Amministrative. L’alchimia delle urne e l’illusione dei leader

Umberto Baldo
Trovare un filo conduttore in una tornata di elezioni comunali o, in altre parole, pretendere di stabilire matematicamente se a vincere sia stata la destra o la sinistra, è un esercizio praticamente impossibile.
Troppi sono i fattori che influenzano un voto che, per sua stessa natura, resta ancorato al territorio.
Il voto locale è guidato da dinamiche di vicinanza, dalla percezione della qualità della vita e, soprattutto, dalla fiducia personale.
A differenza delle elezioni politiche, nelle amministrative il consenso si misura sulla reputazione del candidato sindaco all’interno della comunità, e sulla sua capacità di mostrarsi “vicino” ai problemi quotidiani dei cittadini.
In questo contesto, il peso dei Partiti tradizionali si riduce drasticamente, lasciando spazio a movimenti civici slegati dalle logiche romane, e focalizzati sulle urgenze del territorio.
La gestione dei servizi pubblici – dai rifiuti ai trasporti, dalla manutenzione urbana agli asili – diventa il vero metro di giudizio.
La figura del candidato Sindaco accentra su di sé tutta l’attenzione, trasformandosi nel volto principale su cui convergono le preferenze, a prescindere dalle liste civetta o dai simboli coalizzati.
Date queste premesse, mi fa sempre sorridere vedere la frenetica corsa dei leader nazionali in città e paesi, con l’obiettivo dichiarato di “sostenere il candidato Sindaco”.
Sono convinto che in certi territori queste “visite” siano persino controproducenti.
Sembrava pensarla così, d’altronde, anche l’attuale sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, che nelle amministrative del 2023 chiese esplicitamente alla segretaria del PD Elly Schlein ed agli altri big nazionali di restare fuori dalla propria campagna elettorale.
In una terra tradizionalmente ostile al centrosinistra, Possamai intuì che la presenza di figure fortemente polarizzanti avrebbe solo finito per mobilitare l’elettorato avversario.
La strategia funzionò, portandolo alla vittoria.
È una regola non scritta che i “grandi Capi” tendano magneticamente a dimenticare, proiettando su scala nazionale dinamiche elettorali che rispondono a logiche del tutto diverse.
Si tratta di un abbaglio metodologico e psicologico che si ripete regolarmente per tre motivi.
In primo luogo, per la natura stessa del voto amministrativo: un ottimo candidato sindaco di una lista civica può catalizzare voti che, alle politiche, tornerebbero immediatamente ai partiti tradizionali.
In secondo luogo, per la specificità dello strumento referendario, che è intrinsecamente dicotomico (Sì/No) e monotematico; gli elettori si aggregano su un’idea, non su un programma di governo, e trarne auspici politici generali significa dimenticare che fette opposte di elettorato possono trovarsi d’accordo su un singolo quesito per poi dividersi ferocemente il giorno dopo.
Infine, vi è una “nazionalizzazione” forzata usata come arma di propaganda: in altre parole i leader hanno un disperato bisogno di intestarsi una vittoria per blindare la propria leadership o, viceversa, di minimizzare una sconfitta liquidandola come un “voto locale che non influisce sul Governo”.
Quando si tenta di sommare aritmeticamente i voti delle amministrative o le percentuali di un referendum per tracciare la rotta delle future elezioni politiche, si compie un esercizio di pura alchimia.
La storia politica italiana è piena di leader che, usciti trionfanti da una tornata locale o da un plebiscito, hanno affrettato i tempi per andare al voto nazionale, finendo per schiantarsi contro un elettorato che nel frattempo aveva già cambiato registro.
La politica nazionale si muove su grandi trend macroeconomici, sulla percezione di stabilità, e sul carisma emotivo del momento.
Confondere i piani è il modo più rapido per prepararsi alla prossima, inevitabile smentita delle urne.
Ecco perché non mi soffermerò a commentare i risultati dei singoli Comuni interessati dal voto, pur importanti: ciascuno può consultare i dati che gli interessano sul sito Eligendo.
Consentitemi però un’eccezione per Venezia, il nostro Capoluogo di Regione.
Qui, alla luce delle Regionali del 2025 – che avevano visto Giovanni Manildo prevalere con il 47,70% sul 47,24% di Alberto Stefani – nel Campo Largo si erano legittimamente accese forti speranze di vittoria.
In fondo, se solo l’anno scorso i veneziani avevano preferito la sinistra alla destra, perché non sperare in un bis alle comunali?
La realtà si è incaricata di smontare le illusioni: la vittoria di Venturini, addirittura al primo turno, mette la parola fine ai giochi.
E, come volevasi dimostrare, la sfilata contemporanea in città di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato affatto al candidato del centrosinistra, confermando l’effetto boomerang della nazionalizzazione forzata.
Attenzione, però: a questo punto farebbe altrettanto male il Centrodestra ad illudersi.
Pensare che le condizioni che hanno determinato la propria sconfitta al recente Referendum siano superate, e che il futuro per Meloni e company sia tornato magicamente roseo, sarebbe l’ennesimo abbaglio di una politica che non vuole imparare a leggere la differenza tra le urne, e soprattutto che non capisce, o non vuol capire, fino in fondo le motivazioni di un’astensione dal voto sempre in crescita costante.
Umberto Baldo
PS: mi piacerebbe essere nel cervello di coloro che hanno pensato che candidare a Venezia bengalesi che si presentavano chiedendo il voto in nome di Allah, o con il velo in testa, fosse una mossa vincente. Alla luce del risultato, del netto distacco fra Venturini e Martella, viene da concludere che forse l’elettorato non è ancora pronto per tali scelte.













