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	<title>ITALIA e MONDO | TViWeb</title>
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		<title>Usa, libero dopo oltre 40 anni nel braccio della morte: potrebbe essere uno dei peggiori errori giudiziari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 14:55:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha trascorso più di quarant’anni nel braccio della morte nello Utah e ora, a 71 anni, è tornato libero. Douglas Stewart Carter è stato rilasciato lunedì dopo che nuove analisi del Dna hanno fornito elementi favorevoli alla sua difesa. A<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ha trascorso più di quarant’anni nel braccio della morte nello Utah e ora, a 71 anni, è tornato libero. Douglas Stewart Carter è stato rilasciato lunedì dopo che nuove analisi del Dna hanno fornito elementi favorevoli alla sua difesa. A darne notizia è stato il suo avvocato, Neal Hamilton.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Carter era stato condannato nel 1985 per l’omicidio di Eva Olesen, zia del capo della polizia di Provo, nello Utah. Secondo l’accusa, la donna sarebbe stata uccisa durante un tentativo di rapina finito male. Dopo un nuovo processo, nel 1992, l’uomo era stato nuovamente condannato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’epoca Carter, afroamericano, era stato accusato anche sulla base delle dichiarazioni di due testimoni e di una confessione da lui sottoscritta. L’uomo ha però sempre sostenuto di essere innocente e ha affermato che quelle ammissioni gli sarebbero state estorte dalla polizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Circa vent’anni dopo, i due testimoni avrebbero ammesso di essere stati pagati dalla polizia e spinti a testimoniare contro Carter, aprendo nuovi interrogativi sulla correttezza dell’indagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro elemento è arrivato dalle analisi genetiche. Il Dna ricavato dai reperti raccolti sulla scena del delitto non corrisponderebbe infatti a quello di Carter. La difesa ha inoltre richiamato una testimonianza secondo la quale un uomo bianco sarebbe stato visto mentre lasciava il luogo dell’omicidio. Una pista che, secondo i legali, non sarebbe mai stata approfondita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le ipotesi rimaste senza verifiche approfondite, sempre secondo la difesa, figurerebbero anche altri possibili sospettati, compreso il marito della vittima, morto nel 2009.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Lo Stato gli ha portato via 41 anni della sua vita e gli ha fatto vivere per più di quarant’anni gli orrori del braccio della morte, ma questa sera è finalmente a casa», ha dichiarato l’avvocato Neal Hamilton, definendo la liberazione «un grande giorno».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei mesi scorsi la Corte Suprema dello Utah aveva disposto lo svolgimento di un nuovo processo, richiamando quelle che sono state definite “gravi irregolarità” commesse dalla polizia durante l’inchiesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il procedimento non è quindi definitivamente chiuso. Il nuovo processo è previsto nel 2027, quando il caso verrà nuovamente esaminato alla luce degli elementi emersi negli ultimi anni e dei risultati delle nuove analisi del Dna.</p>
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		<title>Come sta andando l&#8217;Argentina di Milei?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 14:50:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica economica della “motosega” di Javier Milei ha prodotto uno dei risultati più evidenti sul fronte dell’inflazione argentina, anche se il quadro economico presenta ancora diverse criticità. Mentre il presidente argentino è in partenza martedì 29 settembre per Parigi,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">La politica economica della “motosega” di Javier Milei ha prodotto uno dei risultati più evidenti sul fronte dell’inflazione argentina, anche se il quadro economico presenta ancora diverse criticità. Mentre il presidente argentino è in partenza martedì 29 settembre per Parigi, dove parteciperà all’“Argentina Week” dedicata agli investimenti e avrà in agenda anche un incontro con Emmanuel Macron, i dati mostrano una forte frenata della crescita dei prezzi rispetto all’inizio del suo mandato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando Milei arrivò alla presidenza, nel dicembre 2023, l’Argentina attraversava una delle fasi economiche più difficili degli ultimi decenni. Nel novembre di quell’anno l’inflazione aveva raggiunto il 161% su base annua, in un contesto segnato anche da recessione, scarsità di valuta estera e forti squilibri nei conti pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dicembre 2023, primo mese che rifletteva almeno in parte le decisioni della nuova amministrazione, i prezzi al consumo aumentarono del 25,5% in appena un mese. L’inflazione dell’intero 2023 raggiunse il 211,4%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quasi tre anni di distanza il quadro è profondamente cambiato. Secondo l’Indec, l’istituto nazionale di statistica argentino, nell’agosto 2026 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dell’1,7% rispetto al mese precedente. Il dato su dodici mesi si è attestato al 33,5%, mentre nei primi otto mesi del 2026 l’incremento cumulato è stato del 21,3%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta quindi di una forte disinflazione: i prezzi continuano a crescere, ma a una velocità molto inferiore rispetto a quella registrata alla fine del 2023. La diminuzione dell’inflazione, infatti, non significa che il costo della vita sia tornato ai livelli precedenti, ma che il ritmo con cui i prezzi aumentano si è ridotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base di questo risultato c’è la drastica correzione dei conti pubblici portata avanti dall’amministrazione Milei. Il governo ha ridotto fortemente la spesa primaria, intervenendo tra l’altro su investimenti pubblici, trasferimenti, sussidi e pensioni, e ha puntato sull’eliminazione del finanziamento monetario del deficit. Nel 2024 il bilancio pubblico ha registrato un avanzo complessivo dello 0,3% del Pil e un avanzo primario dell’1,8%, dopo il forte deficit dell’anno precedente. Il Fondo monetario internazionale ha indicato la stretta fiscale e la fine del finanziamento monetario del disavanzo tra gli elementi che hanno contribuito alla stabilizzazione macroeconomica e alla discesa dell’inflazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la crescita ha fornito segnali positivi dopo la fase recessiva. Nel 2025 il Pil argentino è aumentato del 4,4%, dopo le contrazioni dell’1,9% nel 2023 e dell’1,3% nel 2024. Secondo l’analisi della Direzione generale del Tesoro francese, alla ripresa hanno contribuito in particolare il recupero dei consumi privati, degli investimenti e delle esportazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2026, tuttavia, sono emersi segnali di rallentamento. L’Indec ha rilevato che nel secondo trimestre il Pil è aumentato del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma è diminuito dello 0,6% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, considerando i dati destagionalizzati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La frenata dell’inflazione convive inoltre con difficoltà che riguardano direttamente le famiglie. Secondo un’analisi di BNP Paribas pubblicata a settembre, dalla primavera del 2025 è peggiorata rapidamente la capacità degli argentini di rimborsare i prestiti non immobiliari. La banca centrale argentina stima che circa 5,8 milioni di persone abbiano accumulato ritardi superiori a 90 giorni nei pagamenti e che circa la metà dei relativi crediti sia considerata difficilmente recuperabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per BNP Paribas, la forte disinflazione rappresenta un risultato macroeconomico significativo, ma la stretta economica ha contribuito nello stesso tempo a mettere milioni di nuclei familiari sotto pressione sul fronte dell’indebitamento. Il problema è legato anche al fatto che, nonostante il rallentamento dell’indice generale, beni e servizi essenziali continuano ad aumentare di prezzo: nell’agosto 2026, ad esempio, abitazione, acqua, elettricità e gas sono cresciuti del 2,8% in un solo mese, l’istruzione del 2,5% e la sanità del 2,4%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bilancio economico dell’era Milei presenta dunque due dinamiche contemporanee. Da una parte l’Argentina è passata da un’inflazione mensile del 25,5% nel dicembre 2023 all’1,7% dell’agosto 2026 e ha riportato i conti pubblici in avanzo; dall’altra, dopo il forte rimbalzo del Pil nel 2025, l’attività economica ha mostrato nuovi segnali di debolezza e una parte delle famiglie si trova alle prese con un crescente peso dei debiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Saranno proprio stabilità macroeconomica e attrazione degli investimenti alcuni dei temi al centro della missione europea di Milei. Il presidente partirà il 29 settembre e arriverà a Parigi il giorno successivo per l’“Argentina Week”, in programma fino al 2 ottobre. Tra gli appuntamenti è previsto anche un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron.</p>
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		<title>Reggio Calabria non è una bussola. Al massimo è un barometro starato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 07:40:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Chi cercava nelle suppletive della Camera a Reggio Calabria una bussola per le prossime elezioni politiche si sarà trovato in mano un barometro piuttosto starato. Pretendere di estrapolare da un&#8217;elezione di riparazione il sentimento politico dell&#8217;intero Paese significa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi cercava nelle suppletive della Camera a Reggio Calabria una bussola per le prossime elezioni politiche si sarà trovato in mano un barometro piuttosto starato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pretendere di estrapolare da un&#8217;elezione di riparazione il sentimento politico dell&#8217;intero Paese significa infatti scambiare le dinamiche di un territorio, le sue reti personali, e le sue macchine organizzative, per la volontà nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il primo dato che dovrebbe consigliare prudenza è quello dell&#8217;affluenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ha votato appena il 22,34% degli aventi diritto</strong><strong>.&nbsp;&nbsp;</strong>Quasi quattro elettori su cinque sono rimasti a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È vero: le suppletive hanno normalmente un&#8217;affluenza molto più bassa delle elezioni politiche. Si votava per un solo seggio, e senza il traino di altre consultazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando alle urne si presenta poco più di un elettore su cinque, diventa inevitabile che il risultato sia molto più sensibile alla capacità di mobilitazione dei candidati, alle organizzazioni territoriali, ed agli elettorati più motivati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo cosa avrebbero votato quelli rimasti a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sappiamo però che&nbsp;<strong>non possiamo usare il voto dei presenti per parlare automaticamente a nome degli assenti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E già questo dovrebbe bastare a raffreddare gli entusiasmi di chi si è precipitato a proclamare da Reggio il vincitore delle prossime elezioni politiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul piano locale, invece, il risultato è molto chiaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fabio Roscioli ha vinto per il&nbsp;&nbsp;&nbsp;con un margine largo (51,02%).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa vittoria va letta anche alla luce di ciò che è successo pochi mesi fa a Reggio Calabria. Il seggio era rimasto libero dopo l&#8217;elezione a sindaco di Francesco Cannizzaro, esponente di Forza Italia, che alle comunali aveva conquistato il 65,68%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Centrodestra, quindi, non partiva da zero.&nbsp;&nbsp;Partiva da una macchina territoriale già collaudata. E Roscioli è riuscito a conservarne il controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui il dato politico è importante:&nbsp;<strong>Forza Italia ed il sistema territoriale costruito attorno a Cannizzaro ed al Presidente della Regione Roberto Occhiuto hanno dimostrato di saper reggere anche quando qualcuno, da destra, prova a sfidarli sul loro terreno.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione a trasformare questa vittoria in un plebiscito nazionale per il Governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Reggio Calabria non ha votato per scegliere il prossimo Presidente del Consiglio.&nbsp;&nbsp;Ha votato per eleggere un Deputato in un collegio uninominale di 71 comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono due cose profondamente diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il centrosinistra, con Frank Benedetto, ha perso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma anche qui bisogna evitare le semplificazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il candidato sostenuto dal cosiddetto Campo largo si è attestato al&nbsp;<strong>36,59%</strong>, ed in diverse realtà territoriali è riuscito a essere competitivo, arrivando anche a prevalere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD, il Movimento 5 Stelle e le altre forze che lo sostenevano hanno quindi perso il collegio, ma non sono affatto scomparsi dal territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una sconfitta.&nbsp;&nbsp;Non è però la fotografia di un&#8217;opposizione politicamente irrilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche in questo caso, per capire che cosa significhi il risultato a livello nazionale, bisognerà aspettare un&#8217;elezione con un&#8217;affluenza normale e con una posta in gioco nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è il vero osservato speciale di queste suppletive<strong>:&nbsp;</strong><strong>Domenico Giannetta e Futuro Nazionale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui le letture a caldo si sono divise tra chi ha parlato di &#8220;flop Vannacci&#8221;, e chi ha cercato di trasformare il risultato in una sorta di prova generale della futura affermazione nazionale del Generale (che lui stesso aveva enfatizzato definendo Reggio la “Sassonia” di FN).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrambe le letture mi sembrano premature.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giannetta ha raccolto un risultato di quasi l’ 11%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ha sfondato. Ma nemmeno è scomparso. E soprattutto non era un candidato qualsiasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>C&#8217;è però un elemento che, proprio mentre si discute del significato del voto di Reggio, merita di essere messo sul tavolo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per la prima volta da quando Futuro Nazionale è entrato nei radar dei sondaggi, la crescita di Vannacci sembra essersi fermata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;ultima rilevazione SWG per il Tg La7, del 28 settembre, Futuro Nazionale resta all&#8217;8%, lo stesso risultato della settimana precedente. Dopo una progressione quasi continua che lo aveva portato dal 7,5% di fine agosto al 7,7% del 7 settembre e poi all&#8217;8%, è la prima volta che il dato non cresce.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è un calo, dunque. E sarebbe altrettanto prematuro parlare di inversione di tendenza. Ma è una prima frenata.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E messa accanto al 10,94% raccolto da Giannetta a Reggio, rende ancora più difficile sostenere che una singola elezione possa dirci oggi quale sia la reale dimensione nazionale dell&#8217;“effetto Vannacci”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non va inoltre trascurato che fino a poche settimane fa Giannetta era il capogruppo di Forza Italia in Consiglio Regionale della Calabria, ed alle ultime regionali aveva raccolto circa&nbsp;<strong>10.000 preferenze</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi c&#8217;è una domanda alla quale oggi nessuno può rispondere con precisione:&nbsp;<strong>quanto di quel risultato appartiene a Vannacci e quanto appartiene a Giannetta?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente entrambe le cose; non esiste un contatore che ci permetta di separarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è per questo che sarebbe sbagliato utilizzare Reggio Calabria per stabilire automaticamente quanto valga Futuro Nazionale in Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un&#8217;altra ragione per cui il risultato va maneggiato con prudenza:&nbsp;<strong>il sistema elettorale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Giannetta correva in un collegio uninominale. E nell&#8217;uninominale non basta avere un consenso. Bisogna trasformarlo in una vittoria.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una forza politica può conquistare una percentuale significativa, sottrarre voti agli altri e, alla fine, non conquistare nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la logica del voto utile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è anche la ragione per cui una formazione appena nata non poteva realisticamente pretendere di scardinare al primo colpo una macchina territoriale consolidata come quella del Centrodestra reggino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui c&#8217;è il rovescio della medaglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Una forza politica può essere troppo piccola per vincere, ma abbastanza grande per condizionare chi vince.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è questa la questione che, più del risultato di Reggio in sé, dovrebbe interessare il Centrodestra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Futuro Nazionale riuscisse a trasformare il consenso raccolto attorno a Vannacci in una struttura nazionale stabile, potrebbe diventare un problema strategico per la coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo se accadrà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dopo Reggio sarebbe imprudente comportarsi come se quella possibilità non esistesse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero dato politico che esce da questa elezione non è una percentuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una domanda:&nbsp;<strong>quanto può diventare grande Futuro Nazionale quando il consenso personale di Vannacci, il radicamento di un candidato come Giannetta, ed una competizione locale saranno sostituiti da un&#8217;elezione politica nazionale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A questa domanda Reggio non dà ancora una risposta, e sarebbe un errore pretendere che la dia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le suppletive sono una cosa strana: possono dirci moltissimo sul territorio e pochissimo sul Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che possiamo dire oggi è che il Centrodestra ha conservato il collegio, che il Campo largo ha perso ma ha mantenuto una consistenza significativa, e che Futuro Nazionale ha ottenuto un risultato abbastanza rilevante da meritare attenzione, ma non abbastanza per essere trasformato in una previsione nazionale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto ci resta quel&nbsp;<strong>22,34% di affluenza</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il numero sul quale la politica dovrebbe riflettere più a lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché possiamo discutere per ore se il 10,94% di Giannetta sia tanto o poco, se il 36% di Benedetto sia un buon punto di partenza od una sconfitta pesante, se il risultato di Roscioli confermi o meno la forza del Centrodestra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma davanti a quasi quattro elettori su cinque che hanno scelto di non votare, forse la domanda più seria è un&#8217;altra:&nbsp;&nbsp;<strong>che cosa sta succedendo al rapporto tra cittadini e politica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa, però, è una domanda alla quale non può rispondere una suppletiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nemmeno un sondaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché tra un collegio di 71 comuni, un candidato fortemente radicato, un&#8217;elezione suppletiva, un&#8217;affluenza al 22,34% e le prossime elezioni politiche c&#8217;è di mezzo una differenza non proprio trascurabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Circa sessanta milioni di italiani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quelli, per fortuna o purtroppo, non hanno ancora votato a Reggio Calabria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Paradosso spagnolo: la casa è un diritto, ma per gli sfratti arrivano le “brigate” private</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 15:47:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Spagna del governo guidato da Pedro Sánchez, dove la tutela degli inquilini e il diritto all’abitazione occupano da anni un posto centrale nell’agenda politica, il mercato ha trovato una soluzione decisamente meno “sociale” per uno dei problemi più complicati<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella Spagna del governo guidato da Pedro Sánchez, dove la tutela degli inquilini e il diritto all’abitazione occupano da anni un posto centrale nell’agenda politica, il mercato ha trovato una soluzione decisamente meno “sociale” per uno dei problemi più complicati del Paese: le società private specializzate nella cosiddetta “desokupación”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono poliziotti e non eseguono provvedimenti giudiziari. Sono operatori assoldati dai proprietari per convincere occupanti abusivi, inquilini morosi o persone rimaste negli appartamenti dopo la scadenza del contratto a liberare l’immobile. Un settore che negli ultimi anni è cresciuto rapidamente: un’indagine indipendente ha censito almeno 50 imprese di questo tipo con attività documentata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, mentre lo Stato interviene per prorogare contratti e rafforzare alcune protezioni degli affittuari – nell’aprile 2026 il ministero dei Diritti sociali e dei Consumi ha ricordato a 541 grandi operatori immobiliari l’obbligo, nei casi previsti dalla legge, di prolungare determinati contratti in scadenza – dall’altra parte del mercato immobiliare si moltiplicano squadre private chiamate a risolvere ciò che tribunali e procedure ordinarie impiegano mesi, e talvolta molto di più, ad affrontare. Il metodo dichiarato è quello della mediazione. Quello raccontato in diversi casi finiti sotto indagine è assai più muscolare: presenza costante davanti agli appartamenti, pressioni psicologiche, minacce di interventi sulle utenze, serrature cambiate e offerte economiche per ottenere la consegna delle chiavi. A Madrid queste società sono ormai una presenza visibile e operano in un settore che associa negoziazione, sicurezza privata e personale proveniente anche dal mondo degli sport da combattimento. Alcuni episodi hanno portato a denunce, arresti e inchieste giudiziarie per presunte coercizioni e violenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di welfare immobiliare al contrario: se la giustizia è lenta, il proprietario apre il portafoglio e chiama i muscoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base del fenomeno c’è però un problema abitativo tutt’altro che marginale. Nel 2024 in Spagna sono state registrate 16.426 denunce per occupazione illegale di immobili, in aumento del 7,4% rispetto all’anno precedente. Il dato equivale comunque a circa lo 0,06% dell’intero patrimonio abitativo nazionale e comprende situazioni molto differenti; la grande maggioranza dei casi riguarda immobili vuoti e non abitazioni principali sottratte ai residenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere il quadro ancora più complicato c’è la difficoltà nel recuperare rapidamente gli immobili. Secondo dati giudiziari citati dalla stampa spagnola, le procedure possono richiedere mediamente molti mesi e, in alcuni casi, avvicinarsi ai due anni. È esattamente in questo spazio – tra proprietà privata, emergenza abitativa e lentezza dei tribunali – che il business delle “desokupas” ha trovato terreno fertile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non sempre gli immobili occupati sono un problema da eliminare: per qualcuno sono diventati persino un investimento. Case gravate dalla presenza di occupanti possono essere acquistate a prezzi fortemente ridotti; dopo una trattativa economica per ottenere il rilascio, l’immobile torna sul mercato con un valore decisamente superiore. Un problema sociale, insomma, può trasformarsi in un modello di business.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È uno dei cortocircuiti della Spagna contemporanea: da una parte politiche pubbliche pensate per rafforzare la protezione abitativa, dall’altra proprietari che, esasperati dai tempi delle procedure, pagano società private per bussare alla porta degli occupanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mediazione sociale, evidentemente, può avere molte forme. In certi condomini spagnoli ha anche le spalle particolarmente larghe.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/paradosso-spagnolo-la-casa-e-un-diritto-ma-per-gli-sfratti-arrivano-le-brigate-private/">Paradosso spagnolo: la casa è un diritto, ma per gli sfratti arrivano le “brigate” private</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>«Banda di stranieri» aggredisce violentemente una coppia gay: circondati e presi a calci e pugni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 13:09:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una coppia di ragazzi di 29 anni è stata circondata e violentemente aggredita nel pieno centro di Bologna mentre camminava tenendosi per mano. L’episodio è avvenuto nella tarda serata di giovedì, in via del Borgo di San Pietro. Secondo quanto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una coppia di ragazzi di <strong>29 anni</strong> è stata circondata e violentemente aggredita nel pieno centro di <strong>Bologna</strong> mentre camminava tenendosi per mano. L’episodio è avvenuto nella tarda serata di giovedì, in <strong>via del Borgo di San Pietro</strong>. Secondo quanto raccontato dalle vittime, ad agire sarebbe stato un gruppo di circa <strong>dieci persone</strong>, descritte dai due giovani come in gran parte straniere. Gli aggressori non sono però ancora stati identificati e sono in corso gli accertamenti dei carabinieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto sarebbe iniziato poco prima delle <strong>2 di notte</strong>, quando i due 29enni stavano passeggiando sul marciapiede mano nella mano. Nei pressi di un bar avrebbero incrociato un giovane, indicativamente tra i 20 e i 30 anni, che avrebbe cominciato a rivolgere loro insulti a sfondo omofobo, intimando alla coppia di non tenersi per mano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dalle parole si sarebbe passati rapidamente alla violenza. Il giovane sarebbe stato raggiunto da altre persone e il gruppo avrebbe <strong>circondato la coppia, colpendola con calci e pugni</strong>. La violenza si sarebbe concentrata soprattutto su uno dei due ragazzi. Entrambe le vittime sono cittadini italiani, anche se uno dei due è nato in Germania.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due sono riusciti infine a sottrarsi al pestaggio e a correre fino a <strong>piazza di Porta Mascarella</strong>, da dove hanno chiesto aiuto. Sul posto sono arrivati i carabinieri del <strong>Nucleo Radiomobile</strong> e i sanitari del 118. Uno dei giovani, sotto choc e ferito nell’aggressione, è stato accompagnato al <strong>Sant’Orsola</strong> per gli accertamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento dell’arrivo delle forze dell’ordine, del gruppo non c’era più traccia. Le indagini sono affidate ai carabinieri della stazione di Bologna, che stanno analizzando le <strong>immagini delle telecamere di videosorveglianza</strong> presenti nella zona per cercare di risalire agli autori dell’aggressione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo la testimonianza resa dalle vittime, gli aggressori potrebbero essere di origine straniera e alcuni sarebbero stati descritti come probabilmente africani. Si tratta però, allo stato attuale, di indicazioni testimoniali: <strong>l’identità e l’origine dei responsabili non sono ancora state accertate</strong>.</p>
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		<title>Chi paga davvero le tasse in Italia? E chi paga anche per gli evasori &#8211; Prima puntata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:33:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima puntata &#8211; di Umberto Baldo Confesso che quando il direttore di Tviweb mi ha detto: «Mi sono rotto il cazzo degli evasori. Iniziamo una campagna stampa contro chi evade le tasse?», ho pensato che avesse perfettamente ragione.Perché l’evasione fiscale<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Prima puntata &#8211; di Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Confesso che quando il direttore di Tviweb mi ha detto: «Mi sono rotto il cazzo degli evasori. Iniziamo una campagna stampa contro chi evade le tasse?», ho pensato che avesse perfettamente ragione.<br>Perché l’evasione fiscale è uno di quei problemi italiani dei quali parliamo da decenni.<br>Ne parliamo nei programmi televisivi, nei comizi, nelle leggi finanziarie, nelle dichiarazioni dei ministri e naturalmente al bar.<br>Poi arriva puntualmente il momento in cui tutti diventano combattenti contro l&#8217;evasione.<br>Salvo scoprire, appena si prova a fare sul serio, che il problema è sempre qualcun altro.<br>E allora partiamo da una domanda molto semplice: Ma chi paga davvero le tasse in Italia?<br>Non è una domanda ideologica.<br>È una domanda che possiamo rivolgere direttamente ai numeri.<br>In Italia sono circa 42,6 milioni le persone fisiche che presentano una dichiarazione dei redditi. E una parte enorme di questi contribuenti dichiara redditi molto bassi.<br>Quasi 16 milioni dichiarano meno di 15.000 euro.<br>Attenzione: questo non significa affatto che siano 16 milioni di evasori.<br>Un reddito dichiarato basso può avere moltissime spiegazioni perfettamente legittime.<br>Ed è proprio per questo che bisogna stare lontani dalle semplificazioni da bar.<br>Ma quei numeri ci dicono comunque qualcosa.<br>Ci dicono che la platea sulla quale si concentra il reddito imponibile è molto più ristretta di quanto immaginiamo.<br>E quando guardiamo chi paga l&#8217;IRPEF, il quadro diventa ancora più interessante.<br>La parte largamente prevalente dell&#8217;imposta sul reddito arriva da lavoratori dipendenti e pensionati.<br>Non è una questione di opinioni. È una questione di struttura del sistema fiscale.<br>Del resto il motivo è abbastanza semplice. Il lavoratore dipendente riceve lo stipendio e trova già la trattenuta fiscale. Il pensionato riceve la pensione e trova già la trattenuta fiscale.<br>Non devono ricordarsi di dichiarare quanto hanno guadagnato.<br>Lo Stato lo sa già.<br>Diciamo che, sotto questo profilo, il contribuente dipendente gode di una straordinaria certezza: il Fisco non rischia di perderlo di vista.<br>Poi ci sono altri contribuenti, per i quali la situazione è diversa.<br>Non significa che siano evasori.<br>Significa che, per determinate categorie di reddito, il sistema deve affidarsi maggiormente a ciò che viene dichiarato e ai controlli successivi.<br>Ed è proprio qui che nasce il problema.<br>Perché se una parte del reddito sfugge alla tassazione, il fabbisogno dello Stato non evapora insieme all&#8217;evasore.<br>I soldi che mancano devono comunque essere trovati.<br>E quindi il peso finisce, inevitabilmente, su chi le tasse le paga.<br>Secondo le stime ufficiali del Ministero dell&#8217;Economia, nel 2021 il cosiddetto tax gap fiscale e contributivo era di circa 83,6 miliardi di euro.<br>Non significa che ci siano 83,6 miliardi chiusi in una cassaforte che lo Stato potrebbe semplicemente andare a prendere.<br>Il tax gap è una stima del gettito che, secondo la metodologia utilizzata, non viene versato rispetto a quello teoricamente dovuto.<br>Ma anche prendendolo per quello che è, una stima, rimane un numero enorme.<br>E allora la domanda diventa inevitabile: Chi paga per quella parte che non viene pagata?<br>Perché lo Stato continua comunque a dover pagare pensioni, sanità, scuola, sicurezza, trasporti, interessi sul debito pubblico e tutto il resto.<br>Non esiste una casella del bilancio dello Stato con scritto: &#8220;Questa spesa non la facciamo perché qualcuno non ha pagato le tasse.&#8221;<br>La spesa resta. Ed il conto, prima o poi, arriva.<br>È qui che l&#8217;evasione fiscale smette di essere soltanto una questione di legalità.<br>Diventa una questione di equità tra contribuenti.<br>Perché se io non posso scegliere se dichiarare il mio reddito per intero, mentre qualcun altro ha maggiori possibilità di sottrarne una parte al Fisco, non siamo più soltanto davanti a due comportamenti fiscali diversi.<br>Siamo davanti a due contribuenti che partecipano in modo diverso al finanziamento dello stesso Stato.<br>E questo è il punto sul quale vale la pena riflettere.<br>Non stiamo sostenendo che chi dichiara poco sia automaticamente un evasore.<br>Non stiamo sostenendo che una categoria professionale sia composta da evasori.<br>Non stiamo nemmeno sostenendo che lo Stato sia sempre e comunque vittima innocente.<br>Stiamo ponendo una domanda: in un Paese nel quale tutti pretendono sanità, pensioni, scuola, strade, sicurezza e servizi, su quanti contribuenti grava realmente il finanziamento dello Stato?<br>Perché forse il problema italiano non è soltanto che si evade troppo.<br>Forse è anche che a pagare tutto il dovuto sono soprattutto quelli che non hanno la possibilità di scegliere se farlo oppure no.<br>E questa è una questione che merita qualche riflessione.<br>Ma c&#8217;è un numero che merita di essere guardato ancora più da vicino.<br>Quello degli italiani che dichiarano redditi molto bassi.<br>Perché a questo punto viene spontanea una domanda che non è né di destra né di sinistra, né liberale né socialista, né di governo né di opposizione.<br>È semplicemente una domanda di buon senso.<br>Ma come fanno a vivere?</p>
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		<title>Aruba in down: boom di segnalazioni per la posta elettronica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:24:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[TECNOLOGIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Disservizi per Aruba nella mattinata di lunedì 28 settembre 2026. A partire dalle 9 circa numerosi utenti hanno iniziato a segnalare difficoltà nell’utilizzo di alcuni servizi digitali del provider, con un rapido aumento delle segnalazioni registrate anche sulla piattaforma Downdetector.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Disservizi per Aruba nella mattinata di lunedì 28 settembre 2026. A partire dalle 9 circa numerosi utenti hanno iniziato a segnalare difficoltà nell’utilizzo di alcuni servizi digitali del provider, con un rapido aumento delle segnalazioni registrate anche sulla piattaforma Downdetector.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intorno alle 9.40 le segnalazioni avevano già superato quota 1.900. La maggior parte dei problemi sembra riguardare la posta elettronica. A seconda del momento in cui sono stati rilevati i dati, tra il 71 e il 74% delle segnalazioni risultava collegato ai servizi mail, con particolare riferimento alla Webmail PEL, il servizio di posta elettronica destinato alle pubbliche amministrazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli utenti interessati dal malfunzionamento hanno segnalato soprattutto impossibilità di accedere alla casella di posta oppure tempi di caricamento particolarmente lunghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una quota pari a circa il 17% delle segnalazioni ha invece riguardato problemi di connettività, mentre un ulteriore 7% è stato associato a hosting e siti web.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutti i servizi Aruba, tuttavia, sembrano essere coinvolti. Secondo le verifiche effettuate nel corso della mattinata, l’accesso al pannello di controllo dei domini non avrebbe mostrato particolari criticità. Regolare sarebbe risultato anche il funzionamento delle caselle di posta elettronica personali, sia attraverso l’interfaccia web sia utilizzando programmi esterni come Thunderbird.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La situazione resta comunque in evoluzione e i dati disponibili derivano principalmente dalle segnalazioni degli utenti raccolte da Downdetector, dai social network e dalle testimonianze dirette. La distribuzione percentuale dei problemi può quindi cambiare con il passare delle ore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al momento non risultano comunicazioni ufficiali di Aruba sulle cause del disservizio né indicazioni precise sui tempi necessari per il completo ritorno alla normalità. Punto Informatico ha riferito di avere contattato un portavoce dell’azienda per ottenere maggiori informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Restano quindi da chiarire sia l’origine dei malfunzionamenti sia la reale estensione del problema. Le segnalazioni raccolte finora indicano comunque che le maggiori difficoltà si stanno concentrando sui servizi di posta elettronica.</p>
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		<title>Due lingue, due mondi. La madre, il figlio e l’Occidente. L’integrazione a senso unico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 08:18:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Le camminate del primo mattino hanno un pregio: ogni tanto ti fanno incontrare la realtà prima che venga passata al frullatore della politica, delle ideologie e del politicamente corretto.Quotidianamente lungo la strada verso le scuole elementari, mi imbatto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le camminate del primo mattino hanno un pregio: ogni tanto ti fanno incontrare la realtà prima che venga passata al frullatore della politica, delle ideologie e del politicamente corretto.<br>Quotidianamente lungo la strada verso le scuole elementari, mi imbatto in una scena normalissima.<br>Una madre straniera ed il suo bambino, o bambina.<br>Lei con il capo velato ed un abbigliamento che la rende immediatamente riconoscibile come appartenente ad un&#8217;altra cultura (il solito camicione informe).<br>E qui arriva la parte che mi ha fatto pensare.<br>Il bambino parlava un italiano perfetto.<br>La madre gli rispondeva nella propria lingua.<br>Non so quale fosse. Arabo, forse. O una lingua slava. Non importa.<br>Si capivano benissimo. Una scena normalissima, si dirà. E probabilmente lo era.<br>Ma proprio perché era normalissima, mi sono chiesto se non nascondesse qualcosa di molto meno innocente.<br>Perché il bambino sembrava già perfettamente dentro il nostro mondo. La madre quasi estranea.<br>Naturalmente non ho la minima idea di quanto italiano conoscesse quella donna.<br>Potrebbe parlarlo benissimo. Potrebbe aver semplicemente scelto di parlare al figlio nella lingua della propria famiglia. E sarebbe anche comprensibile.<br>Ma se quella scena non fosse soltanto una questione linguistica?<br>Se la lingua fosse soltanto il segnale più evidente di una distanza culturale più profonda?<br>Perché l&#8217;integrazione non consiste soltanto nel vivere fisicamente in un Paese.<br>Consiste anche nel riconoscersi, almeno in parte, nella società nella quale si vive.<br>E qui nasce il problema.<br>Possiamo accettare che una persona conservi la propria lingua, la propria religione, le proprie tradizioni e persino il proprio modo di vestire. Ci mancherebbe.<br>Ma dove finisce la legittima conservazione della propria identità e dove comincia il rifiuto di entrare nella società che ti ospita?<br>È una linea sottile. E forse il problema delle nostre società occidentali è proprio che abbiamo smesso di porci questa domanda.<br>Soprattutto negli ambienti cosiddetti ”progressisti” abbiamo trasformato l&#8217;integrazione in una specie di processo a senso unico.<br>Noi dobbiamo capire loro. Noi dobbiamo rispettare le loro tradizioni. Noi dobbiamo accettare le loro differenze. Noi dobbiamo evitare accuratamente di chiedere loro qualcosa in cambio.<br>Ma l&#8217;integrazione, se vogliamo chiamarla così, non dovrebbe essere un contratto a senso unico.<br>E allora quella madre e quel bambino diventano quasi un’immagine simbolica dell&#8217;Occidente contemporaneo.<br>Il figlio parla la lingua del Paese nel quale vive. La madre continua a parlare la lingua della società dalla quale proviene.<br>Il figlio corre verso il mondo nuovo. La madre sembra tenere un piede ben piantato nel vecchio.<br>E magari è soltanto una mia impressione. Ma il velo, l&#8217;abbigliamento, la lingua, e soprattutto il modo diverso di rapportarsi con la società circostante compongono un&#8217;immagine che qualche domanda la pone.<br>Perché possiamo anche raccontarci che l&#8217;integrazione sia già riuscita.<br>Ma se ad integrarsi sono soprattutto i figli, mentre una parte dei genitori continua a vivere dentro comunità culturalmente separate, non stiamo forse semplicemente aspettando che sia la seconda generazione a fare il lavoro che la prima non ha voluto o non ha potuto fare?<br>Ma forse quell’immagine ci sta dicendo una cosa molto semplice: i bambini si integrano molto più velocemente degli adulti.<br>La domanda, allora, non è se sia bello o brutto che una madre parli al figlio nella propria lingua.<br>La domanda è un&#8217;altra: quando vediamo per strada una madre che parla nella sua lingua ed un figlio che le risponde in italiano, stiamo guardando il successo dell&#8217;integrazione del figlio od il ritardo dell&#8217;integrazione della madre?<br>Forse, semplicemente, stiamo guardando entrambe le cose.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Gli Houthi non sono “gli iraniani dello Yemen”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 07:31:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Abbiamo preso l&#8217;abitudine di chiamare ogni milizia che combatte contro qualcuno il “proxy” di qualcun altro.E’ un modo molto comodo per non studiare la storia.Così gli Houthi diventano semplicemente “gli iraniani dello Yemen”, l&#8217;Arabia Saudita diventa il bastione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo preso l&#8217;abitudine di chiamare ogni milizia che combatte contro qualcuno il “proxy” di qualcun altro.<br>E’ un modo molto comodo per non studiare la storia.<br>Così gli Houthi diventano semplicemente “gli iraniani dello Yemen”, l&#8217;Arabia Saudita diventa il bastione sunnita che li combatte, e tutto sembra risolto: Iran contro Arabia Saudita, sciiti contro sunniti, fine della spiegazione.<br>Peccato che lo Yemen, nella sua storia, sia parecchio più complicato.<br>Lo Yemen è una delle culle di civilizzazione più antiche del mondo, noto nell&#8217;antichità classica come parte dell&#8217;Arabia Felix (Arabia Fortunata) per via della sua prosperità, e della ricchezza dei suoi commerci.<br>Questa terra millenaria deve la sua importanza storica alla posizione geopolitica strategica tra il Mar Rosso e l&#8217;Oceano Indiano, che la rese il fulcro delle antiche rotte commerciali di incenso, mirra e spezie.<br>Tra i regni più celebri dello Yemen antico ci fu quello di Saba, legato al mito biblico e coranico della Regina di Saba&#8230;<br>Ecco perché gli Houthi non sono “nati a Teheran”.<br>L&#8217;Iran è arrivato dopo, molto dopo, trovando una frattura già aperta e trasformandola in uno strumento geopolitico.<br>E questa distinzione non è affatto secondaria.<br>Tra Arabia Saudita e Yemen esiste infatti una storia di diffidenze, guerre, confini contestati, rivalità tribali ed interferenze politiche che viene da molto prima della Repubblica islamica iraniana e persino da prima che gli Houthi esistessero.<br>Bisogna tornare agli anni Trenta.<br>Nel 1934 Arabia Saudita e Yemen si fecero la guerra anche per una questione territoriale. Le regioni di Asir, Jizan e Najran, oggi saudite, erano state a lungo contese, e nello Yemen continuano ad essere percepite come parte di una storia nazionale sottratta.<br>Il confine sarebbe stato formalizzato definitivamente soltanto nel 2000, con il Trattato di Gedda.<br>Ma le frontiere possono essere tracciate con un righello. Molto più difficile è cancellarle dalla memoria.<br>Poi c&#8217;è il problema più generale del rapporto fra Riyadh e Sana&#8217;a.<br>Per l&#8217;Arabia Saudita lo Yemen non è mai stato semplicemente il Paese che sta dall&#8217;altra parte del confine.<br>È stato il cortile di casa.<br>Un cortile povero, turbolento, densamente popolato e spesso difficilissimo da governare, nel quale Riyadh ha cercato per decenni di mantenere una forte influenza attraverso denaro, rapporti con le tribù, alleanze politiche e sostegno ai diversi attori yemeniti.