28 Aprile 2026 - 9.34

La guerra degli stretti: chi controlla i passaggi controlla il mondo

Umberto Baldo

Il mondo scopre Hormuz come si scopre una malattia: quando fa male. 

Fino a ieri era una riga sulle mappe, oggi è il punto in cui si inceppa il pianeta. 

Da lì passa una quota enorme dell’energia globale. Bloccarlo significa alzare il prezzo della vita, letteralmente.

Iran e Stati Uniti hanno scelto la via più semplice e più stupida della storia umana: il blocco. 

Risultato?

Il 30% delle forniture energetiche ed una fetta rilevante del commercio mondiale finiscono sotto stress. 

Gli emirati del Golfo tremano, i mercati si agitano, le economie rallentano.

E però c’è un dettaglio che sfugge ai cultori della geopolitica da talk show: è un’arma che ferisce anche chi la usa. 

L’Iran si taglia da solo le entrate petrolifere e mette in difficoltà la propria popolazione, trattata come una variabile sacrificabile. 

Gli Stati Uniti, dall’altra parte, giocano con il fuoco dell’inflazione e della recessione. A forza di fare i duri, rischiano di farsi male da soli.

In questo scenario da manuale dell’autolesionismo internazionale, spunta l’idea che sembra uscita da un consiglio di amministrazione più che da una crisi globale: far pagare il pedaggio. 

Tassare il passaggio nello stretto, gestirlo insieme, trasformare la tensione in rendita.

Geniale? Forse. Pericoloso? Sicuramente.

Perché il messaggio sarebbe chiarissimo: se controlli un punto strategico, puoi trasformarlo in uno strumento di pressione permanente. 

Non più libertà di navigazione, ma libertà a pagamento. 

Un principio che farebbe scuola in mezzo mondo.

L’Iran, ovviamente, firmerebbe domani. 

Ne uscirebbe rafforzato, legittimato, con una nuova fonte di entrate sicure, ed il controllo dello stretto riconosciuto. 

Una vittoria piena, senza nemmeno doverla chiamare così.

E tutto sommato credetemi che anche Trump non ci sputerebbe sopra, anche se formalmente gli Usa sembrano rifiutare questa ipotesi. 

Il problema è che il mondo non finisce ad Hormuz. 

Anzi, Hormuz è, o potrebbe essere, solo l’inizio.

Perché se questo modello dovesse passare, il vero nodo diventa un altro: lo stretto di Malacca. 

E lì la faccenda smette di essere seria, per diventare pericolosamente esplosiva.

Malacca, per capirci, non è un dettaglio geografico da enciclopedia geografica.

È largo in media circa 300 chilometri, ma nel suo punto più critico, vicino a Singapore, si restringe a poco più di 3 chilometri. Tre chilometri. 

Una distanza ridicola per uno snodo da cui passa circa un terzo del traffico marittimo mondiale, tra petrolio, gas e merci.

Tradotto: un imbuto perfetto. Il sogno di chiunque voglia esercitare pressione globale senza sparare un colpo. O quasi.

Se Hormuz è un rubinetto, Malacca è una valvola a pressione. 

E l’idea che qualcuno possa decidere di “metterci il contatore” dovrebbe far venire qualche brivido anche agli ottimisti di professione.

Qui il discorso si alza di livello, e diventa geopolitica vera, quella che non si racconta con gli slogan. 

Il mare non è terra: non ha confini chiari, non ha un’autorità che faccia rispettare davvero le regole. 

È uno spazio dove il diritto esiste finché qualcuno ha la forza di farlo rispettare.

Per decenni quel qualcuno sono stati gli Stati Uniti. 

Hanno garantito la libertà di navigazione perché coincideva con il loro interesse. 

Non per generosità, ma per convenienza. 

Che, nella storia, è sempre stata la forma più affidabile di virtù.

Oggi però qualcosa si incrina. La politica estera di Trump guarda con sospetto proprio quell’ordine internazionale che gli Stati Uniti avevano costruito. 

E quando il garante smette di credere nelle regole, le regole iniziano a perdere valore.

Il risultato è una crepa. E le crepe, nella storia, non restano mai vuote. Vengono riempite.

La Cina osserva, studia, aspetta. 

Sa benissimo che il controllo dei mari asiatici passa anche da Malacca. 

E sa altrettanto bene che basta poco per trasformare un punto di transito in uno strumento di pressione strategica.

Non a caso qualcuno parla già di Hormuz come “prova generale”. 

Perché è esattamente questo che stiamo vedendo: non una crisi isolata, ma un esperimento. Un test su quanto il sistema regga quando le regole iniziano a piegarsi.

Dal 1973 abbiamo capito quanto pesa il petrolio. 

Oggi stiamo imparando qualcosa di più scomodo: non conta solo “cosa” passa da certi stretti, ma “chi” decide come deve passarci.

E quando quel “chi” smette di rispondere a regole condivise, il problema non è più il traffico marittimo.

È il mondo intero che inizia a funzionare a pedaggio.

Umberto Baldo

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