Le due anime della Chiesa. Quando la Messa divide più della politica.

Umberto Baldo
C’è una parola antica e terribile che ha ricominciato a circolare con forza nei corridoi del Vaticano e nelle cancellerie della Chiesa globale: “Scisma”.
Per la sensibilità comune, o per un appassionato del passato come me, la parola evoca antiche fratture storiche, roba da libri di scuola.
Eppure, oggi il rischio è reale, ed il terreno di scontro (o il casus belli?) è quanto di più quotidiano ci sia per il credente: la Santa Messa.
Non sono un teologo e non ho certo la presunzione di addentrarmi in complicate questioni dottrinarie.
Ma poiché, immagino come voi, amo tenermi informato, ed in questi giorni si parla senza giri di parola di un possibile scisma, ho cercato di capire a volo d’uccello se ci sia alle porte un nuovo Lutero, o comunque quali siano i punti di frizione.
Immagino che se chiedete lumi alla Siora Maria — l’anima della parrocchia, quella che lucida i candelieri e prepara i canti per la domenica — vi dirà che la Messa è il momento in cui la comunità si stringe intorno all’altare.
Per lei, che si celebri in italiano o con qualche parola di latino, l’importante è che ci si capisca e si preghi insieme.
Ma se usciamo dalla parrocchia della Siora Maria ed allarghiamo lo sguardo ai media internazionali, scopriamo che la liturgia è diventata un campo di battaglia geopolitico.
L’ultimo segnale, pesantissimo, arriva da Écône, in Svizzera, dove la Fraternità San Pio X (più noti come lefebvriani) ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato di Roma.
Un gesto che molti canonisti leggono come il segnale più grave di una possibile rottura definitiva con Roma.
Un guantone di sfida lanciato dritto oltre le mura vaticane, proprio mentre la Santa Sede si trova a gestire una delicatissima fase di transizione ed assestamento dottrinale.
Ma qual è la scintilla che fa rischiare il fuoco?
A prima vista, potrebbe sembrare una disputa linguistica ed estetica.
Da un lato la Messa moderna, nata dopo il Concilio Vaticano II, celebrata in italiano (o comunque nella lingua nazionale) con il sacerdote rivolto verso l’assemblea; dall’altro la Messa antica, in latino, con il prete che dà le spalle ai fedeli e guarda ad Oriente.
Sarebbe un errore imperdonabile, però, pensare che si tratti solo di latino.
Il latino è un paravento.
La vera guerra non è su “come si parla”, ma su “quale Chiesa si vuole”.
Dietro il messale in latino si nasconde un’opposizione radicale a tutto ciò che la Chiesa è diventata negli ultimi sessant’anni.
Una parte del mondo tradizionalista vede nel ritorno alla liturgia antica il simbolo di una critica molto più ampia verso il Concilio Vaticano II; non accetta l’apertura verso le altre religioni, non digerisce l’idea di una Chiesa meno gerarchica, e contesta l’autorità stessa della cattedra di Pietro, a prescindere da chi vi sia seduto.
La “liturgia del passato” è diventata la bandiera identitaria di una trincea conservatrice che oggi, di fronte ai mutamenti del vertice romano, stringe le file ed alza la voce.
Questo scontro ha un baricentro economico e mediatico ben preciso, che si trova soprattutto negli Stati Uniti.
Lì, ricche fondazioni private, blog ed influencer, insieme ad una vasta rete di associazioni e media cattolici, cavalcano la nostalgia liturgica per farne una battaglia politica, finanziando il dissenso, e dipingendo Roma come una matrigna che vuole distruggere la tradizione.
Ma sarebbe un errore speculare pensare che la “barca di Pietro” balli su un mare agitato solo da destra.
Se a Écône ed oltreoceano si frena guardando al passato, in Germania si accelera pericolosamente verso il futuro.
Il braccio di ferro in atto tra il Vaticano e l’episcopato tedesco sul “Cammino Sinodale” mostra l’altra faccia della stessa medaglia.
Lì, le spinte per il sacerdozio femminile, l’abolizione del celibato obbligatorio, la morale sessuale, la benedizione delle coppie omosessuali, il ruolo dei laici, l’autorità dei Vescovi, e la democratizzazione della gestione ecclesiastica, rischiano di provocare uno scisma di segno opposto: una fuga in avanti che minaccia di strappare il tessuto dell’unità dottrinale.
Roma si trova così stretta in una morsa geopolitica e teologica: da un lato il rischio di una rottura nostalgica, dall’altro la tentazione di una “protestantizzazione” sul modello tedesco.
In entrambi i casi, a saltare è l’autorità dell’anello di Pietro.
Toccherà proprio a Leone XIV il compito forse più difficile del suo pontificato: evitare che le due derive, quella nostalgica e quella iper-riformista, finiscano per scavare due solchi irreversibili dentro la stessa Chiesa.
Ma il pericolo più grande per la Chiesa di oggi non è solo lo scisma visibile di chi, come a Écône, strappa la tessera e se ne va.
Il pericolo vero è lo scisma “sommerso”.
È la resistenza passiva di quelle parrocchie e di quelle comunità che rimangono formalmente dentro, ma che emotivamente e dottrinalmente vivono separate, come una “chiesa nella chiesa”, in perenne e rancorosa attesa che il vento cambi.
Spiegarlo alla Siora Maria è doloroso ma necessario: la guerra del latino non è una questione di dizionari, così come la vertenza tedesca non è solo una faccenda di riforme.
Sono i sintomi di una Chiesa globale che fatica a riconoscersi nello stesso specchio.
Domenica prossima, quando la Siora Maria scambierà il segno della pace con il suo vicino di banco, l’augurio è che quel gesto valga ancora per tutta la Chiesa, da Washington a Berlino.
Perché il rischio reale, a forza di tirare la tunica di Cristo da una parte e dall’altra, è di ritrovarsi in mano solo dei brandelli.
E un Vangelo fatto a pezzi non ha più nulla da dire a nessuno.
La tunica di Cristo, secondo le Scritture, fu tirata a sorte ma non venne strappata.
Sarebbe un paradosso tragico se a lacerarla, duemila anni dopo, fossero proprio coloro che ogni domenica ne proclamano il Vangelo.















