La giovinezza traumatica che ha forgiato Xi Jinping

Umberto Baldo
L’influenza di Xi Jinping sullo scacchiere geopolitico mondiale continua a espandersi, consolidando il proprio ruolo di laeder più potente della storia cinese dai tempi di Mao Tze Tung.
Sul fronte interno ha eliminato ogni forma di dissenso, mentre a livello internazionale ha proiettato la Cina come una superpotenza economica, tecnologica e militare, capace di sfidare l’egemonia degli Stati Uniti.
Ma per capire la visione del mondo di Xi, occorre scavare nei traumi della sua giovinezza e nell’eredità di una delle famiglie più illustri e tormentate del comunismo cinese.
Xi Jinping nasce a Pechino il 15 giugno 1953.
È un taizidang, un “Principe Rosso”, termine usato per i figli dei rivoluzionari della prima ora.
Suo padre, Xi Zhongxun, è un eroe della guerriglia, compagno d’armi di Mao e futuro Vice Primo Ministro. La madre, Qi Xin, è un’intellettuale ed attivista del Partito.
Nonostante l’infanzia protetta nei complessi d’élite di Pechino (come Zhongnanhai), la vita domestica è spartana, perché Xi Zhongxun disprezza la decadenza borghese.
Come documentato dallo storico Joseph Torigian, la disciplina in casa Xi rasenta la brutalità feudale.
Il padre esige un’austerità totale: i figli devono indossare abiti rattoppati e scarpe logore ereditate dalle sorelle maggiori.
Anni dopo, Xi Jinping ricorderà quel periodo non con rancore, ma come una scuola di vita: “Mio padre ci obbligava a vivere in modo estremamente frugale. Ma non lo faceva per farci paura; voleva che imparassimo il rispetto per la terra, che capissimo che non si può agire in modo anarchico.”
Nel 1962, quando Xi ha solo nove anni, il padre viene epurato da Mao con l’accusa di aver sostenuto un libro considerato “anti-partito”.
Per la famiglia è l’inizio dell’inferno, che culmina nel 1966 con lo scoppio della Rivoluzione Culturale.
I dettagli di quegli anni sono drammatici e spiegano l’ossessione odierna di Xi per l’ordine e la stabilità.
Il dramma familiare: la casa di famiglia viene saccheggiata dalle Guardie Rosse. Una delle sorelle consanguinee di Xi, Xi Heping, si toglie la vita dopo essere stata perseguitata e umiliata pubblicamente. La madre, Qi Xin, per sopravvivere e proteggere gli altri figli, viene costretta a denunciare il marito durante un’assemblea pubblica.
Xi sotto accusa: a soli 14 anni, Xi Jinping viene additato come “figlio di un elemento nero”. Viene costretto a sfilare su un palco davanti ad una folla urlante, indossando un cappello di ferro pesante diversi chili. Durante una di queste sessioni di denuncia, la madre è tra il pubblico e deve gridare slogan contro di lui.
Nel 1969, a 15 anni, Xi fa parte dei milioni di giovani urbani inviati nelle campagne profonde secondo lo slogan di Mao: “Andate a farvi rieducare dai contadini poveri”.
Destinazione: il villaggio di Liangjiahe, nella brulla provincia dello Shaanxi.
È una terra di terra gialla, polvere e miseria, dove la gente vive nelle yaodong (case-grotta scavate nella roccia).
L’impatto è devastante. Xi non è abituato ai lavori forzati, ai parassiti ed alla fame.
Dopo pochi mesi scappa a Pechino, ma viene arrestato come disertore e rinchiuso in un campo di rieducazione per sei mesi, costretto a scavare fossati.
Gli zii lo convincono che l’unico modo per sopravvivere in Cina è abbracciare il sistema, non fuggire.
Xi torna a Liangjiahe con una mentalità diversa.
