Venezia laboratorio d’Italia: voti islamici, identità in saldo

Umberto Baldo
Tempo di elezioni amministrative. Tempo di liste, di candidati, di equilibrismi interni che farebbero impallidire anche i trapezisti del circo.
Da sempre, in ogni realtà territoriale la compilazione delle liste per il Consiglio comunale è terreno di scontro.
Correnti, cordate, piccoli potentati locali: tutti impegnati a piazzare gli “amici” ed a tenere fuori i “nemici”.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole italico.
Ma quando nelle liste compaiono candidati di origine extracomunitaria, e per di più apertamente legati all’Islam, il clima si surriscalda.
Non per un improvviso amore della filosofia politica, ma perché entrano in gioco identità, paure e, soprattutto, voti.
È successo a Vigevano, 63mila abitanti in provincia di Pavia, Comune da vent’anni a guida leghista.
Il candidato sindaco Riccardo Ghia ha inserito in lista due musulmani: Hussein Ibrahim, portavoce della comunità islamica locale, e Hagar Haggag, studentessa di scienze politiche.
Il primo si è candidato “nel nome di Allah”. La seconda ha fatto campagna elettorale con il velo. Apriti cielo.
Reazioni prevedibili: irritazione di Salvini, malumori interni alla Lega e, da destra, gli attacchi di chi non vedeva l’ora di accusare il Partito di incoerenza.
“Se combatti l’islamizzazione non candidi chi invoca Allah”, è stato il succo del ragionamento degli avversari. Lineare, almeno sul piano propagandistico.
Ma quello di Vigevano è quasi un antipasto.
Il piatto forte è Venezia.
Qui il Partito Democratico ha giocato una partita ben più ambiziosa, candidando sette esponenti della comunità bengalese.
E non si è trattato di una presenza simbolica.
Un volantino in lingua bangla, diffuso durante la campagna elettorale (che non ho visto ma che viene citato da tutti i giornali e media) si apre con un’invocazione religiosa: “Nel nome di Allah, il misericordioso, il compassionevole…”. Poi il messaggio politico: “Assalamu Alaikum a tutti i residenti di Marghera-Venezia. Per le elezioni del Consiglio municipale, due candidati della comunità bangladese sono stati indicati dal Pd. Mettete una croce sul simbolo del Pd…”
Qualcuno pensava davvero che una scelta del genere passasse inosservata?
Le accuse sono arrivate immediate: svendita dell’identità, voto di scambio, sicurezza sacrificata sull’altare del consenso.
Toni accesi, certo, ma non casuali. Dietro c’è un calcolo politico molto concreto.
Tra Venezia e Mestre vivono circa 30mila musulmani. Non tutti votano, ma il peso elettorale cresce.
Si stimano tra i 10 ed i 15mila cittadini di origine bengalese, con almeno 5mila potenziali elettori.
Numeri che, in un’elezione locale, possono fare la differenza.
Altro che dibattito filosofico sull’inclusione.
Nello stesso territorio esistono già una dozzina di luoghi di culto non ufficiali e un progetto da 20 milioni di euro per una grande moschea.
Il terreno è stato acquistato, gli spazi sono già stati utilizzati per celebrazioni religiose.
I promotori parlano di una delle moschee più grandi d’Europa.
Sui finanziamenti, però, circolano più dubbi che certezze.
E qui il punto diventa politico, non più solo locale.
Durante la presentazione delle liste, qualcuno è stato molto chiaro: “Vogliamo la moschea. Vogliamo che i nostri figli si sentano a casa”.
Legittimo desiderio, dal loro punto di vista. Ma altrettanto legittimo chiedersi se una rappresentanza elettorale possa davvero risolvere un nodo che è strutturale.
Nei giorni scorsi vi ho intrattenuto sul problema dei luoghi di culto islamico (vi rimando quindi al mio editoriale https://www.tviweb.it/moschee-senza-regole-il-nodo-irrisolto-tra-stato-e-islam/) dimostrando che il problema è europeo, che la struttura non verticistica dell’Islam rende quasi impossibile trovare accordi o concordati con gli Stati, per cui trovo quanto meno azzardato pensare che qualche Consigliere comunale di fede musulmana a Venezia possa risolvere un problema che al momento sembra inestricabile.
Nel frattempo, però, il caso Venezia è diventato nazionale.
Anche perché il Partito Democratico conta ormai decine di amministratori locali di fede musulmana e sembra intenzionato ad ampliare ulteriormente questa presenza.
La destra ha gioco facile nel contrattacco: prima il crocifisso contestato nelle scuole, ora l’apertura all’Islam per conquistare voti.
Con l’immancabile corollario dello “ius soli” agitato come spettro.
Propaganda? Certo. Ma anche qui, non solo.
Perché il tema è destinato a restare. E non è marginale.
L’Italia non è ancora una società realmente multietnica.
Lo diventerà, probabilmente, ma il processo è lento ed ancora irto di resistenze.
Negarlo significa consegnarsi alla realtà, prima o poi, in modo traumatico.
Venezia, in questo senso, rappresenta un simbolo perfetto.
La Serenissima è stata per secoli una città cosmopolita, crocevia di popoli e culture.
Ma aveva una bussola chiarissima: l’interesse della Repubblica.
“Prima venexiani e poi cristiani” non era uno slogan folkloristico, ma una linea politica.
Oggi quella identità si è sfilacciata. La città storica conta meno di 50mila residenti, mentre Mestre, con oltre 200mila abitanti, decide di fatto gli equilibri politici.
Nel frattempo la Venezia storica è diventata una vetrina turistica globale, più Disneyland che comunità viva.
Dentro questo contesto si inserisce una trasformazione demografica e culturale che non è episodica, ma strutturale.
E che ridisegnerà gli equilibri politici europei nei prossimi decenni.
Si può fermare? No. Si può ignorare? Ancora meno.
Resta però una contraddizione che merita di essere evidenziata.
Le sinistre difendono, giustamente, i gay pride, i diritti civili, il femminismo, le libertà individuali.
Ma nello stesso tempo candidano esponenti che, almeno in alcuni casi, si richiamano a visioni religiose difficilmente compatibili con quegli stessi principi.
Non è un’accusa.
È un problema politico, se ritieni che la Shari’a debba essere l’unica legge che deve regolare la vita di un vero musulmano.
E non aiuta guardare all’estero, a Paesi che affrontano questo problema da più tempo di noi, per trovare soluzioni miracolose.
Il modello francese dell’assimilazione ha mostrato crepe evidenti, quello britannico del multiculturalismo ha prodotto, in molti casi, comunità parallele e ghettizzate, quartieri dove vige la Shari’a e la polizia ha paura ad entrare.
La verità è che non esistono scorciatoie.
Alla fine, come sempre, a decidere sarà il voto.
A Venezia, come altrove, saranno i cittadini a dire se questa direzione, se questa apertura agli islamici, convince o preoccupa.
Ed è forse l’unica cosa, in tutta questa storia, che non ha bisogno di essere reinterpretata.
Umberto Baldo













