22 Maggio 2026 - 9.20

L’Europa di oggi come l’Italia del Cinquecento

Umberto Baldo

Chi mi legge sa bene che sono un sostenitore del riarmo europeo (non dei singoli Stati), non per avviare politiche guerrafondaie, ma semplicemente per attuare quella politica della deterrenza fondata sull’equilibrio militare, che ad esempio ha funzionato durante il lungo periodo della “guerra fredda”.

Ma a volte mi viene spontanea questa domanda: se l’Ucraina ha dimostrato al mondo che persino la Russia – una superpotenza nucleare – può essere bloccata e costretta ad una logorante guerra d’attrito dalla determinazione di un popolo supportato tecnologicamente dall’Occidente, perché mai Stati Uniti, Cina o Russia dovrebbero rischiare il collasso militare per conquistare l’Europa, quando possono logorarne dall’interno le fondamenta politiche, economiche e culturali?

A volerci riflettere bene credo sia questa la vera questione del nostro tempo. 

Ed è anche il grande equivoco europeo.

Noi continuiamo a discutere di destra e sinistra, di comunisti e fascisti, di progressisti e conservatori, come se fossimo ancora nel Novecento, mentre le grandi potenze sono ben oltre, perché ragionano già in termini di catene industriali, controllo tecnologico, infrastrutture strategiche, dati, energia ed influenza culturale. 

E hanno capito che i Paesi, e i Continenti nel caso europeo, non si invadono più soltanto con i carri armati.

Si entra nei porti, nelle reti digitali, nei social, nelle dipendenze energetiche, nelle Borse, nelle campagne di propaganda permanente. 

Costa meno, produce meno morti, e garantisce risultati molto più duraturi. 

L’umanità evolve: una volta si assediavano le città, oggi si assediano gli algoritmi. 

Più elegante, meno sporco. E tremendamente più efficace.

L’Europa continua invece a comportarsi come l’Italia del Cinquecento; ricca, raffinata, divisa. 

Convinta che il proprio benessere sia eterno e che qualcun altro garantirà sempre la sicurezza dell’ordine complessivo.

“Franza o Spagna purché se magna” non era soltanto una battuta cinica. 

Era la fotografia di una penisola che aveva smesso di credere in sé stessa come soggetto politico unitario. 

Venezia commerciava, Firenze produceva cultura, Milano finanza e manifattura, Roma diplomazia e potere religioso. 

Un sistema straordinario. Ma incapace di costruire una strategia comune. 

E così Francia e Impero trasformarono l’Italia nel loro campo di battaglia permanente.

Oggi l’intera Europa è diventata l’Italia del Cinquecento. 

Un Continente economicamente gigantesco ma politicamente incompiuto. Un’area che potrebbe essere la più grande potenza democratica del pianeta, e che invece continua ad oscillare fra paralisi burocratica, egoismi nazionali e provincialismi elettorali.

La Russia penso abbia realizzato che l’Europa conviene indebolirla dall’interno: rendendone strutturali le dipendenze energetiche, finanziando reti di influenza, amplificando le fratture culturali, alimentando la sfiducia nelle istituzioni democratiche. 

Guardate con attenzione i social: se si solleva lo sguardo dalle distrazioni dell’intrattenimento di massa, e da qualche tetta al vento di troppo,  ci si accorge che algoritmi e spot inneggiano sempre più spesso al passato della Grande Russia, con inni nazionali, statue di Stalin e tutti gli orpelli del regime, per  celebrare Putin nuovo Zar, e destabilizzare la nostra identità culturale.

La Cina ha compreso qualcosa di ancora più sofisticato: è molto più conveniente trattare con ventisette Stati fragili e litigiosi piuttosto che con un unico soggetto geopolitico compatto capace di pretendere reciprocità industriale, commerciale e tecnologica. 

Ed infatti Pechino ragiona in termini di lungo periodo, mentre l’Europa ragiona per sondaggi. 

La Cina partecipa al controllo di porti (Pireo, Amburgo, Valencia, Vado Ligure, Anversa, Rotterdam, Marsiglia), costruisce corridoi logistici e filiere industriali complete, controlla buona parte delle terre rare, è avanti nelle infrastrutture digitali. 

