Moschee senza regole: il nodo irrisolto tra Stato e Islam

Umberto Baldo
Assai di frequente leggiamo che nei comuni italiani ci sono frizioni fra le locali comunità islamiche e le istituzioni relativamente ai luoghi culto. Garage, locali improvvisati, capannoni, cantine, diventano moschee improvvisate fuori da ogni controllo.
Succede ovunque ormai, nelle grandi città come nei piccoli centri, con clamori e proteste dei residenti.
Perché succede questo?
Perché i seguaci dell’Islam non possono godere di loro luoghi di culto come succede per i fedeli di altre religioni?
Non si tratta di persecuzione da parte dello Stato italiano.
A differenza della Chiesa Cattolica ( intesa regolata dal Concordato, che è un trattato internazionale), i rapporti tra lo Stato e le altre religioni sono stabiliti dalle Intese (Art. 8 della Costituzione).
Nonostante anni di tentativi di dialogo, un’Intesa con l’Islam non è mai stata firmata.
Il Risultato pratico è che chi ha un’Intesa (es. valdesi, ebrei, ecc.) gode di procedure più chiare, mentre chi non ce l’ha si muove in un limbo amministrativo.
Poi arrivano i Comuni, che sono quelli che decidono davvero se puoi aprire un luogo di culto.
E qui si entra nel teatro: vincoli urbanistici, destinazioni d’uso, parcheggi obbligatori (per pregare, a quanto pare, serve anche un piano parcheggi degno di un centro commerciale), pressioni politiche locali, proteste dei residenti.
Ma al di là di tutto questo, il vero motivo della mancanza di “intese con l’Islam” è tutto interno all’Islam stesso.
Il primo e principale ostacolo è di natura gerarchica.
Mentre la Chiesa Cattolica ha il Papa, e le comunità ebraiche o valdesi hanno Organi di rappresentanza unitari, l’Islam non ha un clero strutturato o un “Capo” universale.
Per firmare un’Intesa ai sensi dell’Articolo 8 della Costituzione, lo Stato richiede che l’ente religioso abbia uno statuto approvato ed un rappresentante legale unico.
Nell’Islam, ogni associazione (spesso registrata semplicemente come “centro culturale”) è un’isola a sé.
Se lo Stato firmasse un accordo con l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), le altre sigle come la COREIS o la Confederazione Islamica Italiana potrebbero impugnare l’accordo, sostenendo di non essere rappresentate.
L’Islam è un mosaico di correnti (Sunniti, Sciiti, Sufi) e scuole giuridiche.
Senza un’Autorità centrale che possa garantire l’applicazione dell’Intesa in ogni moschea o centro culturale, lo Stato teme che l’accordo resti lettera morta, o che favorisca solo una fazione a discapito delle altre.
Per firmare un’Intesa, lo statuto dell’organizzazione religiosa non deve poi contrastare con l’ordinamento giuridico italiano, in primis con il riconoscimento dei valori costituzionali.
Alcuni nodi critici emersi nel tempo riguardano: diritto di famiglia, cioè questioni legate alla poligamia o al ripudio, incompatibili con il codice civile, ed alla libertà religiosa, ossia la garanzia esplicita del diritto di cambiare religione (apostasia), che alcune interpretazioni più rigide dell’Islam faticano a sottoscrivere formalmente.
Da non trascurare il fatto che molte comunità islamiche in Italia sono legate a nazioni estere (Marocco, Turchia, Qatar, Egitto).
Ciò crea di fatto una “geopolitica delle moschee” caratterizzata da influenze esterne (spesso i finanziamenti e gli Imam arrivano dall’estero, rispondendo a logiche di governi stranieri piuttosto che ad una leadership nazionale italiana), ed una competizione interna (le diverse associazioni competono per la leadership, rendendo quasi impossibile la creazione di una “Federazione Islamica” che parli a nome di tutti i 2,5 milioni di musulmani in Italia).
C’è poi il paradosso del “Sacerdozio universale”.
A differenza del Cattolicesimo, dove esiste una distinzione netta tra clero e laici, nell’Islam sunnita (maggioritario in Italia) vige un rapporto diretto tra il fedele e Dio.