<br>Non per beneficenza, naturalmente. Perché per Riyadh uno Yemen instabile è un problema, ma uno Yemen controllato da una forza ostile può diventare una minaccia strategica.<br>E qui arriviamo alla questione religiosa.<br>Gli Houthi appartengono allo zaydismo, una corrente dello sciismo con una storia profondamente radicata nello Yemen settentrionale, e che non può essere semplicemente sovrapposta allo sciismo iraniano.<br>Per secoli gli imam zayditi hanno governato gran parte dello Yemen del Nord.<br>Poi arrivarono la Repubblica, le guerre civili e la crescente influenza saudita.<br>Negli anni Ottanta e Novanta Riyadh sostenne anche la diffusione del salafismo nel nord del Paese, entrando in competizione con l&#8217;antica identità religiosa zaydita.<br>È proprio in questo ambiente che negli anni Novanta nacque il movimento dal quale sarebbero usciti gli Houthi.<br>E qui la storia presenta un&#8217;altra delle sue ironie.<br>Negli anni Sessanta l&#8217;Arabia Saudita aveva sostenuto i monarchici zayditi nella guerra civile contro i repubblicani appoggiati dall&#8217;Egitto di Nasser.<br>Oggi Riyadh combatte gli Houthi zayditi sostenuti dall&#8217;Iran.<br>Cambiano gli amici, cambiano i nemici. Resta lo Yemen.<br>Poi è arrivato Teheran.<br>Il sostegno iraniano ha fornito agli Houthi armi, tecnologia e know how militare, contribuendo a trasformare una milizia locale in un attore capace di proiettare la propria minaccia ben oltre i confini yemeniti.<br>Ma anche qui bisogna stare attenti a non capovolgere causa ed effetto.<br>Gli Houthi non sono una creatura iraniana comparsa dal nulla.<br>L&#8217;Iran ha trovato negli Houthi uno strumento straordinariamente utile per proiettare la propria influenza nella penisola arabica.<br>Ed è qui che la vecchia storia yemenita diventa una questione globale.<br>Perché lo Yemen si affaccia sul Bab el-Mandeb, il passaggio marittimo che collega il Mar Rosso all&#8217;Oceano Indiano.<br>Chi riesce a minacciare quel passaggio può disturbare una delle grandi arterie del commercio mondiale.<br>Ed è precisamente quello che gli Houthi hanno dimostrato di poter fare.<br>Passano da lì le petroliere. Passano le portacontainer. Passano merci destinate anche all&#8217;Europa.<br>Ed improvvisamente quella che sembrava l&#8217;ennesima guerra tribale e religiosa dall&#8217;altra parte del mondo diventa una questione che riguarda anche noi.<br>Per questo sarebbe un errore raccontare gli Houthi semplicemente come “il braccio iraniano nello Yemen”.<br>Ma sarebbe altrettanto ingenuo considerarli soltanto dei ribelli locali.<br>Sono il prodotto di una storia yemenita che viene da lontano, diventata oggi una pedina di una partita regionale molto più grande.<br>Confini, religione, tribù, rivalità fra potenze regionali, Iran, Arabia Saudita, e controllo delle rotte commerciali, si sono sovrapposti fino a trasformare una guerra locale in una minaccia internazionale<br>A conferma di ciò oggi c&#8217;è un elemento nuovo, e decisamente più inquietante.<br>Gli Houthi non si limitano più a combattere in Yemen o a minacciare il traffico nel Mar Rosso. Negli ultimi giorni hanno intensificato gli attacchi con missili e droni contro il territorio saudita, mentre Riyadh ha denunciato anche minacce nei confronti dell&#8217;area della Mecca.<br>Le autorità saudite hanno parlato di una vera e propria linea rossa. Gli Houthi, naturalmente, negano di avere deliberatamente preso di mira le città sante di Medina e La Mecca.<br>Ma la novità più significativa è un&#8217;altra.<br>L&#8217;Arabia Saudita ha chiesto a Turchia e Pakistan di discutere un possibile sostegno militare nell&#8217;ambito del nuovo accordo di difesa trilaterale firmato ad agosto.<br>E i Capi di stato maggiore dei tre Paesi si sono già incontrati a Riyadh per esaminare come dare attuazione a quell&#8217;intesa.<br>È ancora presto per dire che Turchia e Pakistan entreranno militarmente nella guerra. Anzi, entrambi hanno finora mostrato cautela.<br>Ma il semplice fatto che Riyadh abbia dovuto rivolgersi ad Ankara e Islamabad dice già qualcosa.<br>Perché a questo punto la domanda non è più soltanto chi controlla lo Yemen.<br>La domanda è quanto possa allargarsi il conflitto.<br>E quando entrano in gioco Arabia Saudita, Iran, Turchia, Pakistan, Stati Uniti e le rotte commerciali del Mar Rosso, quella che sembrava una guerra lontana comincia ad assomigliare pericolosamente a qualcosa di molto più grande.<br>È proprio qui che la vecchia storia dello Yemen incontra la geopolitica del XXI secolo.<br>E noi europei siamo lì, in mezzo, con le nostre navi cariche di merci che devono attraversare quel tratto di mare.<br>Perché c&#8217;è una lezione che i nostri “pacifisti” continuano ostinatamente a non imparare: le guerre degli altri diventano molto spesso, prima o poi, anche affari nostri.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Estremismo suprematista e neonazista fra minorenni, perquisizioni in Italia: indagini anche in Veneto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 14:30:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Coinvolti 14 minorenni e tre maggiorenni residenti in diverse regioni. L’operazione, coordinata dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione e dai comandi provinciali dei Carabinieri, ha visto impegnate anche la Digos di Verona e il Ros. Sequestrate armi bianche, materiale<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Coinvolti 14 minorenni e tre maggiorenni residenti in diverse regioni. L’operazione, coordinata dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione e dai comandi provinciali dei Carabinieri, ha visto impegnate anche la Digos di Verona e il Ros. Sequestrate armi bianche, materiale con simbologia nazista e dispositivi elettronici utilizzati per la propaganda.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Diciassette perquisizioni personali, locali e informatiche nei confronti di 14 minorenni e tre maggiorenni residenti in diverse regioni italiane. È il bilancio dell’operazione condotta nell’ambito di un’indagine sull’estremismo suprematista e neonazista che ha coinvolto anche il Veneto e, in particolare, Verona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A eseguire i provvedimenti sono stati i poliziotti della Digos della Questura di Verona, coordinati dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione, insieme alle Digos di Napoli, Benevento, Brescia e Trento e ai militari del Ros, sotto il coordinamento dei comandi provinciali dei Carabinieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e di addestramento ad attività con finalità di terrorismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’indagine è nata dall’attività di monitoraggio dei canali online riconducibili all’area accelerazionista, suprematista e neonazista. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati partecipavano attivamente a due gruppi presenti su un noto social network privato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno dei gruppi, denominato “Chat del Nuovo Ordine Europeo”, era incentrato sulla propaganda dell’ideologia nazista, sulla supremazia della razza bianca, sull’antisemitismo e sul negazionismo dell’Olocausto. Al suo interno sarebbero stati diffusi anche manuali per la realizzazione di ordigni esplosivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri partecipanti facevano invece parte di “F.F.I. – Fronte Fascista Italiano”, gruppo nel quale, secondo gli investigatori, venivano promossi odio e violenza nei confronti di ebrei, persone di colore e appartenenti alla comunità LGBTQ+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso delle perquisizioni sono state sequestrate armi bianche, vessilli e oggetti che richiamano la simbologia nazista, oltre a numerosi dispositivi elettronici ritenuti utilizzati per la diffusione dei messaggi di propaganda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">All’interno dei gruppi sarebbero stati inoltre condivisi e promossi manifesti e documenti relativi alle stragi compiute da attentatori suprematisti, con descrizioni dettagliate delle armi impiegate e delle modalità delle azioni. Gli investigatori hanno riscontrato anche contenuti di esaltazione di Adolf Hitler, delle SS e della simbologia fascista e suprematista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il materiale circolato nelle chat figuravano inoltre tutorial sul maneggio di armi da fuoco e armi bianche e manuali dedicati alla costruzione e all’innesco di ordigni esplosivi artigianali, con indicazioni finalizzate ad aumentarne la capacità offensiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo quanto emerso dall’indagine, alcuni degli indagati avrebbero partecipato anche a sessioni di gioco interattivo utilizzate per ricreare virtualmente scene di violenza e simulazioni di eliminazione di minoranze etniche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’operazione si inserisce nell’attività di prevenzione e contrasto dei fenomeni di radicalizzazione online e delle forme di estremismo violento, con particolare attenzione alla diffusione di propaganda suprematista e neonazista tra i più giovani.</p>
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		<title>Ecco la Barbie Pig! La creatura rosa che vive a 5mila metri di profondità nel Pacifico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 10:20:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha un colore rosa acceso, un corpo morbido e un aspetto così insolito da essersi guadagnata un soprannome immediatamente diventato virale: “Barbie Pig”. La curiosa creatura degli abissi è uno dei protagonisti di How Deep Is Your Love, il nuovo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ha un colore rosa acceso, un corpo morbido e un aspetto così insolito da essersi guadagnata un soprannome immediatamente diventato virale: “Barbie Pig”. La curiosa creatura degli abissi è uno dei protagonisti di <em>How Deep Is Your Love</em>, il nuovo documentario dedicato alla vita sul fondo dell’Oceano Pacifico raccontato in questi giorni dal <strong>Guardian</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si tratta di un cetriolo di mare appartenente alla famiglia degli Elpidiidae, animali adattati a vivere nelle condizioni estreme delle grandi profondità oceaniche. L’esemplare è stato osservato nella <strong>Clarion-Clipperton Zone</strong>, una vastissima area del Pacifico situata tra le Hawaii e il Messico, a circa <strong>5.000 metri sotto la superficie del mare</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quelle profondità la luce del Sole non arriva e le temperature sono vicine allo zero. Eppure il fondale ospita una sorprendente biodiversità, ancora in gran parte sconosciuta. Il “Barbie Pig”, con il suo caratteristico colore rosa, si muove lentamente sul fondo oceanico alla ricerca del materiale organico che precipita dagli strati superiori del mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi cetrioli di mare svolgono infatti un ruolo importante nell’ecosistema: ingerendo detriti e sedimenti contribuiscono al riciclo della materia organica sui fondali. Alcune specie della stessa famiglia hanno sviluppato robuste appendici che permettono loro di “camminare” sul terreno abissale e strutture allungate attorno alla bocca per raccogliere il cibo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le immagini sono state raccolte durante le missioni scientifiche nella Clarion-Clipperton Zone, dove i ricercatori del <strong>Natural History Museum di Londra</strong> studiano organismi che in molti casi potrebbero essere ancora sconosciuti alla scienza. Il robot sottomarino Isis impiega circa cinque ore per raggiungere il fondale a cinque chilometri di profondità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è l’unico animale dall’aspetto bizzarro incontrato dagli scienziati. Nelle profondità del Pacifico sono stati osservati anche organismi soprannominati “Headless Chicken Monster”, mostro pollo senza testa, e “Psychedelic Elvis Worm”, nomi informali utilizzati dai ricercatori per descrivere creature dalle forme e dai colori particolarmente insoliti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro la curiosità suscitata dal “Barbie Pig” c’è però anche una questione ambientale molto seria. La Clarion-Clipperton Zone è ricca di <strong>noduli polimetallici</strong>, formazioni minerali che contengono metalli di grande interesse industriale. L’area è quindi al centro del dibattito internazionale sulla possibilità di avviare attività minerarie nei fondali oceanici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo gli scienziati, molte delle specie che abitano questi ecosistemi potrebbero essere particolarmente vulnerabili alle alterazioni provocate dall’estrazione mineraria. I noduli, inoltre, crescono con estrema lentezza: possono essere necessari milioni di anni perché raggiungano dimensioni di pochi centimetri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il documentario <em>How Deep Is Your Love</em>, diretto da Eleanor Mortimer, segue una squadra di ricercatori impegnata proprio nello studio di questo ambiente remoto e dovrebbe arrivare in alcuni cinema britannici il <strong>2 ottobre 2026</strong>. L’obiettivo è mostrare un mondo quasi completamente invisibile all’uomo: secondo quanto riportato dal Guardian, soltanto una minuscola parte delle profondità oceaniche è stata finora osservata direttamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio una creatura apparentemente buffa come il “Barbie Pig” a ricordare quanto poco sappiamo ancora della vita che popola il pianeta a migliaia di metri sotto la superficie del mare.</p>
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		<title>Tumori cerebrali, diagnosi in due ore anziché otto settimane: il nuovo test sperimentato dall’NHS</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 10:12:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ridurre da alcune settimane a poche ore il tempo necessario per identificare con precisione un tumore cerebrale. È l’obiettivo di un nuovo test genomico che il servizio sanitario inglese, l’NHS, ha iniziato a sperimentare in alcuni centri specialistici. A raccontare<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ridurre da alcune settimane a poche ore il tempo necessario per identificare con precisione un tumore cerebrale. È l’obiettivo di un nuovo test genomico che il servizio sanitario inglese, l’NHS, ha iniziato a sperimentare in alcuni centri specialistici. A raccontare la novità è la <strong>BBC</strong>, in un servizio del suo medical editor Fergus Walsh.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova tecnologia potrebbe ridurre i tempi per una diagnosi completa da sei-otto settimane a circa <strong>due ore</strong>, consentendo ai medici di conoscere più rapidamente il tipo di tumore e quindi di programmare trattamenti come chemioterapia e radioterapia senza attendere per settimane i risultati delle analisi molecolari tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto centrale è infatti la capacità di analizzare rapidamente il <strong>profilo genetico del tumore</strong>. Esistono circa 150 differenti tipi di tumore cerebrale, con caratteristiche, aggressività e risposta alle terapie molto diverse. Sapere esattamente con quale neoplasia si ha a che fare può quindi incidere in maniera significativa sulle decisioni cliniche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il test parte da piccoli campioni di tessuto prelevati durante l’intervento chirurgico. Il materiale viene preparato in laboratorio e inserito in un sequenziatore prodotto da <strong>Oxford Nanopore</strong>, un apparecchio di dimensioni relativamente contenute. Le molecole di Dna attraversano minuscoli pori e vengono analizzate attraverso un software sviluppato dall’Università di Nottingham insieme ai medici ospedalieri, permettendo di ricostruire una sorta di impronta genomica del tumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La BBC racconta il caso di <strong>Steve Palmer, 55 anni, di Nottingham</strong>, al quale era stato scoperto un tumore cerebrale dopo un malore mentre si trovava in palestra. Durante l’operazione al Queen’s Medical Centre, il nuovo sistema ha consentito di ottenere già dopo circa 20 minuti di sequenziamento un’indicazione secondo cui si trattava probabilmente di un <strong>glioblastoma di grado 4</strong>. Il risultato è arrivato quando l’intervento chirurgico era ancora in corso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un’informazione così rapida potrebbe avere conseguenze anche sul modo di operare. Per alcuni tumori, infatti, può essere importante rimuovere quanto più tessuto possibile; in altri casi, particolarmente aggressivi e non completamente asportabili, il chirurgo potrebbe scegliere un approccio più prudente per ridurre il rischio di danneggiare aree sane del cervello.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La diagnosi genomica permette inoltre di ottenere informazioni molto più dettagliate rispetto alla sola osservazione delle cellule al microscopio. Il vantaggio non riguarderebbe soltanto l’inizio più rapido delle cure: conoscere in tempi brevi il profilo molecolare della malattia potrebbe favorire anche l’accesso dei pazienti a <strong>studi clinici e terapie sperimentali</strong> compatibili con le caratteristiche del loro tumore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Regno Unito ogni anno vengono diagnosticati più di <strong>12 mila tumori cerebrali primitivi</strong>. Secondo i dati riportati dalla BBC, i tumori cerebrali rappresentano inoltre la principale causa di morte per cancro tra bambini e adulti sotto i 40 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">NHS England ha previsto una prima sperimentazione in cinque centri specialistici: Nottingham University Hospitals, University Hospitals Birmingham, Great Ormond Street Hospital e King’s College Hospital a Londra e Newcastle Hospitals. In una fase successiva il progetto dovrebbe estendersi anche a <strong>Bristol, Oxford, Leeds e Manchester</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’obiettivo dichiarato dal servizio sanitario inglese è raccogliere sufficienti evidenze sulla sicurezza, l’affidabilità e l’efficacia del sistema per valutare in futuro l’introduzione del test genomico rapido nella pratica ordinaria dell’NHS. Per i pazienti significherebbe soprattutto ridurre una delle fasi più difficili del percorso oncologico: l’attesa della diagnosi definitiva prima di poter iniziare la terapia più appropriata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La notizia è stata pubblicata dalla <strong>BBC il 25 settembre 2026</strong>. <a target="_blank" rel="noreferrer noopener" href="https://www.bbc.com/news/articles/cr3wj04d88ywo?utm_source=chatgpt.com">Leggi l’articolo originale della BBC</a></p>



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		<title>Auto senza autoradio, l’allarme parte dalla Francia: il rischio riguarda anche l’Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 08:32:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La radio potrebbe non essere più una presenza scontata nelle automobili del futuro. In Francia il settore radiofonico ha lanciato l’allarme dopo la comparsa sul mercato di vetture prive di ricevitori FM e DAB+ o nelle quali l’accesso alla radio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">La radio potrebbe non essere più una presenza scontata nelle automobili del futuro. In Francia il settore radiofonico ha lanciato l’allarme dopo la comparsa sul mercato di vetture prive di ricevitori FM e DAB+ o nelle quali l’accesso alla radio viene proposto come optional. Radio France, le emittenti private dell’Alliance de la Radio e le radio associative de Les Locales hanno chiesto al Governo francese di garantire per legge la possibilità di ascoltare gratuitamente la radio via etere su tutte le auto nuove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione nasce dall’evoluzione dei sistemi di infotainment. Su alcune vetture il tradizionale sintonizzatore viene sostituito da un sistema multimediale che permette di ascoltare musica e programmi attraverso applicazioni e piattaforme in streaming. In questo caso, però, la ricezione dipende da una connessione dati, da uno smartphone o dai servizi messi a disposizione dal costruttore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per le emittenti francesi non si tratta soltanto di tutelare il proprio mercato. Il settore richiama anche il ruolo della radio nelle emergenze, quando le reti mobili o Internet possono essere indisponibili. Nel comunicato del 21 settembre viene ricordato, tra gli altri casi, il blackout che colpì la Spagna nell’aprile 2025: secondo le radio francesi, mentre una parte delle infrastrutture mobili aveva smesso di funzionare, la diffusione radiofonica terrestre aveva continuato a consentire l’accesso alle informazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La battaglia si sta giocando sia a Parigi sia a Bruxelles. In Francia una proposta di legge sulla modernizzazione della radio, presentata dal senatore Laurent Lafon, è attesa in Aula al Senato il 13 ottobre 2026. Il testo punta anche a rafforzare la presenza della radio negli autoveicoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una situazione simile potrebbe verificarsi anche in Italia? La risposta è sì, almeno sulla base dell’attuale formulazione delle norme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La direttiva europea che disciplina la materia stabilisce infatti che, dal 21 dicembre 2020, ogni autoradio integrata in un nuovo veicolo di categoria M immesso sul mercato europeo debba essere in grado di ricevere e riprodurre almeno i servizi radio trasmessi attraverso la radiodiffusione digitale terrestre. Il punto decisivo è però proprio la presenza dell’“autoradio”: la norma stabilisce quali caratteristiche debba avere un ricevitore quando viene installato, ma non impone espressamente che tutte le automobili ne siano dotate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia il Codice delle comunicazioni elettroniche prevede analogamente che le autoradio vendute singolarmente o integrate nei nuovi veicoli delle categorie M e N siano dotate di un ricevitore capace di ricevere i servizi radio digitali terrestri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che emerge la stessa possibile “scappatoia” denunciata in Francia. La documentazione ufficiale trasmessa dall’Italia alla Commissione europea riconosce esplicitamente che l’obbligo del DAB+ riguarda i veicoli già equipaggiati con un’autoradio. Se il costruttore elimina completamente il ricevitore tradizionale e propone soltanto un sistema di infotainment collegato a Internet o allo smartphone, il veicolo non rientra formalmente nell’attuale obbligo di installare un ricevitore DAB+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema era già stato segnalato anche in Parlamento. Nei documenti del Senato viene evidenziata la presenza di modelli recenti nei quali l’autoradio tradizionale può essere sostituita da un infotainment collegato via Bluetooth allo smartphone, con la radio ascoltabile esclusivamente attraverso una connessione Internet.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia, tuttavia, si è già mossa per cercare di chiudere questa lacuna. Il progetto notificato a Bruxelles nell’ottobre 2025 prevede di estendere l’obbligo anche ai dispositivi connessi a Internet o capaci di riprodurre contenuti audio installati sui nuovi veicoli delle categorie M e N e su alcuni quadricicli, imponendo la possibilità di ricevere la radiodiffusione analogica e digitale terrestre DAB+.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo alcuni rilievi iniziali della Commissione europea, nel maggio 2026 Bruxelles ha giudicato soddisfacente la risposta fornita dalle autorità italiane. A giugno, però, una commissione del Senato sottolineava ancora la necessità che il legislatore nazionale procedesse all’adozione definitiva delle modifiche normative concordate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul mercato italiano, peraltro, la diffusione del DAB+ è già molto elevata: WorldDAB indica che, a luglio 2026, il 100% delle nuove automobili vendute in Italia risulta equipaggiato di serie con DAB+. La questione riguarda quindi soprattutto la possibilità che in futuro aumentino i modelli progettati senza un vero ricevitore radio terrestre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche a livello europeo la partita resta aperta. Il Digital Networks Act proposto dalla Commissione nel gennaio 2026 dovrebbe sostituire il vigente Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. Nella formulazione attuale, però, il testo continua a riferirsi alle autoradio “integrate” nelle nuove vetture, imponendo loro la capacità di ricevere la radio digitale terrestre: una formulazione che, da sola, non rende necessariamente obbligatorio installare un ricevitore su ogni automobile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso francese, dunque, riguarda direttamente anche l’Italia. Oggi il DAB+ è praticamente uno standard sulle nuove vetture vendute nel nostro Paese, ma dal punto di vista normativo resta una questione aperta: impedire che l’autoradio venga completamente eliminata e sostituita da servizi che funzionano esclusivamente attraverso Internet.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La scienza secondo l&#8217;algoritmo: piccolo bestiario del nutrizionista fai-da-te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:24:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano C&#8217;è una nuova figura professionale che nessuna università ha mai formato, che nessun ordine ha mai iscritto nei propri albi, e che pure oggi conta più seguaci di un primario di endocrinologia. Non ha fatto tirocinio, non<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una nuova figura professionale che nessuna università ha mai formato, che nessun ordine ha mai iscritto nei propri albi, e che pure oggi conta più seguaci di un primario di endocrinologia. Non ha fatto tirocinio, non ha sostenuto un esame di Stato, non risponde a nessuna commissione disciplinare. Ha fatto, questo sì, ventitré video in una settimana, e agli occhi di due milioni di persone questo pesa più di una laurea appesa al muro di uno studio medico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proviamo a censirli, questi apostoli del benessere spontaneo, con lo spirito paziente dell&#8217;entomologo che non giudica l&#8217;insetto ma lo classifica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Apre la rassegna il chimico pentito, quello che si firma «ex farmacista» o «biologo nutrizionista» con un tono da confessione, come se avesse lasciato la scienza ufficiale per amore della verità. Parla di «industria che nasconde», di «quello che i medici non ti dicono», canovaccio retorico vecchio quanto la piazza medievale del ciarlatano, oggi semplicemente verticale e in formato video breve. Il suo prodotto non è mai la conoscenza, è sempre in vendita: un integratore, un protocollo, un corso a pagamento spacciato per rivelazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli succede, per affinità di metodo, il banditore dell&#8217;ultimo pezzo, che non vende mai un prodotto ma una scadenza: il conto alla rovescia in sovrimpressione, la promozione «valida solo per le prossime tre ore», gli «ultimi cinque posti disponibili» che restano misteriosamente disponibili anche il mese seguente, con il medesimo conto alla rovescia ripartito da capo. È la tecnica di vendita più antica del mercato rionale, quella del banco che sta per chiudere, applicata a un negozio che in realtà non chiude mai: lo sconto è perenne, cambia solo il pretesto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più temibile per reputazione e fatturato è il guerriero del cortisolo, quello che ha trasformato un ormone dello stress – utile, misurabile solo con prelievi seriati e in contesti clinici precisi – in un mostro domestico responsabile di ogni pancia, ogni insonnia, ogni fallimento sentimentale. Vende gocce, tisane, pastiglie «anticortisolo» senza che nessuno, mai, abbia dosato il cortisolo di chi acquista. La diagnosi arriva prima dell&#8217;esame: è la medicina che ha rovesciato il metodo scientifico e lo ha rivenduto come rivoluzione del benessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non manca all&#8217;appello il fabbricante di trasformazioni, quello delle metamorfosi in dodici settimane, prima e dopo illuminati diversamente, pancia rientrata con un filtro e non con una dieta. Promette lo stesso risultato a chiunque abbia una carta di credito e ignori che la genetica, il sonno, il cortisolo autentico – quello reale, misurato – e il tempo libero per allenarsi non sono distribuiti in modo uguale tra gli esseri umani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di segno opposto, ma di identica sicurezza, il naturalista militante: per lui ogni sostanza sintetizzata in laboratorio è sospetta e ogni erba è benedetta a prescindere dal dosaggio, come se dimenticasse che la cicuta è naturalissima e la penicillina no. Predica il ritorno alla natura dallo smartphone di ultima generazione, con la connessione di ultima velocità e il microfono professionale comprato online.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Percorre invece il supermercato con la telecamera accesa il decodificatore di etichette, che grida all&#8217;additivo come un tempo si gridava all&#8217;untore, senza mai spiegare la dose, che in tossicologia è tutto, e senza mai citare un&#8217;autorità sanitaria che non sia se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Officia poi il rito del digiuno il guru intermittente, sacerdote della colazione saltata come panacea universale: risolverebbe simultaneamente il metabolismo, la concentrazione, l&#8217;umore e, nei video più audaci, anche l&#8217;autostima, senza distinguere mai tra chi può trarne beneficio sotto controllo medico e chi ha già un rapporto complicato con il cibo, categoria verso cui questi contenuti sono tutt&#8217;altro che innocui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiude la carrellata, ultimo arrivato ma già affollatissimo, l&#8217;oracolo del microbiota, che ha scoperto l&#8217;intestino come i naviganti scoprirono le Americhe e ora vende probiotici miracolosi basati su studi che, letti per intero e non nel titolo, dicono molto meno di quanto il video lasci intendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tratto comune, più del contenuto, è la grammatica: l&#8217;autorità sostituita dalla sicurezza espositiva, la citazione scientifica ridotta a parola-chiave, il «gli studi dimostrano» senza nome, autore, rivista, anno. È una medicina orale nel senso più antico, quella dei racconti tramandati, solo che qui il tramando dura quindici secondi ed è costruito per trattenere l&#8217;attenzione, non per curare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un fenomeno marginale: le autorità sanitarie europee e italiane segnalano da tempo la crescita di contenuti nutrizionali non verificati sui social, e diversi ordini dei medici e dei biologi nutrizionisti hanno più volte richiamato l&#8217;attenzione sul rischio di consigli alimentari o integrativi impartiti senza alcuna valutazione clinica individuale. Non servono cifre roboanti per dirlo: basta aprire l&#8217;applicazione e contare quanti, tra i primi dieci risultati per «cortisolo», indossano un camice che nessun ordine professionale ha mai firmato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Verrebbe da chiedersi come si esca da questo assedio gentile di consigli non richiesti. La risposta più onesta, e meno virale, è la più antica del mondo: un dietologo reale, un esame del sangue autentico, un dubbio coltivato più a lungo di un colpo di pollice sullo schermo. Nel frattempo, l&#8217;algoritmo continuerà a proporci il prossimo salvatore, con lo stesso ritmo e la stessa fiducia con cui un tempo il banditore di piazza proponeva l&#8217;elisir buono per tutto. Cambia il palco, non cambia la commedia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Medio Oriente.  E se fosse anche colpa degli dèi?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:22:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è una domanda che mi frulla in testa da qualche giorno.&#160; Da quando esiste l’uomo sulla Terra sono nati culti, religioni, riti, tradizioni, divinità e sistemi di credenze.&#160; Evidentemente l&#8217;uomo, oltre a mangiare, lavorare e litigare con il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è una domanda che mi frulla in testa da qualche giorno.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quando esiste l’uomo sulla Terra sono nati culti, religioni, riti, tradizioni, divinità e sistemi di credenze.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Evidentemente l&#8217;uomo, oltre a mangiare, lavorare e litigare con il vicino, ha sempre sentito il bisogno di interrogarsi su ciò che sta sopra di lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è una parte del mondo dove questa concentrazione di religioni, popoli, identità e memorie storiche non ha probabilmente eguali:&nbsp;<strong>il Medio Oriente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È lì che sono nate le tre grandi religioni monoteiste; Ebraismo, Cristianesimo e Islam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è anche una terra nella quale, nei secoli, hanno vissuto e si sono incontrate comunità e tradizioni diversissime: drusi, yazidi, zoroastriani, assiri, armeni, copti, maroniti, siriaci, curdi e molte altre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una straordinaria concentrazione di fedi ed identità in uno spazio geografico relativamente ristretto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse non è un caso che una terra così piccola abbia prodotto una quantità così enorme di storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema è che la storia, da quelle parti, sembra non voler mai finire.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora mi sono posto una domanda che, lo ammetto, non pretende di avere una risposta semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E se questa straordinaria concentrazione di religioni e identità avesse contribuito, almeno in parte, alla cronica instabilità della regione?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione: non sto dicendo che le religioni siano la causa delle guerre mediorientali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe una semplificazione tanto facile quanto sbagliata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è un altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Medio Oriente la religione non è mai stata soltanto una questione privata o spirituale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stata spesso identità, appartenenza, memoria storica, organizzazione sociale e anche strumento di potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando poi religione, etnia, territorio e politica finiscono per sovrapporsi, il compromesso diventa maledettamente difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo Gerusalemme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per noi può essere solo una città contesa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per ebrei, cristiani e musulmani è molto di più: è un luogo sacro, carico di una memoria religiosa e storica che precede di millenni gli Stati moderni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lo stesso discorso, con caratteristiche diverse, può essere fatto per la storica frattura fra sunniti e sciiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta semplicemente di due modi diversi di interpretare l&#8217;Islam. Nel corso dei secoli quella divisione si è intrecciata con dinastie, imperi, Stati, alleanze e conflitti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ancora oggi la rivalità fra Iran ed Arabia Saudita ha anche una dimensione confessionale, oltre ad essere una competizione geopolitica per l&#8217;influenza regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe un errore fermarsi alla religione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il Medio Oriente non è stato soltanto il crocevia delle grandi religioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È stato anche il crocevia degli imperi e delle potenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ottomani, persiani, britannici, francesi, russi, americani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi il petrolio, il gas, Suez, Hormuz, Bab el-Mandeb, le grandi rotte commerciali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma,&nbsp;<strong>Dio non è stato l&#8217;unico giocatore al tavolo.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E spesso, probabilmente, nemmeno quello che aveva le carte migliori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la caduta dell&#8217;Impero ottomano, inoltre, il vecchio ordine imperiale venne sostituito da nuovi Stati e nuovi confini, non sempre coincidenti con la complessa realtà etnica, religiosa e tribale dei territori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che forse emerge una differenza fondamentale con l&#8217;Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;Europa ha conosciuto secoli di guerre di religione. Ma, attraverso un percorso lungo e tutt&#8217;altro che indolore, è arrivata progressivamente alla separazione fra fede e potere politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riforma protestante, guerre di religione, Illuminismo, rivoluzioni liberali, nascita dello Stato moderno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Medio Oriente ha seguito un percorso storico diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ancora oggi, in molti Paesi, la religione può essere contemporaneamente fede, identità, appartenenza politica e legittimazione del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che noi occidentali facciamo tanta fatica a capire quella regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi tendiamo a separare ciò che là spesso rimane intrecciato: religione e politica, fede e identità, territorio e memoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando tutto questo si concentra nello stesso luogo, ogni conflitto diventa inevitabilmente più complicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che il Medio Oriente sia condannato alla guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che stiamo parlando di una regione nella quale&nbsp;<strong>gli uomini non combattono soltanto per il presente, ma spesso anche per ciò che credono sia accaduto migliaia di anni fa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torno alla domanda iniziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse una parte dell&#8217;instabilità del Medio Oriente dipende anche da questo straordinario intreccio di fede, identità, territorio, memoria e potere?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando la terra è sacra, la memoria è millenaria, ed il diritto viene fatto discendere direttamente da Dio,&nbsp;<strong>il compromesso diventa una parola terribilmente difficile da pronunciare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In definitiva, la straordinaria ricchezza spirituale del Medio Oriente non è una condanna intrinseca, ma la sua tragedia è stata quella di diventare il terreno in cui le fedi, cariche di assoluti, si sono scontrate con gli interessi più cinici della realpolitik mondiale.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse la tragedia di quella terra non è avere troppi dèi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>È avere troppi uomini convinti che il proprio Dio abbia consegnato loro, insieme alla fede, anche un pezzo di terra da difendere.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>La Quarta Svolta: quando una generazione dimentica la guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 07:19:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Sono passati più di ottant&#8217;anni dall&#8217;inizio della Seconda guerra mondiale E questo numero confesso, mi ha fatto tornare in mente una teoria incontrata anni fa e poi accantonata: la&#160;Generational Theory&#160;degli americani William Strauss e Neil Howe. La loro<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono passati più di ottant&#8217;anni dall&#8217;inizio della Seconda guerra mondiale</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo numero confesso, mi ha fatto tornare in mente una teoria incontrata anni fa e poi accantonata: la&nbsp;<em>Generational Theory</em>&nbsp;degli americani William Strauss e Neil Howe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La loro idea, ridotta all&#8217;osso, è che le società umane si muovano attraverso cicli di 80-100 anni, il classico&nbsp;<em>saeculum</em>&nbsp;latino, attraversando quattro stagioni.&nbsp;&nbsp;<strong>L&#8217;Alta epoca (<em>High</em>):</strong>&nbsp;il periodo post-crisi, caratterizzato da Istituzioni forti, coesione e ricostruzione.&nbsp;&nbsp;<strong>Il Risveglio (<em>Awakening</em>):</strong>&nbsp;la fase di contestazione e ricerca di libertà individuale.&nbsp;<strong>Il Disfacimento (<em>Unraveling</em>):</strong>&nbsp;il progressivo declino della fiducia nelle istituzioni.&nbsp;&nbsp;<strong>La Crisi (<em>Crisis</em>&nbsp;o Quarta Svolta):</strong>&nbsp;la fase culminante, nella quale le vecchie strutture vengono messe radicalmente in discussione e la società attraversa una grande crisi istituzionale o bellica, prima di un nuovo ciclo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sia chiaro: non è una legge della fisica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la storia europea, con il suo disordine e la sua complessità sanguinosa, sembra fatta apposta per smentirla. Dal Seicento in poi, tra guerre dinastiche, rivoluzioni e conflitti coloniali, il calendario degli ottant&#8217;anni lo abbiamo sistematicamente violato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure, lo confesso, questa teoria esercita su di me una suggestione forte, quasi ipnotica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia parte razionale, nutrita di storia e diritto, diffida d&#8217;istinto degli schemi troppo rigidi e delle formule d&#8217;oltreoceano buone per tutte le stagioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi però guardo il mondo attorno a noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E guardo questa Europa che, a distanza di un&#8217;intera vita umana, dal 1945 sembra aver smarrito proprio alcune delle ragioni per cui era stata costruita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che la teoria comincia ad inquietarmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse il numero 80 è sbagliato.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;intuizione di fondo potrebbe non esserlo:&nbsp;<strong>le società cambiano profondamente quando cambia la guardia generazionale, soprattutto quando si affievolisce la memoria diretta delle tragedie che hanno fondato il loro ordine politico.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi la guerra l&#8217;ha vista, subita e masticata non ha bisogno di studiare la geopolitica sui libri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sa cos&#8217;è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha conosciuto la fame, le sirene antiaeree, la paura strisciante, le macerie ed i lutti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quella generazione la pace non era uno slogan da sventolare nei cortei del fine settimana, né una formula di rito nei comunicati internazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una necessità.&nbsp;&nbsp;L&#8217;Europa del dopoguerra è stata costruita da uomini che avevano conosciuto direttamente la catastrofe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">De Gasperi, Adenauer, Schuman, Monnet e gli altri padri dell&#8217;integrazione europea non misero insieme carbone e acciaio perché avessero una particolare passione per i regolamenti comunitari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevano visto dove aveva portato l&#8217;Europa delle guerre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E capirono che per impedire il ritorno di quel passato occorreva legare interessi, economie e destini nazionali in modo così stretto che una nuova guerra tra europei diventasse non soltanto impensabile, ma materialmente sempre più difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, inesorabilmente, i testimoni se ne vanno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto del nonno si trasforma in una pagina dei manuali scolastici.&nbsp;&nbsp;Ed una generazione cresciuta nella pace comincia inevitabilmente a considerarla normale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È forse questo il passaggio più pericoloso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la democrazia, la libertà e la pace possono finire per essere percepite come la connessione Wi-Fi: un servizio di serie, garantito a vita, per il quale non serve lottare né fare sacrifici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la storia non garantisce nulla.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quando la memoria si spegne, la guerra smette di essere una tragedia concreta e torna a diventare una variabile della politica, una parola da usare nei talk show, una possibilità astratta da discutere con sorprendente leggerezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che, da qualche tempo, mi capita di fare una battuta che tanto battuta non è.