Body positivity (che palle!) o body permissivity? Cronaca di una bugia in taglia XXL

Specchio, servo mio
Breve necrologio della realtà corporea nell’epoca in cui dire la verità è una forma di violenza.
Di Alessandro Cammarano
Partiamo da un fatto brutto, quindi lo diciamo subito e poi andiamo avanti: se sei grasso perché mangi troppo, non sei una vittima del sistema. Sei grasso perché mangi troppo. Questa frase, in questo preciso momento storico, equivale a pronunciare un’eresia in una cattedrale affollata. Ci sarà qualcuno che si offende. Ci sarà qualcuno che la chiama violenza. Ci sarà qualcuno che scrive un thread. Pazienza.
La body positivity – nata negli anni Sessanta come forma di resistenza politica alla discriminazione, roba seria, roba dura, con dentro l’odore del conflitto autentico – ha impiegato mezzo secolo esatto a trasformarsi nella cosa più utile che il capitalismo avesse prodotto dagli anni Ottanta in poi: un movimento di liberazione che libera i consumatori dall’obbligo di stare bene. Che vendeva, all’inizio, saponette. Adesso vende tutto: abbigliamento, integratori, psicoterapia, app di meditazione, corsi online di “self-love”, e naturalmente cibo. Soprattutto cibo. L’industria alimentare non ha mai avuto un alleato così prezioso: un’ideologia che rende moralmente sospetto il suggerimento di mangiare meno schifezze.
È un capolavoro. Bisogna riconoscerlo.
Il meccanismo è semplice e perciò infallibile. Prendi un’istanza legittima – nessuno deve essere discriminato per come è fatto, nessuno deve essere insultato per il proprio corpo, la dignità non dipende dalla taglia – e la esporti fino al punto di rottura. Fino a quando quella stessa istanza non diventa il paravento di qualsiasi comportamento, compresi quelli che ammazzano le persone.
Poi chiami shaming qualunque osservazione sulla correlazione tra sovrappeso e mortalità precoce, e il gioco è fatto. Hai costruito una fortezza ideologica dentro cui è possibile mangiare patatine fritte alle undici di sera guardando TikTok, e chiunque faccia notare che forse non è ottimale è un fascista del corpo.
In Italia, tanto per restare sul concreto, quasi la metà della popolazione adulta – il 46,9% –è in sovrappeso o obesa. Erano il 42% vent’anni fa. Tra i ventenni nati nei primi anni Duemila il sovrappeso è quasi il doppio rispetto ai loro nonni alla stessa età. I costi sanitari diretti e indiretti di questo andamento superano i tredici miliardi di euro l’anno. Nel frattempo, il consumo quotidiano di frutta e verdura è calato di sedici punti percentuali in trent’anni. Non è la genetica. Non è l’ambiente. È che abbiamo smesso di mangiare come si mangia e abbiamo cominciato a mangiare come si mangia adesso, e adesso si mangia malissimo, e nessuno lo dice perché dirlo offende qualcuno.
Qui arriva il punto che fa davvero incazzare, quindi arriviamoci senza giri di parole.
C’è una distinzione fondamentale che la body positivity versione social ha cancellato con cura certosina: quella tra le condizioni che non dipendono da noi e quelle che dipendono, almeno in parte, da noi. Esistono persone obese per ragioni metaboliche, genetiche, farmacologiche, psicologiche profonde. Esistono patologie che producono aumento di peso indipendentemente da qualsiasi scelta alimentare. Queste persone meritano rispetto, cure adeguate, e soprattutto il diritto di non essere trattate come colpevoli.
Ma esistono anche –e sono la maggioranza, statistica alla mano – persone che pesano quello che pesano perché mangiano quello che mangiano e si muovono come si muovono. E anche queste persone meritano rispetto. Il problema è che il rispetto, nell’accezione corrente, significa non dire mai niente. Significa che il medico di base guarda da un’altra parte. Significa che l’amico cambia discorso. Significa che chiunque abbia qualcosa di utile da dire si autocensura per paura di essere accusato di fat shaming, che è diventata la categoria onnicomprensiva dentro cui finisce qualsiasi osservazione scomoda sul rapporto tra comportamenti e salute.
Il risultato è che abbiamo sostituito la crudeltà gratuita – che era sbagliata – con il silenzio complice, che è altrettanto sbagliato, solo più elegante. Abbiamo confuso il non giudicare con il non dire. E siccome il non dire è comodo per tutti, ci siamo adattati volentieri.
C’è poi la questione estetica, che è ancora più scomoda perché ci avviciniamo al territorio del politicamente incorreggibile.