L’Imam è spesso solo una guida spirituale riconosciuta dalla sua specifica comunità per la sua preparazione, ma non ha un’investitura sacramentale o burocratica che lo ponga sopra gli altri.
In breve lo Stato cerca una “piramide” con cui trattare, ma si trova davanti a una “rete” orizzontale.
Senza una riforma interna che porti alla creazione di un Consiglio rappresentativo unitario (simile al modello del Concistoro per gli ebrei o della Tavola per i Valdesi), lo Stato italiano continuerà a muoversi con estrema cautela per evitare di dare “il monopolio” della rappresentanza ad un solo gruppo.
Inoltre molti Imam attivi in Italia sono “itineranti”, o arrivano con visti turistici/religiosi da paesi come l’Egitto, il Marocco o la Turchia.
Un eventuale albo riconosciuto e certificato richiederebbe: una formazione standardizzata (magari in università italiane), nonché la conoscenza della lingua italiana e dei nostri principi costituzionali.
Molte realtà locali, però, preferiscono mantenere il legame diretto con le tradizioni e le lingue dei paesi d’origine, percependo un aAbo nazionale come un tentativo di “addomesticare” l’Islam.
Per di più nell’Islam sunnita, maggioritario, l’Imam non è un prete ordinato, ma spesso un membro della comunità che ne sa più degli altri.
Imporre un “patentino” statale cambierebbe la natura stessa della funzione religiosa.
In primis perché un piccolo Centro culturale in provincia potrebbe non avere i mezzi per “assumere” un Imam certificato. Con il rischio di dar vita ad un mercato nero della preghiera, con Imam “ufficiali” per lo Stato ed Imam “reali” scelti dai fedeli.
Infine va sottolineato che firmare un’Intesa significherebbe aprire i bilanci.
Alcune realtà islamiche preferiscono invece restare “associazioni private” proprio per non dover rendere conto allo Stato della provenienza dei propri fondi. È un dettaglio che spiega perché, a volte, la mancanza di un’Intesa faccia comodo a certi leader religiosi.
Tutto ciò avviene in una fase in cui la presenza islamica in Italia è costantemente in crescita, e con lei la richiesta di poter pregare liberamente in luoghi riconosciuti dallo Stato.
Capisco che ai cittadini che vedono ad esempio moschee improvvisate sotto i portici, con file di scarpe in bellavista, possa saltare la mosca al naso.
Ma non è facile ipotizzare di cambiare con la bacchetta magica riti, principi e tradizioni di una religione come l’Islam, che affonda nei secoli.
Lo dimostra il fatto che, chi più chi meno, tutti i Paesi europei condividono lo stesso problema dell’Italia.
Per fare un solo esempio, in Germania, la più grande associazione (DITIB) è direttamente legata al governo turco. Questo rende difficile creare un Islam “nazionale” perché i leader rispondono a logiche estere.
In conclusione, non illudiamoci che la soluzione sia alle porte.
Ma voglio sperare che se i nodi burocratici e politici sembrano inestricabili, la soluzione potrebbe non arrivare dalle Cancellerie.
In altre parole che mentre la diplomazia tra Stato e Associazioni resta ferma al palo di una burocrazia che non trova interlocutori, la vera partita si stia spostando altrove.
Nel senso che la speranza di sbloccare questo stallo non risiede più in una firma calata dall’alto, ma nella maturazione di un “Islam italiano” che deve ancora trovare la sua voce definitiva.
È nelle nuove generazioni, sospese tra tradizioni familiari e identità nazionale, che a mio avviso si giocherà la sfida: saranno loro a dover costruire quel ponte che oggi manca, trasformando una fede percepita come “straniera” in una componente consapevole della cittadinanza.
L’Intesa, allora, non sarà più un contratto faticoso tra estranei, ma il riconoscimento naturale di un cammino fatto insieme.
Come accennavo la strada è ancora lunga e in salita, ma è l’unica che può portare oltre i pregiudizi ed i silenzi imbarazzati o rancorosi del presente.
Umberto Baldo













