Clima, la vendemmia smentisce i negazionisti

Umberto Baldo
C’era una volta il mese di settembre.
Per generazioni di italiani non era soltanto l’inizio della scuola o il momento di riporre i costumi da bagno nell’armadio.
Era il tempo naturale della vendemmia.
Tra la fine di settembre ed i primi di ottobre le campagne si riempivano di cassette, forbici, trattori e di quel profumo inconfondibile di mosto fresco che annunciava l’arrivo dell’autunno.
Poi qualcosa è cambiato.
O meglio, qualcosa si è scaldato.
Mettiamo subito le cose in chiaro: vendemmiare a luglio non è un’eccentrica trovata di marketing, né l’ultima moda di qualche produttore anticonformista.
È un atto di sopravvivenza agricola.
È la corsa affannosa di chi vede il termometro trasformarsi in una piastra per panini e capisce che, aspettando settembre, invece dell’uva raccoglierebbe uvetta passita direttamente sulla pianta.
Oggi siamo alla fine di luglio ed in diverse regioni italiane, dalla Sicilia all’Oltrepò Pavese, fino al Piemonte, la vendemmia è già iniziata.
Si raccolgono Chardonnay e Pinot Nero con quasi due settimane di anticipo rispetto a pochi anni fa.
Ma la vera notizia non è che quest’anno si raccolga dieci o quindici giorni prima dell’anno scorso.
La vera notizia è che, rispetto ad una generazione fa, il calendario della vendemmia ha subito un anticipo di cinque-sei settimane abbondanti.
È come se i mesi di agosto e buona parte di settembre fossero stati cancellati dal vigneto, e dal calendario agricolo.
In alcune aziende si lavora perfino di notte, perché sotto il sole di mezzogiorno i grappoli rischiano di arrivare in cantina già troppo caldi, alterando il delicato equilibrio degli aromi e dell’acidità.
La cosa più interessante, però, è un’altra.
Mentre nei talk show e sui social si continua a discutere se il cambiamento climatico esista davvero, nelle vigne nessuno perde tempo in dispute ideologiche.
I viticoltori si stanno adattando.
Lasciano crescere l’erba sotto i filari per abbassare la temperatura del terreno, modificano la gestione della chioma, sperimentano sistemi di coltivazione più protetti, raccolgono nelle ore notturne e ripensano perfino l’esposizione dei vigneti.
Chi vive di agricoltura non vota il clima.
Ci lavora.
E proprio per questo colpisce vedere come, davanti ad un’evidenza così concreta, ci sia ancora chi riesce a trasformare perfino la vendemmia in una questione ideologica.
Per alcuni il clima non cambia mai. Per altri ogni temporale diventa l’Apocalisse.
Gli uni e gli altri sembrano più interessati a difendere la propria fede che ad osservare la realtà.
Nel frattempo gli agricoltori fanno i conti con l’acido malico che crolla in pochi giorni, con le gradazioni zuccherine che aumentano rapidamente, con la siccità e con lo stress idrico delle piante.
Non stanno partecipando ad un convegno universitario, né a un dibattito televisivo.
Stanno semplicemente cercando di produrre buon vino, e di non mandare in fumo un anno di lavoro.
C’è un dettaglio, poi, che meriterebbe di essere ricordato.
Le date della vendemmia rappresentano uno dei più antichi archivi climatici d’Europa.
Monasteri, Comuni e proprietari terrieri le annotavano secoli prima che esistessero satelliti, centraline meteorologiche o modelli climatici.
Gli studiosi utilizzano anche quelle registrazioni per ricostruire l’evoluzione del clima negli ultimi cinque o sei secoli.
Per questo vedere la vendemmia scivolare sempre più verso luglio non significa inseguire una suggestione od una moda del momento.
Significa osservare una delle serie storiche più solide che la climatologia abbia a disposizione.
Naturalmente qualcuno continuerà a sostenere che si è sempre vendemmiato così.
Magari salterà fuori una pergamena medievale od un papiro romano per dimostrare che in un certo anno del Signore qualcuno raccolse l’uva prima di San Giacomo.
Succede sempre quando i fatti diventano troppo ostinati: invece di guardarli, si cerca l’eccezione.
Ma la realtà ha il brutto vizio di non leggere i post su Facebook.
Continua semplicemente ad andare avanti.
E così ci ritroveremo a brindare a Ferragosto con uno spumante ottenuto da uve raccolte mentre molti italiani erano ancora al mare.
Qualcuno alzerà il calice e dirà che è tutto perfettamente normale.
Il vino, almeno lui, non gli darà ragione.
Umberto Baldo


