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai giovani genitori che si preoccupano di scegliere per i figli il miglior campo da golf, il maneggio più elegante od il circolo di tennis più esclusivo, qualche volta dico: “<strong>lasciate perdere per un momento golf, equitazione e tennis. Iscriveteli ad un poligono di tiro. Potrebbe essere un investimento più utile per il loro futuro”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente è una provocazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è una provocazione che nasce dal pessimismo, non dalla passione per le armi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se davvero siamo entrati in una fase storica nella quale la pace non può più essere considerata un dato acquisito, allora forse dovremmo educare i nostri figli anche a comprendere che la libertà ha un prezzo, e che la sicurezza non è un servizio garantito per sempre.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, francamente, preferirei poter dire loro qualcosa di completamente diverso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio questo che mi inquieta:&nbsp;<strong>stiamo tornando a vivere in un&#8217;epoca nella quale persino una battuta del genere rischia di non sembrare più del tutto assurda</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui la teoria di Strauss e Howe torna a bussare alla porta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché abbia necessariamente ragione sul calendario della storia, ma perché coglie una debolezza molto umana:&nbsp;<strong>quando scompare chi ha pagato il prezzo degli errori, diventa più facile dimenticare quanto siano stati costosi quegli errori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è difficile non vedere, nell&#8217;Europa di oggi, alcuni segnali inquietanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La guerra è tornata nel continente. Le Istituzioni internazionali mostrano una crescente difficoltà nel governare i conflitti. Le democrazie occidentali sono attraversate da una sfiducia crescente, ed il compromesso politico, che dovrebbe essere il pane quotidiano delle democrazie, viene sempre più spesso trattato come una resa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che siamo necessariamente entrati nella Quarta Svolta descritta da Strauss e Howe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che&nbsp;<strong>qualcosa dell&#8217;ordine costruito dopo il 1945 si è incrinato.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse il problema più serio è proprio questo: abbiamo ereditato le Istituzioni nate dalla tragedia senza ereditare, insieme ad esse, la memoria della tragedia che le aveva rese necessarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni abbiamo dato per scontata la pace europea. Abbiamo dato per scontata la protezione americana. Abbiamo dato per scontata la democrazia. Abbiamo dato per scontata persino l&#8217;idea che le guerre appartenessero ad un passato ormai archiviato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è arrivato il momento di smettere di dare per scontato tutto questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il futuro non è scritto nella teoria di Strauss e Howe. E neppure è scritto nelle stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se davvero siamo davanti ad una grande transizione generazionale, il suo esito dipenderà da ciò che saremo capaci di conservare della lezione del Novecento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la storia non si ripete mai esattamente allo stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma gli uomini, quando dimenticano, hanno una sorprendente capacità di ripetere gli stessi errori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse la vera domanda non è se Strauss e Howe abbiano indovinato il ciclo di ottant&#8217;anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è un&#8217;altra:&nbsp;<strong>quanto può durare una civiltà che dimentica perché ha costruito la pace?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sperando solo che, questa volta, il conto non sia definitivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Auto cinesi, boom delle ibride in Europa: Bruxelles valuta nuove misure per frenare l’avanzata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 13:29:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>BRUXELLES – La crescita delle auto ibride prodotte in Cina sta accelerando rapidamente sul mercato europeo e comincia a preoccupare sia l’industria automobilistica del continente sia le istituzioni comunitarie. A fotografare il fenomeno è The Guardian, che evidenzia come le<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">BRUXELLES – La crescita delle auto ibride prodotte in Cina sta accelerando rapidamente sul mercato europeo e comincia a preoccupare sia l’industria automobilistica del continente sia le istituzioni comunitarie. A fotografare il fenomeno è The Guardian, che evidenzia come le vendite siano aumentate in maniera esponenziale negli ultimi anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2022 nell’Unione Europea erano state vendute appena 659 auto full hybrid di produzione cinese. Nei primi sette mesi del 2026 il numero è salito a 160.662 unità. Ancora più consistente il mercato delle ibride plug-in: dalle 56.706 vetture del 2022 si è passati a 217.764 esemplari tra gennaio e luglio di quest’anno, secondo i dati Eurostat riportati dal quotidiano britannico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’accelerazione arriva dopo l’introduzione, nel 2024, dei dazi europei anti-sussidi sulle automobili completamente elettriche importate dalla Cina. Le ibride sono rimaste fuori da quelle misure e proprio questo segmento si è trasformato in uno dei principali canali di crescita delle case automobilistiche cinesi nel mercato europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo The Guardian, Bruxelles avrebbe chiesto alla Cina di ridurre volontariamente le esportazioni di vetture ibride verso l’Unione Europea. In assenza di un accordo potrebbero essere prese in considerazione misure di salvaguardia, tra cui eventuali quote alle importazioni. Anche l’industria automobilistica tedesca ha aperto alla possibilità di valutare nuovi strumenti commerciali, purché compatibili con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il peso delle motorizzazioni ibride, intanto, continua a crescere. I dati dell’Associazione europea dei costruttori di automobili indicavano già nel primo semestre del 2026 una quota del 37,3% per le ibride, contro il 20,7% delle elettriche a batteria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A guadagnare terreno sono soprattutto BYD, Chery e Leapmotor, mentre Geely resta uno dei gruppi cinesi più presenti sul mercato europeo. BYD, in particolare, secondo i dati riportati dal Guardian ha registrato una crescita del 163% su base annua, arrivando a circa 177mila vetture vendute. Geely ha raggiunto circa 205mila unità nei primi otto mesi dell’anno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I costruttori europei mantengono comunque una posizione dominante: il solo gruppo Volkswagen ha venduto circa due milioni di automobili nei primi otto mesi del 2026. Ma la velocità con cui i marchi cinesi stanno aumentando la propria presenza, soprattutto nel settore delle ibride, apre un nuovo fronte nel confronto commerciale tra Bruxelles e Pechino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema si inserisce infatti in un quadro più ampio di tensioni economiche tra Unione Europea e Cina. Il disavanzo commerciale europeo con Pechino ha raggiunto livelli che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito un “punto di svolta” non sostenibile. Un nuovo confronto tra il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro cinese Wang Wentao è previsto per l’8 e il 9 ottobre.</p>
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		<title>Più vecchi, meno giovani, più sanità: un giorno in una sala pre-ricovero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:42:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le&#160;cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate. Puoi&#160;leggere cento articoli su un terremoto,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le&nbsp;cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Puoi&nbsp;leggere cento articoli su un terremoto, vedere fotografie delle macerie, ascoltare i servizi televisivi e conoscere perfino il numero delle vittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi vai sul posto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E improvvisamente capisci che non avevi capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per le alluvioni, per le guerre, per la povertà, per il degrado delle città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, nel mio piccolo, anche per la sanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire davvero qualcosa della sanità italiana, infatti, non occorre necessariamente andare in un Pronto Soccorso.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quelli, sempre più spesso, sembrano diventati una specie di terra di nessuno dove arrivano malati, parenti esasperati, personale stremato e, qualche volta, persino la violenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta accompagnare qualcuno in una clinica nella fase del&nbsp;<strong>pre-ricovero</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella fase in cui, prima di un intervento chirurgico, si fanno esami, accertamenti e visite per verificare che il paziente sia nelle condizioni di affrontare l&#8217;operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualsiasi operazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E lì ho avuto una sorpresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io, che ho superato i settanta, mi sono sentito quasi giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sto scherzando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tolti alcuni rari pazienti più giovani, quei circa 150 pazienti ammassati in quello che, più che una sala d’attesa, sembrava un corridoio, erano in gran parte della mia generazione. E parecchi appartenevano già alla generazione successiva: quella dei più anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione di essere finito nella sala d&#8217;attesa di un Paese che non avevo mai visto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ho capito che quel Paese era semplicemente&nbsp;<strong>l&#8217;Italia di domani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora conviene distogliere per un momento gli occhi dalla sala d&#8217;attesa e puntarli sui numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni sono 14,8 milioni: il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni sono già 2,5 milioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il dato veramente impressionante è quello che arriva dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le più recenti proiezioni dell&#8217;Istat, entro il 2050 gli over 65 potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione.&nbsp;&nbsp;In altre parole,&nbsp;<strong>un italiano su tre.</strong><strong>&nbsp;&nbsp;</strong>E gli over 85 supereranno il 7%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è una previsione sulla temperatura fra trent&#8217;anni.<br>È una trasformazione demografica che, in buona parte, è già scritta nella struttura della popolazione. E contro la demografia, per fortuna o purtroppo, non servono opinioni: servono numeri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non riguarda soltanto gli anziani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2050 la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe scendere al 55,3% del totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avremo quindi contemporaneamente&nbsp;<strong>più persone che avranno bisogno della sanità, e meno persone in età lavorativa per finanziarla e per farla funzionare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il problema vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il nostro sistema sanitario è stato costruito negli anni ‘70 quando la medicina doveva soprattutto affrontare malattie acute: l&#8217;infezione, il trauma, l&#8217;intervento chirurgico, il problema da risolvere, ed il paziente da rimandare a casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi il paziente anziano che arriva per un intervento anche banale, di quelli di routine, porta spesso con sé un piccolo condominio di patologie: ipertensione, diabete, problemi cardiovascolari, terapie diverse da coordinare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;operazione all&#8217;anca od alla cataratta può quindi riguardare una persona che, dal punto di vista sanitario, è tutt&#8217;altro che «sana».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo significa più controlli, più accertamenti, più assistenza, più riabilitazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma,&nbsp;<strong>più sanità.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma attenzione: invecchiare non significa necessariamente ammalarsi di più. La vera sfida sarà riuscire ad allungare non soltanto la vita, ma anche gli anni vissuti in buona salute. Prevenzione, stili di vita, diagnosi precoci e assistenza territoriale diventano quindi parte della stessa partita<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un altro problema: anche i medici e gli infermieri invecchiano.&nbsp;&nbsp;Non vengono prodotti in laboratorio, almeno per ora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi pensionamenti, dimissioni, mobilità verso il privato o verso l&#8217;estero, e ricambio generazionale insufficiente, rischiano di rendere sempre più difficile trovare le persone necessarie per far funzionare il sistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi sembra normale che una parte consistente dei medici continui a lavorare anche dopo l&#8217;età della pensione?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Forse dovremmo chiederci perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni ha rappresentato una specie di ammortizzatore sociale gratuito: genitori, figli, fratelli, nipoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando qualcuno stava male, in qualche modo si trovava una soluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quella famiglia è diventata sempre più piccola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre secondo le proiezioni dell&#8217;Istat, nel 2050 gli ultrasessantacinquenni che vivranno soli potrebbero arrivare a 6,5 milioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, non avremo soltanto&nbsp;<strong>più anziani; a</strong>vremo anche&nbsp;<strong>più anziani soli.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo cambia completamente il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un conto è avere un ottantenne che, dopo un intervento, torna a casa dove lo aspettano moglie, figli e magari nipoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro conto è avere un ottantenne che torna in un appartamento vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bisturi può aver lavorato perfettamente; ma poi qualcuno deve accompagnarlo a casa, preparargli da mangiare, ricordargli le medicine, aiutarlo a lavarsi, portarlo ai controlli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E già oggi, ogni tanto, leggiamo di anziani trovati morti in casa dopo giorni, quando qualcuno si accorge che non rispondono più al telefono o che non hanno ritirato la posta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre avere poteri divinatori per immaginare che, in un Paese con milioni di anziani soli, con una spesa sanitaria che esploderà, quelle che oggi ci sembrano notizie drammaticamente eccezionali rischiano di diventare una parte quasi ordinaria della cronaca quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sanità, insomma, finisce per incontrare il welfare.&nbsp;&nbsp;E il welfare finisce per incontrare la demografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto, però, arriva la domanda che in politica compare quasi sempre per ultima.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con quali soldi?</strong><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Perché le risorse pubbliche non sono infinite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se nei prossimi decenni avremo più anziani, più malattie croniche, più bisogno di assistenza, e contemporaneamente meno persone in età lavorativa, qualcuno dovrà pur pagare il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le strade, alla fine, non sono poi moltissime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può recuperare una parte molto più consistente dell&#8217;evasione fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può chiedere un contributo maggiore a quella metà di italiani che vivono sulle spalle dell’altra.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure si può avere il coraggio di dire che, se vogliamo destinare più risorse alla sanità, qualche altra voce della spesa sociale dovrà necessariamente crescere meno, o persino essere ridimensionata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui comincia il difficile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché in Italia siamo bravissimi a dire che una prestazione pubblica è indispensabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno bravi a spiegare&nbsp;<strong>quale altra prestazione siamo disposti a sacrificare per pagarla.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo capaci di discutere per ore su come aumentare la spesa sanitaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto meno su quale spesa ridurre per poterla aumentare. E, personalmente, comincerei proprio dalla giungla dei bonus distribuiti negli anni per raccogliere consenso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che la politica dovrebbe smettere per un momento di inseguire l&#8217;emergenza del giorno e cominciare a fare una cosa piuttosto desueta: programmare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la politica italiana ha una straordinaria capacità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riesce a discutere per mesi di un problema quando è già esploso, e poi a chiamarlo «emergenza», come se fosse comparso la sera prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La demografia, invece, non ha fretta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non fa conferenze stampa, non lancia slogan, e soprattutto non va a votare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma alla fine presenta il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo discutere per anni di pubblico contro privato, ticket, convenzioni, liste d&#8217;attesa, medici di famiglia, case di comunità ed assunzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte questioni importanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma fanno parte della stessa storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una storia che si chiama&nbsp;<strong>invecchiamento della popolazione.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi la domanda fondamentale non è soltanto come sarà la sanità italiana quando un italiano su tre avrà più di 65 anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È soprattutto questa:&nbsp;<strong>chi la farà funzionare, e con quali risorse?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché oggi, in quella sala d&#8217;attesa, mi è capitato un piccolo paradosso; a più di settant&#8217;anni mi sono sentito più giovane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sensazione gratificante, per carità.&nbsp;&nbsp;Ma non sono sicuro che sia una buona notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella sala d&#8217;attesa non era soltanto piena di vecchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una&nbsp;<strong>fotografia del futuro.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il futuro, come sempre, arriverà prima che la politica abbia finito di discuterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I numeri, del resto, ce lo stanno dicendo da parecchio tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>
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		<title>Trump caccia CNN dalla Casa Bianca, i network si ribellano: persino Fox News sospende il pool presidenziale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 08:27:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una protesta senza precedenti scuote il rapporto tra Donald Trump e i grandi media americani. Dopo la decisione della Casa Bianca di vietare l’accesso a CNN, MS NOW e Politico, le principali reti televisive degli Stati Uniti hanno deciso di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Una protesta senza precedenti scuote il rapporto tra Donald Trump e i grandi media americani. Dopo la decisione della Casa Bianca di vietare l’accesso a <strong>CNN, MS NOW e Politico</strong>, le principali reti televisive degli Stati Uniti hanno deciso di fare fronte comune: <strong>ABC, CBS, NBC e Fox News</strong> hanno sospeso insieme a CNN la partecipazione al <em>TV pool</em> che segue quotidianamente il presidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere particolarmente significativo il gesto è la presenza di <strong>Fox News</strong>, emittente con un pubblico fortemente concentrato nell’area conservatrice: secondo un recente studio del Pew Research Center, Fox è utilizzata regolarmente dal 73% del gruppo classificato come “No Apologies Right” e dal 65% dei “Faith First Conservatives”. Proprio Fox, dunque, si è unita alla protesta contro una decisione dell’amministrazione Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema del <em>pool</em> prevede che le cinque reti si alternino nella copertura video degli impegni presidenziali, condividendo poi le immagini con le altre televisioni e con i media internazionali. Lunedì 21 settembre sarebbe spettato alla CNN svolgere questo compito, ma l’esclusione decisa dalla Casa Bianca ha impedito all’emittente di effettuare il proprio turno. Le altre reti hanno quindi scelto di non sostituirla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il pubblico ha un interesse vitale a ricevere informazioni accurate e indipendenti sul proprio governo. Nessuna amministrazione dovrebbe limitare un’organizzazione giornalistica perché non ne condivide la copertura», hanno dichiarato congiuntamente <strong>Fox News Media, ABC News, CBS News, CNN e NBC News</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione ha già prodotto un effetto concreto: l’inaugurazione della nuova piattaforma per elicotteri realizzata alla Casa Bianca, alla presenza di Trump, non è stata coperta dal tradizionale pool televisivo. Anche altre organizzazioni giornalistiche hanno adottato iniziative di solidarietà, trattenendo immagini o rinunciando ad alcune forme di copertura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">CNN, MS NOW e Politico portano Trump in tribunale</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Parallelamente, <strong>CNN, MS NOW e Politico hanno presentato una causa federale contro l’amministrazione Trump</strong>, chiedendo il ripristino immediato dell’accesso alla Casa Bianca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le tre organizzazioni sostengono che il provvedimento violi il <strong>Primo Emendamento della Costituzione americana</strong>, che tutela la libertà di parola e di stampa, e accusano l’amministrazione di averle escluse a causa dei contenuti della loro attività giornalistica. Il ricorso chiede anche un provvedimento urgente di sospensione del divieto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bando era stato annunciato da Trump venerdì 18 settembre e applicato dal giorno successivo, quando alcuni giornalisti delle tre testate si sono visti negare l’ingresso alla Casa Bianca e disattivare i pass. Trump ha motivato la decisione accusando CNN, MS NOW e Politico di diffondere quelle che definisce “fake news”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il presidente ha poi difeso pubblicamente la scelta, sostenendo che l’accesso alla Casa Bianca non debba essere garantito a testate che, a suo giudizio, diffondono informazioni false o dannose. Le tre organizzazioni contestano questa impostazione e sostengono invece che il governo non possa selezionare i giornalisti sulla base del loro orientamento editoriale o delle notizie pubblicate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La causa è stata assegnata al tribunale federale del Distretto di Columbia. Il confronto giudiziario dovrà stabilire fino a che punto l’amministrazione possa disciplinare l’accesso fisico alla Casa Bianca senza violare le garanzie costituzionali sulla libertà di stampa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La protesta dei network, soprattutto con l’adesione di <strong>Fox News</strong>, mostra intanto come la disputa abbia superato le tradizionali divisioni editoriali: almeno sul principio dell’accesso della stampa alla presidenza, le cinque maggiori reti televisive hanno scelto questa volta una posizione comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/trump-caccia-cnn-dalla-casa-bianca-i-network-si-ribellano-persino-fox-news-sospende-il-pool-presidenziale/">Trump caccia CNN dalla Casa Bianca, i network si ribellano: persino Fox News sospende il pool presidenziale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il vicolo cieco del centrosinistra: tra il «campo largo» e la chimera riformista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 07:42:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Dopo il pezzo di ieri sulla “pentastellizzazione” del PD ho avuto modo di interloquire con alcuni di voi. E devo dire che il confronto mi ha confermato una sensazione: il problema del centrosinistra italiano è molto più profondo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo il pezzo di ieri sulla “pentastellizzazione” del PD ho avuto modo di interloquire con alcuni di voi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E devo dire che il confronto mi ha confermato una sensazione: il problema del centrosinistra italiano è molto più profondo della semplice scelta del candidato Premier.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una coalizione può anche sommare voti. Il problema è capire se riesce a sommare idee.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dibattito sul futuro del centrosinistra continua invece a girare attorno ad un equivoco di fondo: si discute di alleanze, leadership e premiership come se la politica fosse una semplice operazione aritmetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Metti insieme PD, M5S, AVS e qualche altra sigla, fai la somma dei voti e, voilà, hai costruito una maggioranza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari fosse così semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il precedente del Governo Conte 2 dimostra che un asse tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico è già stato sperimentato a Palazzo Chigi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma oggi riproporre quell&#8217;esperienza sotto forma di «Campo largo» apre una serie di interrogativi che nessuna calcolatrice elettorale può risolvere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo riguarda la leadership.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD mantiene nei sondaggi un vantaggio di circa otto punti sul M5S.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quindi difficile immaginare che il maggiore partito della coalizione possa accettare passivamente una posizione di subalternità rispetto a Giuseppe Conte, che sembra rivendicare invece per sé un ruolo centrale nella guida del futuro schieramento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è soltanto una questione di ambizioni personali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una questione di identità politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il PD finisse per essere semplicemente il socio maggiore di una coalizione costruita attorno alla cultura politica pentastellata, la domanda sarebbe inevitabile:&nbsp;<strong>chi sta trascinando chi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo al secondo problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cosiddetto «Campo largo» non è soltanto un&#8217;alleanza tra partiti diversi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un&#8217;alleanza tra culture politiche, che su alcuni temi fondamentali continuano ad avere posizioni differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo la politica estera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto con l&#8217;Europa, la guerra in Ucraina, la difesa europea, la NATO, il rapporto con gli Stati Uniti, non sono dettagli da mettere in fondo al programma dopo aver deciso chi farà il candidato premier.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono questioni che definiscono una cultura politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando dentro la stessa coalizione convivono posizioni molto diverse, il rischio è che l&#8217;unico collante rimanga l&#8217;opposizione a Giorgia Meloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una coalizione costruita soprattutto contro qualcuno deve prima o poi spiegare&nbsp;<strong>per che cosa</strong>&nbsp;sta insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è la questione delle primarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Affidare la scelta del candidato alla guida dell’alleanza ad uno strumento di partecipazione democratica può essere perfettamente legittimo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma immaginare primarie gestite magari anche attraverso il voto telematico in un&#8217;epoca nella quale interferenze digitali ed operazioni di influenza straniera sono una realtà documentata, sarebbe quantomeno un azzardo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché qualcuno debba necessariamente manomettere una consultazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Semplicemente perché, quando in gioco c&#8217;è la scelta del candidato alla guida di una possibile maggioranza di governo, anche la credibilità del processo diventa parte della partita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la famosa «terza gamba».</p>



<p class="wp-block-paragraph">AVS rappresenta un&#8217;altra componente che, su diversi temi, spinge il baricentro della coalizione verso posizioni più movimentiste e radicali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E non è soltanto una questione di programmi: basta guardare anche alle personalità che Nicola Fratoianni ed Angelo Bonelli hanno portato dentro il perimetro politico della sinistra, da Aboubakar Soumahoro a Ilaria Salis, fino all&#8217;ipotesi, già circolata, di Francesca Albanese come possibile nome da mettere in campo per la leadership del centrosinistra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono scelte politiche legittime, naturalmente. Ma raccontano bene quale tipo di elettorato e quale sensibilità culturale AVS intenda rappresentare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E proprio per questo rendono ancora più complicato immaginare un equilibrio stabile con un PD che vorrebbe contemporaneamente tenere insieme l&#8217;ala riformista, quella più radicale e l&#8217;universo pentastellato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto ciò pone come inevitabile la domanda:&nbsp;<strong>quanto sarebbe larga, alla fine, la distanza tra il centrosinistra che si presenta agli elettori e quello che dovrebbe governare il giorno dopo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché vincere una campagna elettorale è una cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Governare un Paese è un&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E richiede una classe dirigente capace di confrontarsi con Bruxelles, Washington, Pechino, Mosca, e con i grandi dossier internazionali senza ridurre tutto ad uno slogan da assemblea studentesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, allora, non è soltanto Giuseppe Conte. E non è nemmeno Elly Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che il centrosinistra sembra non avere ancora trovato una sintesi politica credibile tra le sue diverse anime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui che entra in scena la grande chimera del “riformismo”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il riformismo italiano esiste.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Esiste come domanda politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono elettori che non si riconoscono nel sovranismo, ma nemmeno nel populismo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che credono nell&#8217;economia di mercato ma anche nella protezione sociale. Che vogliono un&#8217;Europa più forte, non un&#8217;Europa paralizzata dai veti nazionali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che considerano l&#8217;Alleanza atlantica un pilastro della sicurezza europea.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che pensano che i conti pubblici abbiano un&#8217;importanza, e che ogni promessa elettorale prima o poi qualcuno debba pagarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che questa domanda politica continua ad essere dispersa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono pezzi nel PD, pezzi di Azione, Italia Viva, +Europa ed altre realtà centriste e liberal-democratiche come quella guidata da Marattin.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sono spesso più impegnati a contendersi lo stesso spazio che a costruire uno spazio comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il riformismo rischia di rimanere quello che in Italia è diventato molte volte: una bellissima parola, accompagnata da parecchie sigle e da pochissimi voti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure proprio da qui potrebbe arrivare una possibile alternativa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non necessariamente l&#8217;ennesima sigla personale costruita attorno al leader di turno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma un vero polo liberal-democratico, autonomo, europeista, atlantista e riformista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno spazio politico che, riunendo energie oggi disperse, potrebbe avere una dimensione tutt&#8217;altro che marginale, per parlare a quell&#8217;Italia produttiva, professionale, imprenditoriale e semplicemente pragmatica che non si riconosce né nei sovranismi né nei populismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente il problema è sempre lo stesso: i personalismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia abbiamo una curiosa capacità di trasformare ogni progetto politico in una questione di leadership.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima ancora di chiederci «che cosa vogliamo fare?», cominciamo a litigare su «chi deve comandare?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il progetto muore, ma almeno abbiamo stabilito chi avrebbe dovuto guidarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Concludendo, io credo che la domanda da porsi oggi sia un&#8217;altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il centrosinistra vuole davvero costruire una coalizione capace di governare il Paese, oppure vuole semplicemente costruire la coalizione più larga possibile per battere la destra?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le due cose non sono necessariamente la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il «Campo largo» può anche diventare abbastanza ampio da vincere una partita elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se al suo interno non esiste una visione condivisa dell’Italia, dell’Europa e del mondo, rischia di trasformarsi soltanto in un grande cartello elettorale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per vincere può bastare. Per governare, no.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PS: se a qualcuno è venuto il dubbio che io sia pregiudizialmente contro la sinistra politica, domani verrà il turno della destra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Trump esclude CNN dalla Casa Bianca, le grandi tv fermano il pool presidenziale. CNN, MS NOW e Politico fanno causa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 15:28:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si alza ulteriormente la tensione tra la Casa Bianca e alcuni dei principali media statunitensi. Dopo la decisione del presidente Donald Trump di vietare l’accesso alla Casa Bianca a CNN, MS NOW e Politico, le cinque grandi reti che compongono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Si alza ulteriormente la tensione tra la Casa Bianca e alcuni dei principali media statunitensi. Dopo la decisione del presidente <strong>Donald Trump di vietare l’accesso alla Casa Bianca a CNN, MS NOW e Politico</strong>, le cinque grandi reti che compongono il pool televisivo presidenziale hanno deciso di sospendere, per il momento, la copertura video condivisa degli eventi del presidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema del <em>TV pool</em> prevede che <strong>CNN, NBC, ABC, CBS e Fox News</strong> si alternino nella copertura delle attività presidenziali alle quali, per ragioni di spazio e organizzazione, non possono accedere contemporaneamente tutte le troupe. Le immagini raccolte dalla rete di turno vengono poi messe a disposizione delle altre emittenti e di numerose testate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lunedì sarebbe toccato proprio alla CNN seguire Trump, compreso il viaggio a New York in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La Casa Bianca, tuttavia, ha impedito all’emittente di svolgere il turno assegnato e nessuna delle altre quattro televisioni ha accettato di sostituirla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In una comunicazione inviata agli aderenti al pool, il capo dell’ufficio di Washington di Fox News <strong>Bryan Boughton</strong> ha spiegato che, con effetto immediato, il pool televisivo non avrebbe più garantito la copertura degli appuntamenti presidenziali destinati a questo sistema, collegando direttamente la decisione all’esclusione della CNN dal proprio turno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le cinque reti hanno poi diffuso una dichiarazione comune. <strong>Fox News, ABC News, CBS News, CNN e NBC News</strong> hanno sottolineato l’interesse del pubblico a ricevere informazioni accurate e indipendenti sull’operato del governo e contestato il principio secondo cui un’amministrazione possa limitare l’accesso di una testata perché non ne condivide la copertura giornalistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione non significa lo stop generale alla copertura delle attività di Trump: giornalisti della carta stampata, agenzie, radio e fotografi possono continuare a seguire gli appuntamenti secondo le rispettive modalità. La protesta riguarda specificamente il meccanismo televisivo condiviso del pool presidenziale.</p>



<h3 class="wp-block-heading">CNN, MS NOW e Politico portano Trump in tribunale</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Contemporaneamente <strong>CNN, MS NOW e Politico hanno presentato una causa federale contro Trump e la sua amministrazione</strong>, chiedendo il ripristino dell’accesso alla Casa Bianca. Il ricorso è stato depositato presso il tribunale federale del Distretto di Columbia e sostiene che l’esclusione delle tre testate violi le garanzie del <strong>Primo Emendamento</strong> sulla libertà di parola e di stampa. Le organizzazioni chiedono anche un provvedimento urgente che consenta ai loro giornalisti di tornare a svolgere il proprio lavoro alla Casa Bianca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il provvedimento era stato annunciato da Trump venerdì. Il presidente ha motivato pubblicamente la decisione accusando le tre organizzazioni di diffondere <strong>“fake news”</strong> e di offrire una copertura deliberatamente negativa della sua amministrazione. Le testate interessate respingono queste accuse e sostengono che l’esclusione sia invece una ritorsione nei confronti del loro lavoro giornalistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel fine settimana il divieto è diventato operativo: giornalisti di CNN, MS NOW e Politico si sono visti negare l’ingresso alla Casa Bianca e, in alcuni casi, disattivare i pass utilizzati abitualmente per accedere al complesso presidenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda apre ora un confronto anche sul terreno giudiziario. L’amministrazione sostiene di avere margini per decidere chi possa accedere fisicamente alle strutture governative; le testate ricorrenti e diverse organizzazioni per la libertà di stampa ritengono invece che l’esclusione selettiva di giornalisti sulla base dei contenuti pubblicati possa configurare una discriminazione legata al punto di vista. Sarà il tribunale federale a pronunciarsi sulla controversia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Amanda Lear farà causa a Miley Cyrus per plagio?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 14:13:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA & SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Amanda Lear punta il dito contro Miley Cyrus (foto generata da AI) e accende un caso musicale destinato a far discutere. La cantante e icona della disco, 79 anni, sostiene che “Redlights”, uno dei brani contenuti nel nuovo album della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Amanda Lear punta il dito contro Miley Cyrus (foto generata da AI) e accende un caso musicale destinato a far discutere. La cantante e icona della disco, 79 anni, sostiene che <strong>“Redlights”</strong>, uno dei brani contenuti nel nuovo album della popstar americana, <em>Bass Persuades</em>, ricordi in modo fin troppo evidente <strong>“The Sphinx”</strong>, canzone pubblicata da Lear nel 1978 nell’album <em>Never Trust a Pretty Face</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A sollevare la questione è stata la stessa Amanda Lear con un messaggio pubblicato domenica su Instagram. Il tono era ironico: «Sono lusingata», ha scritto riferendosi al nuovo pezzo di Miley Cyrus.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto tra le due canzoni ha immediatamente attirato l’attenzione dei fan. Secondo Lear, non si tratterebbe soltanto di una vaga somiglianza: il fraseggio vocale e la struttura melodica di “Redlights” richiamerebbero molto da vicino quelli di “The Sphinx”, anche se nel brano di Miley Cyrus il ritmo appare decisamente più veloce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione riguarda anche i crediti della nuova canzone. Tra gli autori di “Redlights”, infatti, non figurerebbero né Amanda Lear né <strong>Anthony Monn</strong>, cantante e compositore tedesco che collaborò con lei alla realizzazione di “The Sphinx”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intervistata dal quotidiano francese <em>Le Parisien</em>, Lear ha spiegato di aver già coinvolto produttore e casa discografica. «Sappiamo che è una mia fan», ha detto riferendosi a Miley Cyrus. Secondo quanto raccontato dalla cantante, i suoi collaboratori avrebbero confrontato nel dettaglio le due composizioni e sarebbero convinti dell’esistenza di una forte sovrapposizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lear ha parlato di «stessa melodia» e «stessa ritmica», pur riconoscendo che il testo è stato cambiato. In un primo momento non aveva escluso neppure la possibilità di arrivare a una lunga controversia giudiziaria, nel caso in cui non fosse stato trovato un accordo tra le parti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Successivamente, però, la cantante ha abbassato i toni. Contattata lunedì mattina, ha precisato che la vicenda è ormai nelle mani dei produttori e degli editori titolari dei diritti della sua canzone e che lei si sarebbe limitata a segnalare la somiglianza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lear ha inoltre negato di aver minacciato direttamente Miley Cyrus di azioni legali o ritorsioni, raccontando però di essere stata presa di mira sui social da alcuni fan della popstar americana. «Ci sono cose più gravi nella vita», ha commentato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che una canzone di Miley Cyrus viene accostata a un brano precedente. Nel 2023 il suo enorme successo <strong>“Flowers”</strong> era stato messo in relazione con <strong>“When I Was Your Man”</strong> di Bruno Mars, soprattutto per alcuni richiami nel testo del ritornello. In quel caso non era nata un’azione giudiziaria, mentre gli ascolti del pezzo di Mars erano aumentati sensibilmente sulle piattaforme di streaming.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora resta da capire se la polemica tra Amanda Lear e Miley Cyrus avrà conseguenze legali o se finirà per trasformarsi, paradossalmente, in una nuova ondata di popolarità per “The Sphinx”, quasi cinquant’anni dopo la sua pubblicazione.</p>
