Dagli uiguri a Gaza: l’ipocrisia della Cina di Xi

Se dovessi stilare una classifica su chi abbia più “faccia di bronzo” fra i grandi leader mondiali, confesso che fra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping, mi troverei veramente in difficoltà.
Spero non occorra vi ricordi tutte le menzogne spacciate per verità” che ci rifilano da anni, ma immagino che qualcuno di voi si chieda perché su questo podio ipotetico inserirei anche il Gran Capo della Cina.
Mi limito ad un esempio che mi ha particolarmente colpito per ipocrisia e cinismo.
La Cina ha ufficialmente invitato la comunità internazionale ad unirsi alla causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia.
La causa è stata avviata dal Sudafrica alla fine del 2023. Israele ha presentato la sua memoria difensiva nel marzo 2026, ed il processo è tuttora in corso.
Badate, non è mia intenzione mettermi a fare il difensore d’ufficio di Israele.
Penso anzi che i fondatori, per fare un solo nome David Ben Gurion, si stiano rivoltando nella tomba nel vedere lo Stato ebraico in mano a personaggi come Netanyahu e Ben Gvir.
Ma trovo altrettanto inaccettabile che l’accusa di genocidio venga sostenuta anche dalla Cina.
È proprio il tipico caso in cui viene da costatare: “da che pulpito viene la predica!”.
Non si tratta di “voci”, di suggestioni o di propaganda occidentale.
Si tratta di fatti documentati, rapporti di Agenzie come l’Associated Press, immagini satellitari, testimonianze dirette, fughe di documenti interni del Partito Comunista Cinese, addirittura rapporti dell’Onu.
Parliamo del “genocidio demografico pianificato” contro gli Uiguri nello Xinjiang, con campi di “rieducazione”, sterilizzazioni forzate delle donne, controllo capillare della popolazione, indottrinamento, torture, cancellazione culturale e religiosa.
Una macchina repressiva talmente sofisticata da sembrare uscita da un incubo scritto a quattro mani da Orwell e da un ingegnere informatico di Alibaba.
Eppure eccoli lì, i dirigenti di Pechino, improvvisamente trasformati in “anime belle del diritto internazionale”.
La Repubblica Popolare Cinese che impartisce lezioni sui diritti umani è un po’ come se Dracula aprisse un centro trasfusionale, o Totò Riina tenesse corsi di educazione civica nelle scuole elementari.
La cosa più irritante non è neppure l’ipocrisia in sé. La politica internazionale ne è piena.
Gli Stati Uniti parlano di democrazia mentre stringono alleanze con monarchie medievali del Golfo.
La Russia denuncia il “nazismo” altrui mentre rade al suolo le città ucraine.
La Turchia difende i palestinesi e contemporaneamente bombarda i curdi.
No, il punto è un altro.
La Cina riesce sempre a presentarsi come potenza “equilibrata”, “responsabile”, “moderata”, grazie anche alla complicità di una parte dell’opinione pubblica occidentale che considera automaticamente “più credibile” chiunque si opponga agli americani o ad Israele.
È una specie di riflesso pavloviano ideologico: se l’Occidente sbaglia, allora i suoi avversari devono avere ragione.
Una semplificazione infantile che trasforma autocrazie feroci in improbabili campioni della giustizia globale.
In particolare una parte della sinistra occidentale su questi temi riesce sempre nell’impresa di superare se stessa.
Per decenni ha minimizzato o negato i crimini dei regimi comunisti in nome dell’antiamericanismo o della “lotta all’imperialismo”.
Succedeva con l’Unione Sovietica, è successo con Castro a Cuba, e continua oggi con la Cina.
Se un dissidente finisce in carcere a Mosca o a Pechino, improvvisamente diventano tutti garantisti prudenti, invitano alla “contestualizzazione”, spiegano che “la verità è complessa”.
Se invece le colpe appartengono all’Occidente, allora spariscono sfumature e prudenza: arrivano subito le sentenze morali definitive, i paragoni storici estremi, le piazze indignate e le anime candide da salotto televisivo.
Per anni le denunce sui campi di rieducazione degli Uiguri sono state liquidate da certi ambienti come propaganda occidentale, fake news, manipolazioni della CIA.
Un riflesso quasi religioso: se una dittatura si proclama antiamericana, allora deve contenere per forza qualche superiore verità morale.
Anche quando controlla internet, censura giornalisti, perseguita minoranze e trasforma milioni di persone in sudditi sorvegliati da telecamere e algoritmi.
È il vecchio vizio dell’intellettualismo occidentale: romanticizzare il potere autoritario purché abbia un lessico “rivoluzionario”.
Una forma di snobismo ideologico che nella storia ha già prodotto abbastanza disastri da riempire biblioteche intere.
Ma evidentemente non basta mai. Gli esseri umani hanno una fedeltà commovente verso i propri abbagli.
Badate bene che, sostenendo la mozione sudafricana, Pechino non sta difendendo i palestinesi.
Pechino sta facendo geopolitica.
Sta cercando di accreditarsi presso il Sud globale come alternativa morale all’Occidente.
E lo fa con la stessa freddezza con cui pianifica rotte commerciali, miniere africane e corridoi energetici.
I diritti umani, in questo schema, sono solo strumenti da usare contro gli avversari; mai principi universali.
Del resto il Partito Comunista Cinese non tollera opposizioni interne, censura internet, controlla stampa e magistratura, perseguita dissidenti, minaccia Taiwan quasi quotidianamente e ha trasformato Hong Kong da simbolo di libertà asiatica ad elegante dependance autoritaria del regime.
Però pretende di salire in cattedra per spiegare al mondo cosa sia il diritto internazionale.
Manca solo che Xi Jinping venga candidato al Nobel per la pace ed il teatro dell’assurdo sarà completo.
Anche se, vista l’epoca, non conviene mai escludere nulla.
Gli esseri umani hanno una straordinaria capacità di prendere sul serio qualunque gigantesca contraddizione purché sia confezionata bene e accompagnata da qualche hashtag indignato.
Naturalmente Israele continua a commettere errori enormi, politici e morali.
La devastazione di Gaza, il numero impressionante di vittime civili, certe dichiarazioni fanatiche di esponenti del governo israeliano sono questioni reali, gravissime, che meritano giudizi severi.
Ma proprio per questo il dibattito dovrebbe restare serio.
E invece rischia di diventare una gara mondiale di ipocrisia, dove regimi autoritari utilizzano la tragedia palestinese come clava diplomatica, mentre continuano tranquillamente a reprimere minoranze, incarcerare oppositori, e cancellare libertà fondamentali in casa propria.
Il problema non è che la Cina critichi Israele.
Il problema è che pretenda di farlo indossando la maschera della coscienza morale del pianeta.
Che è un po’ come vedere un piromane presentarsi al congresso dei vigili del fuoco spiegando l’importanza della prevenzione incendi.
E purtroppo, nel grande luna park della politica internazionale, c’è sempre qualcuno disposto ad applaudirlo.













