15 Giugno 2026 - 11.02

Colletti alzati, lambada, pareo leopardato e sogni abbronzati: l’ultima resistenza dei boomer da spiaggia

Di Alessandro Cammarano

Archeologia balneare in sedici tempi, con colonna sonora

C’è un momento preciso, ogni estate, in cui capisci che il Mediterraneo è perduto. Non è quando arrivano i turisti nordici color aragosta. Non è quando il gelato al pistacchio costa sette euro. È quando, verso le undici del mattino, mentre il sole comincia a picchiare con quella determinazione che solo luglio sa avere, appaiono loro: i boomer da spiaggia.

Li senti prima di vederli. Un rumore sordo, ritmico, a metà tra il cigolio di una sdraio e il lamento di chi non ha dormito bene perché «il materasso dell’appartamento era troppo morbido». Poi li vedi: escono dal lungomare con la sicurezza di chi ha prenotato quell’ombrellone nel 1987 e da allora considera quella striscia di sabbia una proprietà personale, trasmissibile per via ereditaria.

Lui è davanti. Ovviamente.

Il Maschio Balneare Maturo — così lo chiameremo, tutto in maiuscole, per rispetto e per non essere denunciati — indossa un polo. Non un polo qualsiasi: un polo con il colletto alzato. Il colletto alzato nel 2026 è un segnale preciso, come le piume del pavone o il rigonfiamento del gorilla: sta a indicare un’appartenenza, una fedeltà, una resistenza al cambiamento che rasenta l’eroismo. Il colletto alzato dice: io c’ero quando questa cosa era cool, e ho deciso unilateralmente che lo è ancora.
Il colore del polo è quello che i pantoni anni Ottanta avrebbero chiamato «rosa acceso» o «verde acido» o «giallo Chernobyl». Un colore che non esiste in natura, che la natura ha rifiutato come errore evolutivo, ma che lui ha recuperato in fondo all’armadio con la cura con cui un paleografo medievalista recupera un codice miniato. Lo abbina a pantaloni colorati — non chino, non bermuda: pantaloni interi, in cotone leggero, color albicocca o color celadon — che terminano stretti alla caviglia con quella grazia architettonica che solo chi ha attraversato il decennio reaganiano senza farsi domande può padroneggiare.

Ai piedi: le scarpe da barca color miele, consumate nei punti giusti, perché le consumiamo noi che andiamo in barca — anche se l’ultima volta che è salito su una barca era il 1994, un pedalò a Rapallo, e ha quasi rovesciato tutto perché il rum al bar aveva avuto la meglio sulle previsioni del moto ondoso.

L’insieme trasmette un messaggio chiaro: sono un uomo che ha avuto successo, che frequenta ambienti nautici, che appartiene a un certo mondo. Il fatto che si trovi a Rosolina Mare — l’elegante perla del Delta del Po, dove il mare è piatto come l’autostima di chi ci passa agosto — non turba minimamente questa narrazione. L’autoconvinzione è un muscolo: lui lo allena da decenni.

Cammina verso l’ombrellone con quella falcata leggermente oscillante che i maschi della specie adottano quando vogliono trasmettere disinvoltura e trasmettono invece un’anca destra problematica. Saluta il bagnino con familiarità eccessiva, chiama qualcuno per nome a voce alta dall’altra parte dello stabilimento, scuote la testa verso il mare come a valutare condizioni meteo che non cambieranno e che lui non potrebbe valutare comunque.
Si sistema l’ombrellone. Lo regola. Lo regola di nuovo. Controlla la direzione del vento. Consulta l’app meteo. Guarda il cielo. Guarda il mare. Guarda l’app meteo di nuovo. L’app e il cielo non sono d’accordo: lui si fida dell’app. Il cielo ha torto.
Poi tira fuori il libro — rigorosamente un thriller americano degli anni Novanta, Tom Clancy o Grisham, o al massimo un Follett comprato in aeroporto nel 2003 e mai finito — lo apre alla stessa pagina di sempre e non lo legge. Perché il libro non è per leggere: è per comunicare che è il tipo di persona che legge. Diversamente dal vicino di ombrellone che guarda il telefono tutto il giorno — barbaro, incivile — lui porta i libri in spiaggia. Che poi non li legga è un dettaglio biografico, non un dato culturale.