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		<title>Bab el Mandeb, Suez, porti e sicurezza: l&#8217;Italia non può restare a guardare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 07:42:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo L&#8217;annuncio del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla necessità di inviare navi della Marina Militare per proteggere lo stretto di Bab el Mandeb non è l’ennesimo esercizio di muscoli geopolitici. E’ il grido d&#8217;allarme di un Paese che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;annuncio del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla necessità di inviare navi della Marina Militare per proteggere lo stretto di Bab el Mandeb non è l’ennesimo esercizio di muscoli geopolitici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ il grido d&#8217;allarme di un Paese che rischia di restare soffocato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dopo quella di Hormuz, la crisi del Mar Rosso, tra droni degli Houthi e tensioni permanenti nel Golfo di Aden, non riguarda soltanto le navi che transitano in quelle acque.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riguarda l&#8217;intera architettura logistica e commerciale italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Italia è un Paese marittimo: un fetta consistente del nostro commercio estero viaggia via mare. E Suez è la porta naturale attraverso cui il Mediterraneo si collega alle grandi rotte commerciali dell&#8217;Asia. Se quella porta resta insicura, non è soltanto la navigazione a pagare il prezzo: sono gli approvvigionamenti, i porti, le imprese, ed alla fine la competitività italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriva il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte c&#8217;è la tentazione, molto europea, di aspettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aspettare Bruxelles, aspettare il coordinamento fra 27 governi, aspettare che tutti siano d&#8217;accordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E si sa che i Paesi del Nord Europa sono piuttosto tiepidi al riguardo di un intervento in quell’area.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Forse perché la solidarietà europea è una cosa, mentre gli interessi dei grandi porti del Nord e delle loro rotte commerciali sono un&#8217;altra.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, quando si tratta di difendere i propri interessi economici, la geografia europea sembra improvvisamente diventare molto meno solidale e molto più nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non è un dettaglio che i grandi porti del Nord Europa non sono esattamente sul Mediterraneo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che nel frattempo le navi non aspettano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il passaggio attraverso Bab el-Mandeb e Suez continua a essere considerato troppo rischioso, le grandi compagnie di navigazione continueranno a circumnavigare l&#8217;Africa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quei 10-15 giorni di navigazione in più significano costi, ritardi, assicurazioni più care e, alla fine, prezzi più alti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è un rischio ancora più serio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le compagnie globali non hanno alcun obbligo sentimentale nei confronti dei porti italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Rotterdam, Amburgo o Anversa (l’antica Lega Anseatica) diventano più affidabili e convenienti per l&#8217;arrivo e la distribuzione delle merci, i grandi operatori sposteranno lì quote sempre maggiori dei loro traffici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui forse sarebbe il caso di smetterla con una certa ingenuità tutta europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché la competizione fra porti esiste eccome. E quando la merce prende una nuova rotta, difficilmente ritornerà indietro per spirito di solidarietà mediterranea.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Mediterraneo, insomma, e parlo di Genova, Trieste, Gioia Tauro, potrebbe smettere di essere per l&#8217;Italia un vantaggio geografico, e diventare semplicemente una bella cartolina per turisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, la geografia, che per secoli è stata un alleato dell&#8217;Italia, non produce traffici e&nbsp;&nbsp;non manda fatture.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando non la sappiamo difendere, presenta il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per un Paese che vive di trasformazione industriale, esportazioni ed importazioni di materie prime e prodotti, non è esattamente un dettaglio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo la protezione delle rotte commerciali non può essere liquidata come una questione di militarismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una Marina Militare che protegge la libertà di navigazione non sta difendendo soltanto le navi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sta difendendo porti, imprese, occupazione, approvvigionamenti e competitività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente ci sarà qualche partito infarcito di&nbsp;<strong>“pacifismo da salotto”</strong>&nbsp;che, appena sentirà parlare di navi militari, si straccerà le vesti gridando:&nbsp;<strong>“Mai l’Italia in guerra!”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una curiosa forma di pacifismo quella che sembra preoccuparsi moltissimo delle armi quando servono a proteggere una nave commerciale, ma assai meno del fatto che qualcuno, dall&#8217;altra parte del mare, possa decidere arbitrariamente quali navi possono passare e quali no.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Forse perché è più facile manifestare contro una fregata italiana che contro un drone Houthi. Il drone, evidentemente, non legge i nostri giornali e non partecipa ai talk show.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma forse sarebbe il caso di ricordare una cosa piuttosto elementare:&nbsp;<strong>difendere una rotta commerciale non significa dichiarare una guerra. Significa impedire che qualcun altro decida chi può percorrerla e chi no.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora la Politica ed il Parlamento facciano pure tutte le discussioni che ritengono necessarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma senza dimenticare che mentre noi discutiamo, le navi fanno il giro dell&#8217;Africa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E l&#8217;economia italiana, purtroppo, il giro dell&#8217;Africa non se lo può permettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Chef due stelle Michelin mette 50 mila formiche nei dessert: scoperto dalle foto dei clienti, ristorante chiuso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 08:37:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le utilizzava per aggiungere una nota acida ai dolci del ristorante Evett. A scoprire la pratica sono state le autorità sudcoreane osservando le fotografie pubblicate online dai clienti. Il locale è stato chiuso e sono scattate pesanti sanzioni. Per sorprendere<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le utilizzava per aggiungere una nota acida ai dolci del ristorante Evett. A scoprire la pratica sono state le autorità sudcoreane osservando le fotografie pubblicate online dai clienti. Il locale è stato chiuso e sono scattate pesanti sanzioni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per sorprendere i clienti e trovare sapori sempre nuovi, gli chef stellati sono spesso disposti a sperimentare ingredienti decisamente insoliti. A Seul, in Corea del Sud, uno di questi esperimenti è però costato caro allo chef dell’<strong>Evett</strong>, ristorante premiato con <strong>due stelle Michelin</strong>, che utilizzava <strong>formiche essiccate come guarnizione per alcuni dessert</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare, piccoli insetti venivano cosparsi sopra i sorbetti con l’obiettivo di conferire ai dolci una particolare <strong>nota acida</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pratica è stata scoperta dagli agenti del <strong>Ministero sudcoreano per la Sicurezza alimentare e farmaceutica</strong>, che si sono imbattuti nelle formiche esaminando alcune fotografie pubblicate su Internet dai clienti del ristorante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quelle immagini sono partiti gli accertamenti, che hanno portato alla scoperta di una consuetudine che, secondo quanto riportato dai media locali e dalla BBC, sarebbe andata avanti per <strong>quasi quattro anni</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conto degli insetti utilizzati è sorprendente: nel corso di quel periodo sarebbero finite sui dessert del ristorante <strong>circa 50 mila formiche</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, però, non riguardava soltanto il gusto particolarmente originale dei piatti. In <strong>Corea del Sud l’utilizzo delle formiche negli alimenti non è consentito</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo il titolare del ristorante è stato condannato e il locale ha dovuto <strong>chiudere</strong>. Allo chef è stata inoltre inflitta una multa di <strong>15 milioni di won</strong>, equivalenti a circa <strong>9.500 euro</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sanzionata anche la società che gestiva il ristorante, condannata a pagare altri <strong>10 milioni di won</strong>, circa <strong>6.350 euro</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La contestazione formulata dalle autorità riguarda la <strong>violazione della normativa sull’igiene alimentare</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una trovata culinaria certamente capace di sorprendere i clienti, dunque, ma che alla fine si è rivelata decisamente indigesta per il ristorante.</p>
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		<title>Tre indizi ed una metamorfosi: che cosa è diventato il PD?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 07:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Si suole dire che un indizio non basta. Due possono ancora essere una coincidenza.&#160;&#160;&#160;Ma tre indizi fanno una prova.&#160; E allora proviamo a mettere in fila quello che è successo alla Festa Nazionale dell&#8217;Unità di Reggio Emilia. Primo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si suole dire che un indizio non basta. Due possono ancora essere una coincidenza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma tre indizi fanno una prova.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora proviamo a mettere in fila quello che è successo alla Festa Nazionale dell&#8217;Unità di Reggio Emilia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Primo indizio: Virginia Libero</strong>, Segretaria Nazionale dei Giovani Democratici, sale sul palco e proclama: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre» e «Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La platea applaude.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Secondo indizio: Marco Rocco De Luca</strong>, dirigente nazionale dei Giovani Democratici.&nbsp;&nbsp;Il linguaggio diventa ancora più esplicito: «Siamo i figli, siamo i nipoti della storia del comunismo italiano». Poi l&#8217;invito a liberarsi dal «giogo imperialista» degli Stati Uniti, dalle «sirene del capitalismo» e dal «liberismo». E nella didascalia del suo intervento compare addirittura l&#8217;obiettivo di “distruggere questo capitalismo e creare un nuovo sistema economico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Terzo indizio: arriva Elly Schlein.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>E la segretaria del Partito Democratico individua nel «neoliberismo» il grande modello economico fallito, da superare per costruire un diverso modello di sviluppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tre indizi. Tre linguaggi. Tre pezzi dello stesso mosaico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse vale la pena fermarsi un momento e chiedersi:&nbsp;<strong>ma il Partito Democratico che partito è diventato?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché qui non stiamo parlando semplicemente di una ragazza di 27 anni che si lascia prendere la mano sul palco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E nemmeno di un giovane dirigente che rispolvera il vocabolario della lotta di classe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema politico nasce quando questi linguaggi non vengono più considerati eccentrici rispetto alla cultura del Partito, ma trovano spazio nel cuore della sua manifestazione nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando la platea applaude.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui sta il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD nasce dall&#8217;incontro fra due grandi tradizioni politiche italiane: quella postcomunista dei Democratici di Sinistra, e quella cattolico-democratica della Margherita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non era Rifondazione Comunista; non era Lotta Continua o Potere al Popolo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto non era il PCI degli anni Settanta con il nome cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro la storia comunista italiana c&#8217;era infatti anche un&#8217;altra tradizione: quella riformista, europeista, occidentale, istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella di&nbsp;<strong>Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella di chi aveva compreso che la democrazia liberale, l&#8217;economia di mercato e l&#8217;integrazione europea non erano nemici da abbattere, ma il terreno sul quale misurarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il PD nasceva anche da quella evoluzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, invece, una parte della sua nuova classe dirigente sembra guardare altrove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guarda alla piazza, al Movimento, all&#8217;antimperialismo, all&#8217;antiamericanismo, all&#8217;anticapitalismo, alla demonizzazione del «neoliberismo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E perfino alla “diserzione” come gesto politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è ancora il vecchio PCI fedele all&#8217;Urss.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma certamente non è più, almeno in una parte della sua cultura politica, il perno di quel centrosinistra riformista che molti elettori avevano conosciuto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo alla parola magica:&nbsp;<strong>neoliberismo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Schlein dice che il modello neoliberista ha fallito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe interessante sapere esattamente quale modello economico italiano stia indicando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se per neoliberismo intendiamo più mercato, concorrenza, privatizzazioni, deregolamentazione e riduzione del peso dello Stato, l&#8217;Italia non sembra esattamente il laboratorio mondiale del neoliberismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati raccontano un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2025 il debito pubblico italiano è arrivato a circa 3.095 miliardi di euro, pari al 137,1% del PIL. La pressione fiscale è stata del 43,1%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esattamente il paradiso terrestre dello «Stato minimo».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora viene spontanea una domanda impertinente:&nbsp;<strong>quale neoliberismo avrebbe fallito in Italia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello di uno Stato che continua ad occupare una parte enorme dell&#8217;economia? Quello delle partecipazioni pubbliche? Quello delle montagne di norme ed autorizzazioni? Quello della pressione fiscale, della spesa pubblica, delle corporazioni, dei sussidi e dei bonus?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se questo è neoliberismo, allora Marx deve essersi reincarnato all&#8217;ufficio protocollo di qualche Ministero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E poi, diciamolo: ve la immaginate Elly Schlein, da Presidente del Consiglio, seduta al</strong><strong>&nbsp;</strong><strong>tavolo del Consiglio Europeo, mentre spiega agli altri Capi di Governo che il neoliberismo ha fallito?&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Non so voi, ma io sarei curioso di assistere alla discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente si può criticare il mercato. Si può criticare il capitalismo. Si possono contestare le disuguaglianze prodotte dal capitalismo. Si può sostenere che lo Stato debba intervenire molto di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono tutte posizioni legittime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe utile chiamare le cose con il loro nome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché altrimenti «neoliberismo» diventa semplicemente la nuova parola passepartout della sinistra: un nemico talmente elastico da poter contenere tutto ciò che non piace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così arriviamo al quarto elemento, forse il più importante:&nbsp;<strong>il rapporto con l&#8217;Occidente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando un dirigente dei Giovani Democratici parla di «giogo imperialista» degli Stati Uniti, e mette nello stesso calderone Trump, capitalismo, liberismo e “retorica sionista”, non siamo più davanti alla tradizionale socialdemocrazia europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo davanti ad un&#8217;altra cultura politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando la leader dei Giovani Democratici parla di «disertori», il problema non è soltanto la frase.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È ciò che quella frase rivela dell&#8217;ambiente politico e culturale nel quale può essere pronunciata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione: Schlein continua formalmente a sostenere l&#8217;Ucraina, e lo ha ribadito anche a Reggio Emilia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio questo che rende la situazione interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché dentro il Campo Largo convivono posizioni molto diverse sulla guerra, sul riarmo e sull&#8217;aiuto militare a Kiev.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In particolare sul sostegno militare all’Ucraina, il Movimento 5 Stelle e AVS si collocano su posizioni assai più critiche di quelle del PD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema, dunque, non è sostenere che Schlein sia diventata comunista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe una caricatura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è capire&nbsp;<strong>quanto il PD possa spostarsi verso la sinistra radicale senza perdere la propria identità originaria.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa è costruire un Centrosinistra chiamato “Campo Largo”,&nbsp;&nbsp;un&#8217;altra è costruire una sinistra nella quale il PD faccia da grande contenitore elettorale a culture politiche che un tempo stavano fuori dal suo perimetro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è essere progressisti; un&#8217;altra è pensare che il capitalismo debba essere “distrutto”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è volere la pace; un&#8217;altra è trasformare la diserzione in una parola d&#8217;ordine politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cosa è criticare gli Stati Uniti; un&#8217;altra è parlare di «giogo imperialista».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E una cosa è correggere gli eccessi del mercato; un&#8217;altra è raccontare l’economia di mercato come il grande Satana economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse, allora, la domanda vera non è che cosa sia diventata Elly Schlein.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è:&nbsp;<strong>che cosa sta diventando il Partito Democratico sotto Elly Schlein?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il rischio, per un Partito che si candida a governare un Paese complesso come l&#8217;Italia, è quello di smarrire la differenza fondamentale che c’è fra una forza di governo ed un&#8217;assemblea studentesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima deve mediare. La seconda deve mobilitare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima deve assumersi responsabilità. La seconda può permettersi slogan.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima deve parlare anche a chi non la pensa come lei. La seconda vive soprattutto della propria comunità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora sì, tre indizi possono non fare una prova giudiziaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma in politica possono essere qualcosa di altrettanto interessante:&nbsp;<strong>un segnale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quello che arriva oggi dal PD, a mio modesto avviso, è un segnale che sarebbe un errore ignorare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Dall’Olanda alla Spagna, l’invasione degli ortaggi da serra, perfetti e senz’anima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pomodoro che non sapeva di esserlo Di Alessandro Cammarano C&#8217;è un momento, davanti al banco ortofrutta di un supermercato qualunque, in cui l&#8217;Italia intera dovrebbe fermarsi e chiedersi come sia potuto succedere. Il momento è quello in cui si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il pomodoro che non sapeva di esserlo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un momento, davanti al banco ortofrutta di un supermercato qualunque, in cui l&#8217;Italia intera dovrebbe fermarsi e chiedersi come sia potuto succedere. Il momento è quello in cui si prende in mano un pomodoro rosso, sodo, lucido come una mela di plastica da vetrina natalizia, e lo si morde aspettandosi il sapore dell&#8217;estate. Quello che arriva in bocca, invece, è acqua tiepida con un vago sentore di erba tagliata. È il pomodoro olandese, orgoglio ingegneristico di un paese che ha trasformato l&#8217;agricoltura in informatica applicata: piante che non toccano terra, cresciute su lana di roccia, nutrite con soluzioni idroponiche dosate al millilitro, illuminate a comando quando il sole del Mare del Nord decide di scioperare. Il risultato è un frutto perfetto in ogni cosa tranne che nell&#8217;unica cosa per cui un pomodoro dovrebbe esistere. Un agronomo dell&#8217;Università di Bologna, interpellato tempo fa sull&#8217;argomento, ha spiegato la faccenda con un candore quasi commovente: i pomodori olandesi non sanno di nulla perché il mercato non chiede loro di sapere di qualcosa, chiede che siano tutti identici, tutti lucidi, tutti pronti a sopravvivere a un viaggio in camion refrigerato senza un&#8217;ammaccatura. È la fotografia perfetta del nostro tempo: non ci siamo accorti che il pomodoro fosse diventato brutto, ce ne siamo accorti quando è diventato muto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui viene il primo motivo di orgoglio nazionale mortificato: l&#8217;Italia, patria del pomodoro San Marzano, del Piennolo del Vesuvio, del Pachino che profuma ancora di salsedine, importa ogni anno decine di migliaia di tonnellate di questi cloni olandesi color sangue finto, e li mette negli stessi scaffali dove un tempo regnava il pomodoro vero, quello che ti macchiava la camicia e ti restituiva il favore con il sapore. Abbiamo il sole, abbiamo la terra, abbiamo tremila anni di pratica agricola, e compriamo lo stesso il pomodoro cresciuto sotto una lampada a led in una serra di Rotterdam. C&#8217;è qualcosa di masochistico, quasi liturgico, in questa scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Accanto al pomodoro senza voce, sugli stessi banchi, si allineano gli asparagi, altra categoria di ortaggio ridotta a comparsa muta del proprio nome. Fuori stagione, coltivati a ritmi forzati in serre che li spingono a crescere prima che abbiano deciso di avere un sapore, oppure fatti arrivare da lontano con voli cargo che li portano a destinazione ancora convinti di essere germogli, gli asparagi da banco moderno sono lunghi, dritti, calibrati con la precisione di un pezzo meccanico, e amarissimamente anonimi al palato. Chi ha la fortuna di assaggiare un asparago selvatico raccolto a marzo lungo un fosso di campagna sa che quella pianta ha un carattere, quasi un temperamento. Quello del supermercato ha solo una scheda tecnica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il capitolo più clamoroso di questa commedia della finzione alimentare arriva da più lontano, dal Sud America e dall&#8217;Africa, dove nascono l&#8217;avocado, il mango, buona parte della frutta esotica che oggi troneggia nei nostri carrelli come simbolo di benessere cosmopolita. Questi frutti vengono raccolti volutamente acerbi, duri come pietre, perché un frutto maturo non sopravvivrebbe alle tre o quattro settimane di navigazione in container refrigerato che li separano dal Mediterraneo. Arrivano nei porti ancora verdi, vengono chiusi in celle sature di etilene, il gas che il frutto stesso produrrebbe naturalmente sulla pianta, e lì vengono costretti a una maturazione artificiale, un&#8217;iniezione ormonale di massa che nel giro di pochi giorni li rende commestibili senza mai renderli davvero maturi. Il risultato lo conosce chiunque abbia comprato un avocado al supermercato sperando nella cremosità e trovandosi tra le mani o un sasso o una poltiglia bruna, senza vie di mezzo, perché la via di mezzo esisteva solo sulla pianta, quella pianta che nessuno ha aspettato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si potrebbe continuare per pagine, con le fragole spagnole gonfiate ad acqua, con i peperoni marocchini cresciuti sotto teli di plastica lunghi chilometri, con le zucchine turche che arrivano già rassegnate al proprio destino di contorno insapore. Ma il punto, in fondo, non è la lista della spesa. Il punto è che abbiamo costruito una filiera alimentare globale ottimizzata per tutto tranne che per il gusto: per la resistenza agli urti, per l&#8217;uniformità estetica, per la lunga conservazione, per il margine di profitto della grande distribuzione, che preferisce un prodotto prevedibile a un prodotto buono perché il prevedibile non genera resi. Il sapore, in questa equazione, è diventato una variabile trascurabile, un lusso da nicchia riservato a chi ha un orto, un mercato contadino sotto casa o la pazienza di aspettare la stagione giusta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è nostalgia contadina, è aritmetica. Un pomodoro che viaggia meno vive meno tempo sotto plastica e più tempo sotto sole, e il sole, per quanto la Olanda si ostini a negarlo, resta l&#8217;unico ingrediente che nessun laboratorio è ancora riuscito a imbottigliare. Nel frattempo continuiamo a riempire i carrelli di ortaggi che sembrano usciti da un catalogo di arredamento, belli, lucidi, muti come comparse di un film in cui nessuno ha scritto le loro battute. Mangiamo immagini di verdura. Il sapore, quello vero, lo abbiamo lasciato al porto, in attesa di una nave che non arriverà mai in tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/dallolanda-alla-spagna-linvasione-degli-ortaggi-da-serra-perfetti-e-senzanima/">Dall’Olanda alla Spagna, l’invasione degli ortaggi da serra, perfetti e senz’anima</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il bollo auto sparisce (per un anno), ma la toppa è peggio del buco: tra spot sbiaditi, petrolio alle stelle ed il solito lancio in tribuna</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 09:24:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’era una volta un video girato davanti a un distributore di benzina.Una Giorgia Meloni allora all’opposizione indicava la pompa con l’aria di chi aveva appena scoperto il colpevole di tutti i mali dell’economia italiana, e prometteva solennemente: “Pretendiamo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta un video girato davanti a un distributore di benzina.<br>Una Giorgia Meloni allora all’opposizione indicava la pompa con l’aria di chi aveva appena scoperto il colpevole di tutti i mali dell’economia italiana, e prometteva solennemente: “Pretendiamo che le accise vengano progressivamente abolite”.<br>Era il maggio del 2019, e quel video rimarrà nelle memoria collettiva e negli archivi della rete come una specie di reperto archeologico della politica italiana.<br>A distanza di anni, possiamo dire che poche promesse hanno avuto una carriera tanto diversa dalla realtà.<br>Perché oggi il Governo Meloni non abolisce le accise.<br>Anzi.<br>Proprio mentre annuncia il bollo auto, riduce progressivamente il taglio delle accise sul gasolio: dai 17,1 centesimi attuali si passa a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e poi a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre. È la sedicesima misura di questo tipo dal marzo scorso.<br>E qui comincia il problema.<br>Perché se il petrolio continua a essere ostaggio delle guerre in Medio Oriente ed in Ucraina, il problema dei carburanti non si risolve mettendo ogni settimana qualche centesimo di sconto alla pompa.<br>L’IEA ha già segnalato un forte deterioramento delle prospettive dell’offerta petrolifera mondiale, con le scorte di prodotti raffinati che si stanno rapidamente assottigliando.<br>E ha indicato proprio nei conflitti in Medio Oriente e nella guerra russo-ucraina due fattori decisivi per l&#8217;equilibrio del mercato energetico.<br>Insomma, non occorre essere Nostradamus per capire che il problema potrebbe accompagnarci ancora a lungo. E non a caso molti esperti del settore avvertono da tempo che con l’esaurirsi delle scorte, il prezzo del diesel nei prossimi mesi potrebbe schizzate e 3 euro e oltre.<br>E allora quei 17 centesimi, poi 12,2, poi 6,1, somigliano sempre più a una cosa molto italiana: prendere una montagna di soldi pubblici e distribuirla con il contagocce per ottenere un effetto assai modesto alla pompa.<br>Per capirci: è un po’ come buttare i soldi nel water e, per essere sicuri, tirare anche lo sciacquone.<br>E qui arriviamo al bollo auto.<br>Mentre gli automobilisti guardano preoccupati il prezzo del diesel, il Governo tira fuori dal cilindro l’abolizione del bollo per il 2027 sulle auto fino a 80 kW e sui motocicli.<br>La misura dovrebbe riguardare oltre il 70% delle automobili circolanti, secondo Palazzo Chigi.<br>La premier assicura inoltre che l’abolizione sarà resa strutturale, ma per ora il provvedimento riguarda formalmente il 2027.<br>Una misura selettiva, dunque.<br>E, diciamolo, anche comprensibile.<br>Il bollo è una delle tasse più odiate dagli italiani: si paga semplicemente perché si possiede un&#8217;automobile, anche se questa rimane parcheggiata per undici mesi e ventinove giorni.<br>Ma proprio per questo la domanda politica è un’altra.<br>Perché annunciarlo proprio adesso?<br>Perché mentre il Governo deve spiegare agli automobilisti che lo sconto sulle accise si restringe, è assai più piacevole raccontare loro che l’anno prossimo non dovranno pagare il bollo.<br>È un po’ come togliere una fetta dalla torta e contemporaneamente offrire un caffè.<br>Il trucco, in politica, è antico: quando una notizia rischia di diventare indigesta, se ne serve subito un’altra più facile da mandare giù.<br>Palla in tribuna, o come si diceva quando ero piccolo nei campetti di periferia “Viva il Parroco”.<br>E il conto?<br>Quello è particolarmente interessante, perché il bollo è una tassa regionale.<br>Il minor gettito è stimato in circa 2,29 miliardi di euro e il decreto prevede un trasferimento alle Regioni di circa 2,3 miliardi per compensarlo nel 2027.<br>Insomma, il bollo sparisce dal parabrezza dell’automobilista, ma i soldi non evaporano per magia.<br>Da qualche parte dovranno pur arrivare.<br>E qui sarebbe bello che, per una volta, la politica italiana facesse uno sforzo supplementare di sincerità.<br>Vale per il Governo, naturalmente.<br>Ma vale anche per le opposizioni.<br>Perché Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e compagnia cantante possono legittimamente accusare Giorgia Meloni di fare propaganda, di pensare alle prossime elezioni, di distribuire mance elettorali.<br>Tutto legittimo.<br>Ma c&#8217;è un piccolo particolare che spesso sfugge.<br>I soldi per fare quello che chiedono loro, dove si prendono? Sempre da una bella patrimoniale?<br>Perché criticare una spesa è relativamente semplice.<br>Molto più complicato è indicare contemporaneamente quale altra spesa tagliare, quale tassa aumentare, oppure quale altra entrata utilizzare.<br>Il bancomat pubblico, infatti, non ha il PIN scritto sul retro.<br>E così eccoci qua.<br>La benzina continua a scottare. Le guerre continuano.<br>Il mercato petrolifero resta esposto a shock geopolitici che l’Italia, essendo un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, può soltanto subire in parte.<br>Il taglio delle accise viene progressivamente ridotto.<br>E il Governo, nel frattempo, mette sul tavolo il bollo auto. Per dodici mesi, almeno per ora.<br>Poi si vedrà.<br>Ma una cosa è certa: la campagna elettorale permanente non conosce crisi energetica.<br>Anzi, sembra avere una fonte di energia inesauribile.<br>Il nostro portafoglio.<br>Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">PS: se ancora capisco qualcosa di politica, una misura come il taglio del bollo auto, sicuramente di forte impatto mediatico, è l’ideale per fare da traino ad una compagna elettorale…..purchè non sia troppo lontana nel tempo. Se ad esempio si votasse a novembre 2027 l’effetto annuncio sarebbe sicuramente evaporato. Ma se si votasse il prossimo aprile si potrebbe ancora ben spenderla in piazze e comizi. Ecco perché a mio modesto avviso questa misura avvicina le elezioni.</p>



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		<title>Europa e Canada più vicini e Trump, sempre più isolato, monta su tutte le furie</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:45:01 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’asse tra Europa e Canada si stringe e da Washington arriva una reazione durissima. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha aperto alla possibilità di trasformare il Canada nel primo “membro associato” dell’Unione europea, una formula finora<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’asse tra Europa e Canada si stringe e da Washington arriva una reazione durissima. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha aperto alla possibilità di trasformare il Canada nel primo “membro associato” dell’Unione europea, una formula finora inesistente nell’architettura comunitaria e i cui contenuti dovranno ancora essere definiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’annuncio è arrivato a Strasburgo durante il discorso sullo Stato dell’Unione, alla presenza del primo ministro canadese Mark Carney. L’obiettivo dichiarato è portare i rapporti tra Bruxelles e Ottawa a un livello mai raggiunto prima, costruendo una vera e propria “alleanza per il futuro” che vada ben oltre l’attuale accordo commerciale CETA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul tavolo ci sono difesa, energia, materie prime critiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, cybersicurezza, batterie e cooperazione industriale. Von der Leyen ha ricordato che gli scambi di merci tra Canada e Unione europea sono cresciuti del 75% in meno di dieci anni grazie al CETA.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Carney, da parte sua, non sta chiedendo l’ingresso del Canada nell’Unione nel senso tradizionale del termine. Nei giorni scorsi aveva parlato della necessità di costruire con l’Europa una “alleanza unica”, mentre Ottawa cerca di ridurre una dipendenza economica dagli Stati Uniti diventata particolarmente delicata dopo la nuova escalation commerciale con Washington. Circa il 70% delle esportazioni canadesi continua infatti ad avere come destinazione il mercato americano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio da Donald Trump che è arrivata la reazione più pesante. Il presidente americano ha definito “ridicola” l’ipotesi di un Canada associato all’Unione europea e ha ventilato la possibilità di considerare l’operazione un atto ostile nei confronti degli Stati Uniti. Se Washington dovesse interpretare l’avvicinamento tra Ottawa e Bruxelles in questo modo, Trump ha minacciato nuovi dazi molto pesanti contro l’Europa e persino restrizioni commerciali più radicali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tensione non nasce però oggi. L’amministrazione americana ha già adottato nelle ultime settimane nuove misure commerciali contro il Canada. L’8 settembre la Casa Bianca ha, tra l’altro, confermato dazi aggiuntivi del 50% su alcune categorie di prodotti canadesi e annunciato restrizioni su diversi beni, comprese misure che interessano il settore automobilistico e quello delle bevande alcoliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progressivo allontanamento di Ottawa da Washington sta così accelerando un riassetto delle alleanze. Il Canada ha anche presentato domanda per entrare nella Joint Expeditionary Force, la coalizione militare di reazione rapida guidata dal Regno Unito, mentre sta intensificando la collaborazione con l’Europa nel settore della difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta da capire cosa significhi concretamente diventare “membro associato” dell’Ue. Lo status, al momento, non esiste nei trattati europei e qualsiasi soluzione strutturata richiederebbe l’accordo degli Stati membri e una complessa definizione giuridica. Alcuni diplomatici europei hanno già manifestato perplessità sulla formula e sui suoi effettivi contenuti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il significato politico del messaggio, tuttavia, è chiaro: Canada e Unione europea vogliono rendere molto più stretta la loro collaborazione economica e strategica. Von der Leyen ha precisato che l’intesa non sarebbe costruita “contro” altri Paesi, ma per rafforzare interessi e sicurezza comuni. La prospettiva, però, arriva proprio mentre i rapporti fra Ottawa e Washington attraversano una delle fasi più tese degli ultimi anni.</p>



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		<title>Francia &#8211; Il curioso caso di Tolosa: sparatorie, droga e quartieri sotto choc</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:39:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Tolosa la violenza legata al traffico di droga sta assumendo contorni sempre più inquietanti. Nel quartiere del Mirail, martedì sera, poco prima delle 23, un ragazzo di 18 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco ai piedi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">A Tolosa la violenza legata al traffico di droga sta assumendo contorni sempre più inquietanti. Nel quartiere del Mirail, martedì sera, poco prima delle 23, un ragazzo di 18 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco ai piedi di un edificio, in quello che rappresenta soltanto l’ultimo episodio di una lunga serie di sparatorie avvenute nelle ultime settimane. (La foto è generica)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le testimonianze raccolte sul posto, alcuni residenti hanno ripreso con il cellulare un uomo mentre sparava ripetutamente prima di fuggire in moto insieme a un complice. In un altro video si vedono invece gli agenti tentare di rianimare il giovane, senza riuscirci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scena dell’agguato restituisce la violenza dell’azione: sulla vetrata dell’ingresso dell’edificio sono stati contati una quindicina di fori di proiettile, mentre a terra, attorno al corpo della vittima, sarebbero stati ritrovati circa trenta bossoli. Il diciottenne era conosciuto per vicende legate allo spaccio di stupefacenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli abitanti del quartiere resta ora la paura. Molti hanno scelto di parlare senza mostrare la propria identità. Uno dei residenti ha raccontato che tutto si sarebbe svolto in una manciata di secondi e di aver avuto paura perfino ad aprire le persiane per il timore di essere raggiunto da un proiettile vagante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro testimone ha descritto la scena come qualcosa di irreale: «Pensavo fosse un film dell’orrore», ha raccontato, spiegando di essere rimasto profondamente segnato da quanto accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Mirail è da tempo considerato una delle aree di Tolosa maggiormente segnate dal traffico di droga. E gli episodi violenti stanno aumentando. All’inizio del mese un altro giovane, di 23 anni, era stato ucciso a colpi d’arma da fuoco. Altri spari erano stati segnalati quattro giorni prima dell’ultimo omicidio e anche l’8 settembre, fortunatamente senza feriti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’inizio dell’anno sono quattro le persone morte a Tolosa in episodi collegati al narcotraffico, un numero che avvicina la città ai livelli registrati a Marsiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base di questa escalation ci sarebbe soprattutto la guerra per il controllo delle piazze di spaccio. Christophe Amans, vicesegretario dipartimentale del sindacato di polizia Un1té, ha spiegato che un singolo punto di vendita di droga può arrivare a generare tra i 30 mila e i 40 mila euro al giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giro d’affari enorme, capace di alimentare non soltanto il mercato degli stupefacenti, ma anche quello delle armi e altre attività criminali. Secondo Amans, si tratta di organizzazioni strutturate, con vertici, uomini operativi e gerarchie ben definite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto i due presunti autori dell’ultima sparatoria risultano ancora ricercati. L’inchiesta è stata affidata alla divisione specializzata nella lotta alla criminalità organizzata.</p>