La body positivity ha prodotto, come corollario, l’idea che curarsi dell’aspetto fisico sia una capitolazione agli standard imposti dal patriarcato, dal capitalismo, dalla cultura eteronormativa, e da varie altre entità che hanno tutte il vantaggio di essere abbastanza astratte da non poter rispondere. Lavarsi i capelli bene, vestirsi con un minimo di coerenza, fare movimento, dormire abbastanza, non mangiare spazzatura; tutto questo, in certi ambienti, è diventato sospettabile di conformismo. L’“autenticità” è il nome nuovo della trascuratezza. Il “rifiuto dei canoni” è spesso il nome nuovo della resa.
Non c’è niente di rivoluzionario nell’avere un aspetto trasandato. C’è solo, nella stragrande maggioranza dei casi, una certa fatica. E la fatica è legittima – la vita stanca, il lavoro stanca, i figli stancano, tutto stanca – ma non va confusa con una posizione politica. Essere malmessi non è un atto di resistenza. È essere malmessi.
Qualcuno obietterà che la bellezza è soggettiva. Certamente. Ma la salute non lo è. E la cura di sé – intesa come attenzione minima al proprio corpo, non come ossessione estetica – è una pratica che ha effetti misurabili sul benessere fisico e psicologico, indipendentemente da qualsiasi canone culturale. Le ricerche sul sonno, sull’attività fisica, sull’alimentazione non sono opinioni: sono dati. Il fatto che presentarli come tali venga considerato irrispettoso dice qualcosa di inquietante sulla direzione che stiamo prendendo.
Il capitolo social media merita un paragrafo a parte, perché è lì che la body positivity ha trovato la sua forma più pura e più devastante.
TikTok e Instagram hanno trasformato l’“amarsi” in un genere narrativo con le sue convenzioni, i suoi codici, i suoi eroi. Esistono account seguiti da milioni di persone il cui contenuto è, sostanzialmente, mangiare in modo spettacolare e proclamare che va benissimo così. Non è un giudizio morale: è una descrizione. Alcune di queste persone sono morte giovani – a trentadue anni per arresto cardiaco, a ventotto con il diabete di tipo 2 già avanzato –e prima di morire avevano il tempo di pubblicare un ultimo video in cui ammettevano, con una sincerità che faceva male, di aver fatto scelte sbagliate. I follower le applaudivano anche allora. L’applauso è sempre disponibile, sui social. Costa zero e non impegna a niente.
Il paradosso finale è quello che chiude il cerchio e lo rende grottesco: nel 2025, le passerelle di moda sono tornate alle taglie trentasei e trentotto con una determinazione che fa impressione. Nelle ultime sfilate primavera-estate, meno dell’uno per cento dei look era indossato da modelle plus size. Il restante 97% stava su corpi che con la body positivity non hanno mai avuto niente a che fare. Quello stesso sistema di moda che per un decennio ha usato la body positivity come argomento di marketing l’ha abbandonata senza cerimonie non appena non serviva più. Le aziende che avevano costruito campagne intere sull’“inclusività” hanno cambiato rotta senza nemmeno un comunicato stampa di scuse.
Le consumatrici che avevano creduto al messaggio sono rimaste lì. Con i loro corpi, i loro problemi di salute non affrontati, e la sensazione vaga di essere state usate. Il che, a ben pensarci, è esattamente quello che è successo.
Il punto non è che bisogna tornare alla cultura della magrezza ossessiva, degli anni Novanta con le modelle anoressiche e i commenti sul peso come forma di saluto. Quella roba faceva schifo e produceva danni seri, soprattutto nelle adolescenti. Il punto è che all’eccesso in una direzione abbiamo risposto con un eccesso nell’altra, e nel mezzo – dove sta la cosa ovvia, semplice, noiosa che nessuno vuole dire – non ci abita più nessuno.
La cosa ovvia è questa: i corpi non sono tutti uguali, ma la salute ha dei criteri oggettivi. Essere in forma non è un’imposizione culturale, è una condizione fisica misurabile. Mangiare male fa male, muoversi poco fa male, dormire poco fa male, e queste cose continuano a fare male anche quando le chiamiamo con nomi diversi. La realtà è piuttosto indifferente alle nostre categorie ideologiche. I chili di troppo non scompaiono perché abbiamo deciso di non chiamarli più con quel nome.
Curarsi di sé – il proprio corpo, il proprio aspetto, la propria salute – non è una forma di sottomissione al sistema. È una forma di rispetto verso se stessi. Il tipo di rispetto che non si posta su Instagram, non produce engagement, non vende niente. Il tipo di rispetto che richiede uno sforzo quotidiano, piccolo e invisibile, senza applausi e senza follower.
È per questo che nessuno ne parla.














