Il clima è sempre cambiato. Ed è proprio per questo che dovreste preoccuparvi di più

Di Alessandro Cammarano
Partiamo da un dato che nessun climatologo serio ha mai negato, e che anzi è alla base stessa della paleoclimatologia: il clima terrestre è cambiato per centinaia di migliaia di anni, ben prima che esistesse un solo essere umano in grado di accendere un fuoco. Le variazioni cicliche dell’orbita terrestre — la sua eccentricità, l’inclinazione del suo asse, il modo in cui questo asse “oscilla” lentamente nel tempo — hanno governato per ere intere l’alternanza tra glaciazioni e periodi più caldi, modulando quanta energia solare il pianeta riceve alle diverse latitudini. È una teoria che porta il nome del geofisico serbo che la formalizzò nella prima metà del Novecento, e che oggi trova conferme sempre più precise: studi recenti hanno individuato, nell’ultimo milione di anni, un’alternanza sorprendentemente regolare tra fasi fredde e fasi calde, legata a configurazioni specifiche di questi parametri orbitali. L’ultima grande glaciazione, conclusasi circa dodicimila anni fa, si chiuse proprio per effetto combinato di questi meccanismi.
Fin qui, tutto vero. Tutto scientificamente solido.
Il problema — quello reale, quello che separa la scienza dalla chiacchiera da bar — è un altro: questi cicli naturali agiscono su scale temporali di decine o centinaia di migliaia di anni. Quello che sta accadendo dalla rivoluzione industriale in poi, con un aumento delle temperature medie globali concentrato in appena due secoli e un’impennata della concentrazione di anidride carbonica del tutto incompatibile con qualunque oscillazione orbitale nota, non è la stessa cosa. È un’amplificazione di origine umana innestata su un sistema che, di suo, già oscilla naturalmente. Confondere le due cose — il fatto che il clima cambi da sempre con il fatto che l’uomo non c’entri nulla con la velocità e l’intensità del cambiamento attuale — è esattamente l’errore logico su cui prospera un intero ecosistema di disinformazione. Non è quasi mai ignoranza incolpevole: è, nella maggior parte dei casi, pigrizia intellettuale travestita da spirito critico.
Detto questo, fatta la premessa onesta, si può guardare con un minimo di sano disincanto a un campionario ormai piuttosto stabile di figure che questa distinzione la rifiutano a priori — non per dubbio legittimo, ma per riflesso identitario.
C’è anzitutto il “laureato all’università della vita”, quello che non ha mai aperto un trattato di fisica dell’atmosfera ma ha letto un post condiviso da un cugino, e considera questo sufficiente a confutare trent’anni di carotaggi antartici. Il suo argomento principe è sempre lo stesso, proferito con la sicumera di chi ha appena demolito l’IPCC dal balcone di casa mentre innaffia i gerani: “ai miei tempi faceva più freddo”. Non distingue meteo da clima, ma su questo punto è irremovibile — è certissimo di distinguerli benissimo, è il resto del mondo che evidentemente non ha capito niente.
Accanto a lui prospera il “fai-da-te termodinamico”, quello che ha montato di persona un pannello solare improvvisato o una stufa a pellet, e per questo si sente legittimato a smontare in tre frasi scritte di fretta il bilancio energetico dell’intero pianeta. Cita sempre “le percentuali”, senza mai specificare di cosa siano percentuale, convinto che la parola da sola basti come dimostrazione. Ha, immancabilmente, un cugino ingegnere — non meglio specificato in che cosa — che gli ha confermato tutto quanto.
Poco distante siede il “complottista da bar”, fede granitica e prima colazione già conclusa, secondo cui il riscaldamento globale sarebbe un’invenzione orchestrata dalle multinazionali del fotovoltaico — salvo poi fidarsi ciecamente, nello stesso respiro, di chi le rinnovabili le combatte da decenni. La coerenza logica, per lui, è un optional sacrificabile sull’altare della battuta a effetto. Le sue fonti sono sempre le stesse tre: lo zio, un video di sedici minuti con musica inquietante in sottofondo, e l’incrollabile certezza interiore di essere l’unico sveglio in un mondo di addormentati.
Non manca mai l’“analfabeta funzionale con wi-fi”, che sa leggere, tecnicamente, ma non sa leggere un grafico: confonde sistematicamente un trend di trent’anni con un singolo episodio isolato, e di fronte a una serie storica di temperature globali risponde candidamente “eh, ma a febbraio ha nevicato” — come se una nevicata locale fosse l’equivalente scientifico di una controprova sperimentale. È la dimostrazione vivente che l’accesso illimitato all’informazione, senza gli strumenti per elaborarla, produce soltanto rumore più veloce.
E infine, a chiudere degnamente il quadro, c’è il “contro tutto a prescindere”, che non è negazionista climatico per merito o per studio, ma per puro riflesso identitario — lo stesso istinto che lo rende ostile ai vaccini, alle banche centrali, e a chiunque indossi una cravatta in televisione. Per lui il clima non è un argomento: è solo l’ultima casella di un’unica, instancabile crociata contro ogni forma di autorità, competenza o fatto verificabile.
Quello che li accomuna tutti, più che la semplice ignoranza — diagnosi comoda ma un po’ ingenerosa, perché l’ignoranza almeno è onesta nei propri limiti — è una sfiducia totale verso ogni forma di mediazione cognitiva: verso l’università, la rivista scientifica sottoposta a revisione tra pari, il dato raccolto con metodo e verificato da chi ci ha dedicato la vita. Tutto questo viene vissuto come un ostacolo, mai come una risorsa. Hanno sostituito la fatica della comprensione — che richiede tempo, umiltà, e la disponibilità a scoprirsi in errore — con la scorciatoia rassicurante della convinzione personale, quella che non delude mai perché si auto-conferma a ogni respiro. Scambiano l’opinione per fatto, e lo scetticismo di facciata che si esaurisce in un commento sotto un video per metodo scientifico autentico, che invece è fatto di ipotesi verificabili, dati replicabili, e la scomoda abitudine di smentire anche le proprie tesi preferite quando i numeri non tornano. C’è in tutto questo una componente quasi rituale: la soddisfazione fisica della battuta tagliente sparata al tavolo del bar, il piacere di aver zittito l’interlocutore con una frase a effetto piuttosto che con un argomento, l’orgoglio tribale di sentirsi parte della minoranza illuminata che ha visto oltre il velo mentre il resto del mondo dorme. Un meccanismo che non ha bisogno di prove perché si nutre di appartenenza: si crede una cosa non perché sia vera, ma perché crederla colloca dalla parte giusta — quella sveglia, quella furba, quella che gli altri, poveretti, non possono capire.
E intanto la termodinamica, che di tribù e appartenenze non sa che farsene, continua imperturbabile a fare il proprio mestiere: accumula calore negli oceani, scioglie ghiacci che non hanno mai letto un post condiviso da un cugino, e non hanno alcuna intenzione di consultarlo prima di continuare a farlo.