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		<title>Bab el Mandeb. Quando lo sceriffo non arriva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:11:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C’è qualcosa di profondamente simbolico in una telefonata.&#160; Mohammed bin Salman, principe ereditario e uomo forte dell’Arabia Saudita, chiama Donald Trump e gli chiede di intervenire contro gli Houthi. Non una volta. Due volte. E il Presidente americano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è qualcosa di profondamente simbolico in una telefonata.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mohammed bin Salman, principe ereditario e uomo forte dell’Arabia Saudita, chiama Donald Trump e gli chiede di intervenire contro gli Houthi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non una volta. Due volte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E il Presidente americano risponde di no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Washington continuerà a fornire intelligence ed informazioni sugli obiettivi, ma gli aerei americani, almeno per ora, resteranno a terra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe sembrare soltanto una decisione tattica, legata alla guerra con l’Iran, al prezzo del petrolio od ai calcoli politici di Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io credo invece che dentro quel “no” ci sia qualcosa di molto più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è il rumore, quasi impercettibile, della fine di un’epoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre il mondo discute degli Houthi, dello Yemen e del Golfo, stanno accadendo due cose strettamente collegate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte, due dei grandi “rubinetti” del commercio e dell’energia mondiale, Hormuz e Bab el-Mandeb, sono sottoposti ad una pressione strategica enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altra, gli Stati Uniti stanno dicendo ai propri alleati, con modalità diverse, che il mondo nel quale Washington garantiva da sola la sicurezza dell’Occidente è finito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo da Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Visto su una carta geografica, sembra poco più di una fessura fra Africa e penisola arabica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà è uno dei grandi cancelli attraverso i quali passa il commercio mondiale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da lì transitano le navi che collegano l’Asia all’Europa attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Houthi, e dietro di loro l’Iran, lo sanno benissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pressione sullo stretto ha trasformato il movimento yemenita in qualcosa di più di una milizia locale: in uno dei possibili interruttori del traffico marittimo mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall’altra parte della penisola arabica c’è Hormuz, altro passaggio strategico per il petrolio ed il gas del Golfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se li guardiamo insieme, il quadro diventa inquietante.&nbsp;&nbsp;Non significa che domani tutte le navi del mondo resteranno ferme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Significa però che Teheran ed i suoi alleati hanno acquisito la capacità di rendere più costoso, rischioso ed imprevedibile, il passaggio attraverso due delle principali arterie energetiche del pianeta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è già una forma di potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera, però, riguarda Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per settant’anni l’Arabia Saudita ha potuto pensare alla propria sicurezza sapendo che, dietro di sé, c’era l’America.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significava che gli americani intervenissero per qualsiasi problema. Significava che esisteva un garante ultimo.&nbsp;&nbsp;Se la situazione fosse diventata davvero pericolosa, Washington sarebbe arrivata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso Riyadh scopre che Washington c’è, ma non necessariamente quando serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha scelto di non aprire un altro fronte militare contro gli Houthi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La priorità americana è l’Iran e soprattutto Hormuz, e la Casa Bianca vuole evitare un’altra guerra americana senza una chiara fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’argomento è comprensibile. Sarebbe difficile sostenere che gli Stati Uniti debbano continuare indefinitamente a combattere per tutti e dappertutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo la decisione assume un significato strategico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Arabia Saudita non può semplicemente sostituire gli Stati Uniti con la Cina. Pechino è un enorme partner commerciale ed energetico, ma non sembra intenzionata a diventare il nuovo gendarme militare del Golfo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nemmeno la Russia può ora offrire a Riyadh ciò che offre l’apparato militare americano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora i sauditi fanno quello che probabilmente da oggi in poi&nbsp;&nbsp;farà sempre più spesso chi non vuole trovarsi scoperto quando cambia il vento: diversificano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">America per tecnologia, intelligence e sicurezza. Cina per commercio e investimenti. Russia per energia e OPEC+.&nbsp;&nbsp;Iran per il dialogo regionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un nuovo blocco. È qualcosa di molto più fluido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si chiama&nbsp;<strong>multi-allineamento</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E potrebbe essere una delle parole chiave della geopolitica del futuro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché a questo punto la storia del Golfo comincia ad assomigliare terribilmente alla storia dell’Europa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche noi europei abbiamo passato decenni sapendo che, in caso di guai seri, dietro di noi c’era Washington.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo costruito una prospera Europa occidentale sotto l’ombrello americano e discusso per anni di “burden sharing”, cioè della necessità che gli europei facessero di più per la propria difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che, nella pratica, il burden sharing è rimasto spesso una formula diplomatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso sta cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli americani non parlano più soltanto di condividere il peso. Parlano, sempre più chiaramente, di spostarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa deve assumere una responsabilità maggiore, se non principale, della propria difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti mantengono un ruolo decisivo soprattutto sul piano nucleare e come ultima garanzia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza rispetto al passato non è soltanto quantitativa. È psicologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni ci siamo chiesti:&nbsp;<strong>“</strong><strong>Quanto devono contribuire gli europei?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda che dovremmo farci oggi è un’altra:&nbsp;<strong>“Che cosa succede se gli americani, questa volta, non vengono?”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È la domanda che Riyadh si sta ponendo davanti a Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente questo non significa che gli Stati Uniti stiano abbandonando l’Europa o che domani la NATO scompaia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Washington resta la principale potenza militare dell’Alleanza, conserva l’arsenale nucleare, e continua ad avere interessi enormi nella sicurezza europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il rapporto sta cambiando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando cambia il rapporto con il garante della propria sicurezza, prima o poi cambia anche il modo con cui si costruiscono le alleanze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È già quello che sta facendo l’Arabia Saudita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è quello che vediamo, in forme diverse, in gran parte del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vecchio sistema era relativamente semplice: c’erano gli Stati Uniti, i loro alleati e, dall’altra parte, i loro avversari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nuovo sistema rischia di essere molto più complicato, e molto più cinico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non conta più soltanto chi è “amico”. Conta chi è utile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo al paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Bab el-Mandeb viene messo sotto pressione, l’Europa è tra i primi a pagarne il prezzo.&nbsp;&nbsp;Le navi possono essere costrette a evitare il Mar Rosso e circumnavigare l’Africa.&nbsp;&nbsp;Più giorni di navigazione, maggiori costi assicurativi, più carburante, ritardi nelle consegne e, alla fine, prezzi più alti. E se contemporaneamente Hormuz resta sotto pressione, il problema non è più soltanto quello delle merci.&nbsp;&nbsp;Diventa quello dell’energia. E quindi dell’inflazione. E quindi dell’industria europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi, alla fine della catena, del portafoglio di Siora Maria e del conto corrente di Sior Bepi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre, la geopolitica sembra una cosa lontana finché non arriva alla pompa di benzina o nella bolletta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto diventa improvvisamente molto concreta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo quel “no” di Trump a Mohammed bin Salman merita attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché Trump abbia necessariamente elaborato una grande strategia filosofica (cosa di cui dubito sia capace).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Può darsi che abbia semplicemente pensato al prezzo della benzina, alla guerra con l’Iran, alle elezioni di midterm e al rischio di infilare gli Stati Uniti in un altro pantano mediorientale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anzi, è probabilmente così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la storia ha una curiosa abitudine: spesso produce conseguenze molto più grandi delle intenzioni di chi prende le decisioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto, quindi, non è soltanto che gli americani abbiano deciso di non difendere Bab el-Mandeb.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto è un altro..</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bab el-Mandeb e la NATO raccontano la stessa storia;&nbsp;<strong>l</strong><strong>a storia del giorno dopo l’America.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno nel quale nessuno sa ancora esattamente come sarà il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa comincia ad apparire evidente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di essere lo sceriffo che corre ogni volta che qualcuno spara in città.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando lo sceriffo lascia la città, gli abitanti hanno due possibilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possono continuare a discutere su quanto fosse ingiusto pagargli lo stipendio. Oppure possono finalmente imparare a difendersi da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Golfo sembra aver cominciato a farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Europa farebbe bene a non aspettare che siano gli Houthi, o qualcun altro, a ricordarglielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Canada più vicino all’Unione europea: von der Leyen propone il primo status di “membro associato”</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:58:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Il Canada potrebbe diventare il primo <strong>“membro associato” dell’Unione europea</strong>, attraverso una formula che oggi non esiste nei trattati comunitari e che segnerebbe un salto senza precedenti nei rapporti tra Bruxelles e Ottawa. La proposta è stata avanzata dalla presidente della Commissione europea <strong>Ursula von der Leyen</strong> nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre a Strasburgo, alla presenza del primo ministro canadese <strong>Mark Carney</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Von der Leyen ha indicato la possibilità di costruire con il Canada una vera e propria <strong>“Alliance for the Future”</strong>, un’alleanza per il futuro che andrebbe oltre gli attuali rapporti commerciali e politici e potrebbe coinvolgere settori strategici come difesa, energia, tecnologie avanzate, intelligenza artificiale e cooperazione industriale. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i legami tra partner che condividono valori democratici e interessi strategici in una fase di crescente instabilità internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto non significherebbe però l’ingresso del Canada nell’Unione europea. Lo stesso Carney aveva chiarito nei giorni precedenti che Ottawa <strong>non sta cercando di diventare uno Stato membro dell’UE</strong>, ma intende discutere la creazione di una «alleanza unica» tra Canada e Unione europea. La formula del “membro associato” non ha attualmente una base giuridica specifica nell’ordinamento europeo e la sua eventuale introduzione richiederebbe quindi la costruzione di un nuovo quadro politico e istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’avvicinamento avviene mentre il Canada sta cercando di <strong>ridurre la propria dipendenza economica dagli Stati Uniti</strong>, in un momento caratterizzato da forti tensioni commerciali con Washington. Carney punta a raddoppiare nell’arco di dieci anni gli scambi commerciali canadesi con Paesi diversi dagli Stati Uniti e considera l’Europa uno dei partner principali di questa strategia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I rapporti tra Ottawa e Bruxelles sono già particolarmente stretti. Dal 2017 è applicato provvisoriamente il <strong>CETA</strong>, l’accordo economico e commerciale globale tra Canada e Unione europea. Nel 2025 gli scambi bilaterali di beni e servizi hanno raggiunto circa <strong>130 miliardi di euro</strong>, con un aumento dell’80% rispetto ai 72,1 miliardi del 2016.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cooperazione si è progressivamente estesa anche ad altri settori. Dal 2024 il Canada è associato al <strong>secondo pilastro di Horizon Europe</strong>, il programma europeo dedicato alla ricerca e all’innovazione, consentendo a ricercatori e organizzazioni canadesi di partecipare ai progetti insieme ai partner dell’UE. Bruxelles e Ottawa collaborano inoltre attraverso lo Strategic Partnership Agreement e la Green Alliance sui temi dell’energia, della transizione climatica, dell’innovazione e della sicurezza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolarmente significativo è anche il rafforzamento della collaborazione nella <strong>difesa</strong>. Il Canada è stato il primo Paese esterno all’Unione a concludere con Bruxelles un accordo di sicurezza e difesa che gli consente un accesso più ampio alle opportunità collegate agli strumenti europei per gli investimenti e gli acquisti militari comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il percorso verso una nuova forma di associazione resta tuttavia complesso. Lo status di “membro associato” dovrebbe essere creato ex novo e incontrare il consenso degli Stati membri. Inoltre, lo stesso CETA, nonostante sia applicato provvisoriamente da quasi un decennio, non è stato ancora ratificato da tutti i 27 Paesi dell’Unione: tra gli Stati che devono ancora completare il processo figurano anche <strong>Italia, Francia e Polonia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Commissione, ancora il 14 settembre, aveva evitato di anticipare formalmente i contenuti dei colloqui, limitandosi a definire il Canada un <strong>partner strategicamente importante e un amico stretto dell’Unione europea</strong>. Bruxelles aveva però confermato l’intenzione di elevare ulteriormente il livello della cooperazione, anche in vista del prossimo vertice UE-Canada previsto per il <strong>29 e 30 ottobre</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La presenza di Carney a Strasburgo assume quindi un forte valore politico. Il premier canadese è il primo leader straniero invitato ad assistere al discorso sullo Stato dell’Unione della presidente della Commissione e proseguirà la visita europea con un intervento davanti al Parlamento europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il possibile status di “membro associato” resta per ora una proposta politica e non equivale a un ingresso del Canada nell’UE. Ma l’iniziativa segna la volontà, da entrambe le parti, di sperimentare una forma di integrazione molto più profonda rispetto a un tradizionale accordo commerciale, in una fase nella quale sia Ottawa sia Bruxelles stanno cercando di diversificare le proprie alleanze economiche e strategiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Francia, sale la protesta contro il caro carburanti. Pescatori in rivolta</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:37:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(immagine da TF1) «Non vedete che siamo morti?». È esplosa così la rabbia dei pescatori francesi che martedì 15 settembre hanno manifestato a Fos-sur-Mer, nelle Bouches-du-Rhône, contro l’aumento del prezzo dei carburanti. I professionisti del mare, riuniti su appello dei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">(immagine da TF1)</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Non vedete che siamo morti?». È esplosa così la rabbia dei pescatori francesi che martedì 15 settembre hanno manifestato a <strong>Fos-sur-Mer</strong>, nelle <strong>Bouches-du-Rhône</strong>, contro l’aumento del prezzo dei carburanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I professionisti del mare, riuniti su appello dei comitati della pesca del Mediterraneo, hanno bloccato dalle <strong>2 del mattino</strong> l’accesso a un <strong>deposito petrolifero strategico</strong>, attraverso il quale transita circa il <strong>10% del carburante consumato in Francia</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per sgomberare l’area e ripristinare la circolazione sono stati dispiegati i <strong>CRS</strong>, i reparti antisommossa francesi, dando vita a un confronto particolarmente teso con i manifestanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della protesta c’è soprattutto il costo del gasolio, diventato sempre più pesante per le attività di pesca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il gasolio è il nerbo della guerra», ha dichiarato a TF1 <strong>Ange Natoli</strong>, armatore e membro dell’OP du Sud. «È passato dal rappresentare il 30% all’80% del nostro fatturato. Non abbiamo più liquidità, non abbiamo più i mezzi per pagare i marinai che lavorano 100 ore alla settimana per guadagnare 150 euro».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta dei pescatori è precisa: <strong>raddoppiare gli aiuti statali destinati al carburante</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante la forte tensione tra manifestanti e forze dell’ordine, in tarda mattinata il traffico delle autocisterne è progressivamente ripreso. Alcuni camionisti hanno però espresso apertamente solidarietà nei confronti dei pescatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Certo che comprendiamo e sosteniamo la protesta. Lo diciamo da tempo: adesso bisogna che tutti si mobilitino», ha spiegato uno degli autisti intervistati sul posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel <strong>nord della Francia</strong> la protesta ha assunto invece forme differenti. Diverse stazioni di servizio sono state prese di mira e vandalizzate: alcuni display sono stati distrutti e diverse pompe sono state rese inutilizzabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli automobilisti le reazioni sono state contrastanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«È uno sfogo, credo, ma è davvero una soluzione? Non penso. Noi dobbiamo comunque andare a lavorare», ha commentato un automobilista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro ha invece puntato il dito contro il governo: «Chiedetelo al governo, credo che il responsabile sia soprattutto lui. Se abbassasse un po’ le tasse, le cose potrebbero andare un po’ meglio».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una strada che il ministro dell’Economia <strong>Roland Lescure</strong> ha però respinto, definendo una riduzione generalizzata delle tasse una «falsa buona idea». Il ministro ha ribadito la propria contrarietà a misure indistinte rivolte a tutti, comprese le persone che non avrebbero bisogno di sostegno economico. Secondo il titolare di Bercy, la risposta dovrebbe passare esclusivamente attraverso <strong>aiuti mirati</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La posizione del governo non è bastata però a calmare la protesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A <strong>La Rochelle</strong>, nella <strong>Charente-Maritime</strong>, una cinquantina di persone si sono riunite a metà giornata su iniziativa di un imprenditore, scandendo lo slogan: «Benzina troppo cara, il popolo è arrabbiato».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli organizzatori hanno rivendicato il carattere <strong>civico e indipendente della protesta</strong>, senza appartenenze politiche o sindacali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le diverse mobilitazioni, dalla protesta dei pescatori nel sud della Francia agli episodi contro le stazioni di servizio nel nord fino alla manifestazione di La Rochelle, testimoniano un malcontento crescente legato all’aumento dei prezzi dei carburanti e al peso che questi costi stanno assumendo per lavoratori, imprese e cittadini.</p>
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		<title>Vista una, viste tutte. Tette, algoritmi e istinti: perché continuiamo a guardare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 07:37:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.&#160; Non sono le guerre. Non è la politica.&#160;&#160;Non sono nemmeno quelli che spiegano all&#8217;Universo mondo come dovrebbe essere governata l&#8217;Italia dopo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono le guerre. Non è la politica.&nbsp;&nbsp;Non sono nemmeno quelli che spiegano all&#8217;Universo mondo come dovrebbe essere governata l&#8217;Italia dopo aver letto tre post su Google.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le fotografie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più precisamente, le fotografie di ragazze e donne sempre più discinte, con una particolare predilezione per le generose esposizioni della parte superiore del corpo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un vero e proprio&nbsp;<strong>“festival delle tette”</strong><strong>,</strong>&nbsp;per la più parte di grossa taglia, spesso visibilmente rifatte,&nbsp;<strong>esibite con l&#8217;atteggiamento di chi non soltanto le possiede, ma sembra addirittura averle inventate.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui mi sorge spontanea una domanda:&nbsp;<strong>ma è business o esibizionismo?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, a guardare certi profili, non è sempre facilissimo capirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte c&#8217;è chi evidentemente ha trasformato il proprio corpo in uno strumento di marketing: più visualizzazioni, più follower, più attenzione e, prima o poi, qualche euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra c&#8217;è sicuramente chi semplicemente ama essere guardata.&nbsp;&nbsp;E magari le due cose convivono perfettamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;altra parte, che differenza c&#8217;è fra una persona che ama essere ammirata e una che ha scoperto che essere guardata può diventare un&#8217;attività redditizia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta si sarebbe chiamato esibizionismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi si chiama&nbsp;<strong>personal branding</strong><strong>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>Dite la verità; in inglese fa tutta un&#8217;altra figura eh!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la questione interessante non è nemmeno questa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera domanda è:&nbsp;<strong>perché gli uomini sono così attratti dalla nudità femminile?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E sia chiaro: anche le donne guardano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è che l&#8217;universo femminile abbia ricevuto alla nascita un certificato di immunità dall&#8217;attrazione fisica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Però, mediamente, nella sessualità maschile la componente visiva sembra avere un peso particolarmente importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna fare un salto indietro.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un salto piuttosto lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;uomo è un animale sessuale decisamente curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molti mammiferi utilizzano in maniera importantissima l&#8217;olfatto per individuare il partner e raccogliere informazioni sulla disponibilità sessuale. Odori, segnali chimici, feromoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una specie di “Tinder biologico”, insomma.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Solo che non serve lo smartphone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi, invece, siamo diventati nel corso dell&#8217;evoluzione animali fortemente visivi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole negli ultimi tempi sembriamo aver sviluppato una forma tutta nostra di sessualità: il “sesso oftalmico”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Invece di toccare, guardiamo. E a giudicare dai social, la specialità sembra essere parecchio praticata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando seri, abbiamo perso progressivamente gran parte della pelliccia corporea che caratterizza gli altri primati. Abbiamo conquistato la posizione eretta. Siamo diventati bipedi. E il corpo umano, liberato dalla pelliccia, è diventato probabilmente molto più leggibile attraverso la vista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dimorfismo sessuale, le proporzioni corporee, la distribuzione del grasso, il volto, la pelle, il modo di muoversi: una quantità enorme di informazioni che il nostro cervello può raccogliere semplicemente guardando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo se il nostro antenato preistorico, davanti a una bella donna, pensasse:&nbsp;<strong>&#8220;Accidenti, che bella f…..&#8221;.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è ragionevole pensare che il suo cervello facesse già qualcosa di molto simile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è un particolare sul quale possiamo anche smettere per un momento di fare gli antropologi ed ammettere semplicemente l&#8217;evidenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il corpo femminile piace.</strong><strong>&nbsp;</strong>Agli uomini, mediamente, parecchio. E non credo ci sia bisogno di costruirci sopra una teoria sociologica di 400 pagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un seno intravisto sotto una camicetta leggermente sbottonata, una schiena nuda, una gamba scoperta, una scollatura che lascia lavorare più l&#8217;immaginazione della stoffa: sono segnali capaci di catturare lo sguardo maschile con una rapidità che probabilmente precede di molto la nascita della nostra specie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse c&#8217;è un motivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;erotismo non è nella nudità in sé. È nella distanza fra ciò che si vede e ciò che si immagina.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un corpo completamente nudo può mostrare tutto. Una scollatura, invece, può suggerire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed il cervello umano, quando gli lasci un piccolo spazio vuoto da riempire, ci mette dentro tutto quello che serve.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È per questo che nella storia dell&#8217;erotismo la stoffa ha spesso avuto un ruolo curioso: può nascondere, ma contemporaneamente può attirare l&#8217;attenzione proprio su ciò che nasconde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve necessariamente mostrare tutto. Anzi, spesso è proprio il contrario.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il desiderio ama gli spazi vuoti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui forse Facebook ha combinato un piccolo disastro estetico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando l&#8217;obiettivo diventa catturare il clic, l&#8217;allusione rischia di essere sostituita dall&#8217;esibizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mistero lascia il posto alla fotocopia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al riguardo&nbsp;&nbsp;riprenderei un vecchia battuta:&nbsp;<strong>vista una, viste tutte (anche se a dirla tutta è riferita ad una parte anatomica ben precisa).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Con una differenza, però.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che cinquant&#8217;anni fa poteva essere una fotografia provocante su una rivista, oggi viene riproposta cento volte al giorno, da cento persone diverse, in cento pose diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è che persino l&#8217;erotismo rischia di diventare industriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando l&#8217;erotismo diventa industriale, perde una delle cose che lo rendevano erotico:&nbsp;<strong>l&#8217;attesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il desiderio, dopotutto, ha bisogno anche di tempo, di immaginazione, di distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di quella piccola porzione di corpo che resta ancora nascosta e che il cervello, con la sua solita sfacciata fantasia, provvede immediatamente a completare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tornando al nostro uomo preistorico, lui aveva qualche problema logistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente Facebook. Niente Instagram. Niente influencer. E soprattutto niente algoritmo capace di proporgli un&#8217;altra donna tre secondi dopo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che arriva la parte interessante della nostra modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia ha preso una pulsione biologica vecchia di centinaia di migliaia di anni e l&#8217;ha inserita dentro una macchina progettata per catturare la nostra attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il meccanismo è semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fotografia attira lo sguardo. Lo sguardo produce attenzione. L&#8217;attenzione produce clic. I clic producono follower.&nbsp;&nbsp;I follower possono produrre denaro. Ed il denaro, come abbiamo imparato nella storia dell&#8217;umanità, possiede una straordinaria capacità di rendere rispettabile quasi qualsiasi cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così la ragazza che una volta &#8220;si metteva in mostra&#8221; oggi sta facendo “<strong>content creation”</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che cercava attenzione oggi sta &#8220;costruendo una community&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che mostrava il proprio corpo oggi sta &#8220;valorizzando la propria immagine&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le parole cambiano.&nbsp;&nbsp;Il meccanismo molto meno. E qui arriva anche un&#8217;altra curiosità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nudità dovrebbe perdere il suo potere quando diventa onnipresente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non sembra funzionare esattamente così. Perché il cervello umano non cerca soltanto la bellezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cerca anche la&nbsp;<strong>novità</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed i social sono una macchina praticamente perfetta per alimentare questa ricerca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una fotografia. Poi un&#8217;altra. Poi un&#8217;altra ancora. Cambiano la luce, la posa, il trucco, il filtro, l&#8217;angolazione, lo sfondo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, diciamocelo con una certa brutalità:&nbsp;<strong>“</strong><strong>vista una, viste tutte</strong><strong>”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">O quasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il corpo umano, nonostante gli sforzi dell&#8217;industria della moda, della chirurgia estetica e dei filtri digitali, dispone ancora di un inventario abbastanza limitato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando hai mostrato le tette e fatto intravedere anche l’inguine, il campionario dovrebbe esser esaurito.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli algoritmi però hanno scoperto il trucco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non devono inventare continuamente qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devono soltanto cambiare abbastanza il contesto da convincere il nostro cervello che la prossima immagine meriti ancora un&#8217;occhiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così quella che era una pulsione diventa un comportamento ripetitivo. E il comportamento ripetitivo diventa traffico. E il traffico diventa denaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui, secondo me, c&#8217;è la vera rivoluzione.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non nel fatto che gli uomini guardino.&nbsp;&nbsp;Gli uomini guardano da quando esistono gli uomini. La rivoluzione consiste nel fatto che&nbsp;<strong>qualcuno ha imparato a monetizzare il loro guardare</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E naturalmente non sono soltanto gli uomini a essere coinvolti.&nbsp;&nbsp;Anche chi si mostra riceve una ricompensa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un like. Un commento. Un messaggio. Un aumento dei follower. Una conferma.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>&#8220;Piaccio!&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel &#8220;piaccio&#8221; può avere un valore psicologico enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse dietro certe fotografie non c&#8217;è soltanto il desiderio di sedurre. C&#8217;è anche il bisogno, molto umano, di sentirsi belli, desiderati, considerati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo a qualcosa che riguarda tutti noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I social hanno trasformato il bisogno umano di approvazione in una specie di contabilità quotidiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quanti like? Quanti follower? Quante visualizzazioni? Quanti commenti?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo arrivati al punto in cui perfino l&#8217;autostima può essere misurata con un numeretto sotto una fotografia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una follia?&nbsp;&nbsp;Probabilmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una follia estremamente redditizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora forse dovremmo smettere di scandalizzarci troppo davanti alle ragazze discinte che compaiono sui nostri schermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché tutto sia necessariamente innocuo od elegante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché il fenomeno racconta qualcosa di molto più profondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Racconta quanto poco sia cambiata la nostra natura sotto la superficie della modernità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo inventato l&#8217;intelligenza artificiale; mandiamo sonde su Marte; abbiamo costruito computer capaci di fare in pochi secondi calcoli che avrebbero richiesto una vita ad un matematico dell&#8217;Ottocento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi basta una bella fotografia, ed il nostro cervello torna immediatamente a occuparsi di una faccenda vecchia come l&#8217;umanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Guardare, desiderare, commentare, magari pesantemente, essere desiderati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo di vivere nell&#8217;epoca più tecnologica della storia, ma dentro il nostro cervello continuano a vivere uomini e donne del Paleolitico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che adesso il cacciatore-raccoglitore ha lo smartphone in mano. E davanti non ha una foresta. Ha Facebook.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E dietro Facebook c&#8217;è un algoritmo che lo conosce probabilmente meglio di quanto lui conosca se stesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo, alla fine, la domanda non è tanto:&nbsp;<strong>&#8220;Perché gli uomini sono ossessionati dalla nudità?&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda vera è:&nbsp;<strong>&#8220;Che cosa succede quando una pulsione biologica primordiale incontra una tecnologia capace di moltiplicarla all&#8217;infinito, e di trasformarla in denaro?&#8221;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta la vediamo ogni giorno sul nostro schermo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E magari, la prossima volta che Facebook ci proporrà l&#8217;ennesima fotografia ammiccante, prima di chiederci perché quella signora abbia deciso di mostrarsi così generosamente, potremmo porci una domanda ancora più scomoda.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi sta guardando chi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché forse noi pensiamo di stare guardando lei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma intanto l&#8217;algoritmo sta guardando noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Abusi sessuali su nove bambini, pena choc in Francia: un solo anno effettivo e lo sconterà col braccialetto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 14:13:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’animatore scolastico, 38 anni, è stato riconosciuto colpevole di aggressioni sessuali ai danni di nove bambini tra i 6 e i 9 anni. Condanna complessiva a cinque anni, ma quattro non saranno scontati in carcere. Anche l’unico anno di pena<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’animatore scolastico, 38 anni, è stato riconosciuto colpevole di aggressioni sessuali ai danni di nove bambini tra i 6 e i 9 anni. Condanna complessiva a cinque anni, ma quattro non saranno scontati in carcere. Anche l’unico anno di pena effettiva sarà eseguito a domicilio con il dispositivo elettronico</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una condanna destinata a far discutere per l’enorme sproporzione percepita tra la gravità e il numero degli episodi contestati e la pena effettivamente da scontare. A Parigi un <strong>animatore delle attività extrascolastiche di 38 anni è stato riconosciuto colpevole di aggressioni sessuali su nove bambini</strong>, tutti di età compresa fra i <strong>6 e i 9 anni</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tribunale lo ha condannato martedì 15 settembre a <strong>cinque anni di reclusione</strong>, ma soltanto <strong>un anno costituisce pena detentiva effettiva</strong>. E neppure questo periodo verrà trascorso necessariamente dietro le sbarre: i giudici hanno infatti disposto che venga <strong>scontato con il braccialetto elettronico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I fatti riguardano bambini che frequentavano la scuola <strong>Vigée-Lebrun, nel XV arrondissement di Parigi</strong>, e sarebbero avvenuti in un arco di tempo molto ampio, compreso tra <strong>settembre 2022 e gennaio 2024</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’uomo, Michaël M., lavorava come animatore nei servizi périscolaires, le attività organizzate al di fuori dell’orario strettamente scolastico. Il procedimento si inserisce nel più vasto scandalo che negli ultimi mesi ha investito il sistema delle attività extrascolastiche della capitale francese, dopo l’emersione di numerose denunce relative a violenze commesse ai danni di minori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sentenza ha sostanzialmente accolto le richieste della Procura, che aveva chiesto proprio <strong>cinque anni di carcere, di cui uno effettivo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tribunale ha inoltre stabilito <strong>dieci anni di sorveglianza socio-giudiziaria</strong>, il doppio rispetto ai cinque richiesti dall’accusa, disponendone l’esecuzione provvisoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato che rende la decisione ancora più significativa è che si tratta della <strong>prima condanna con una componente di pena detentiva effettiva pronunciata dall’inizio dello scandalo delle violenze nelle attività extrascolastiche parigine</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una precedente vicenda giudiziaria, nel luglio scorso, aveva visto un altro animatore di 25 anni riconosciuto colpevole di aggressioni sessuali nei confronti di una bambina e condannato a <strong>18 mesi di reclusione interamente con la sospensione condizionale della pena</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione ha ormai assunto dimensioni politiche e istituzionali in Francia. Proprio nella giornata del 15 settembre, ascoltata da una commissione del Senato, l’ex sindaca di Parigi <strong>Anne Hidalgo</strong> ha riconosciuto l’esistenza di falle nella gestione del sistema e parlato di un <strong>«fallimento collettivo»</strong> nella gestione delle violenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hidalgo ha inoltre espresso rammarico per non aver incontrato le famiglie delle vittime nel 2025, quando lo scandalo era esploso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Resta intanto il dato della sentenza di oggi: <strong>nove bambini vittime, un uomo riconosciuto colpevole e un solo anno di pena effettiva, da scontare con il braccialetto elettronico</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il Regno dei quattro: quando Scozia, Galles e Irlanda cominciano a dire basta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 07:35:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è qualcosa di profondamente britannico nel modo in cui questa storia sta&#160;cominciando. Niente&#160;barricate.&#160;&#160;Niente eserciti.&#160;&#160;Niente dichiarazioni d&#8217;indipendenza lanciate dal balcone di un palazzo governativo. Soltanto quattro persone sedute attorno ad un tavolo a Cardiff; tre nazionalismi che per la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è qualcosa di profondamente britannico nel modo in cui questa storia sta&nbsp;cominciando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente&nbsp;barricate.&nbsp;&nbsp;Niente eserciti.&nbsp;&nbsp;Niente dichiarazioni d&#8217;indipendenza lanciate dal balcone di un palazzo governativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto quattro persone sedute attorno ad un tavolo a Cardiff; tre nazionalismi che per la prima volta si ritrovano dalla stessa parte, ed un documento nel quale si afferma, con una certa tranquillità, che&nbsp;“i popoli di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, lo sfratto da Westminster non è ancora stato notificato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qualcuno ha cominciato a preparare le valigie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La notizia è importante perché non riguarda semplicemente un nuovo accordo tra partiti nazionalisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prima volta dall&#8217;avvio della devoluzione nel 1999,&nbsp;Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno contemporaneamente alla guida First Ministers espressione di forze favorevoli all&#8217;autodeterminazione o all&#8217;indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">John Swinney guida il governo scozzese per lo Scottish National Party.&nbsp;Rhun ap Iorwerth guida Plaid Cymru in Galles.&nbsp;&nbsp;Michelle O&#8217;Neill è First Minister dell&#8217;Irlanda del Nord per Sinn Féin.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A loro si è aggiunta Mary Lou McDonald, leader di Sinn Féin nella Repubblica d&#8217;Irlanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Formalmente non si è trattato di una riunione dei tre Governi per avviare la dissoluzione del Regno Unito. E sarebbe sciocco raccontarla così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma politicamente il messaggio è tutt&#8217;altro che simbolico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I tre partiti hanno ieri sottoscritto un memorandum nel quale sostengono che&nbsp;le loro “Nazioni” hanno diritto all&#8217;autodeterminazione&nbsp;e chiedono al governo britannico di prepararsi, pianificare e facilitare eventuali cambiamenti costituzionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dicevo, non è ancora una dichiarazione d&#8217;indipendenza.&nbsp;&nbsp;È qualcosa di più sottile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la dichiarazione che l&#8217;indipendenza è entrata nell&#8217;agenda politica comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa è la novità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire quanto sia delicata la faccenda bisogna ricordare una cosa che spesso dimentichiamo quando guardiamo una carta geografica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito non è nato tutto in una volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non esiste un giorno nel quale qualcuno abbia tracciato una linea sulla mappa e abbia detto: «Da oggi siete tutti britannici».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia è stata molto più complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono state conquiste, guerre, unioni dinastiche, trattati, incorporazioni e compromessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Inghilterra ed il Galles hanno seguito una storia diversa da quella scozzese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Scozia ha mantenuto per secoli un proprio regno e proprie istituzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Irlanda è stata progressivamente incorporata nella struttura britannica, per poi uscirne in gran parte dopo una lunga e sanguinosa lotta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1707 nacque il Regno di Gran Bretagna dall&#8217;unione di Inghilterra e Scozia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1801 arrivò l&#8217;unione con l&#8217;Irlanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Novecento quella costruzione cominciò a perdere pezzi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi qualcuno a Cardiff, Edimburgo e Belfast sta cominciando a chiedersi se sia rimasto ancora qualcosa da tenere insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c&#8217;è un elemento ancora più profondo, che riguarda la lunga storia di queste terre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito, per quanto possa apparire oggi come una realtà politica consolidata e quasi naturale, è in fondo il risultato di una costruzione storica tutt&#8217;altro che spontanea.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conquista normanna del 1066 segnò l&#8217;inizio di un lungo processo di espansione e di centralizzazione del potere inglese, che nei secoli successivi avrebbe portato all&#8217;assoggettamento ed all&#8217;incorporazione di territori con identità, lingue e tradizioni profondamente differenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa è conquistare un territorio, un&#8217;altra è cancellarne l&#8217;identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sotto la superficie della costruzione britannica sono sopravvissute per secoli le antiche radici celtiche: nella lingua e nella cultura gallese, nell&#8217;identità scozzese, nella tradizione irlandese. Radici che possono essere state politicamente subordinate, ma che non sono mai state completamente recise.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è proprio questo il paradosso della storia britannica:&nbsp;<strong>Londra è riuscita a costruire uno Stato comune, ma non è mai riuscita a trasformare completamente quattro popoli in un solo popolo.