Lei arriva qualche passo dopo, con la postura di chi porta un fardello invisible ma pesante: quello di essere sempre, in ogni circostanza, appena un po’ meglio di quello che il contesto richiederebbe.

È abbronzata. Molto abbronzata. Abbronzata come lo erano le persone negli anni in cui l’abbronzatura era ancora un segno di salute e non un argomento di dermatologo. L’abbronzatura è stata curata, costruita, stratificata nel corso di settimane con la dedizione con cui un pittore prepara la superficie per la tempera: prima la base, poi le sedute progressive, poi l’autoabbronzante nei punti che il sole non raggiunge, poi il confronto con l’abbronzatura dell’anno scorso per stabilire se si è in linea con gli obiettivi stagionali. È abbronzata anche nei posti in cui non dovrebbe esserlo. È abbronzata in modo che, in certi momenti, alla luce laterale del tardo pomeriggio, ha la tonalità cromatica di un baccalà sotto sale portato al limite estremo della sua esperienza sensoriale.
Sul viso, il trucco. Il trucco in spiaggia. Fondotinta, mascara, rossetto — non vistoso, intendiamoci: sofisticato. Sfumato con cura prima di scendere in spiaggia, perché non si sa mai chi si incontra, perché lei non è il tipo che «lascia andare», perché c’è una reputazione da mantenere anche a Rosolina Mare di fronte al chiosco dei granchi fritti. Il sole, nel corso della mattina, scioglie tutto quanto con quella democrazia implacabile che solo l’astro solare sa esercitare, creando effetti che i pittori espressionisti avrebbero trovato interessanti. Lei lo sa, ha uno specchietto nella borsa, interviene periodicamente, non si arrende.
Il botox ha fatto il suo lavoro diligente. La fronte è ferma come un comunicato governativo. Le sopracciglia, un tempo mobili e espressive, hanno raggiunto una posizione che sembra definitiva, come certi trattati internazionali: non si modificano, si prendono atto. Sorride, e il sorriso parte correttamente dalla bocca, si propaga verso gli zigomi, poi si ferma — come un’ondata che arriva a riva e non ha più energia per salire oltre. È un sorriso sincero intrappolato in un’architettura che ha sviluppato un’autonomia propria. Kafkiano, in un certo senso. Sicuramente costoso.

Veste animalier. Pareo leopardato, top zebrato, cappello con stampa pitone. Non uno di questi: tutti e tre insieme, sovrapposti con quella logica interna che sfugge all’occhio esterno ma che lei vive come un sistema coerente. L’animalier per lei non è una moda: è una filosofia, una dichiarazione di carattere, un modo di dire al mondo — e in particolare alle cinquantenni dello stabilimento vicino — io non mi sono arresa, sono ancora qui, sono ancora una pantera. Il fatto che le pantere non frequentino Rosolina Mare, e che le poche che ci passino non indossino il pareo, è una dissonanza che non la turba.

Verso le dodici e mezza, lo stabilimento balneare accende il DJ set.

Questo è il momento cruciale. Questo è il momento in cui l’archeologia balneare si trasforma in antropologia del lutto — non il lutto funereo, tetro, ma quel lutto festivo e vagamente allucinato che prende chi capisce che il mondo è andato avanti senza aspettarlo, e ha deciso che il problema è del mondo.
Il DJ — diciotto anni, cuffie, la serietà di chi opera su questioni di vita o di morte — attacca con qualcosa di contemporaneo. Qualcosa che batte, pulsa, si muove in modi che le neuroscienze del ritmo balneare ancora non hanno catalogato completamente.
Lui alza la testa dal Grisham che non sta leggendo; «Questo non è male», dice, con l’autorevolezza di chi ha acquistato dischi in vinile con cognizione di causa. «Ricorda un po’ gli Spandau Ballet.» Non ricorda gli Spandau Ballet. Non ricorda nulla degli Spandau Ballet. Ma lui lo ha detto, e quindi è diventato vero nel microclima dell’ombrellone.

Lei intanto tamburella sul lettino. Il ritmo non è esattamente quello della canzone, ma è un ritmo, e questo conta.

Poi succede. Il DJ, forse per scelta artistica, forse per pietà umana, forse perché ha trovato una playlist chiamata «Discoteca anni 80 per stabilimenti balneari», mette Lambada. O Vamos a la Playa. O qualcosa che appartiene a quella famiglia sonora che, per i presenti sopra i sessant’anni, funziona come un segnale di raduno tribale.