Gli Stati Uniti, che grazie alla storica alleanza con l’Europa potrebbero consolidare e valorizzare il ruolo dell’Occidente come area guida del mondo democratico, sembrano invece sempre più ossessionati dall’idea di indebolire la stessa Unione Europea, trattando il vecchio Continente non come un partner strategico, ma soprattutto come un grande mercato da presidiare o da usare secondo convenienza. Gli imperi adorano gli alleati, purché restino dipendenti.

In questa situazione geopolitica noi europei costruiamo tavoli tecnici, commissioni, sottocommissioni e summit, in cui ventisette leader fingono entusiasmo davanti alle telecamere per poi tornare a casa e spiegare ai rispettivi elettorati che “Bruxelles ci impone sacrifici”. 

Una specie di teatro kabuki amministrativo con meno poesia e più carta bollata.

Nel frattempo ogni crisi europea viene trasformata in guerra culturale permanente. 

Immigrazione, energia, green deal, agricoltura, sicurezza, diritti civili; tutto viene esasperato fino ad impedire la nascita di un interesse europeo condiviso.

Ed è qui che entra in gioco il vero snodo politico contemporaneo: molti nazionalismi europei non sono soltanto movimenti identitari spontanei. 

Diventano, consapevolmente o meno, ecosistemi perfettamente funzionali agli interessi delle grandi autocrazie. 

Non serve nemmeno controllarli direttamente. 

Basta che producano il risultato finale: paralizzare l’Europa come soggetto politico autonomo. 

Ogni tentativo di maggiore integrazione strategica viene descritto come un attentato alla sovranità nazionale. 

Ogni politica comune come una cessione di identità. 

Ogni decisione condivisa come una dittatura burocratica.

E così il continente più ricco e avanzato del pianeta continua a dipendere militarmente dagli Stati Uniti, energeticamente da attori esterni, tecnologicamente dalle piattaforme americane ed asiatiche, industrialmente dalle catene produttive cinesi.

Questa non è sovranità. 

È l’illusione della sovranità. 

La stessa Germania lo ha scoperto brutalmente. 

Per anni Berlino ha costruito il proprio modello economico sulla convinzione che il gas russo a basso costo ed il mercato cinese infinito fossero condizioni permanenti. 

Poi è arrivata la realtà. E la realtà, come la storia, possiede una qualità spiacevole: presenta sempre il conto.

Nel frattempo il Mediterraneo torna ad essere il centro del mondo. 

Rotte commerciali, energia, Africa, cavi sottomarini, sicurezza alimentare, logistica globale. La Cina lo sa ed investe nei porti e nelle aziende strategiche. 

La Turchia lo sa e gioca su più tavoli contemporaneamente. 

Gli Emirati lo sanno e costruiscono influenza economica e culturale con impressionante lucidità strategica.

E l’Italia? L’Italia continua troppo spesso a pensarsi come periferia del Continente quando in realtà ne rappresenta uno dei baricentri naturali. Possiede posizione geografica, capacità manifatturiera, relazioni mediterranee, diplomazia diffusa, infrastrutture portuali, cultura industriale. Potrebbe essere la piattaforma mediterranea dell’Europa. 

Potrebbe guidare una grande strategia energetica ed infrastrutturale verso l’Africa. 

Invece il dibattito pubblico nazionale resta prigioniero della propaganda quotidiana, delle tifoserie ideologiche e della polemica da talk show. 

Una politica ridotta spesso a rumore di fondo permanente, mentre il mondo ridefinisce gli equilibri globali.

Ecco perché il concetto di “riarmo europeo” va oggi rifondato. 

Non si tratta solo di allineare carri armati o comprare munizioni, ma di comprendere che la vera deterrenza del XXI secolo si gioca sulla difesa comune delle nostre filiere industriali, dell’energia, dei dati, delle tecnologie strategiche, delle infrastrutture e degli immaginari culturali. 

Senza uno scudo comune a protezione di questi asset, la difesa dei confini fisici diventa del tutto inutile.

Il vero paradosso è che molte forze che si proclamano “sovraniste” finiscono per sabotare proprio l’unica sovranità oggi realmente possibile: quella europea. 

I piccoli Stati italiani del Cinquecento almeno erano consapevoli della propria fragilità. 

L’Europa contemporanea rischia qualcosa di peggiore: non accorgersi nemmeno della propria dipendenza.

E la storia, purtroppo, è spietata con chi rinuncia a costruire una visione comune. 

I territori più ricchi, ma politicamente divisi, finiscono quasi sempre per esercitare una sola forma di sovranità: quella altrui.

Umberto Baldo

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