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi un dettaglio che sembra quasi una barzelletta, ma racconta meglio di molti trattati costituzionali la natura particolare del Regno Unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel calcio la Gran Bretagna praticamente non esiste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Esistono&nbsp;Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno ha la propria nazionale, la propria maglia, i propri tifosi e, soprattutto, la propria identità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel rugby è la stessa storia, con ulteriori complicazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il resto del mondo è un&#8217;anomalia; per gli abitanti dell&#8217;isola è perfettamente normale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questa la fotografia più sincera di quello che sta accadendo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo Stato è uno.&nbsp;Le identità sono quattro.&nbsp;&nbsp;E da qualche tempo le identità stanno tornando a contare più dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Londra naturalmente non sono entusiasti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Governo britannico non ha alcuna intenzione di accompagnare gentilmente alla porta Scozia, Galles e Irlanda del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui la situazione è diventata interessante anche per un altro motivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il premier Andy Burnham, che fino a qualche settimana fa sembrava categorico nel chiudere la porta ad un nuovo referendum scozzese, ha recentemente lasciato aperta una possibilità: se emergesse una maggioranza chiara e consolidata a favore dell&#8217;indipendenza, la questione potrebbe essere presa in considerazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per John Swinney quella porta socchiusa è naturalmente diventata una porta da spalancare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo ha già invitato a trasformare quella disponibilità politica in un meccanismo concreto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché questa è una vecchia regola della politica.&nbsp;Quando dici a qualcuno «mai», quello si mette a cercare il modo di dimostrarti che hai torto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando gli dici «forse», comincia immediatamente a chiederti «quando?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;è l&#8217;ironia della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2016 il Regno Unito votò per uscire dall&#8217;Unione Europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non votò tutto allo stesso modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inghilterra e Galles votarono “Leave”. Scozia e Irlanda del Nord votarono “Remain”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggioranza britannica decise comunque per la Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi proprio Scozia, Galles e Irlanda del Nord, o almeno i loro partiti nazionalisti, guardano nuovamente verso Bruxelles.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il memorandum di Cardiff sostiene apertamente che il futuro delle loro azioni è dentro l&#8217;Unione Europea, e considera la Brexit un errore che ha prodotto danni economici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia, qualche volta, possiede un senso dell&#8217;umorismo notevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima Londra dice a Bruxelles: «Non abbiamo più bisogno di voi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso alcune delle Nazioni che compongono il Regno Unito dicono a Londra: «Forse siamo noi a non avere più bisogno di voi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una specie di Brexit dentro la Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente sarebbe sbagliato immaginare che da Cardiff sia partito un esercito compatto diretto verso l&#8217;indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le differenze sono enormi.&nbsp;La Scozia è la più avanzata.&nbsp;&nbsp;Swinney vorrebbe arrivare ad un nuovo referendum entro i prossimi cinque anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Irlanda del Nord segue un percorso completamente diverso: qui non si tratta di diventare uno Stato indipendente, ma della possibilità di&nbsp;lasciare il Regno Unito per unirsi alla Repubblica d&#8217;Irlanda.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E Michelle O&#8217;Neill lo ha detto con chiarezza: bisogna essere pronti al cambiamento costituzionale quando se ne presenterà l&#8217;occasione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Galles, invece, procede più lentamente.&nbsp;&nbsp;Plaid Cymru vuole maggiore autonomia, ma non sta chiedendo un referendum immediato sull&#8217;indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa differenza è fondamentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è ancora una marcia comune verso la dissoluzione del Regno Unito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è qualcosa di politicamente più interessante:&nbsp;tre movimenti nazionali diversi hanno scoperto di avere un interesse comune nel mettere in discussione il rapporto con Westminster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come se non bastasse, nel fine settimana è arrivato anche Donald Trump.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la sua visita in Irlanda, il Presidente americano ha detto di desiderare molto un&#8217;Irlanda unita, aggiungendo che prima o poi accadrà e chiedendo, retoricamente, quale potrebbe essere il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un Presidente degli Stati Uniti che incoraggia l&#8217;unificazione dell&#8217;Irlanda non è esattamente il genere di telefonata che Downing Street ama ricevere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche perché l&#8217;Irlanda del Nord è una delle questioni più delicate della storia britannica moderna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;accordo del Venerdì Santo del 1998 ha messo fine a decenni di violenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione costituzionale è stata volutamente consegnata alla democrazia: l&#8217;Irlanda del Nord rimane nel Regno Unito finché la maggioranza dei suoi cittadini lo vuole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se un giorno quella maggioranza cambiasse, il meccanismo esiste già.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo rende la partita nordirlandese diversa da quella scozzese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Concludendo, qui bisogna evitare una tentazione irresistibile: scambiare un segnale per una sentenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito non sta per dissolversi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I sondaggi non mostrano una maggioranza schiacciante e stabile per l&#8217;indipendenza scozzese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Galles il consenso è ancora più lontano da una rottura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E in Irlanda del Nord la questione dell&#8217;unificazione resta complessa, anche se il quadro demografico e politico è cambiato profondamente negli ultimi decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, secondo la Corte Suprema britannica, il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un referendum sull&#8217;indipendenza senza il consenso di Westminster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La strada, insomma, è ancora lunga.&nbsp;Molto lunga.&nbsp;Ma la politica non comincia quando arriva il giorno del referendum.&nbsp;&nbsp;Comincia molto prima.&nbsp;&nbsp;Comincia quando un&#8217;idea smette di essere una provocazione e diventa un&#8217;opzione.&nbsp;&nbsp;E questo è esattamente ciò che è successo a Cardiff.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è questa la vera storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Regno Unito è stato per secoli una straordinaria macchina politica, capace di trasformare quattro identità differenti in una delle più potenti costruzioni statali della storia moderna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha costruito un impero.&nbsp;&nbsp;Ha dominato i mari.&nbsp;Ha esportato lingua, diritto, istituzioni e cultura in mezzo mondo.&nbsp;Poi l&#8217;Impero è finito. È arrivata l&#8217;Unione Europea.&nbsp;Poi la Brexit.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E adesso, mentre Londra cerca di ridefinire il proprio posto nel mondo, le sue stesse periferie stanno cominciando a ridefinire il proprio rapporto con Londra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sappiamo come finirà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe finire con una Scozia indipendente, un&#8217;Irlanda riunificata e un Galles più autonomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe finire con una nuova forma di federalismo britannico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure potrebbe non finire affatto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma una cosa è cambiata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prima volta i tre grandi movimenti nazionali delle periferie britanniche hanno smesso di bussare separatamente alla porta di Westminster.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hanno cominciato a bussare insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando gli inquilini di un condominio cominciano a riunirsi per discutere di come dividersi l&#8217;appartamento, forse è ancora presto per chiamare l&#8217;ufficiale giudiziario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è decisamente troppo tardi per far finta che non stia succedendo nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-regno-dei-quattro-quando-scozia-galles-e-irlanda-cominciano-a-dire-basta/">Il Regno dei quattro: quando Scozia, Galles e Irlanda cominciano a dire basta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Benzina e code chilometriche: la crisi dei carburanti colpisce la Russia (video). Trump scocciato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:08:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pazienza è ormai diventata un requisito fondamentale per gli automobilisti russi. La situazione nei distributori di carburante del Paese continua a essere estremamente critica, aggravata dal persistente conflitto tra Kiev e Mosca. La popolazione civile subisce in prima persona<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La pazienza è ormai diventata un requisito fondamentale per gli automobilisti russi. La situazione nei distributori di carburante del Paese continua a essere estremamente critica, aggravata dal persistente conflitto tra Kiev e Mosca. La popolazione civile subisce in prima persona gli effetti delle incursioni ucraine mirate a colpire le infrastrutture petrolifere russe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre ai problemi legati alle forniture, a preoccupare sono le interminabili code per fare il pieno. Una situazione particolarmente evidente nell&#8217;area di San Pietroburgo, nel nord-ovest della Russia, dove i conducenti sono costretti a lunghe ore di attesa prima di poter accedere alle stazioni di servizio, come documentato anche dalle immagini registrate lunedì 14 settembre. Nelle ultime settimane, diverse raffinerie sono finite nel mirino dei raid ucraini con l&#8217;obiettivo strategico di indebolire Mosca.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Le reazioni internazionali e l&#8217;appello di Trump</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla questione è intervenuto anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha esortato Volodymyr Zelensky a interrompere i bombardamenti contro le raffinerie di diesel in territorio russo. Secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, Mosca e Kiev avrebbero in teoria concordato di evitare ulteriori attacchi alle rispettive infrastrutture energetiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto, la tensione sul fronte geopolitico resta altissima, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Vladimir Putin, il quale ha avvertito l&#8217;Europa sui rischi di un&#8217;eventuale invio di truppe in Ucraina, definendo una simile mossa come un atto di guerra diretto contro la Russia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il video</p>



<figure class="wp-block-video"><video height="480" style="aspect-ratio: 854 / 480;" width="854" controls src="https://www.tviweb.it/notizie-vicenza/tv-vicenza/uploads/2026/09/TWMate.com-b4ece567c3dd01212f88986b57731a98.mp4"></video></figure>
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		<title>Emma Bonino è morta. Ma l’Inquisizione è ancora viva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:05:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Emma Bonino ci ha lasciato.E siccome noi italiani abbiamo un rapporto abbastanza singolare con la morte, non poteva mancare il solito spettacolo.Non è bastato ricordare ciò che Emma Bonino ha fatto, le battaglie che ha combattuto, le idee<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Emma Bonino ci ha lasciato.<br>E siccome noi italiani abbiamo un rapporto abbastanza singolare con la morte, non poteva mancare il solito spettacolo.<br>Non è bastato ricordare ciò che Emma Bonino ha fatto, le battaglie che ha combattuto, le idee che ha sostenuto e quelle che abbiamo combattuto noi.<br>No.<br>Una parte della Rete ha deciso che bisognava fare qualcosa di più.<br>Bisognava processarla anche da morta.<br>E così sono comparsi in rete, su Facebook in particolare, i soliti commenti edificanti, provenienti in particolare da ambienti del cattolicesimo militante, che definiscono Bonino “assassina”, “ministro del diavolo”, una donna che già soltanto “dallo sguardo” metteva paura.<br>Qualcuno scrive di volerla dimenticare.<br>Qualcun altro si augura che non abbia un funerale di Stato.<br>E qualcun altro ancora sentenzia: “Un ministro del diavolo in meno sulla terra”.<br>Ecco.<br>Davanti a cose del genere, mi viene spontanea una domanda.<br>Ma siamo sicuri che stiamo parlando di Cattolicesimo?<br>Tanto per essere chiari, Emma Bonino non è stata una Santa.<br>E non c&#8217;è alcuna necessità di trasformarla in una Santa adesso che è morta.<br>Ha combattuto battaglie giuste, ed altre a mio avviso meno giuste.<br>Io ad esempio ho fatto campagna elettorale per il Referendum del divorzio, ma sull’aborto qualche perplessità ce l’avevo, allora.<br>Certo è legittimo che qualcuno ritenga che la legalizzazione dell&#8217;aborto abbia rappresentato una grave sconfitta della cultura della vita.<br>Si può essere cattolici, laici, liberali, conservatori, o semplicemente cittadini che la pensano così.<br>E si ha tutto il diritto di dirlo.<br>Anzi, sarebbe persino auspicabile che tornassimo a discutere delle questioni morali e politiche senza paura di essere accusati di lesa maestà.<br>Ma c&#8217;è una differenza enorme fra dire: “Sono radicalmente contrario alle battaglie di Emma Bonino sull&#8217;aborto”, e scrivere: “È un&#8217;assassina”.<br>E c&#8217;è una differenza ancora maggiore fra condannare una posizione politica e stabilire che la persona che l&#8217;ha sostenuta sia un “ministro del diavolo”.<br>La prima è politica.<br>La seconda è una sentenza sull&#8217;anima.<br>E qui, francamente, comincio ad avere qualche problema.<br>Perché non sapevo che tra le opere di misericordia cristiane fosse stata recentemente inserita anche la gestione delle pratiche per l&#8217;inferno.<br>Ma sapete qual è la cosa più curiosa?<br>Che mentre alcuni cattolici da tastiera si sono precipitati a spedire Emma Bonino all&#8217;inferno, Vatican News, cioè il sistema informativo ufficiale della Santa Sede, ha raccontato la sua morte in un modo assai diverso.<br>E attenzione: non ha fatto sconti.<br>Ha ricordato senza equivoci che Emma Bonino fu una protagonista delle campagne radicali per la legalizzazione dell&#8217;aborto e del divorzio.<br>Ma ha anche ricordato le sue battaglie politiche.<br>Ha ricordato la sua lunga attività nelle istituzioni italiane ed europee. Ha ricordato il suo impegno internazionale, dalla lotta contro la fame alla battaglia contro la pena di morte.<br>Insomma, Vatican News non ha certo riscritto la storia per trasformare Bonino nella “Madonna” del Partito Radicale.<br>Ma poi ha ricordato qualcosa che i suoi detrattori da social sembrano avere dimenticato; che Emma Bonino ha parlato anche con la Chiesa.<br>Ha incontrato Giovanni Paolo II. E soprattutto ha incontrato Papa Francesco.<br>Nel 2024 Francesco andò personalmente a trovarla. Non perché non conoscesse le idee di Emma Bonino. Le conosceva benissimo. Non perché fosse diventato radicale. Non lo era. Non perché Emma fosse diventata cattolica. Non lo era.<br>Ma perché evidentemente si può essere profondamente lontani su questioni decisive e continuare a riconoscere nell&#8217;altro una persona con cui vale la pena parlare.<br>È una cosa tanto difficile da capire?<br>A quanto pare sì.<br>E qui permettetemi una parentesi personale<br>Io sono da sempre un liberale.<br>E forse proprio per questo ho sempre pensato che la democrazia non consista nel frequentare soltanto persone che la pensano come noi.<br>La democrazia consiste nel riconoscere all&#8217;avversario il diritto di esistere, di parlare e perfino di avere torto.<br>Possiamo combatterlo, possiamo criticarlo, possiamo cercare di convincere gli altri che le sue idee sono sbagliate.<br>Ma non abbiamo bisogno di disumanizzarlo.<br>Perché nel momento in cui l&#8217;avversario diventa un mostro, la politica smette di essere confronto e diventa guerra tribale.<br>Ed è esattamente questo che mi preoccupa di certi ambienti cattolici.<br>Non il loro essere cattolici. Non il loro essere contrari all&#8217;aborto. Non il loro rifiuto delle battaglie radicali.<br>Mi preoccupa il momento in cui la fede diventa una clava identitaria.<br>Quando Dio viene tirato per la giacchetta per spiegare che l&#8217;avversario politico non è semplicemente in errore. È malvagio. È un nemico. È un ministro del diavolo. E, possibilmente, merita anche l&#8217;inferno.<br>A quel punto il cristianesimo diventa un&#8217;altra cosa<br>Perdonatemi la franchezza, ma io faccio fatica a vedere la differenza tra questo atteggiamento e quello di tutti i fondamentalismi che nella storia hanno trasformato la propria verità in una licenza per perseguitare chi non la condivide.<br>E qui faccio un&#8217;affermazione che è mia, e me ne assumo completamente la responsabilità:<br>Certi cattolici integralisti di oggi mi ricordano, per mentalità, i talebani afgani.<br>Non perché siano uguali nei comportamenti o nella violenza.<br>Ma perché mi sembra uguale la pretesa culturale: io possiedo la Verità, tu sei nell&#8217;errore e quindi la tua persona diventa meno degna del mio rispetto.<br>È la stessa logica dei fanatici di ogni epoca.<br>Ed è la logica che ha prodotto, nella storia europea, anche le pagine più oscure dell&#8217;Inquisizione.<br>Non è un caso che io pensi a Giordano Bruno.<br>Bruno fu condannato per eresia dall&#8217;Inquisizione romana e bruciato a Roma nel 1600.<br>Naturalmente non sto dicendo che oggi quei commentatori siano l&#8217;Inquisizione.<br>Sto dicendo qualcosa di diverso: la storia dovrebbe averci insegnato a diffidare di chi pretende di avere già deciso chi è nel Bene e chi è nel Male assoluto.<br>Perché quando una comunità umana si convince di possedere in esclusiva la verità, prima o poi qualcuno finisce sul rogo.<br>Oggi, per fortuna, il rogo è diventato metaforico.<br>Ma il meccanismo mentale può sopravvivere.<br>E allora torniamo a Emma Bonino<br>Possiamo giudicarla. Dobbiamo giudicarla. La politica vive anche di giudizi.<br>Possiamo dire che alcune delle sue battaglie hanno contribuito a trasformare profondamente la società italiana e che quelle trasformazioni ci piacciono oppure no.<br>Possiamo dire che sul tema dell&#8217;aborto siamo stati e restiamo su posizioni opposte.<br>Possiamo discutere tutto.<br>Ma non abbiamo bisogno di trasformare una donna morta in un demonio.<br>Anzi, proprio la morte dovrebbe suggerire un minimo di prudenza. Non per rispetto delle idee del defunto.<br>Per rispetto della nostra umanità.<br>E veniamo al funerale di Stato<br>Anche qui mi viene da sorridere.<br>Qualcuno non vorrebbe che Emma Bonino avesse un funerale di Stato. Benissimo. È una posizione legittima.<br>Ma vorrei ricordare una cosa molto semplice: un funerale di Stato non è una beatificazione.<br>Non certifica che una persona sia stata buona. Non certifica che abbia avuto ragione. Non cancella i suoi errori se li ha fatti. Non modifica la dottrina della Chiesa.<br>È un riconoscimento istituzionale per il ruolo avuto nella storia dello Stato.<br>E allora possiamo discutere se Bonino lo meriti oppure no.<br>Io penso che, considerato il ruolo avuto per decenni nella politica italiana ed europea, la sua presenza nelle Istituzioni e il peso delle sue battaglie, sia perfettamente comprensibile che lo Stato lo riconosca.<br>Ma posso anche accettare che qualcuno non sia d&#8217;accordo.<br>Quello che faccio fatica ad accettare è che un funerale di Stato venga trasformato in un referendum sulla salvezza eterna della defunta.<br>Perché, se arriviamo a questo, siamo davvero messi male.<br>C&#8217;è poi un&#8217;ultima ironia<br>Alcuni di quelli che oggi chiamano Emma Bonino “ministro del diavolo” probabilmente pensano di difendere il cattolicesimo.<br>Ma non si accorgono che, così facendo, stanno offrendo al mondo una caricatura del cattolicesimo.<br>Perché un cristianesimo che davanti alla morte dell&#8217;avversario sente il bisogno di dire “un ministro del diavolo in meno sulla terra” non appare forte.<br>Appare piccolo.<br>Non appare sicuro della propria fede. Appare terrorizzato dall&#8217;esistenza di chi non la condivide.<br>E soprattutto dimentica una cosa che dovrebbe essere elementare.<br>La fede non ha bisogno dell&#8217;odio per difendersi.<br>E Dio, ammesso che qualcuno voglia davvero parlare in suo nome, non ha certamente bisogno di essere difeso da noi.<br>Emma Bonino non aveva bisogno di essere assolta. Non aveva bisogno che Vatican News la assolvesse. Non aveva bisogno che Papa Francesco la assolvesse. E non ha bisogno nemmeno di essere trasformata in un&#8217;icona.<br>La sua storia è lì. Le sue idee sono lì. Le sue battaglie sono lì. I suoi errori sono lì. I suoi meriti sono lì.<br>E saranno gli storici, non Facebook, a decidere quanto resterà di lei nella storia della Repubblica.<br>Ma una cosa, forse, possiamo deciderla noi.<br>Possiamo scegliere se vogliamo essere migliori dei nostri avversari oppure semplicemente più cattivi. Io, francamente, preferisco la prima strada.<br>Anche perché, quando una persona muore, non è più possibile discutere con lei.<br>Rimane soltanto ciò che abbiamo detto noi.<br>E allora forse sarebbe bene pensarci due volte prima di mettersi a fare i giudici dell&#8217;aldilà.<br>Perché una cosa è certa. Emma Bonino non è più qui per risponderci.<br>Noi, invece, per il momento siamo ancora qui. E prima o poi qualcuno giudicherà anche noi. Se non altro, la storia.<br>E per chi crede, magari, qualcun altro ancora.<br>E quello sì che è un Tribunale davanti al quale eviterei accuratamente di presentarmi con la tessera di Facebook in mano.<br>Umberto Baldo</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il labirinto degli extraprofitti: perché in Italia il bersaglio sono sempre le Banche?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 07:28:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una parola che negli ultimi anni è entrata prepotentemente nel vocabolario della politica economica: extraprofitto. Una parola perfetta perché ha dentro tutto quello che serve per accendere gli animi: il profitto, che già di suo non gode<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una parola che negli ultimi anni è entrata prepotentemente nel vocabolario della politica economica: extraprofitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parola perfetta perché ha dentro tutto quello che serve per accendere gli animi: il profitto, che già di suo non gode di grande simpatia presso una parte della politica, e quel prefisso “extra”, che sembra suggerire che qualcuno abbia guadagnato più di quanto gli fosse moralmente consentito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora il ragionamento diventa apparentemente semplicissimo:&nbsp;hai guadagnato troppo?&nbsp;&nbsp;Paghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che, appena si prova a sostituire lo slogan con una domanda seria, comincino i problemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la domanda vera è molto meno suggestiva:&nbsp;quanto è “extra” un profitto?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto a cosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla media degli ultimi cinque anni? All&#8217;anno precedente? A quello che guadagnano i concorrenti? A un rendimento considerato “normale” per quel settore?</p>



<p class="wp-block-paragraph">E chi decide quale sia il profitto normale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui comincia il labirinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tema, naturalmente, non è un&#8217;invenzione italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 2022 e il 2023, nel pieno della crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina, l&#8217;Europa si trovò davanti a un problema abbastanza evidente: alcuni produttori di energia ed alcune imprese dei settori fossili stavano realizzando profitti eccezionali, mentre famiglie e imprese europee si trovavano alle prese con bollette e inflazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Unione europea intervenne con il Regolamento 2022/1854, introducendo misure temporanee sui ricavi dei produttori di energia ed un contributo di solidarietà sui profitti in eccesso dei settori fossili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche diversi Stati membri adottarono prelievi straordinari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel Regno Unito, per esempio, venne introdotta l&#8217;Energy Profits Levy sui profitti delle attività di estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il principio era discutibile, come lo sono tutte le misure di questo genere, ma almeno il ragionamento aveva una sua coerenza:&nbsp;una situazione straordinaria generava profitti straordinari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi lo Stato riteneva di poter chiedere un contributo straordinario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parola decisiva era dunque “straordinario”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se l&#8217;eccezione diventa permanente, prima o poi smette di essere un&#8217;eccezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con l&#8217;aumento rapidissimo dei tassi deciso dalle Banche centrali per combattere l&#8217;inflazione, il discorso si è allargato al settore bancario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Banche hanno visto aumentare il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto incassano sui prestiti e quanto riconoscono sulla raccolta (remunerazione dei depositi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">E diversi governi europei hanno deciso di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Spagna ha introdotto un prelievo temporaneo sui ricavi degli istituti di credito, collegato al margine di interesse ed alle commissioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altri Paesi, dall&#8217;Ungheria alla Repubblica Ceca, dalla Slovacchia alla Romania, hanno adottato forme diverse di imposizione straordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dunque anche qui: non è soltanto una mania italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è una differenza interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, appena si parla di extraprofitti, sembra comparire automaticamente la parola Banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora vale la pena fare una domanda che forse non è proprio irrilevante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché le Banche?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se il problema sono gli extraprofitti prodotti da condizioni eccezionali, perché il dibattito italiano si è concentrato con tanta insistenza sugli istituti di credito?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non con la stessa virulenza sulle imprese dell&#8217;energia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, il tema europeo degli extraprofitti nasce proprio lì: energia, gas, petrolio, crisi delle materie prime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Italia, invece, abbiamo rapidamente trovato un bersaglio molto più comodo: le Banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna riconoscere che la politica italiana ha un istinto quasi infallibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando non sa bene dove mettere le mani, cerca qualcuno che gli italiani non amino particolarmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le Banche, diciamolo, non hanno mai avuto il problema opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dici Banca e qualcuno pensa alle commissioni sul conto corrente, qualcun altro al mutuo, qualcun altro alla filiale chiusa sotto casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, è un bersaglio che si presenta già con il cartello “colpitemi”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece dici grande impresa energetica, la faccenda diventa improvvisamente più complicata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna parlare di mercati internazionali, petrolio, gas, elettricità, infrastrutture, investimenti, approvvigionamenti, sicurezza energetica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una noia mortale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molto più semplice dire:&nbsp;“Le banche hanno guadagnato troppo. Facciamole pagare.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui entra in scena anche Matteo Salvini, che sembra avere sviluppato negli anni un particolare talento nel riconoscere il capro espiatorio capace di garantire qualche titolo di giornale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del resto, perché perdere tempo a spiegare la complessità della finanza internazionale quando si può scegliere un nemico sufficientemente impopolare?</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Il problema è che sui mercati internazionali le parole contano molto meno dei numeri.»</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto qualcuno potrebbe chiedere:&nbsp;<strong>non sarà mica che sulle imprese energetiche la politica sia più prudente?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché, se il problema sono gli extraprofitti, sarebbe interessante capire perché il bersaglio italiano siano diventate soprattutto le Banche, mentre il dibattito sulle grandi imprese dell&#8217;energia abbia avuto un&#8217;altra intensità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui qualche nome possiamo anche farlo.&nbsp;<strong>Eni ed Enel</strong>, tanto per non parlare per categorie astratte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono due dei grandi protagonisti dell&#8217;energia italiana. E sono anche società quotate, con una forte presenza di investitori istituzionali internazionali. Ma hanno una caratteristica che le rende particolarmente interessanti per il nostro ragionamento:&nbsp;<strong>lo Stato italiano è ancora un azionista molto rilevante</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora la domanda, inevitabilmente, viene fuori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sarà mica che tassare gli extraprofitti delle Banche è più semplice che mettere davvero sotto la lente quelli dell&#8217;energia quando lo Stato è contemporaneamente regolatore, azionista e beneficiario dei dividendi?</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco.&nbsp;&nbsp;La domanda è lecita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa che questa sia necessariamente la spiegazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe interessante che qualcuno mi spiegasse perché il concetto di extraprofitto, nato in Europa soprattutto attorno all&#8217;energia, in Italia, dopo una fase in cui fu imposto un&nbsp;contributo di solidarietà alle grandi compagnie energetiche,&nbsp;si sia improvvisamente trasformato in una crociata soprattutto contro le Banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se il principio è:&nbsp;<strong>“</strong>Chi beneficia eccezionalmente di una situazione eccezionale deve contribuire di più”,&nbsp;allora il principio dovrebbe valere indipendentemente dal fatto che il soggetto in questione sia simpatico o antipatico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti rischiamo una cosa piuttosto curiosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che l&#8217;extraprofitto non venga individuato sulla base di criteri economici, ma sulla base della popolarità del contribuente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe una pessima maniera di fare politica fiscale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda italiana del 2023 è, da questo punto di vista, istruttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell&#8217;agosto di quell&#8217;anno il governo annunciò una tassa sugli extraprofitti delle banche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I mercati reagirono immediatamente.&nbsp;Le azioni bancarie crollarono.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi arrivarono precisazioni, correttivi, un tetto massimo al prelievo e la possibilità per gli istituti di destinare le somme alle riserve patrimoniali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole:&nbsp;prima l&#8217;annuncio, poi la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E la realtà, come spesso accade, era un po&#8217; più complicata del comunicato stampa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una Banca non è semplicemente un&#8217;azienda che vende un prodotto ad un prezzo troppo alto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un pezzo dell&#8217;infrastruttura finanziaria di un Paese.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ha azionisti italiani e stranieri, raccoglie capitale sui mercati, concede credito a famiglie e imprese, deve rispettare requisiti patrimoniali e compete con istituti di altri Paesi europei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando intervieni fiscalmente su una Banca, dunque, non stai semplicemente dicendo al suo amministratore delegato: “Hai guadagnato troppo, tira fuori il portafoglio.”</p>



<p class="wp-block-paragraph">Stai intervenendo dentro un sistema finanziario nel quale ogni decisione può avere conseguenze molto più larghe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questo che una certa politica italiana continua a non capire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La finanza non è il supermercato sotto casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una Banca guadagna un miliardo invece di cinquecento milioni, non significa automaticamente che abbia “rubato” cinquecento milioni ai cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna capire perché li ha guadagnati.&nbsp;Perché se i tassi sono saliti, il margine di interesse cresce.&nbsp;Ma quando i tassi scendono, può succedere esattamente il contrario.&nbsp;Quando arrivano recessioni e insolvenze aumentano le perdite sui crediti.&nbsp;Quando i mercati vanno male diminuiscono alcune commissioni.&nbsp;Quando l&#8217;economia cresce, invece, gli utili possono aumentare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il ciclo economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le imprese conoscono le vacche grasse e le vacche magre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pretendere di tassare le prime come una colpa dimenticandosi delle seconde significa avere una concezione piuttosto curiosa del rischio d&#8217;impresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Immagino che qualcuno di voi starà chiedendosi: Ma allora l&#8217;extraprofitto non esiste?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo che può esistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una crisi internazionale produce condizioni eccezionali, e alcuni operatori ne ricavano profitti completamente fuori dalla loro normale dinamica economica, lo Stato può decidere di intervenire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma proprio per questo servono criteri oggettivi, durata definita e certezza giuridica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero problema non è tassare.&nbsp;Il vero problema è stabilire che cosa si tassa e perché.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;impresa può avere un anno straordinariamente redditizio perché ha investito quando gli altri non lo facevano. Può essere più efficiente dei concorrenti. Può avere corso rischi maggiori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure può trovarsi semplicemente nel posto giusto al momento giusto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sono situazioni equivalenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto guadagnare molto non un illecito, e&nbsp;&nbsp;tanto meno un reato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sembra una banalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma in tempi nei quali il profitto viene spesso trattato come una colpa morale, forse vale la pena ricordarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi una questione ancora più importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitale ha una caratteristica piuttosto antipatica per la politica: si muove.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un investitore internazionale non si chiede se una banca italiana sia simpatica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si chiede quanto renda, quanto sia solida, quali siano le regole fiscali del Paese nel quale investe e soprattutto se quelle regole siano prevedibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché l&#8217;impresa può accettare anche una tassazione elevata; quello che difficilmente accetta è non sapere quale sarà la tassazione domani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se oggi lo Stato stabilisce che un certo rendimento è normale, e domani decide che è diventato un extraprofitto, il rischio percepito aumenta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando aumenta il rischio, aumenta anche il costo del capitale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è ideologia.&nbsp;&nbsp;È semplicemente come funzionano i mercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il capitale non ha passaporto.&nbsp;Ed ha anche una memoria piuttosto lunga.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricorda i Paesi nei quali le regole sono stabili.&nbsp;E ricorda soprattutto quelli nei quali le regole cambiano quando cambia il vento politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora torniamo alla parola dalla quale siamo partiti: extraprofitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se resta una categoria eccezionale, definita con criteri chiari per affrontare situazioni realmente eccezionali, può avere una sua ragione d&#8217;essere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece diventa una categoria politica permanente, il discorso cambia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi sono le Banche.&nbsp;Domani potrebbero essere le Assicurazioni.&nbsp;Dopodomani la Grande Distribuzione.&nbsp;Poi le Aziende Farmaceutiche, le Telecomunicazioni, le piattaforme tecnologiche o qualsiasi altro settore che, per una ragione o per l&#8217;altra, abbia avuto la disgrazia di guadagnare abbastanza da attirare l&#8217;attenzione della politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto l&#8217;extraprofitto rischia di diventare una specie di bancomat fiscale con la giustificazione morale incorporata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui torniamo al provincialismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché pensare di poter governare la finanza internazionale con la stessa logica con cui si costruisce uno slogan elettorale significa non aver capito che il mondo economico è ormai molto più grande dei nostri confini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si può anche decidere che una banca debba pagare di più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma bisogna sapere che quella Banca è inserita in un mercato globale, che ha azionisti internazionali, che compete con gruppi stranieri e che le decisioni prese a Roma vengono osservate molto attentamente anche a Francoforte, Londra, Parigi, New York.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conto di una decisione presa a Roma può essere pagato anche molto lontano da Roma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo recuperare una distinzione che sembra quasi banale in questa nostra Repubblica di Pulcinella:&nbsp;&nbsp;Il profitto è il premio per il capitale e per il rischio d&#8217;impresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;extraprofitto dovrebbe essere invece una categoria eccezionale, definita con criteri altrettanto eccezionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa è chiedere un contributo straordinario a chi beneficia in modo straordinario di una situazione straordinaria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;altra è scegliere ogni volta il contribuente più impopolare e chiamare “extraprofitto” quello che si decide politicamente di tassare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora, prima di pronunciare ancora una volta la parola magica, sarebbe utile che la politica rispondesse ad una domanda molto meno suggestiva e molto più seria:&nbsp;extra rispetto a cosa?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché nel labirinto degli extraprofitti il vero rischio è perdere di vista non il Minotauro, ma il filo di Arianna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel filo, in un&#8217;economia di mercato, si chiama certezza delle regole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Trump si mette al centro dell’11 settembre: il racconto eroico che non trova riscontri</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 14:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A venticinque anni dagli attentati alle Torri Gemelle, Donald Trump ha suscitato nuove polemiche raccontando un episodio che lo vedrebbe direttamente coinvolto nelle ore successive alla tragedia. Una ricostruzione dai toni eroici che, secondo diverse verifiche giornalistiche statunitensi, non risulta<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



