sport, oppure è ormai soltanto un prodotto finanziario?

Il progetto di Infantino sembra rappresentare l’ultima frontiera di una trasformazione iniziata da anni. 

Prima sono arrivati calendari sempre più affollati, competizioni allargate fino alla saturazione, tornei inventati per aumentare gli incassi, partite giocate in ogni angolo del pianeta alla ricerca del mercato più redditizio.

Perché fermarsi davanti alla passione dei tifosi quando si può spremere ancora qualche miliardo?

È la logica del calcio moderno: se una cosa emoziona milioni di persone, allora deve necessariamente essere monetizzata. 

Una maglia della Nazionale non è più una maglia, è un’opportunità commerciale. 

Una Coppa del Mondo non è più soltanto una competizione sportiva, è un marchio globale. 

Un giocatore non è più soltanto un atleta, è un asset.

Manca solo che qualcuno proponga di mettere le emozioni in Borsa.

La filosofia sembra essere quella di Wall Street applicata al pallone: trasformare la storia in capitale, la tradizione in rendimento, la passione in dividendo.

Il problema non è che nel calcio girino soldi. 

Sarebbe ridicolo fare le “vergini violate”,  fingendo nostalgia per un’epoca romantica che non è mai esistita completamente. 

Anche il calcio degli anni passati aveva presidenti potenti, interessi economici, televisioni e sponsor.

Il problema nasce quando il denaro smette di essere uno strumento e diventa il padrone.

Quando non si chiede più: “Come possiamo proteggere il gioco?”, ma soltanto: “Quanto possiamo ancora ricavarne?”

Ed è qui che la gestione Infantino mostra il suo lato più inquietante.

La FIFA non sembra più accontentarsi di amministrare il calcio mondiale. 

Sembra volerlo trasformare in una gigantesca piattaforma commerciale, dove ogni spazio disponibile deve produrre ricavi. Più partite, più mercati, più diritti televisivi, più sponsor.

l tifoso, in questo schema, rischia di diventare soltanto il consumatore finale di un prodotto confezionato da altri.

Un tempo il calcio vendeva sogni. Oggi rischia di vendere pacchetti finanziari.

La contestazione della UEFA nasce proprio da questo timore: quando entrano capitali privati con aspettative di rendimento, il rischio è che le decisioni future non vengano più prese pensando alla salute dei giocatori, alla qualità dello spettacolo od alla storia delle competizioni, ma alla necessità di garantire profitti agli investitori.

Il calendario è già un esempio evidente. I calciatori vengono spremuti fino al limite fisico, perché ogni partita aggiuntiva significa nuovi diritti televisivi e nuovi introiti. 

Ma anche il corpo umano, per fortuna, non è ancora quotato in borsa.

Forse è questo il punto che qualcuno negli uffici della FIFA ha dimenticato: il calcio non è nato nei Consigli di amministrazione.

È nato nei campetti di periferia, negli oratori, nelle strade polverose, negli stadi dove migliaia di persone hanno passato una vita intera a sostenere una maglia.

La Coppa del Mondo non è soltanto un evento televisivo; è un pezzo della memoria collettiva di intere generazioni.

Chiunque abbia visto un bambino giocare con una palla consumata sa che lì dentro c’è qualcosa che va oltre il mercato.

Detto questo, sarebbe ipocrita trasformare la UEFA in una paladina disinteressata dei valori sportivi. 

Anche il calcio europeo ha costruito negli anni un impero economico nel quale spesso il denaro ha contato più del gioco. 

La differenza è che questa volta sembra essere stato superato un confine.

Non si tratta più soltanto di fare business con il calcio.

Si tratta di pensare che tutto il calcio sia disponibile per essere venduto.

E questo è il vero punto dello scontro.

Infantino rischia di passare alla storia come l’uomo che ha portato il calcio dove tutto il nostro tempo sembra voler portare ogni cosa: trasformare ciò che amiamo in qualcosa che può essere comprato, venduto e rivenduto.

Ma ci sono cose che hanno valore proprio perché non hanno un prezzo.

Una Coppa del Mondo è una di queste.

Il pallone può rotolare ovunque, ma non è un titolo azionario.

Umberto Baldo

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