27 Maggio 2026 - 9.38

La stabilità senza riforme: l’occasione sprecata di Palazzo Chigi

Al di là dei sondaggi e dei dati elettorali, in politica, come nella vita, per valutare se una cosa ha funzionato non si può che guardare ai risultati. 

Quindi, cosa resterà del secondo Governo più lungo della Repubblica (se dura ancora potrebbe esser anche il primo) guidato dal Presidente Giorgia Meloni?

A caldo mi verrebbe da rispondere: a parte il lodevole timido tentativo di contenimento del deficit pubblico, dopo le follie dei Superbonus e dei Redditi di cittadinanza, non mi viene in mente nulla che verrà ricordato o tramandato sui libri di storia. 

Nonostante le oggettive difficoltà, che comunque ogni Esecutivo si trova inevitabilmente ad affrontare, diciamo che si è tirato a campare, non riuscendo a portare a compimento nessuna delle roboanti riforme promesse della campagna elettorale del 2022.

Ma la cosa che più sconcerta è che si è rinunciato anche a riforme a costo zero, nonostante queste avrebbero potuto fare compiere un passo avanti alla nostra società. 

Uno di queste è certamente una normativa sul fine vita.

Su questo tema, la distanza tra il sentire comune della società e l’immobilismo dei palazzi della politica è diventata ormai un fossato incolmabile. 

Nei circoli della maggioranza circola ormai una voce sempre più insistente, che ha il sapore amaro della resa camuffata da prudenza: “Se ne parla nella prossima legislatura”. 

Il dossier sul fine vita, insomma, non vedrà la luce prima delle prossime elezioni.

Eppure, a guardare la cronaca parlamentare di questi giorni, la commedia dell’arte della nostra politica va regolarmente in scena. 

C’è chi, nell’area moderata della coalizione, come alcuni senatori di Forza Italia, si sta spendendo sinceramente convinto che una legge nazionale sia necessaria ed urgente. 

Ma ogni tentativo di convergenza tra maggioranza ed opposizione è destinato a cadere nel vuoto, stoppato dall’alto. 

Le parole sibilline del ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, pronunciate al Festival di Trento (“spero che si possa fare un tratto di strada in questa legislatura, e nella prossima lo faccia il Parlamento”), suonano come una pietra tombale: sotto questa maggioranza non nascerà alcuna legge di civiltà.

La giustificazione formale che filtra dal governo è il solito refrain burocratico: il tema è troppo delicato, i tempi sono stretti, non si garantisce il doppio passaggio conforme tra Camera e Senato entro il 2027. 

Mancava solo che dicessero: “non vogliamo inquietare gli inquilini del Vaticano!”, che sembrano ancora fermi al Medioevo, quando bastava una parola del Papa per mettere in riga Re e popoli. 

Così, prende piede la furbizia della “prima lettura”: approvare un testo accettabile al Senato, ben sapendo che alla Camera verrà modificato o insabbiato, lasciando al prossimo Parlamento l’onere di ripescarlo. 

Dai palazzi lo invitano a leggere come un “segnale” positivo, guardando il bicchiere mezzo pieno. 

In realtà, ha tutto il sapore di un bluff. 

È lo stesso identico copione già visto nella scorsa legislatura: un rinvio perpetuo per non decidere.

Mentre Forza Italia tenta disperatamente la via del compromesso dell’ultimo minuto – cercando di inserire il coinvolgimento dei medici di medicina generale su base volontaria per garantire la presenza del Servizio Sanitario Nazionale, condizione minima posta dalle opposizioni – il calendario corre. 

Se la mediazione fallirà, l’Aula del Senato si troverà a votare la proposta del Partito Democratico a firma di Alfredo Bazoli. 

Un testo che ricalca la storica sentenza della Consulta del 2019 sul caso di Fabo/Cappato, ma che per Fratelli d’Italia resta troppo radicale (sic!).  

La previsione è fin troppo facile: senza una compattezza specchiata, e con il centrodestra orientato a concedere una parziale libertà di coscienza che non compenserà i numeri, la legge verrà bocciata.

Sarà l’ennesimo naufragio. 

L’ennesimo schiaffo alla Corte Costituzionale che chiede un intervento del legislatore da ormai otto anni. 

Se la cifra di un Governo si misura dall’eredità civile che lascia al Paese, la scelta di fuggire davanti al dolore ed alla dignità delle persone, preferendo il calcolo elettorale alla responsabilità del governare, rimarrà il vero, indelebile tratto distintivo di questa stagione. 

Un’occasione sprecata nel nome di un prudente, ma sterile, tirare a campare.

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