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<p class="wp-block-paragraph">A venticinque anni dagli attentati alle Torri Gemelle, Donald Trump ha suscitato nuove polemiche raccontando un episodio che lo vedrebbe direttamente coinvolto nelle ore successive alla tragedia. Una ricostruzione dai toni eroici che, secondo diverse verifiche giornalistiche statunitensi, non risulta sostenuta da documenti o testimonianze indipendenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante un evento commemorativo, il presidente americano ha affermato di avere raggiunto Lower Manhattan insieme a un’intera squadra di operai impegnati nella costruzione di un suo edificio, con l’intenzione di contribuire alle operazioni successive all’attacco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trump ha poi aggiunto un dettaglio particolarmente spettacolare. Mentre si trovava vicino allo United States Steel Building, oggi One Liberty Plaza, la struttura avrebbe cominciato a scricchiolare, facendo temere un crollo imminente. Due pompieri «grandi e forti» lo avrebbero quindi afferrato sotto le braccia, sollevato e trasportato lontano dalla zona di pericolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il racconto ha immediatamente attirato l’attenzione dei media. CNN e altre testate americane hanno evidenziato l’assenza di prove che confermino la presenza di Trump vicino al World Trade Center durante l’attacco o nelle ore immediatamente successive. Secondo queste ricostruzioni, in quel momento si sarebbe trovato nel proprio ufficio alla Trump Tower, distante circa sei chilometri da Ground Zero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È invece documentata la sua presenza nell’area due giorni dopo l’attentato. Rimane priva di conferme anche la dichiarazione, ripetuta negli anni, secondo cui centinaia di suoi dipendenti avrebbero preso parte alle operazioni di ricerca, recupero e assistenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un ex responsabile dei vigili del fuoco di New York, impegnato per mesi a Ground Zero, ha dichiarato di non avere conoscenza della partecipazione di Trump o di una sua squadra. Ha inoltre ricordato che il personale presente sul posto operava sotto il coordinamento delle autorità e che un intervento organizzato di quelle dimensioni avrebbe presumibilmente lasciato tracce o testimonianze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è la prima volta che le dichiarazioni di Trump sull’11 settembre vengono contestate. Subito dopo il crollo delle Torri Gemelle sostenne che il suo edificio al numero 40 di Wall Street fosse diventato il più alto di Lower Manhattan. Anche questa affermazione fu smentita dai dati: il primato apparteneva al grattacielo di 70 Pine Street.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le informazioni disponibili non consentono di confermare l’episodio dei pompieri né l’impiego della squadra di operai descritto da Trump. In assenza di riscontri verificabili, il suo resta dunque un racconto personale e controverso, finito ancora una volta al centro del dibattito proprio durante le commemorazioni di una delle pagine più dolorose della storia americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Meno di 10 mila abitanti, quasi 269 mila cyberattacchi in sette giorni: il misterioso assedio a Joigny</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 14:26:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un piccolo Comune francese con meno di 10 mila abitanti finisce improvvisamente nel mirino di un esercito di hacker. È quanto accaduto a Joigny, nel dipartimento della Yonne, dove in appena una settimana sono state registrate 268.795 tentate intrusioni informatiche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Un piccolo Comune francese con meno di 10 mila abitanti finisce improvvisamente nel mirino di un esercito di hacker. È quanto accaduto a <strong>Joigny</strong>, nel dipartimento della Yonne, dove in appena una settimana sono state registrate <strong>268.795 tentate intrusioni informatiche</strong> contro i sistemi della città e della Comunità dei Comuni del Jovinien.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere pubblico il caso venerdì 11 settembre è stato il sindaco socialista <strong>Nicolas Soret</strong>, che ha parlato apertamente di un attacco informatico di vasta portata. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione, l’offensiva sarebbe partita da <strong>97.376 indirizzi malevoli</strong>, utilizzati da <strong>1.901 aggressori distinti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A incuriosire è soprattutto la provenienza dei server coinvolti. Ben <strong>1.039 sono stati localizzati in Russia</strong>, mentre una parte più limitata è risultata riconducibile a <strong>Taiwan e Romania</strong>. Un singolo aggressore si sarebbe distinto per una perseveranza impressionante, effettuando da solo <strong>109.232 tentativi di accesso</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane ancora da comprendere perché una cittadina di queste dimensioni sia stata bersagliata con tanta insistenza. Il dato certo, però, è che l’assalto non ha prodotto conseguenze: i sistemi di sicurezza hanno individuato e bloccato gli attacchi senza interruzioni dei servizi. Nessuna apparecchiatura è stata danneggiata e, secondo il sindaco, <strong>non sono stati sottratti dati personali</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A evitare danni sarebbe stata la preparazione avviata negli ultimi anni dall’amministrazione, che aveva rafforzato le proprie difese informatiche proprio per affrontare episodi di questo genere. Soret ha tuttavia lanciato un avvertimento: per gli enti locali i tentativi di intrusione non rappresentano più eventi eccezionali, ma una minaccia diventata ormai quasi permanente.</p>
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		<title>Scatta, posta e dimentica: la vita che non viviamo più</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 10:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sete di scattidi Alessandro Cammarano L&#8217;umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>La sete di scatti<br>di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si inquadra, lo si ritaglia, gli si affibbia un filtro che lo rende più arancione di quanto la natura avesse in programma, e solo dopo, spedito l&#8217;algoritmo al giudizio popolare, ci si concede il lusso di chiedersi se valesse davvero la pena guardarlo. È la sete di scatti: patologia democratica, trasversale, che non risparmia età né ceto e che ha reclutato ogni proprietario di smartphone come cronista ossessivo del proprio, quasi sempre modesto, quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo esemplare da catalogare è il fotografo del piatto. Lo si riconosce dal gesto rituale: prima lo smartphone, poi la forchetta, mai il contrario, pena l&#8217;anatema social. Il risotto si raffredda mentre viene ritoccata la luminosità, il commensale di fronte aspetta paziente come si aspetta un sacramento, e il piatto, ormai tiepido, verrà mangiato distrattamente mentre già si controllano i primi like. Il cibo, va detto, non ha mai chiesto di essere immortalato. Lo subisce con la stessa rassegnazione con cui subisce il sale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma l&#8217;esemplare che merita il disprezzo più meditato è il documentarista da concerto, specie particolarmente odiosa per chi scrive di musica da una vita. Si presenta in platea armato di telefono, braccio teso come un&#8217;antenna, e filma trenta secondi di un&#8217;aria che ne dura sette, convinto che quei trenta secondi valgano più dell&#8217;esperienza intera, quando in realtà non varranno mai nulla: non li riguarderà nessuno, nemmeno lui. Il problema non è solo la sua sordità elettiva, la sua incapacità di stare fermo davanti a qualcosa di bello senza doverlo processare in file. Il problema è che si porta dietro tutta la platea. Chi ha pagato il biglietto per ascoltare si ritrova a fissare una selva di rettangoli luminosi che si alza puntuale a ogni acuto, schermi accesi che rubano il buio necessario alla musica, teste che si spostano per inquadrare meglio invece di restare ferme ad ascoltare. Non si gode il concerto, e con perfetta indifferenza verso il prossimo, si assicura che non lo goda nessun altro. È l&#8217;unico crimine, tra quelli qui elencati, che non resta confinato al proprio schermo: si allarga, contagia, rovina la serata a chi aveva solo chiesto silenzio e buio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non manca il cronista della prole, categoria delicata e diffusissima: il bambino che soffia sulla torta, il bambino al primo giorno di scuola, il bambino che dorme, tutto pubblicato con dovizia di dettagli su profili aperti al mondo intero, senza che l&#8217;interessato abbia mai firmato nulla. Chi scrive non si permette lezioni di genitorialità, ma un dubbio, sommesso, resta: forse certe immagini andrebbero custodite in un cassetto, non consegnate a un pubblico che il bambino non ha scelto e che un giorno, cresciuto, potrebbe non ringraziare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Merita un capitolo a parte la categoria della cinquantenne in crisi esistenziale che si traveste da Ariana Grande o da Miley Cyrus per un pomeriggio, coda alta, ombretto di scena, labbra rifatte apposta per l&#8217;occasione, e si fotografa in salotto discount con lo sguardo languido rivolto altrove, mentre sullo sfondo, incurante della finzione, la pentola del brodo continua a bollire allegra sul fuoco. È forse l&#8217;esemplare più struggente dell&#8217;intero catalogo: un desiderio di gioventù travestito da estetica pop, immortalato proprio nella cucina che quella gioventù l&#8217;ha consumata giorno dopo giorno, tra una spesa e un compito da controllare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi il turista da monumento, che raggiunge la meta dei sogni e le volta subito le spalle per un autoscatto, lasciando che il Colosseo o la Torre Eiffel facciano da sfondo a un primo piano di se stesso; il collezionista di tramonti, che ne possiede ormai centinaia, tutti identici, tutti intitolati &#8220;magia&#8221;; il testimone del brindisi, che filma il calzare dei bicchieri invece di alzare il proprio; e infine il paparazzo di se stesso, specie in costante espansione, che documenta ogni istante della propria giornata come se il mondo attendesse con ansia il resoconto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il filo che lega questi esemplari è sempre lo stesso: la convinzione, mai dichiarata ma agita in ogni gesto, che un&#8217;esperienza non vissuta attraverso uno schermo sia un&#8217;esperienza sprecata. Si è passati dal carpe diem al carpe pixel, e la differenza non è solo lessicale. Il primo presuppone che l&#8217;attimo vada afferrato per essere vissuto; il secondo lo afferra solo per depositarlo altrove, rimandandone il godimento a un momento che, puntualmente, non arriva mai. Si scorre, non si guarda. Si archivia, non si ricorda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è nostalgia per un&#8217;epoca priva di telefoni, sarebbe ipocrita fingerlo da chi scrive su uno schermo. È piuttosto la constatazione, un po&#8217; amara e un po&#8217; divertita, che la tecnologia promessa come strumento per condividere la vita finisca spesso per sottrarla a chi dovrebbe viverla per primo. Il piatto si raffredda, la musica sfuma, il tramonto tramonta comunque, con o senza filtro. E chi lo ha vissuto solo attraverso l&#8217;obiettivo, alla fine, non ha in tasca un ricordo, ma soltanto un file.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Addio a Emma Bonino, la leonessa dei diritti civili che ha sovvertito tutti gli schemi della politica italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 08:05:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è spenta a 78 anni una delle figure più iconiche, libere e rivoluzionarie della storia repubblicana. Radicale nell’animo, indomabile e profondamente laica, ha segnato intere generazioni guidando le battaglie fondamentali per il divorzio, l’aborto e le libertà civili nel<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si è spenta a 78 anni una delle figure più iconiche, libere e rivoluzionarie della storia repubblicana. Radicale nell’animo, indomabile e profondamente laica, ha segnato intere generazioni guidando le battaglie fondamentali per il divorzio, l’aborto e le libertà civili nel Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non ce ne sarà un’altra come lei. Con quell’energia irrefrenabile, la caparbietà e il piglio smitizzante che ha caratterizzato ogni fase della sua esistenza, Emma Bonino si è spenta all&#8217;età di 78 anni, lasciando un&#8217;eredità profonda, preziosa e indelebile nel panorama politico, sociale e culturale italiano. Ha guidato decenni di trasformazioni attraverso battaglie epocali, una straordinaria vocazione internazionale, ruoli istituzionali di altissimo livello e una dedizione totale ai diritti civili, umani e universali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nata a Bra, in provincia di Cuneo, era arrivata a Roma poco più che ventenne, trasformandosi rapidamente in una protagonista assoluta e imprescindibile della vita pubblica nazionale. È rimasto celebre il suo storico ingresso a Montecitorio nel 1976, quando fu eletta deputata per la prima volta con i Radicali: entrò nell’aula con una gonnellona a fiori, gli zoccoli ai piedi, la borsa di paglia e la sigaretta tra le dita, guadagnandosi l’indulgenza divertita di Sandro Pertini, che la definì affettuosamente «il monello di Montecitorio». Nel corso della sua lunga e poliedrica carriera ha calcato la scena con autorevolezza, ricoprendo incarichi governativi di primo piano, guidando ministeri chiave e operando come commissario europeo — con delega anche alla Pesca, ambito in cui commentò con caustica ironia di stare «con i pesci» —, distinguendosi sempre per un’intelligenza affilata, un profondo pragmatismo e un totale rifiuto del perbenismo di facciata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua stella polare sono sempre stati i diritti delle persone, del tutto incurante delle logiche di partito, delle convenzioni borghesi o del facile consenso. È stata l’artefice e la testimone delle grandi rivoluzioni civili d&#8217;Italia: dalla storica affermazione del divorzio alla decriminalizzazione dell’aborto – momento in cui scelse coraggiosamente di autodenunciarsi per mettere in luce il dramma dell&#8217;illegalità e delle norme obsolete – fino all’impegno instancabile per l’eutanasia, la legalizzazione della cannabis, la difesa dei migranti e le missioni umanitarie internazionali in Europa, in Asia e nel continente africano. Il suo sodalizio politico e umano con Marco Pannella ha rappresentato la linfa vitale di una radicalità vissuta senza sconti, fatta di lotte estenuanti e di una visione profondamente lungimirante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nemmeno la grave malattia, un microcitoma polmonare diagnosticato nel 2015, è riuscita a piegare la sua tempra straordinaria. Ha affrontato le terapie con coraggio e iconici turbanti colorati, celebrando la remissione nel 2023 e restando fieramente fedele alla sua identità fino all&#8217;ultimo respiro. Non ha mai accettato prediche sul suo stile di vita, continuando a fumare e a lottare con la stessa determinazione che l&#8217;ha portata, negli ultimi anni, a ricevere la visita di Papa Francesco nella sua splendida casa romana a Campo de&#8217; Fiori, suggellando un dialogo profondo e inatteso tra il mondo laico e quello cattolico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ne è andata senza fare rumore, ma lasciando un vuoto incolmabile. Emma Bonino ha insegnato che la politica è prima di tutto coraggio, coerenza e passione, rifiutando ogni ipocrisia e vivendo ogni giorno con un&#8217;intensità che resterà per sempre scolpita nella memoria e nella storia d’Italia, lasciando un&#8217;impronta indelebile che continuerà a ispirare chiunque creda nella libertà e nella giustizia sociale.</p>
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		<title>Il velo islamico, le suore e la libertà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 07:43:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo L&#8217;altro giorno ero con un paio di coetanei quando sono passate davanti a noi due donne musulmane con il capo coperto dall&#8217;hijab. Con loro c&#8217;erano le figlie, anch&#8217;esse&#160; velate. Uno&#160;&#160;dei miei amici, mangiapreti da sempre, e quindi persona<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;altro giorno ero con un paio di coetanei quando sono passate davanti a noi due donne musulmane con il capo coperto dall&#8217;hijab. Con loro c&#8217;erano le figlie, anch&#8217;esse&nbsp; velate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Uno&nbsp;&nbsp;dei miei amici, mangiapreti da sempre, e quindi persona che difficilmente potrebbe essere sospettata di simpatie per il Vaticano, le ha guardate e ha detto: «Ragazzi, ma in fondo cosa fanno di diverso dalle nostre suore?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bella domanda.&nbsp;&nbsp;Perché, a prima vista, la somiglianza c&#8217;è: donne che per motivi religiosi si coprono il capo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che nelle questioni di libertà c&#8217;è una domanda che vale più di tutte le altre; c<strong>he cosa succede quando una donna dice no?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che il paragone fra una suora cattolica ed una donna musulmana con l&#8217;hijab comincia a perdere qualche pezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una suora ha scelto una vita religiosa, ha scelto una comunità, ha pronunciato dei voti, ha voluto un abito che renda visibile quella scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domani può cambiare idea; può togliersi il velo, l&#8217;abito, uscire dal convento e tornare alla vita civile.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Qualche zia particolarmente bigotta potrebbe arrivare a dirle che è un peccato, che era tanto una brava ragazza, che «ai suoi tempi certe cose non succedevano».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma finisce lì.&nbsp;&nbsp;Nessuno la arresta. Nessuno la picchia. Nessuno la insegue per strada. Nessuno stabilisce per legge che, essendo donna, debba coprirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché la sua scelta riguarda lei.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui bisogna essere molto chiari anche dall&#8217;altra parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una donna musulmana adulta decide liberamente di portare l&#8217;hijab, per me può farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non vedo perché lo Stato si arroghi il diritto di decidere come debba vestirsi una donna adulta, purché naturalmente siano rispettate le norme previste dalla legge, per esempio quelle che impongono di rendere possibile l&#8217;identificazione della persona.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto mi riguarda quindi può mettersi il velo, può toglierselo, può cambiarlo; può anche decidere di non voler più avere nulla a che fare con la religione nella quale è cresciuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La libertà religiosa, se prendiamo sul serio le parole che usiamo, significa anche questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema nasce quando il velo non è più una scelta.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui arriviamo all&#8217;Iran, all&#8217;Afghanistan e a tutti quei luoghi nei quali una donna non può semplicemente decidere se coprirsi oppure no.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lì il pezzo di stoffa non è più soltanto un simbolo religioso. Può diventare uno strumento di potere, e soprattutto di coercizione e sottomissione.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando una donna rischia il carcere, la violenza o qualcosa di peggio se si toglie il velo, siamo davanti ad una cosa molto diversa dalla scelta di una suora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui mi permetto una domanda che nel nostro Occidente politicamente corretto sembra diventata quasi una bestemmia:&nbsp;<strong>perché siamo così preoccupati di rispettare le diversità culturali da dimenticarci di rispettare la donna?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando una donna musulmana mette il velo siamo prontissimi a dire che dobbiamo rispettare la sua scelta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giustissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quando vuole toglierselo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Improvvisamente arrivano gli esperti: ”È la sua cultura, per lei è identità, non dobbiamo imporre i nostri valori”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto molto nobile. Ma una scelta imposta in una sola direzione non è una scelta: è un obbligo travestito da libertà, è un ordine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari un ordine pronunciato con parole gentili. Magari accompagnato da una bella spiegazione antropologica.&nbsp;&nbsp;Ma sempre un ordine rimane.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui, francamente, il nostro multiculturalismo comincia a diventare curioso. Abbiamo passato secoli a costruire l&#8217;idea che una donna occidentale debba essere libera di scegliere come vestirsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi abbiamo scoperto che, se a decidere per una donna è una tradizione culturale diversa dalla nostra, dobbiamo improvvisamente diventare molto prudenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole, se un padre cattolico dice alla figlia come deve vestirsi, è patriarcato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se lo stesso principio viene praticato in nome della cultura o della religione islamica, invece bisogna capire, contestualizzare, rispettare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E così, nel nome del rispetto per una cultura, finiamo per rispettare tutto tranne la libertà di chi quella cultura la deve subire.</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E arriviamo alle bambine. Perché qui la questione diventa ancora più delicata.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una donna adulta può scegliere. Ma una bambina di dieci anni?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando ne vedo qualcuna anche qui ad Abano, accompagnata dalla madre anch&#8217;essa velata, mi pongo inevitabilmente la domanda:<strong>&nbsp;&nbsp;quanto c&#8217;è di scelta e quanto c&#8217;è di condizionamento?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È davvero una domanda così scandalosa?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una bambina può certamente essere educata secondo la religione della propria famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Succede da sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma faccio fatica a credere che una bambina di dieci anni abbia già compiuto una libera scelta religiosa capace di stabilire come deve presentarsi al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualcosa non torna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non torna nemmeno il paragone con le nostre bambine. Una bambina cattolica può crescere con il crocifisso al collo, andare a catechismo e a Messa. Poi, a vent&#8217;anni, può decidere che non crede più a nulla. Può togliersi il crocifisso. Può non andare più a Messa. Può sposare chi vuole. Può diventare atea. Può persino dire alla nonna che il rosario non fa per lei, anche se la nonna potrebbe avere un mancamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, salvo complicazioni cardiache, non succede altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non esiste una polizia morale cattolica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E questa, piaccia o non piaccia, è una differenza enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Occidente ha costruito la propria idea di libertà proprio mettendo in discussione tradizioni, autorità e dogmi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo impiegato secoli per arrivare ad un principio elementare:&nbsp;&nbsp;<strong>una persona non appartiene a nessuno.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non al padre. Non al marito. Non alla Chiesa. Non allo Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appartiene a se stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora non capisco perché questo principio dovrebbe improvvisamente diventare negoziabile quando cambia la religione della persona interessata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una cultura merita rispetto, una tradizione merita rispetto, una religione merita rispetto.&nbsp;&nbsp;Senza dubbio!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma nessuna cultura, nessuna tradizione e nessuna religione possiede un diritto di proprietà sulla persona.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo per quanto mi riguarda dovrebbe essere il limite invalicabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se una donna vuole mettere il velo, difendiamo la sua libertà.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se vuole toglierlo, difendiamo la sua libertà.&nbsp;&nbsp;Se vuole essere musulmana, difendiamo la sua libertà. Se vuole smettere di esserlo, difendiamo la sua libertà.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Altrimenti non stiamo difendendo una persona. Stiamo difendendo un&#8217;appartenenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse è proprio questa la cosa che abbiamo dimenticato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torniamo allora al mio amico mangiapreti, ed alla sua domanda: «Ma cosa fanno di diverso dalle nostre suore?».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso gli risponderei così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione non è il velo.&nbsp;&nbsp;La questione è&nbsp;<strong>chi decide</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una suora decide per se stessa. Una donna musulmana adulta deve poter decidere per se stessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma se qualcun altro decide al posto suo, non importa quanto nobile sia la motivazione, quanto antica sia la tradizione, o quanto rispettabile sia la cultura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è più libertà.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora eccola, la domanda che dovrebbe interessarci davvero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non: «Perché porta il velo?».&nbsp;&nbsp;Ma:&nbsp;<strong>«Può toglierselo?»</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se la risposta è sì, possiamo parlare di libertà.&nbsp;&nbsp;Se la risposta è no, possiamo parlare di cultura quanto vogliamo; ma chiamarla libertà sarebbe soltanto una presa in giro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché&nbsp;<strong>la libertà non è il diritto di fare ciò che gli altri approvano.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È il diritto di scegliere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Anche di dire no.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Il paradosso della difesa: ordini record, ma le Borse frenano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 07:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è qualcosa di curioso, persino paradossale, nel grande riarmo europeo (quello che toglie i sonni ai nostri pacifisti da salotto).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo guerre in corso, la Russia che continua a rappresentare una minaccia per l&#8217;Europa, Governi che aumentano le spese militari, la NATO che chiede agli alleati di spendere sempre di più, ed industrie della difesa che non sembrano neppure in grado di accettare ed evadere tutti gli ordini che ricevono.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, se guardiamo alla Borsa, sembrerebbe quasi che tutto questo entusiasmo per le armi non sia poi così convincente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendiamo Rheinmetall, il colosso tedesco diventato negli ultimi anni il simbolo della nuova industria bellica europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il titolo un anno fa era arrivato a sfiorare i 2.000 euro, dopo una corsa impressionante. Oggi quota attorno ai 1.000.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui sta il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre l’azione ha perso quasi metà del valore dai massimi, l&#8217;azienda continua a presentare numeri che raccontano tutt&#8217;altra storia: nel primo semestre 2026 i ricavi sono cresciuti del 39%, l&#8217;utile operativo del 74%, ed il portafoglio ordini ha raggiunto la cifra record di 80,5 miliardi di euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, la guerra non ha prodotto una crisi della domanda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha prodotto, semmai, un problema molto più terra-terra:&nbsp;<strong>come trasformare tutti quegli ordini in produzione, consegne, fatturato, e soprattutto cassa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché un contratto da dieci miliardi non è ancora un incasso da dieci miliardi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un carro armato ordinato non è un carro armato consegnato. Un milione di proiettili promessi non è un milione di proiettili prodotti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fabbrica, del resto, ha una caratteristica piuttosto fastidiosa: non obbedisce ai comunicati stampa dei Governi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per aumentare la produzione servono stabilimenti, macchinari, materie prime, energia, personale specializzato, e tempo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E servono investimenti enormi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rheinmetall sta infatti investendo pesantemente per aumentare le proprie capacità produttive, con effetti inevitabili anche sulla generazione di cassa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c&#8217;è un&#8217;altra cosa che racconta bene quello che sta accadendo all&#8217;industria europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;Europa sta cominciando a riconvertire parte della propria industria civile in industria della difesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso Volkswagen è quasi da manuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stabilimento di Osnabrück, dove la produzione automobilistica terminerà nel 2027, dovrebbe passare ad una nuova proprietà e trasformarsi in un centro per la produzione di componenti destinati alla difesa aerea, in collaborazione con l&#8217;israeliana Rafael.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;operazione dovrebbe salvaguardare circa 1.400 dei 1.800 posti di lavoro dello stabilimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa è molto più significativa di quanto possa sembrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché mentre Rheinmetall deve costruire nuove capacità produttive, l&#8217;Europa possiede già una gigantesca infrastruttura industriale: capannoni, robot, lavoratori qualificati, fornitori, logistica, ingegneria meccanica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che per decenni quella macchina è stata utilizzata per produrre automobili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso la geopolitica (leggi Cina) sta dicendo qualcosa di piuttosto brutale all&#8217;industria europea:&nbsp;<strong>forse ci serviranno meno automobili e più sistemi d&#8217;arma.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una trasformazione industriale che qualche anno fa sarebbe sembrata fantascienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure non basta neppure questa spiegazione a chiarire del tutto il comportamento della Borsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché c&#8217;è un secondo cambiamento, forse ancora più importante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La guerra sta cambiando il prodotto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che la guerra del XXI secolo non sarà necessariamente dominata soltanto dalle grandi piattaforme tradizionali: carri armati, artiglieria, aerei e navi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Droni, guerra elettronica, sensori, software, intelligenza artificiale, sistemi anti-drone e difesa aerea stanno diventando altrettanto decisivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo cambia anche il modo in cui gli investitori guardano alle aziende della difesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non basta più dire: &#8220;Questa è un&#8217;industria bellica&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda diventa:&nbsp;<strong>quale industria bellica?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che costruisce grandi piattaforme per prodotti che richiedono anni per essere progettati, sviluppati e consegnati?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oppure quella che sviluppa e consegna in tempi rapidi un drone relativamente economico, un sistema di intercettazione, un sensore, un algoritmo di intelligenza artificiale?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta sta&nbsp;&nbsp;anche nel divario profondo che separa l&#8217;illusione della politica dalla realtà della fabbrica. Le aziende della difesa hanno i taccuini stracolmi di ordini per i prossimi dieci anni, ma la Borsa non vive di promesse a lungo termine: vive di flussi di cassa immediati. E la filiera industriale europea sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali nel trasformare questa imponente massa di carte e contratti in armi effettivamente consegnate e fatturate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole il Mercato non sembra ancora aver scelto definitivamente dove puntare le proprie fiches.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E sarebbe sbagliato raccontare di una fuga generalizzata dei capitali dai grandi produttori verso le piccole società tecnologiche.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche molti titoli legati ai droni hanno recentemente sofferto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il segnale è evidente:&nbsp;<strong>gli investitori stanno diventando molto più selettivi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è finito il boom della difesa; potrebbe essere finito, però,&nbsp;<strong>il boom indiscriminato della difesa.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco che torniamo a Rheinmetall.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli operatori di Borsa non stanno necessariamente dicendo che non credono nel riarmo europeo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbero stare dicendo qualcosa di molto più sofisticato:&nbsp;<strong>&#8220;Crediamo nel riarmo. Ma non siamo ancora sicuri quali saranno i cavalli vincenti,&nbsp;</strong>quali aziende, quali tecnologie e quali Paesi ne trarranno davvero vantaggio<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché la Borsa non compra le guerre; compra le aspettative sui profitti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando quelle aspettative sono già state incorporate nei prezzi, arriva inevitabilmente il momento in cui gli investitori smettono di chiedersi quanti miliardi spenderanno i Governi, e cominciano a chiedersi quanti miliardi riusciranno davvero a guadagnare le aziende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la vecchia regola dei mercati: “si compra sulle aspettative e si vende quando le aspettative diventano realtà”, o se preferite “si compra sulle voci e si vende sulle notizie&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che stavolta c&#8217;è qualcosa di nuovo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;Europa sta contemporaneamente facendo due cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte sta cercando di trasformare vecchie fabbriche dell&#8217;industria civile, messe in crisi dalla concorrenza internazionale e dalla transizione tecnologica, in nuovi stabilimenti della difesa.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dall&#8217;altra deve capire quali saranno le tecnologie militari dominanti nei prossimi decenni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altre parole,&nbsp;<strong>stiamo riconvertendo le fabbriche del Novecento per preparare la guerra del XXI secolo, mentre la Borsa cerca di capire quali saranno le armi del XXI secolo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che si comprende il paradosso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda di armi può essere enorme, i Governi possono promettere miliardi, e le commesse acquisite dai produttori possono raggiungere livelli mai visti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma tra l&#8217;annuncio politico e l&#8217;utile di bilancio c&#8217;è di mezzo un mondo fatto di fabbriche, investimenti, tecnologia, tempi di consegna e capacità produttiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In altri termini la guerra può riempire i portafogli ordini; ma n<strong>on necessariamente riempie subito le casse.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E la Borsa, che non ha ideologie, sentimenti patriottici, e nemmeno particolare pietà per i racconti dei Governi, questo lo ha capito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine, persino nella corsa al riarmo, vale la più antica delle regole capitalistiche:&nbsp;<strong>non basta vendere cannoni. Bisogna anche riuscire a guadagnarci.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Umberto Baldo</strong><strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<item>
		<title>AfD in Sassonia. Per chi suona la campana?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 07:43:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo&#160; La domanda, un richiamo chiaramente “hemingwayano”,&#160;mi è venuta in mente guardando le reazioni al voto in Sassonia-Anhalt. Perché una cosa colpisce più del risultato stesso: la cautela, quasi la preoccupazione, con cui la stampa tedesca sta cercando di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, un richiamo chiaramente “hemingwayano”,&nbsp;mi è venuta in mente guardando le reazioni al voto in Sassonia-Anhalt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa colpisce più del risultato stesso: la cautela, quasi la preoccupazione, con cui la stampa tedesca sta cercando di capire che cosa potrebbe accadere adesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AfD ha stravinto; ma non può governare da sola.&nbsp;&nbsp;&nbsp;La Cdu esclude di collaborare con l’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il BSW, la formazione di&nbsp;&nbsp;estrema sinistra guidata da Sahra Wagenknecht, dice di non voler sostenere un governo guidato dall’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, proprio qui comincia la parte interessante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché tra le righe dei commenti della stampa teutonica si intravede uno scenario che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato semplicemente impensabile:&nbsp;una qualche forma di convergenza fra AfD e BSW.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ha colpito che Die Welt e Die Zeit ricordino entrambi un dettaglio procedurale del diritto costituzionale del Land: se nei primi due scrutini nessun candidato Ministro Presidente raggiunge la maggioranza assoluta, al terzo voto basta la maggioranza relativa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quindi, qualora il BSW decidesse di astenersi per non votare con i partiti tradizionali, l&#8217;AfD potrebbe far eleggere il proprio candidato anche senza una formale alleanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tal caso non uscirebbe necessariamente una coalizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Potrebbe essere una “tolleranza” esterna, il voto su singoli provvedimenti, oppure un governo sostenuto di volta in volta da maggioranze diverse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, qualcosa che non verrà&nbsp;&nbsp;chiamata alleanza; non ancora, almeno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma il problema è che in politica, qualche volta, le cose importanti cominciano proprio evitando di chiamarle con il loro nome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il BSW ha già fatto sapere di essere disponibile a votare insieme all’AfD su singoli progetti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E le due forze, pur collocate agli estremi opposti della tradizionale geografia politica, hanno parecchi punti di contatto: la contrarietà all’invio di armi all’Ucraina, la richiesta di riaprire il dialogo con Mosca, la critica alle sanzioni contro la Russia ed una linea molto più dura sull’immigrazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente le differenze rimangono profonde, soprattutto sulla politica economica, sulla scuola, sulla sanità e sul ruolo dello Stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è proprio questo il punto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non occorre che due Partiti siano uguali per poter convergere. È sufficiente che, su alcune questioni decisive, abbiano un nemico comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qui la storia politica europea dovrebbe insegnarci qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe rassicurante raccontarsi che quasi metà degli elettori della Sassonia-Anhalt sia improvvisamente diventata estremista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a mio avviso sarebbe anche un modo per non capire nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’AfD non ha conquistato il 44% dei voti soltanto perché esiste un elettorato radicale di destra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha intercettato un malessere che viene da lontano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte dell’elettorato si sente impoverita, insicura, culturalmente spaesata e soprattutto non rappresentata dai partiti tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La globalizzazione ha prodotto vincitori e perdenti; le trasformazioni del mercato del lavoro hanno creato nuove opportunità, ma anche nuove insicurezze, l’immigrazione ha aggiunto un ulteriore elemento di competizione e di tensione sociale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre tutto questo accadeva, la politica tradizionale continuava spesso a spiegare ai cittadini che il problema era soprattutto capire meglio le magnifiche opportunità offerte dal cambiamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Peccato che chi perde il lavoro, vede diminuire il proprio potere d’acquisto, o vede il proprio quartiere trasformarsi in un “melting pot” non viva esattamente dentro un convegno dell’OCSE.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così il disagio economico si è progressivamente trasformato in disagio identitario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una dinamica che l’Europa conosce da almeno vent&#8217;anni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il campanello d’allarme suonò già nel 2002, con il ballottaggio presidenziale francese fra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avremmo dovuto ascoltarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece abbiamo preferito pensare che il problema fosse passeggero, che il sistema avrebbe assorbito le tensioni e che, nel lungo periodo, il modello europeo avrebbe continuato a funzionare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che, come ricordava Keynes,&nbsp;nel lungo periodo siamo tutti morti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione diventa ora ancora più interessante se guardiamo a Sahra Wagenknecht.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il BSW non è AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non lo è ideologicamente, non lo è socialmente e non lo è sul terreno dello Stato sociale.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma è una forza nata anch’essa dalla critica radicale al sistema politico tradizionale.&nbsp;E questo ci porta ad una domanda che sarebbe un errore liquidare come una stranezza tedesca; può esistere una convergenza fra estrema destra ed estrema sinistra?</p>



<p class="wp-block-paragraph">La risposta, piaccia o non piaccia, è sì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non perché destra e sinistra radicali siano diventate improvvisamente la stessa cosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma perché nella storia politica gli estremi possono incontrarsi quando individuano un avversario comune.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punto di contatto può essere l’avversione al capitalismo finanziario, alla globalizzazione, alle élite, all’Unione europea, alla NATO, alle sanzioni contro Mosca, alla politica migratoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto può essere&nbsp;l’ostilità verso il sistema liberale e parlamentare, considerato incapace di risolvere i problemi della società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quella che potremmo chiamare, senza troppi giri di parole, una possibile&nbsp;convergenza rosso-bruna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E oggi la Russia osserva (e secondo me sostiene) con evidente interesse la crescita dei movimenti che, da destra e da sinistra, mettono in discussione l&#8217;ordine liberale occidentale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui però sarebbe troppo facile fermarsi alla denuncia degli estremismi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché i liberali, e più in generale i partiti democratici tradizionali, dovrebbero avere il coraggio di fare anche un po’ di autocritica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se quasi un elettore su due vota AfD, non basta dirgli che ha votato male.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna capire&nbsp;perché ha deciso di farlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per vent&#8217;anni l’Europa ha pensato che il proprio modello fosse praticamente irreversibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Economia di mercato, società aperta, welfare e democrazia liberale sembravano un equilibrio destinato a durare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi sono arrivati la crisi finanziaria, l’austerità, la globalizzazione, la pandemia, le migrazioni, la guerra in Ucraina, l’inflazione e una crescente percezione di insicurezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E ogni volta il sistema ha chiesto ai cittadini di avere pazienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che la pazienza, in politica, non è una risorsa infinita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando le persone smettono di credere che il sistema possa correggersi da solo, cominciano a cercare qualcuno disposto a promettere di cambiarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è esattamente quello che stanno facendo i partiti antisistema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi suona dunque la campana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per l’AfD?&nbsp;&nbsp;&nbsp;Certamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non soltanto.&nbsp;&nbsp;Suona anche per il BSW, che ora si trova davanti a una scelta tutt&#8217;altro che semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se aiuterà l’AfD, anche soltanto indirettamente, dovrà spiegare ai propri elettori&nbsp;&nbsp;di estrema sinistra come sia possibile combattere l’estrema destra e contemporaneamente consentirle di governare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se invece la ostacolerà, dovrà spiegare perché su alcune questioni fondamentali continua a trovarsi più vicina all’AfD che ai partiti tradizionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E suona soprattutto per la CDU e per il sistema politico tedesco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando un partito arriva al 44% e sfiora la maggioranza assoluta dei seggi, continuare semplicemente a ripetere che con quel partito non si governa non risolve il problema.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo rinvia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E i problemi rinviati, in politica, hanno una caratteristica fastidiosa:&nbsp;tendono a tornare più grandi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Sassonia-Anhalt non è ancora governata dall’AfD.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qualcosa è già cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il vero risultato di questa elezione non è soltanto che AfD ha vinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È che&nbsp;una parte enorme dell’elettorato tedesco ha deciso che il vecchio equilibrio politico non è più sufficiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando destra radicale e sinistra radicale scoprono di poter marciare, almeno su alcuni terreni, nella stessa direzione, forse la domanda non è più soltanto&nbsp;chi governerà la Sassonia-Anhalt.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda è molto più grande.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi suona la campana?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse&nbsp;per tutti quelli che hanno continuato a pensare che il sistema liberale fosse eterno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia, purtroppo, non ha mai firmato questa garanzia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>
