7 Luglio 2026 - 11.18

Oggi siamo tutti belgi!

Oggi siamo tutti belgi!

Ci sono partite che finiscono semplicemente con un risultato sul tabellone. E poi ci sono partite che, indipendentemente dal punteggio, assumono un significato più grande perché raccontano qualcosa che va oltre il campo. Belgio-Stati Uniti è stata una di quelle.

Perché ieri non si sono affrontate soltanto due nazionali. Si sono confrontate due idee diverse: da una parte lo sport con le sue regole, dall’altra la sensazione sempre più inquietante che il potere possa riuscire a modificarle quando entra dalla porta principale. E almeno questa volta ha vinto il calcio.

Tutto era iniziato con quella che rischia di diventare una delle pagine più imbarazzanti della storia recente della FIFA. Un’espulsione, un regolamento chiaro e una consuetudine consolidata da decenni: il cartellino rosso comporta automaticamente la squalifica per la partita successiva. Una regola semplice, uguale per tutti, almeno in teoria.

Poi arriva una telefonata.

Dall’altra parte c’è Donald Trump. E dall’altra parte c’è anche Gianni Infantino, presidente della FIFA, un dirigente inginocchiato e imbarazzante che negli ultimi anni ha spesso mostrato una straordinaria capacità di muoversi nei corridoi del potere mondiale, trasformando talvolta l’immagine e la diplomazia in strumenti più importanti dello stesso rigore regolamentare.

Trump chiede una revisione del caso Balogun. E accade qualcosa che lascia molti osservatori increduli: la squalifica viene cancellata e l’attaccante americano può scendere in campo. Una decisione che provoca proteste, critiche e dubbi, con la federazione belga che parla di un precedente gravissimo e numerosi protagonisti del mondo del calcio che denunciano il rischio di un’ingerenza politica senza precedenti.

Ma il problema più grande non è soltanto la singola decisione.

È il messaggio che viene trasmesso.

Perché quando un regolamento può diventare improvvisamente modificabile dopo una telefonata proveniente dal luogo più potente del pianeta, il sospetto inevitabilmente nasce. Se sei abbastanza vicino al potere, le regole possono diventare elastiche? Se hai abbastanza influenza, ciò che per gli altri è impossibile può diventare discutibile?

È una domanda pericolosa, soprattutto nello sport, perché il valore stesso della competizione nasce da un principio elementare: le regole devono essere uguali per tutti. Non importa il nome del giocatore, la maglia che indossa o il Paese che rappresenta.

Il calcio ha conosciuto scandali, errori arbitrali e decisioni controverse. Ma almeno per molto tempo ha cercato di difendere l’apparenza dell’imparzialità. In questo caso, invece, la sensazione è stata quella di una porta spalancata tra politica e giustizia sportiva.

Lo stesso Trump ha raccontato pubblicamente di aver parlato con Infantino della vicenda, sostenendo però di non aver imposto alcuna decisione. Ma in uno sport che vive di credibilità non basta essere imparziali: bisogna anche dimostrare di esserlo. E quando il presidente di una federazione internazionale appare coinvolto in una trattativa con un leader politico su una decisione disciplinare, il danno d’immagine è già stato fatto.

Infantino, che dovrebbe rappresentare il garante delle regole del calcio mondiale, appare sempre più spesso come un dirigente abile nel costruire relazioni con i grandi protagonisti della scena internazionale, sempre pronto alla fotografia ufficiale con chiunque abbia peso e influenza. Ma il ruolo di un presidente della FIFA non dovrebbe essere quello di assecondare il potente di turno. Dovrebbe essere quello di difendere il regolamento, soprattutto quando è scomodo.

E così siamo arrivati a un Mondiale organizzato negli Stati Uniti, con una stella della nazionale americana graziata alla vigilia di una partita decisiva e con il dubbio, pesantissimo, che qualcuno possa ottenere un trattamento diverso rispetto agli altri.

Poi però arriva il calcio.

Quello vero.

Quello che ancora, ogni tanto, riesce a ristabilire un equilibrio che nessuna decisione amministrativa può garantire.

Il Belgio è entrato in campo senza trasformare la vicenda in uno spettacolo di proteste. Non ha cercato scuse, non ha alimentato polemiche infinite, non ha affidato la propria risposta alle dichiarazioni davanti ai microfoni. Ha semplicemente giocato.

E ha vinto 4-1.

Balogun era in campo. La telefonata aveva funzionato. La squalifica era stata cancellata. Ma il calcio ha dimostrato che una decisione politica può modificare le condizioni di partenza, non può determinare il risultato finale.

Questa è la parte più bella della storia.

Perché il pallone non vota, non telefona, non guarda i sondaggi e non segue gli equilibri del potere. Il pallone rotola. E alla fine deve sempre fare i conti con ciò che accade sul terreno di gioco.

Per questo oggi siamo tutti belgi.

Non perché il Belgio sia necessariamente la squadra più amata. Non soltanto perché abbia vinto. Ma perché in questa partita ha rappresentato un principio molto più grande: l’idea che le regole debbano valere allo stesso modo per tutti.

Un’espulsione deve avere lo stesso peso per il centravanti degli Stati Uniti e per il giocatore di una nazionale meno prestigiosa. Un regolamento non dovrebbe cambiare perché una persona potente decide di interessarsene. Un presidente degli Stati Uniti non dovrebbe avere più influenza di una norma scritta dalla federazione internazionale che governa il calcio.

Se passa il principio contrario, allora non stiamo più parlando di sport. Stiamo entrando in un sistema in cui il risultato può diventare soltanto una parte dello spettacolo e il copione può essere riscritto da chi possiede abbastanza potere.

E quello non è calcio.

È teatro.

Un teatro nel quale gli sceneggiatori rischiano di essere proprio coloro che dovrebbero garantire che la partita resti autentica.

Il Belgio ha fatto ciò che ogni squadra dovrebbe fare quando ritiene di essere stata penalizzata: ha risposto sul campo. Non con dichiarazioni aggressive, non con pressioni politiche, ma con il linguaggio più antico e più credibile dello sport.

Quattro gol.

Quattro risposte.

Quattro colpi calcistici impossibili da cancellare.

Perché alla fine il calcio conserva ancora una qualità meravigliosa: puoi telefonare al presidente della FIFA, puoi provare a cambiare un regolamento, puoi pensare che il potere sia sufficiente per modificare la realtà.

Poi arriva il novantesimo minuto.

E il tabellone racconta la sua verità.

Belgio 4, Stati Uniti 1.

E quello, almeno per ora, Donald Trump e i suoi servi di tutto il mondo non sono ancora riuscito a cambiarlo.

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