7 Luglio 2026 - 9.41

Uber. La Calabria liberalizza. Roma difende le rendite

Umberto Baldo

Se cinquant’anni fa, ai tempi del mitico “Rapporto Censis”, qualcuno avesse previsto che la rivoluzione liberale in Italia sarebbe partita da Catanzaro anziché dai salotti della Milano finanziaria o dai ministeri romani, lo avrebbero preso per matto. 

Eppure, la cronaca politica di questi giorni ci regala un cortocircuito sublime: la Calabria di Roberto Occhiuto, una Regione che per decenni è stata raccontata come simbolo dei ritardi del Mezzogiorno, è diventata l’avanguardia del libero mercato in Italia, lasciando la Capitale a bagnomaria nel suo storico, rassicurante pantano corporativo.

Mentre a Roma Fratelli d’Italia e Lega continuano a fare le barricate per difendere l’immutabilità del sacro scanno del tassista nostrano, in Calabria sbarca Uber X. 

Il servizio low cost della piattaforma arriva dove le ferrovie storicamente arrancano, e dove i trasporti pubblici sono spesso un miraggio. 

E non è costato un centesimo di denaro pubblico: è bastato applicare una regola elementare, quasi esotica per i palazzi romani: liberalizzare il mercato.

Il paradosso è squisitamente politico. 

Da un lato abbiamo un presidente di Regione, forzista, che prende sul serio i dettami della “svolta liberale” invocata dall’eredità berlusconiana, e decide che il diritto dei cittadini e dei turisti a muoversi viene prima del diritto di veto di una corporazione. 

Dall’altro, a Roma, troviamo una maggioranza sovranista che si professa “amica delle imprese” ma che, terrorizzata dai clacson, o magari dall’idea che qualche taxi possa bloccare Piazza Venezia, preferisce congelare qualsiasi proposta di riforma del settore.

Il copione romano è il solito, stantio canovaccio. 

Forza Italia ci prova a rilanciare la legge sulla concorrenza.   

Pronta la replica di Fratelli d’Italia: “Le posizioni non sono condivise, taxi e NCC sono settori separati” (già perché un taxista guida un’auto….. ed un autista Uber guida un’auto….  Come se fosse il volante a cambiare natura giuridica. Come se il cittadino percepisse una differenza sostanziale tra due automobili che svolgono lo stesso servizio).

Traduzione dal politichese: non si tocca una foglia. 

La Lega di Salvini, dal canto suo, osserva fiera i suoi decreti restrittivi (quelli dei 20 minuti di attesa obbligatoria per gli NCC, una perla di sadismo burocratico) demoliti uno dopo l’altro dalla Corte Costituzionale (sentenza 137/2024 sulle licenze, e la recente 163/2025 sui vincoli territoriali/temporali).

Perché la vera spallata è arrivata proprio da lì, dalla Consulta, che ha ricordato allo Stato un principio banale: una concessione pubblica serve a garantire un servizio ai cittadini, non a blindare un valore patrimoniale privato.

E qui si tocca il cuore del ridicolo, un unicum mondiale di cui l’Italia detiene orgogliosamente il brevetto. 

Per decenni si è tollerata, e poi persino legalizzata con la famigerata Legge 21 del 1992, una prassi surreale: l’articolo 9 prevede infatti che una concessione pubblica – nata per essere gratuita e temporanea – possa essere tranquillamente trasferita e venduta a terzi in caso di pensionamento, vecchiaia o malattia. 

Il risultato? Un bene comune è stato trasformato in un asset privato, un titolo tossico scambiabile sul mercato grigio a cifre astronomiche, tra i 100mila e i 200mila euro.

Diciamolo chiaramente: se il fine della politica non è elettorale (visto che i 23mila tassisti nazionali sono una goccia nel mare dei voti) e neanche la tutela dei redditi dei poveri autisti (cosa del tutto inutile visto che, almeno stando alle dichiarazioni dei redditi, esce la fotografia di una categoria di Francescani da poco più di mille euro al mese), l’unica vera ragione del blocco romano è la pura e semplice difesa del valore patrimoniale della licenza. 

La politica ha chiaramente paura di gestire lo scoppio di questa bolla speculativa, perché dopo aver consentito per quarant’anni che le licenze assumessero un valore di mercato, oggi nessun governo ha il coraggio di spiegare che quel valore non può diventare un diritto eterno. 

Così si preferisce congelare il mercato, sacrificando milioni di utenti, italiani e turisti stranieri, pur di non affrontare il costo politico della normalità.

L’aspetto più esilarante di tutta la vicenda? 

In Calabria la concorrenza funziona. Persino i pochi tassisti locali, messi di fronte alla realtà di Uber, hanno scoperto che se i clienti hanno un’alternativa, forse conviene farsi trovare in aeroporto anziché pretendere la prenotazione telefonica con tre giorni d’anticipo.

La concorrenza, miracolosamente, migliora i servizi e sveglia i pigri.

La Calabria fa da apripista e dimostra che il re è nudo. 

Aspettiamo qualche altro Presidente di Regione con il coraggio di Occhiuto.

Resta da vedere per quanto tempo ancora a Roma si riuscirà a giustificare la difesa di un’armata di “Francescani della strada” che tengono in ostaggio stazioni e aeroporti. 

Ma si sa, nella Capitale un taxi di traverso in via del Corso fa molta più paura di un Paese che non riesce a muoversi.

La liberalizzazione dei taxi è stata realizzata, con modalità diverse, in numerosi Paesi europei. 

In alcuni casi ha funzionato meglio, in altri peggio, ma quasi ovunque il dibattito si è concentrato sull’interesse degli utenti.

Solo in Italia si continua a discutere soprattutto del valore economico delle licenze.

Concludendo, la Calabria ha dimostrato che liberalizzare non è una bestemmia, e che la concorrenza non distrugge i servizi: spesso li migliora. Ora resta da capire quanto tempo ancora Roma potrà continuare a difendere una rendita privata fingendo di difendere l’interesse pubblico. 

Perché, prima o poi, anche il pantano finisce per prosciugarsi.

Umberto Baldo

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