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		<title>Bandiera inglese vietata a Birmingham? La decisione scatena la polemica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 13:59:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si tratta di un divieto generale di esporre la bandiera inglese a Birmingham, come riportato da numerosi messaggi circolati sui social. Il Comune ha chiesto all’Alta Corte un’ingiunzione per impedire l’installazione senza autorizzazione della croce di San Giorgio, della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Non si tratta di un divieto generale di esporre la bandiera inglese a Birmingham, come riportato da numerosi messaggi circolati sui social. Il Comune ha chiesto all’Alta Corte un’ingiunzione per impedire l’installazione senza autorizzazione della croce di San Giorgio, della Union Jack e di qualsiasi altro vessillo, striscione o cartello su lampioni, ponti, ringhiere e infrastrutture stradali pubbliche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta comprende anche un’ingiunzione provvisoria e la possibilità di arrestare chi dovesse violarne alcune disposizioni. La prima udienza è stata fissata per martedì 8 settembre alle 10.30 davanti all’Alta Corte di Birmingham.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il provvedimento non riguarda quindi le bandiere esposte nelle abitazioni o nelle proprietà private con il consenso dei titolari. Lo stesso Comune continua a far sventolare ogni giorno la Union Jack davanti alla Council House e ha dichiarato di voler collaborare con le comunità locali per individuare spazi nei quali organizzare esposizioni autorizzate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La campagna “Raise the Colours”</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Lo scontro nasce dall’iniziativa “Raise the Colours”, partita nell’estate 2025 nei quartieri di Weoley Castle e Northfield e successivamente diffusasi in altre zone di Birmingham e del Regno Unito. Migliaia di bandiere inglesi e britanniche sono state legate a lampioni, collocate sulle rotatorie o dipinte lungo le strade.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I promotori definiscono l’iniziativa una campagna popolare per riempire il Paese di simboli di unità e patriottismo. Alcuni residenti la considerano una legittima espressione di orgoglio nazionale; altri accusano il movimento di diffondere messaggi contro l’immigrazione e di intimidire le minoranze etniche. “Raise the Colours” respinge le accuse di razzismo e sostiene di agire legalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La richiesta presentata dal Comune indica tra i destinatari il cofondatore del movimento Ryan Bridge, altre sette persone e soggetti non ancora identificati. L’ingiunzione punta a vietare l’installazione non autorizzata di oggetti sulle infrastrutture pubbliche, l’ostruzione delle strade e le interferenze con dipendenti e aziende incaricati della rimozione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sicurezza o censura?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L’amministrazione laburista sostiene che la questione non riguardi il contenuto o la nazionalità delle bandiere, ma la sicurezza e l’utilizzo degli spazi pubblici. Gli oggetti legati ai lampioni possono ostacolare la visibilità, creare rischi elettrici, indebolire le strutture e mettere in pericolo chi li installa, gli automobilisti e i pedoni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Comune afferma inoltre di aver raccolto testimonianze relative a episodi di molestie, intimidazioni e ostacoli nei confronti degli addetti incaricati di rimuovere le bandiere. Alcuni residenti contrari alle installazioni avrebbero segnalato pressioni e comportamenti aggressivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La polemica era cominciata già nel 2025, quando circa 200 tra bandiere, manifesti e altri oggetti erano stati rimossi dai lampioni durante i lavori per la sostituzione dell’illuminazione con apparecchi a Led. Il Comune aveva spiegato che le strutture dovevano essere liberate per permettere ai tecnici di lavorare in sicurezza e aveva precisato di applicare la stessa regola a bandiere di qualsiasi Paese, festoni e pubblicità abusive.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La destra insorge: «È la nostra bandiera»</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Reform UK e i Conservatori hanno attaccato la decisione, accusando l’amministrazione di trasformare una questione di sicurezza in una battaglia contro i simboli nazionali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo conservatore sostiene che le croci di San Giorgio e le Union Jack rappresentino una forza capace di unire la popolazione e celebrare cultura, storia e patrimonio condivisi. Il capogruppo Robert Alden ha chiesto al Comune di aiutare i quartieri che desiderano ospitare esposizioni ufficiali, invece di ricorrere ai tribunali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli oppositori contestano anche quella che considerano una disparità di trattamento: a loro giudizio, negli anni precedenti sarebbero state tollerate bandiere di altri Paesi, mentre quelle inglesi e britanniche verrebbero rimosse rapidamente. Il Comune respinge l’accusa e ribadisce che la regola riguarda tutti gli oggetti collocati senza permesso sulle infrastrutture stradali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Particolari timori sono stati espressi per l’inserimento nell’istanza di “persone sconosciute”, formula che consentirebbe di applicare l’eventuale ingiunzione anche a soggetti non nominati individualmente. La violazione di un ordine dell’Alta Corte potrebbe configurare oltraggio alla corte, con conseguenze che possono arrivare a una multa senza limite prestabilito o, nei casi più gravi, alla reclusione fino a due anni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il precedente dell’Oxfordshire</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta di Birmingham segue quella dell’Oxfordshire, dove l’Alta Corte ha già concesso un’ingiunzione contro l’installazione non autorizzata di bandiere sulle infrastrutture stradali e contro le intimidazioni rivolte agli addetti alla rimozione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel procedimento alcuni dipendenti e appaltatori avevano denunciato di essere stati seguiti, ostacolati e minacciati. Il tribunale ha vietato di appendere o dipingere bandiere sulle strutture stradali, impedire il lavoro degli operatori e provocare molestie o allarme nei confronti del personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso di Birmingham è così diventato una nuova “guerra delle bandiere”: per una parte della città la croce di San Giorgio rappresenta appartenenza e orgoglio nazionale; per altri la sua diffusione organizzata, nel contesto delle proteste contro l’immigrazione, assume un significato intimidatorio. Sul piano formale, tuttavia, l’azione giudiziaria non mira a proibire il simbolo inglese, ma a stabilire dove e in quali condizioni possa essere esposto sugli spazi pubblici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>L’Ue blocca carne, uova e miele dal Brasile: allarme antibiotici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 13:41:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Unione europea ha sospeso da giovedì 3 settembre le importazioni dal Brasile di carne bovina e di pollame, miele e uova. La Commissione europea contesta a Brasilia di non aver fornito garanzie sufficienti sulla conformità dei prodotti alle norme comunitarie,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">L’Unione europea ha sospeso da giovedì 3 settembre le importazioni dal Brasile di carne bovina e di pollame, miele e uova. La Commissione europea contesta a Brasilia di non aver fornito garanzie sufficienti sulla conformità dei prodotti alle norme comunitarie, in particolare a quelle che vietano l’impiego improprio degli antibiotici negli allevamenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Nell’Unione europea abbiamo prodotti alimentari tra i più sicuri e di maggiore qualità al mondo. Questo significa che l’Europa ha introdotto controlli molto rigorosi, coerenti con il proprio approccio sanitario. Chiediamo anche ai nostri partner di applicare queste regole», ha spiegato una portavoce della Commissione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bruxelles ha predisposto un elenco dei Paesi autorizzati a esportare prodotti alimentari nel mercato comunitario sulla base del rispetto di determinati requisiti sanitari. Attualmente il Brasile non compare nella lista, dalla quale è stato rimosso a maggio anche in seguito alle pressioni esercitate dal settore agricolo dopo la firma dell’accordo commerciale con il Mercosur.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro della controversia c’è soprattutto l’impiego negli allevamenti brasiliani di sostanze antimicrobiche per favorire la crescita degli animali o aumentare la produttività. Una pratica vietata nell’Unione europea. Bovini e pollame destinati al mercato comunitario non possono inoltre essere trattati con antimicrobici riservati alla cura delle infezioni nell’uomo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste restrizioni rientrano nella strategia europea contro l’antibiotico-resistenza, che punta a limitare l’utilizzo non necessario dei medicinali e a contrastare la diffusione di infezioni che non rispondono più alle terapie disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni il numero delle infezioni resistenti ai farmaci è aumentato rapidamente. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, i batteri resistenti agli antimicrobici sono direttamente responsabili di oltre un milione di decessi ogni anno e contribuiscono a quasi cinque milioni di ulteriori morti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La decisione assume anche un significato politico. Con il blocco, Bruxelles intende dimostrare la propria vigilanza dopo le forti critiche rivolte alla Commissione dal mondo agricolo e da diversi Paesi, tra cui la Francia, in seguito alla firma, avvenuta nel gennaio scorso, dell’accordo di libero scambio con gli Stati sudamericani del Mercosur: Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per verificare l’effettiva applicazione dei divieti da parte delle autorità brasiliane saranno effettuati specifici controlli. «Stiamo lavorando a stretto contatto, in modo costruttivo e positivo, con le autorità brasiliane per garantire il rispetto di questi requisiti. Una volta dimostrata la conformità, le esportazioni verso l’Unione europea potranno riprendere», ha precisato una portavoce dell’esecutivo comunitario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’esame relativo al pollame e al miele dovrebbe concludersi venerdì, ma per conoscere i risultati potrebbero essere necessarie diverse settimane. I tempi per la carne bovina potrebbero essere più lunghi a causa della durata dei cicli di allevamento e riproduzione delle specie coinvolte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Soltanto dopo la conclusione degli accertamenti e la pubblicazione dei risultati i Paesi europei potranno valutare se autorizzare nuovamente l’importazione dei prodotti brasiliani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La misura ha provocato la reazione di Brasilia, che ha espresso «profonda preoccupazione». Il Brasile riveste infatti un ruolo rilevante nel mercato europeo: nel 2025 è stato il secondo esportatore di carne bovina verso l’Ue, con oltre 92mila tonnellate di prodotti per un valore superiore a 713 milioni di euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I ministeri brasiliani degli Affari esteri e dell’Agricoltura hanno dichiarato di attendersi che «il dialogo tecnico in corso permetta di trovare una soluzione rapida, obiettiva, trasparente e fondata su criteri scientifici».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il governo brasiliano auspica inoltre che l’intesa riconosca adeguatamente le garanzie offerte dal Paese e rimanga «al riparo da pressioni di natura protezionistica».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Brasilia avverte infine che, qualora i negoziati non portassero in tempi utili a una soluzione ritenuta soddisfacente, potrebbe ricorrere agli strumenti previsti per garantire condizioni commerciali equilibrate. Tra le possibili risposte vengono citate le «misure di reciprocità» contemplate dalla legislazione brasiliana e i «meccanismi pertinenti» inseriti nell’accordo tra Unione europea e Mercosur.</p>



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		<title>Veneto ancora in deficit idrico: fiumi fino al 77% sotto la media. I dati allarmanti di Arpav</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 10:21:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[METEO]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ad agosto in Veneto sono caduti mediamente 87 millimetri di pioggia, contro i 99 della media 1991-2020. Il deficit mensile è quindi del 12%, ma il dato più preoccupante riguarda l’intero anno idrologico, iniziato nell’ottobre 2025: in undici mesi sono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p class="wp-block-paragraph">Ad agosto in Veneto sono caduti mediamente 87 millimetri di pioggia, contro i 99 della media 1991-2020. Il deficit mensile è quindi del 12%, ma il dato più preoccupante riguarda l’intero anno idrologico, iniziato nell’ottobre 2025: in undici mesi sono stati registrati 783 millimetri, a fronte di una media di 1.020, con un ammanco del 23%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il quadro tracciato dal bollettino sulla risorsa idrica di Arpav aggiornato al 31 agosto 2026. Le precipitazioni cadute durante il mese corrispondono a circa 1,598 miliardi di metri cubi d’acqua, mentre dall’inizio dell’anno idrologico gli apporti sono stimati in 14,361 miliardi di metri cubi. Per recuperare il deficit accumulato, a settembre dovrebbero cadere mediamente 348 millimetri di pioggia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le precipitazioni più abbondanti di agosto sono state rilevate nel Bellunese: 307 millimetri a Malga Campobon, nel territorio di San Pietro di Cadore; 220 a Soffranco di Longarone; 190 a Passo Monte Croce Comelico e 189 a Col Indes, a Tambre d’Alpago. In pianura spiccano i 177 millimetri registrati a Salizzole, nel Veronese, e i 148 di Mira, nel Veneziano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le zone meno piovose si trovano invece in Polesine: 27 millimetri a Frassinelle Polesine, 30 a Rosolina-Po di Tramontana e 35 a Pellizzare, nel comune di Bagnolo di Po.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le giornate con fenomeni più estesi sono state il 6, 7, 16, 17, 20, 21, 25 e 28 agosto. Il valore giornaliero più elevato è stato registrato il 7 agosto a Salizzole, con 124 millimetri. Tra il 20 e il 21 le precipitazioni hanno interessato l’intero territorio regionale, raggiungendo un massimo di 113 millimetri a Soffranco. Il 25 agosto le piogge si sono concentrate soprattutto sulla pianura meridionale e lungo la costa, con 83 millimetri a Bibione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distribuzione dell’acqua non è stata uniforme. Nel mese si sono registrati lievi surplus nei bacini Scolante, con un più 12%, Fissero-Tartaro-Canal Bianco, più 10%, e Tagliamento, più 4%. Il deficit ha invece raggiunto il 36% sull’Adige e il 31% sul Po. Seguono la pianura tra Livenza e Piave con meno 22%, Lemene, Livenza e Brenta con meno 18%, Sile con meno 14% e Piave con meno 11%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora più marcato il divario calcolato dall’inizio dell’anno idrologico: meno 30% nel bacino del Piave, meno 28% nel Brenta, meno 26% nell’Adige e nel Livenza, meno 19% nel Po, meno 18% nel Sile, meno 12% nel Bacino Scolante, meno 11% nel Lemene e meno 10% nel Fissero-Tartaro-Canal Bianco e nella pianura tra Livenza e Piave. Il Tagliamento presenta un deficit del 6%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli indicatori segnalano una situazione mensile generalmente normale, con alcune aree di moderata siccità nella parte centro-settentrionale. Se si considerano gli ultimi tre mesi, emergono condizioni di siccità moderata e in alcuni casi severa in una zona compresa tra le province di Padova, Belluno e Treviso. Sui periodi di sei e dodici mesi, invece, un’ampia parte centro-settentrionale e occidentale del Veneto presenta segnali di siccità da moderata a estrema.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Serbatoi sotto la media</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nei principali serbatoi del Piave, al 31 agosto risultavano invasati complessivamente 84,7 milioni di metri cubi d’acqua, 21,8 milioni in meno rispetto alla fine di luglio. Il riempimento era al 51%, il 24% sotto la media del periodo. Il volume era leggermente inferiore anche a quello del 2022, con una differenza di 1,4 milioni di metri cubi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pieve di Cadore si trovava al 38% della capacità, il 52% sotto la media; Santa Croce al 57%, con uno scarto dell’11%; il Mis al 50%, sostanzialmente nella media nonostante una differenza negativa dell’8%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel serbatoio del Corlo, sul Brenta, erano presenti 18,4 milioni di metri cubi, 6,5 milioni in meno rispetto alla fine di luglio. Il bacino era al 48% di riempimento e il volume risultava inferiore del 31% alla media, ma superiore di 5,8 milioni di metri cubi rispetto all’agosto 2022.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il Lago di Garda rimane su livelli contenuti. Dopo due mesi e mezzo di forte calo, nella seconda parte di agosto si è osservata una lieve ripresa, ma al 31 agosto il livello era ancora inferiore al 25° percentile storico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Falde in ulteriore calo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’alta pianura veneta le falde continuano a scendere e si collocano generalmente intorno al quinto percentile, sensibilmente al di sotto delle medie. I valori restano comunque superiori ai minimi dell’agosto 2022, o del 2023 nel Veronese, le uniche annate con livelli più bassi di quelli attuali. Le piogge dell’ultima parte di agosto hanno prodotto effetti limitati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’alta pianura vicentina e padovana il livello è diminuito di 44 centimetri a Dueville e di 56 centimetri a Schiavon, dove la falda è vicina al fondo del pozzo e ai valori del 2022. A Cittadella si è invece registrata una ripresa di 38 centimetri, probabilmente legata anche alla fine dell’utilizzo di un vicino pozzo di soccorso del Consorzio di Bonifica Brenta. Rispetto alla media storica mensile, gli scarti sono rispettivamente del 69, 91 e 53%.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fiumi ai minimi, Bacchiglione a meno 77%</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ad agosto le portate sono risultate molto inferiori alle medie storiche sia nei maggiori fiumi veneti, con riduzioni comprese tra il 35 e il 77%, sia nei corsi d’acqua montani, dove il deficit si colloca generalmente tra il 40 e il 60%. Le medie mensili restano comunque superiori ai minimi storici, pur con alcune situazioni particolarmente critiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i grandi fiumi, lo scarto più marcato è stato rilevato nel Bacchiglione a Montegalda, con una portata inferiore del 77% alla media. Seguono il Po a Pontelagoscuro con meno 58%, l’Adige a Boara Pisani con meno 57%, il Livenza a Meduna con meno 48% e il Brenta a Barziza con meno 35%. Il Gorzone a Stanghella registra una riduzione più contenuta, pari al 15%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei corsi montani le portate sono risultate inferiori del 51% sul Fiorentina a Sottorovei, del 42% sul Padola a Santo Stefano, del 41% sul Boite a Podestagno, del 39% sul Boite a Cancia e del 40% sul Cordevole a Saviner e sul Piave a Ponte della Lasta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sull’alto Bacchiglione, l’Astico a Pedescala ha fatto segnare una portata media pari alla metà del valore storico, mentre sull’alto Posina il deficit ha raggiunto il 57%. Alla fine del mese il Posina trasportava appena un quarto dell’acqua normalmente attesa nello stesso periodo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Agosto eccezionalmente caldo in montagna</h2>



<p class="wp-block-paragraph">A pesare sulle riserve idriche è stato anche il caldo. In quota, tra i 2.000 e i 3.200 metri, la temperatura media di agosto è stata superiore di 3 gradi alla norma 1991-2020, su valori paragonabili a quelli registrati nell’agosto 2003 e 2024, i più caldi dal 1985.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla Marmolada, alla stazione di Punta Rocca posta a 3.250 metri, la temperatura è scesa sotto lo zero soltanto tre volte, il 18, 22 e 23 agosto. La media giornaliera è rimasta positiva per tutto il mese e il 5 agosto sono stati toccati i 12 gradi. Il caldo ha così alimentato quasi senza interruzioni la fusione dei ghiacciai. Nel corso del mese non è stata osservata alcuna precipitazione nevosa, neppure alle quote più elevate.</p>



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		<title>Quando la tv “finiva” davvero: le cose che i nativi digitali non capiranno mai</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 10:14:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo Di Alessandro Cammarano C&#8217;è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi ha spento la sigla di chiusura? Breve elogio degli analogici, con affetto e imbarazzo</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una linea di confine invisibile che attraversa le famiglie italiane più di qualunque conflitto generazionale sulla musica o sui vestiti: la linea tra chi ha dovuto imparare il digitale e chi ci è semplicemente nato dentro, come si nasce con gli occhi di un certo colore. Da una parte ci sono i boomer e, sorpresa per molti di loro, anche i millennial: gente che ha visto il mondo passare dall&#8217;analogico al digitale sotto i propri occhi, spesso con la sensazione di essere stata scaraventata a bordo di un treno in corsa senza biglietto né istruzioni; dall&#8217;altra ci sono la generazione Z e, ancora più marcatamente, la generazione Alpha, nativi digitali nel senso più letterale del termine, per i quali il touchscreen non è una tecnologia ma una legge di natura, al pari della gravità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza che non riguarda solo gli strumenti, ma il modo stesso di stare al mondo: e come ogni buona differenza generazionale, è una miniera inesauribile di equivoci comici, di incomprensioni tenere e, va detto, anche di una malinconia sottile che vale la pena raccontare prima che la memoria stessa dell&#8217;analogico si affievolisca del tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cominciamo dalla televisione, perché è lì che il salto si vede meglio. La televisione analogica non era un elettrodomestico, era un rito domestico con le sue liturgie precise: c&#8217;erano solo poche reti, la sera si negoziava in famiglia chi decidesse il programma, e cambiare canale significava alzarsi dal divano, avvicinarsi a quella manopola pesante che scattava con un rumore secco e soddisfacente, girarla fino a trovare il segnale giusto, magari con un po&#8217; di neve elettronica di sottofondo se l&#8217;antenna non era orientata a dovere. Il telecomando, quando arrivò, sembrava quasi un oggetto magico; i più anziani ricordano ancora la diffidenza iniziale, il sospetto che fosse un capriccio inutile rispetto al gesto concreto di alzarsi e girare la manopola con le proprie mani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c&#8217;era l&#8217;attesa, che oggi appare quasi archeologica: la programmazione televisiva era un evento collettivo scandito da orari fissi, e se ti perdevi un episodio, te lo perdevi, punto e basta. Non esisteva il recupero, non esisteva l&#8217;on demand; esisteva solo la sigla di chiusura che annunciava la fine delle trasmissioni, seguita dal fischio prolungato della linea che tornava muta e da quella scacchiera colorata che restava sullo schermo fino a notte fonda, come un piccolo monumento al silenzio elettronico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi un ragazzino della generazione Alpha, messo davanti a un vecchio televisore a tubo catodico con manopole meccaniche, si comporta più o meno come un archeologo di fronte a un reperto sumero: gira la testa, cerca uno schermo touch che non c&#8217;è, prova a &#8220;strisciare&#8221; con il dito sul vetro convesso sperando che qualcosa si muova, e alla fine chiede, con genuino sconcerto, dove sia il telecomando vocale. Quando gli si spiega che bisognava alzarsi fisicamente, ti guarda come se gli avessi appena raccontato che un tempo l&#8217;acqua calda si portava su dal pozzo con un secchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La radio analogica era, se possibile, ancora più capricciosa: trovare una stazione significava girare lentamente una manopola, avanti e indietro, tra fruscii e voci spezzate, finché la frequenza non si &#8220;agganciava&#8221; con un piccolo scatto di soddisfazione. C&#8217;era chi la sintonizzava di sera, sotto le coperte, per ascoltare programmi che a scuola l&#8217;indomani non avrebbe mai ammesso di aver seguito; e c&#8217;era, soprattutto, un&#8217;intimità fisica con l&#8217;apparecchio, perché si conosceva a memoria il punto esatto della manopola in cui compariva l&#8217;emittente preferita, un po&#8217; come si conosce il gradino scricchiolante di una scala di casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai ragazzi di oggi, abituati a dire &#8220;metti la playlist&#8221; a un assistente vocale che riconosce persino gli accenti dialettali più improbabili, il concetto di cercare fisicamente un segnale radiofonico risulta semplicemente incomprensibile: perché cercare, quando tutto è già lì, pronto, indicizzato, richiamabile con un comando vocale o due tocchi sullo schermo? La radio a transistor con l&#8217;antenna telescopica che si tirava fuori e si orientava come un rabdomante è, per loro, un oggetto tanto misterioso quanto un sestante lo sarebbe per un ragazzino cresciuto con il GPS.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il cinema ha vissuto questa frattura silenziosa. Andare al cinema, un tempo, significava affidarsi a una pellicola fisica che scorreva in un proiettore rumoroso, con tutte le sue imperfezioni: i graffi, gli sbalzi di colore, quel caratteristico sfarfallio che oggi chiameremmo &#8220;estetica vintage&#8221; ma che allora era semplicemente il cinema, senza aggettivi. Se la pellicola si spezzava, la sala restava al buio tra i fischi del pubblico, e il proiezionista, figura quasi sacerdotale nascosta nella sua cabina, doveva intervenire fisicamente per far ripartire lo spettacolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cinema digitale, con la sua nitidezza perfetta e la sua immunità dai guasti meccanici, ha reso tutto questo un ricordo da raccontare ai nipoti con l&#8217;aria di chi ha vissuto un&#8217;epoca eroica; e infatti c&#8217;è qualcosa di irresistibilmente comico nel vedere un adulto di una certa età, davanti a un proiettore casalingo moderno, cercare istintivamente una fessura per inserire una bobina che non esiste più, oppure chiedersi dove sia il pulsante fisico dello zoom mentre tutto, ormai, si gestisce con un&#8217;app sullo smartphone.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se c&#8217;è un campo di battaglia quotidiano tra analogici e digitali, però, è proprio quello degli elettrodomestici. La lavatrice di una volta aveva una manopola con scritte chiare, &#8220;cotone&#8221;, &#8220;lana&#8221;, &#8220;centrifuga forte&#8221;: bastava girarla, premere un tasto, e via. La lavatrice di oggi ha invece un display touch con dodici programmi identificati da icone criptiche che sembrano geroglifici, un&#8217;app da scaricare per il controllo remoto e la capacità di inviare notifiche sul telefono quando il bucato è pronto; cosa che a molti analogici pare tanto superflua quanto inquietante, perché mai un elettrodomestico dovrebbe scrivere messaggi?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per il forno, per il frigorifero &#8220;intelligente&#8221; che segnala quando il latte sta per scadere, per la caffettiera che si collega al Wi-Fi di casa: c&#8217;è un tipo particolare di rassegnazione negli sguardi di chi, cresciuto con manopole meccaniche affidabili, si trova davanti a un pannello touch che non risponde bene alle dita bagnate e che richiede, per essere spento del tutto, una combinazione di tocchi prolungati che sembra più adatta a disinnescare un ordigno che a interrompere la cottura della pasta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma è forse nell&#8217;automobile che il divario si manifesta con più drammaticità comica. L&#8217;auto di un tempo era un oggetto meccanico e comprensibile: chiave che gira, motore che si accende, manopole per la radio, leve per gli indicatori, e uno specchietto che si regolava con la mano, fisicamente, sporgendosi dal finestrino se necessario. Oggi l&#8217;abitacolo di un&#8217;auto moderna assomiglia più alla plancia di un&#8217;astronave che a un mezzo di trasporto: schermi touch multipli, assistenti vocali che accendono i fari o regolano il clima, sensori che frenano al posto tuo, telecamere che parcheggiano al posto tuo, aggiornamenti software che arrivano via etere come se l&#8217;automobile fosse, in fondo, uno smartphone con le ruote.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è raro vedere un guidatore di una certa generazione cercare disperatamente una manopola fisica per il volume della radio, trovare solo superfici lisce e touch-sensitive, e finire per alzare involontariamente il riscaldamento dei sedili mentre tenta soltanto di abbassare la musica: è una piccola commedia degli equivoci che si ripete ogni giorno in migliaia di parcheggi italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la comicità, va detto per equità, funziona benissimo anche al contrario. Mettete un bambino della generazione Alpha davanti a un vecchio telefono a disco, di quelli con la rotella da girare per comporre il numero, e osservate la scena: il bambino guarda l&#8217;oggetto, lo gira tra le mani, cerca uno schermo che non c&#8217;è, prova a premere sui numeri come fossero tasti e, alla fine, sconsolato, chiede come si accenda. Quando gli si spiega che bisognava infilare un dito nel foro corrispondente alla cifra e far girare la rotella fino al fermo, aspettando che tornasse indietro da sola prima di comporre la cifra successiva, la reazione tipica è un misto di incredulità e ammirazione, come se gli si stesse raccontando un&#8217;impresa alpinistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo stesso vale per i libri illustrati privi di animazioni: capita che un bambino cresciuto con i tablet, davanti a un albo illustrato tradizionale, dia una &#8220;strisciata&#8221; con il dito sulla pagina aspettandosi che l&#8217;immagine si muova o cambi, restando poi perplesso di fronte all&#8217;immobilità ostinata della carta stampata. O ancora, di fronte a un orologio analogico con le lancette, molti ragazzi della generazione Z faticano genuinamente a leggere l&#8217;ora, abituati come sono ai numeri digitali che non richiedono alcuna interpretazione geometrica del quadrante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c&#8217;è la macchina fotografica a pellicola, oggetto oggi quasi esotico: niente schermo per vedere subito lo scatto, bisogna aspettare lo sviluppo, e ogni fotografia costa qualcosa, quindi va scelta con cura. Per chi è cresciuto scattando centinaia di foto al giorno, cancellabili all&#8217;istante e senza alcun costo percepito, l&#8217;idea di dover aspettare per sapere se una foto sia venuta bene suona come una forma di tortura raffinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è però qualcosa di più profondo, sotto tutta questa comicità di superficie. Gli analogici non rimpiangono davvero la fatica di sintonizzare la radio o l&#8217;incertezza della pellicola che si spezza: rimpiangono, semmai, la lentezza che quegli strumenti imponevano, il tempo dell&#8217;attesa, la scarsità che rendeva ogni cosa più preziosa. Un film visto una sola volta al cinema restava impresso proprio perché non lo si poteva rivedere a comando; una canzone sentita per caso alla radio, senza sapere il titolo, si cercava per settimane, e quando finalmente la si ritrovava era una piccola vittoria personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nativi digitali, dal canto loro, non hanno nulla da rimpiangere di un mondo che non hanno mai conosciuto: per loro tutto è sempre stato immediato, disponibile, interattivo. Non è pigrizia, è semplicemente la loro normalità, così come per gli analogici la manopola e l&#8217;attesa erano la normalità di allora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse la verità, sotto l&#8217;ironia, è che ogni generazione costruisce i propri riti attorno agli strumenti che trova, e che tra qualche decennio anche gli attuali nativi digitali racconteranno ai loro nipoti, con la stessa aria stupita e leggermente nostalgica, di quando bisognava ancora toccare uno schermo con le dita invece di limitarsi a pensare un comando, o di quando le automobili avevano ancora bisogno, ogni tanto, di un essere umano al volante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo, tra chi cerca ancora la manopola del volume e chi striscia il dito su un libro di carta sperando che si animi, resta una certezza consolatoria: nessuna delle due generazioni ha davvero capito l&#8217;altra, e probabilmente va benissimo così.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Scuola e caldo: il problema non è settembre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:45:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SCUOLA - UNIVERSITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Vi disturba se anche oggi parlo del caldo anomalo? Capisco che è un tema ormai abusato, ma cosa volete, poco male; vi basta chiudere il post e passare oltre. Ma poiché di questi tempi è difficile trovare qualcuno<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vi disturba se anche oggi parlo del caldo anomalo?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Capisco che è un tema ormai abusato, ma cosa volete, poco male; vi basta chiudere il post e passare oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma poiché di questi tempi è difficile trovare qualcuno che inizi il discorso senza un bel “Non ce la faccio più, sono esausto!”, non posso non osservare che ormai il calendario non fa più testo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo settembre era il mese delle prime felpe la sera, dei quaderni nuovi con l&#8217;odore di carta fresca, e dell&#8217;estate ormai consegnata ai ricordi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi settembre è semplicemente la quinta puntata di un lungo luglio iniziato a maggio.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, incrociando lo sguardo del vicino di casa in ascensore mentre il termometro segna ancora temperature da sauna, ci si sente dire con incrollabile serenità: “Beh ma d’estate fa caldo, è sempre stato così”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ una&nbsp;forma di ottimismo metafisico ammirevole.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il negazionista climatico da pianerottolo possiede una memoria storica selettiva che meriterebbe uno studio neuroscientifico.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella sua ricostruzione dei fatti, negli anni Settanta la gente asfaltava le strade a metà agosto in maniche di camicia senza versare una goccia di sudore, e l’anticiclone africano era solo un simpatico turista di passaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte all&#8217;evidenza di cinque mesi ininterrotti di afa e canicola, la mente umana mette in campo risorse logiche straordinarie per difendere la propria tranquillità.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se piove tre minuti a luglio, diventa la prova provata che il riscaldamento globale è una finzione inventata dai fabbricanti di condizionatori.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se le zanzare ormai chiedono la residenza permanente e festeggiano l&#8217;Ognissanti in maniche corte, si tratta chiaramente di una bizzarria della natura senza troppa importanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sarebbe quasi da invidiarli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vivere con la certezza che sia tutto assolutamente normale permette di dormire sonni tranquilli — calura permettendo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema sorge quando dalla teoria si passa alla vita pratica, per esempio arrivando al fatidico tema della scuola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come c’era da aspettarsi in questi giorni si è aperto un dibattito sul tema, e da più parti si leva la proposta: &#8220;Posterghiamo l&#8217;inizio delle lezioni a ottobre, adesso fa troppo caldo!&#8221;.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Proposta ragionevole sia chiaro, se non fosse che ci ostiniamo a trattare il clima attuale come un&#8217;improvvisa quanto passeggera emergenza, anziché come una nuova realtà strutturale con cui dovremo nostro malgrado confrontarci per gli anni a venire.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma qui la matematica del calendario scolastico si fa spietata, perché i giorni di lezione previsti per legge devono essere almeno 200.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se si comincia a ottobre, da qualche parte bisognerà pur recuperarli.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prolunghiamo a giugno?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Geniale; peccato che negli ultimi anni l&#8217;anticiclone africano si sia presentato puntuale già a metà maggio, trasformando le aule in veri e propri forni ventilati ad inizio estate esattamente come ad inizio settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora che si fa?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tagliamo le vacanze di Natale, di Pasqua, di Carnevale, per far studiare i ragazzi nei mesi più freschi?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;idea avrebbe una sua logica climatica, ma provate a proporlo al settore turistico o alle famiglie abituate a quelle pause.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partiamo ragionando delle vacanze di Natale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Idea sacrilega. Lo so.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pronunciare le parole «ridurre le vacanze natalizie» in Italia può provocare effetti più devastanti di un&#8217;ondata di calore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il Natale non si tocca.&nbsp;&nbsp;Ci sono i cenoni, i pranzi, le famiglie, le tradizioni, le settimane bianche, gli alberghi, le montagne, il turismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto c&#8217;è quella straordinaria capacità nazionale di considerare intoccabile qualsiasi consuetudine che ci riguardi personalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo discutere per mesi di cambiamento climatico, possiamo preoccuparci del benessere degli studenti, possiamo denunciare le aule troppo calde.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma appena qualcuno dice: «Bene, allora recuperiamo qualche giorno in inverno», improvvisamente scopriamo che&nbsp;<strong>il calendario scolastico è patrimonio immateriale dell&#8217;umanità</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Resterebbe a mio avviso anche un’altra ipotesi da alchimisti del tempo: distribuire le ore di lezione su 6 giorni, se necessario allungando l&#8217;orario giornaliero nei mesi a clima mite; cancellando così il sabato libero e stringendo i ritmi al massimo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un&#8217;opzione affascinante sulla carta, che però avrebbe il solo risultato di far svenire studenti e famiglie per il presunto sovraccarico prima ancora che per il caldo.&nbsp;&nbsp;Tralasciando le proteste dei sindacati degli insegnanti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse dovremmo avere il coraggio di affrontare una discussione in modo molto più serio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il calendario scolastico che abbiamo ereditato appartiene ad un clima, ad un&#8217;organizzazione sociale e ad un&#8217;economia che non sono più esattamente quelli di oggi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora perché non discuterne senza tabù?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non ragionare davvero su come distribuire diversamente i giorni di scuola durante l&#8217;anno?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma&nbsp;la verità è che resta comunque il rischio di continuare a spostare le pedine sulla scacchiera del calendario per non guardare in faccia il vero elefante nella stanza: la qualità dell&#8217;edilizia scolastica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ho già avuto modo di scrivere, finché le nostre scuole resteranno strutture poco isolate e prive di impianti di climatizzazione adeguati, fare lezione a fine settembre o a fine giugno cambierà solo il modo in cui studenti e insegnanti faranno i conti con la ricerca disperata di un soffio d&#8217;aria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente ci sarà sempre qualcuno pronto a ricordarci che «quando eravamo bambini noi, si andava a scuola anche con 30 gradi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente è vero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come è vero che una volta si fumava negli uffici, si viaggiava senza cinture di sicurezza, i bambini stavano in piedi sul sedile posteriore dell&#8217;auto, ma soprattutto le estati non duravano cinque mesi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non tutto ciò che facevamo da giovani è necessariamente un modello da conservare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto,&nbsp;<strong>non possiamo usare i ricordi personali come stazione meteorologica nazionale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto che una volta facesse caldo non dimostra che oggi il clima sia uguale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dimostra soltanto che anche una volta faceva caldo, ma non come adesso, credetemi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La questione vera è molto più semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se il clima sta cambiando, dobbiamo cambiare anche noi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non soltanto le date sul calendario, non soltanto le vacanze, non soltanto gli orari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dobbiamo cambiare le scuole, gli edifici, l&#8217;organizzazione, e sicuramente anche qualche nostra abitudine consolidata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altrimenti continueremo ogni anno a fare la stessa discussione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A settembre diremo che fa troppo caldo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;A ottobre ci congratuleremo con noi stessi per aver risolto il problema.&nbsp;&nbsp;A maggio scopriremo che fa già troppo caldo.&nbsp;&nbsp;A giugno proporremo di sospendere le lezioni per il caldo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E a settembre ricominceremo tutto da capo, come nel gioco dell’Oca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una cosa, almeno, in Italia non cambia mai: quando la realtà diventa scomoda, proviamo a spostare il calendario invece di cambiare la realtà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto BaldoRispondi a tutti</p>



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