Ennesima nuova legge elettorale. Serve proprio?

Umberto Baldo
C’è un vecchio vizio nella politica italiana, un riflesso condizionato che si ripete con la regolarità di una cambiale in scadenza: ogni volta che una maggioranza comincia a sentire il terreno che trema sotto i piedi, la prima cosa che fa è cercare di cambiare la legge elettorale.
Lo fanno tutti, da trent’anni a questa parte, a destra come a sinistra.
Nessuno può legittimamente scagliare la prima pietra o proclamarsi “vergine” in questa materia.
In questi giorni il Parlamento è in fermento per il deposito del cosiddetto “ddl Bignami”, l’ennesima riforma battezzata dai commentatori con nomi che sembrano usciti da un bizzarro manuale di latino: lo chiamano Stabilicum, o magari Melonellum.
Ma se togliamo l’involucro di parole difficili, qual è la sostanza?
La sostanza è che si vuole introdurre un “premio di maggioranza” per far vincere comodamente chi arriva al 42% dei voti (al 42% dei voti corrisponde il 55% dei seggi), obbligando al contempo i partiti ad indicare il nome del candidato Premier sulla scheda (già questa è una bella tegola sulla testa di un Campo Largo diviso fra la leadership di Schlein e Conte).
Ma la vera nota dolente, quella che si consuma nel silenzio delle trattative, è che quasi sicuramente ancora una volta verranno sacrificate le “preferenze”.
Il meccanismo proposto prevede infatti un doppio listino bloccato (di Partito per il proporzionale, di Coalizione per il premio di maggioranza).
Ciò significa che i cittadini troveranno sulla scheda nomi precompilati dall’alto.
Niente caccia al voto sul territorio, niente candidati credibili che devono conquistarsi la fiducia della propria comunità.
Il risultato?
Ci ritroveremo per l’ennesima volta un Parlamento di “nominati”.
Persone che devono la poltrona e la carriera esclusivamente alla benevolenza del Capo che le ha messe in lista, e che di conseguenza risponderanno solo a lui, mai ai cittadini.
Le preferenze costringono la politica a sporcarsi le mani con i voti veri; i listini bloccati permettono invece alle Segreterie di premiare la fedeltà assoluta, lasciando fuori chi prova a ragionare con la propria testa.
E qui si arriva al vero capolavoro politico di questa legge, pensato per tagliare le gambe a chiunque cerchi un’alternativa moderata o di centro.
Forzando e celiando un po’, se approvata, questa riforma ci costringerà ad essere tutti o “fascisti” o “comunisti”.
È la pietra tombale su qualunque tentativo di liberalismo o di terzo polo.
Il sistema del premio al 42% è un incentivo formidabile a creare due giganteschi blocchi contrapposti.
Per sopravvivere da soli al centro bisognerebbe fare il 20% dei voti, un’impresa fantascientifica per le forze attuali.
Non solo: il meccanismo delle soglie dà il colpo di grazia.
Lo sbarramento resta al 3%, ma c’è il “trucchetto” del recupero della lista più votata tra quelle sotto la soglia all’interno della coalizione.
Tradotto: è un invito esplicito, un’esca per costringere i piccoli partiti di centro a farsi annettere nei grandi cartelli elettorali pur di arraffare un seggio.
Il rischio evidente è la nascita di ammucchiate eterogenee, grandi armate nate solo per vincere, che un minuto dopo le elezioni cominceranno a litigare su tutto, trasformando la promessa di “stabilità” in un’inevitabile paralisi politica.
La domanda che qualunque cittadino ha il diritto di porsi è semplice: perché fare tutto questo adesso?
Perché questa fretta cieca di approvare le nuove regole entro luglio, a tappe forzate, e senza un briciolo di intesa con le opposizioni?
La risposta non sta nell’alta strategia istituzionale, ma in un sentimento molto più umano e politicamente comprensibile: la paura.
Chiamiamo questa legge con il suo vero nome: Paurellum.
La maggioranza sta correndo perché vede un altro “rischio referendum” alle porte, ed i sondaggi non sono più quelli dei giorni d’oro.
C’è il timore concreto che l’immagine di invincibilità del governo possa incrinarsi.
Ed allora, come una squadra di calcio che fino a ieri dominava il campionato, e oggi, innervosita, comincia a sbagliare i passaggi, si cerca di cambiare le regole del gioco mentre la partita è ancora in corso.
Se le cose si mettessero male in autunno, meglio avere già in tasca una legge elettorale su misura per andare al voto anticipato.
Attenzione, però, perché i calcoli dei palazzi romani spesso si scontrano con la realtà e con la matematica dei parlamentari. Che sanno benissimo, loro, che la legislatura deve arrivare ad una data feticcio: il 14 aprile 2027.
Prima di quel giorno (quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio), nessuno dei peones vorrà davvero sciogliere le Camere, perché farlo significherebbe rinunciare alla certezza della pensione da parlamentare.
La fretta di oggi serve quindi a blindare il domani, a preparare il paracadute prima che l’aria si faccia troppo rarefatta.
Il paradosso più grande è che questo blitz rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol.
Perché offre su un piatto d’argento alle opposizioni – che finora sono apparse divise e senza una bussola – l’argomento perfetto per gridare alla “legge truffa”, compattandole sotto un’unica bandiera.
Senza contare che forzare la mano sul premio di maggioranza espone la legge al rischio concreto di essere ritoccata, ancora una volta, dalla Corte Costituzionale.
Modificare le regole del gioco a ridosso dei nodi politici cruciali non è solo ingiusto; è il segno evidente che chi governa teme il giudizio degli elettori.
E i cittadini, che non sono così distratti come la politica spera, queste sfumature di paura le colgono benissimo.
Quando una maggioranza corre così forte, raramente è per eccesso di coraggio.
Quasi sempre, sta solo scappando da qualcosa.
Umberto Baldo