Si alzano tutti e due, contemporaneamente, con quella sincronia che solo l’abitudine coniugale trentennale produce: non si sono guardati, non si sono detti niente, si sono semplicemente alzati perché era l’ora di alzarsi. Vengono verso la riva. Lui si sistema il polo — il colletto è ancora su — lei aggiusta il pareo leopardato. Si posizionano sulla battigia con la sicurezza di chi ha ballato davvero, di chi ha frequentato le discoteche quando le discoteche erano ancora una cosa seria.

E ballano. Ballano come si ballava allora: lui con quel movimento del busto che nei decenni ha perso progressivamente l’articolazione originale e si è cristallizzato in qualcosa di simile a un derrick che estrae petrolio in condizioni di vento moderato; lei con le braccia che descrivono traiettorie nell’aria con la sicurezza dell’autodidatta convinta. C’è tutto il catalogo: il passo laterale, il punto fisso e la rotazione del bacino come se lo stessero avvitando con una chiave inglese, la mano offerta, il mezzo giro, il tentativo di qualcosa che negli anni Ottanta si sarebbe chiamato «latino» e che oggi ha la credibilità coreografica di un segnale stradale.

Il bello — e questa è la cosa che rende tutto commovente nel modo sbagliato — è che lo fanno con gioia. Non si vergognano. Non hanno dubbi. Ballano male, con quella baldanza che solo chi ha ballato tanto può avere: la baldanza di chi ha sbagliato in pubblico così tante volte da aver deciso che l’orrore è uno stile.

Ma il vero momento teologico arriva quando qualcuno nomina Ligabue.

Non la canzone giusta, non il pezzo di Ligabue che si conosce effettivamente fino alla fine: basta la parola. Basta che qualcuno, a un ombrellone vicino, dica «Ligabue» in un contesto qualsiasi — anche «ho comprato il prosciutto al Ligabue della Coop» — perché si accenda qualcosa. Uno sguardo, una luce negli occhi, un recupero di memoria muscolare che il presente non è riuscito a spegnere del tutto.
«Ah, il Liga», dice lui. E in quelle tre parole c’è tutto: la giovinezza, la Emilia, il magnum da un litro e duecento, i concerti in piazza con ventimila persone e quella sensazione fisica, bruciante, che la vita stesse per cominciare davvero e che cominciasse lì, esattamente lì, con quella canzone. «Urlando contro il cielo», dice lei, e non è più soltanto una canzone: è un’autobiografia.

Rimpiangono Ligabue come si rimpiange qualcosa che non è morto, che anzi fa ancora tournée, ma che appartiene ormai a un’altra versione di sé stessi che non abita più questo corpo e non abita più questo momento. Il Liga che rimpiangono non è Luciano Ligabue del 2026: è quello del 1993, quello del 1995, quello di quando loro avevano trent’anni e tutto era ancora davanti.

E mentre rimpiangono, ballano, male, sul DJ set che mette qualcosa di contemporaneo. Male, sulla battigia di Rosolina Mare. Male, con i pantaloni color albicocca e il pareo leopardato e le boat shoes e il Botox e il colletto alzato. Con una fedeltà commovente e irragionevole a una versione di sé stessi che il tempo ha reso mitologica.

La sera, mentre l’ombrellone viene chiuso con i riti consuetudinari — la sdraio ripiegata nel modo preciso che solo lui conosce, la borsa frigo contata, il controllo che non si sia dimenticato nulla anche se non si dimentica mai nulla — lui guarda il tramonto.

Lo guarda con quella soddisfazione silenziosa di chi ha trascorso una giornata come si deve. Mare, sole, musica, un po’ di ballo, qualche chiacchiera.
«Non è male, Rosolina», dice.
Lei annuisce. Sistema le cinghie della borsa. Aggiusta il cappello pitone.
«L’anno prossimo però andiamo in Liguria», aggiunge lei.
Lui sorride. «Hai ragione.»
Lo dicono ogni anno dal 2004.

Vanno al parcheggio. L’auto è una berlina di medio-alta gamma con il navigatore aggiornato a tre anni fa. Lui guida. Lei mette la musica: una playlist chiamata Classici Evergreen che inizia con A far l’amore comincia tu. Cantano insieme, senza vergogna, con tutta la voce che hanno.

È la cosa più autentica della giornata.

È, forse, l’unica.

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