26 Maggio 2026 - 9.15

Cuba non è una rivoluzione. È una dittatura stanca

Umberto Baldo

Cuba è entrata in una fase di decomposizione irreversibile. 

Non si tratta dell’ennesima crisi passeggera, ma del capolinea di un modello politico ed economico strutturalmente fallimentare. 

Per oltre sessant’anni, l’isola è stata tenuta in ostaggio da un regime autoritario che ha giustificato la miseria in nome della “rivoluzione” e dell’ortodossia comunista. 

Oggi, lo scenario va ben oltre l’emergenza energetica: siamo di fronte al collasso simultaneo di un sistema centralizzato incapace per natura di produrre ricchezza, e di una dirigenza che sa governare solo attraverso l’immobilità, la repressione ed il mito della resistenza perpetua. 

La verità, ormai evidente a tutti, è che il comunismo cubano ha esaurito anche l’ultimo briciolo di sostenibilità. 

Il sistema è arrivato al limite, ed il Paese deve cambiare rotta.

La fine dei sussidi del petrolio venezuelano — l’ennesimo puntello parassitario di un’economia che non sa produrre nulla — e le pressioni di Washington hanno solo accelerato un processo inevitabile. 

Blackout elettrici interminabili, trasporti paralizzati, scarsità cronica di cibo, acqua e medicinali: la vita quotidiana dei cubani è stata ridotta ad una pura ed umiliante lotta per la sopravvivenza. 

Continuare ad incolpare l’embargo statunitense per questo disastro è la scusa preferita di chi si rifiuta di guardare la realtà. 

Il regime castrista usa da decenni la retorica del “nemico esterno” per nascondere il fallimento intrinseco del collettivismo di Stato. 

La paura di qualsiasi reale apertura economica, e la persecuzione sistematica del dissenso, hanno svuotato il sistema di ogni legittimità. 

Pensare ad una “rinfrescatina” del sistema è fuori dal mondo; Cuba non ha bisogno di riforme di facciata; ha bisogno di sradicare il monopolio del Partito Unico, riconoscere il pluralismo, accettare le libertà fondamentali ed aprirsi a libere elezioni.

La gravità di questo collasso richiede lucidità. 

Fuori dal mondo è anche pensare ad una “democrazia importata dall’esterno”.  

La transizione democratica deve nascere dall’interno, per evitare che vecchi fantasmi di interventi stranieri offrano al regime l’ennesimo pretesto per vittimizzarsi. 

L’incriminazione di Raúl Castro di questi giorni da parte della giustizia statunitense per fatti di tre decenni fa, si inserisce in una strategia geopolitica complessa guidata da Washington. 

Ma se le dinamiche della Casa Bianca rispondono spesso a variabili elettorali interne, nulla di tutto ciò cancella od attenua le colpe della dittatura dell’Avana.

La dirigenza cubana deve accettare la propria responsabilità storica: non si può costringere un intero popolo a soffrire in eterno sull’altare di un’ideologia defunta. 

La repressione non risolverà la fame né accenderà le lampadine, né la propaganda potrà riempire i negozi vuoti. 

Nessun sistema può reggersi all’infinito sulla pura coercizione politica quando nega ai propri cittadini le condizioni minime di una vita dignitosa.

La via d’uscita deve essere una transizione rapida che smantelli l’apparato totalitario attuale senza precipitare il Paese nel caos. 

Anarchia ed ingovernabilità non sarebbero neanche nell’interesse degli americani, anche in considerazione del fatto che si ritiene  che L’Avana collabori con Russia ed Iran in materia di droni, e rischiare di dover sopportare attacchi contro Guantanamo o addirittura contro la Florida non è certo una opzione accettabile per Trump.

Cuba ha bisogno di una democrazia reale, di riconciliazione e di un’economia di mercato che liberi le energie e l’iniziativa dei cittadini, finora soffocate dal controllo statale.

Nessuno può prevedere gli sviluppi esatti di questo punto di svolta storico. 

Ma una cosa è certa: il vecchio equilibrio è spezzato. 

Il comunismo reale ha fallito a Cuba esattamente come ha fallito ovunque nel secolo scorso (dall’Urss alla Cambogia)  lasciando dietro di sé un’isola esausta e impoverita. 

Tra le macerie di un modello ideologico fallito, milioni di cubani chiedono solo di poter ricostruire il proprio futuro in libertà. 

La rinascita di Cuba non potrà mai passare per la rassegnazione autoritaria, ma solo per la fine definitiva del totalitarismo.

Eppure, nonostante tutto questo, in Europa continua ad esistere una curiosa indulgenza verso il regime cubano.
Una specie di nostalgia ideologica che trasforma una dittatura impoverita in una cartolina romantica da esibire nei salotti radical chic.

Se una parte della sinistra occidentale avesse applicato a Cuba lo stesso metro usato contro le dittature di destra, probabilmente il castrismo sarebbe stato archiviato da decenni come una tragedia politica ed umana. 

Invece per molti continua ad essere “la rivoluzione”, quasi che la mancanza di libertà diventi più sopportabile quando viene accompagnata da vecchie fotografie del Che Guevara stampate sulle magliette.

La verità è che le dittature comuniste hanno sempre avuto un eccellente ufficio stampa in Occidente. 

Una specie di miracolo del marketing politico: se fallisci per sessant’anni ma vieni ancora descritto come “un’esperienza interessante”, allora puoi vendere qualsiasi cosa agli esseri umani.

Ma la realtà è più ostinata della propaganda.
E la realtà racconta di un Paese da cui i giovani scappano, di un’economia distrutta, di un popolo ridotto alla sopravvivenza, e di un sistema che sopravvive solo grazie alla repressione, agli aiuti stranieri e all’odio antiamericano elevato a religione civile.

Il vero fallimento del castrismo non è soltanto economico.
È morale.
Perché dopo oltre sessant’anni di rivoluzione, Cuba non è riuscita a costruire un modello di libertà, prosperità o giustizia sociale da esportare. 

È riuscita soltanto a produrre povertà, paura e dipendenza.

E forse la domanda che molti in Occidente evitano accuratamente di porsi è proprio questa: se il paradiso socialista produce file per il pane, fughe di massa e repressione del dissenso, quanto tempo ancora bisognerà fingere che il problema sia l’embargo americano e non il sistema stesso?

Umberto Baldo

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