Decide di “diventare più rosso dei rossi”. Lavora la terra per sette anni, impara a trasportare pesi enormi (la propaganda del Partito dirà in seguito: “200 jin di grano su una spalla per dieci li di montagna senza cambiare spalla”) e aiuta i contadini a costruire un pozzo di metano per l’energia
In un saggio autobiografico del 2001, Xi descriverà Liangjiahe come il luogo della sua rinascita spirituale: “Quando arrivai a 15 anni, ero ansioso e confuso. Quando partii a 22 anni, avevo obiettivi di vita chiari ed ero pieno di fiducia. Liangjiahe mi ha dato le mie radici.”
Per entrare nel Partito Comunista, Xi deve ripulire il nome di famiglia.
La sua domanda d’adesione viene rifiutata ben nove volte a causa del “passato politico” del padre. Xi non desiste, e al decimo tentativo, nel 1974, viene finalmente ammesso.
Inizia così una scalata cinica, paziente e calcolata, mossa da una ferrea determinazione.
Evita i riflettori di Pechino e preferisce la gavetta in provincia.
L’Università (1975-1979): studia ingegneria chimica alla prestigiosa Università Tsinghua come studente “lavoratore-contadino-soldato”, un titolo tipico dell’era maoista.
Il trampolino militare (1979-1982): lavora come segretario di Geng Biao, potente ministro della Difesa ed amico del padre. Questo legame gli garantisce una profonda conoscenza ed il rispetto delle forze armate (l’Esercito Popolare di Liberazione), un asset che si rivelerà decisivo trent’anni dopo.
L’esilio volontario a Zhengding (1982): tra lo stupore dei suoi coetanei d’élite che cercavano poltrone a Pechino, Xi chiede di essere trasferito in una povera contea rurale nell’Hebei. È una mossa strategica per accreditarsi come uomo del popolo.
Il laboratorio economico del Sud: passa gli anni ’90 e i primi anni 2000 nelle province costiere del Fujian e dello Zhejiang. Qui supervisiona il boom economico cinese, gestisce i rapporti con gli investitori di Taiwan e si fa la reputazione di amministratore pragmatico, ma soprattutto incorruttibile.
Nel 2007, i leader anziani del Partito (tra cui Jiang Zemin e Hu Jintao) cercano un successore.
Xi Jinping appare come il candidato perfetto: è un Principe Rosso (gradito alla vecchia guardia), ha un profilo basso, non ha fazioni rumorose alle spalle e sembra un burocrate malleabile.
Viene così promosso nel Comitato Permanente del Politburo.
Nessuno ha previsto ciò che sarebbe accaduto dopo il 15 novembre 2012, giorno in cui assume la guida del Partito.
Appena preso il potere, Xi lancia la più imponente campagna anti-corruzione della storia cinese, denominata “Caccia alle tigri e alle mosche“.
Con il pretesto di ripulire il Partito dal malaffare, Xi abbatte i suoi potenziali rivali politici (tra cui il potente Bo Xilai e il capo della sicurezza Zhou Yongkang).
Milioni di funzionari vengono indagati. Il messaggio è chiaro: l’autorità del leader è assoluta.
Sotto la sua guida, la dottrina politica ha preso il nome di “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, inserito direttamente nella Costituzione (un onore concesso in vita solo a Mao).
Xi ha sostituito il vecchio dogma di Deng Xiaoping (“Nascondi la tua forza, coltiva il tuo tempo“) con una politica estera assertiva e muscolare.
Attraverso la “Belt and Road Initiative “(la Nuova Via della Seta) ha esteso l’influenza economica di Pechino in Asia, Africa ed Europa.
Ha modernizzato l’esercito ed ha messo nel mirino la “riunificazione” con Taiwan, definendola un passo inevitabile per il “Grande Ringiovanimento della Nazione Cinese”.
La traiettoria di Xi Jinping dimostra che per uno che ha una volontà ferrea non esiste abisso dal quale non si possa uscire, e come il trauma della giovinezza non solo non lo abbia allontanato dal sistema che lo aveva perseguitato, ma lo abbia convinto che solo un controllo totale, centralizzato e autoritario possa impedire alla Cina di scivolare nuovamente nel caos della sua infanzia.
Umberto Baldo













