Petrolio, Debito, Consenso: il triangolo delle perdite

Umberto Baldo
Per anni abbiamo cullato l’illusione che il petrolio fosse diventato un attore non protagonista, un vecchio arnese del Novecento destinato a scivolare fuori dal dibattito economico globale, surclassato dalle promesse della transizione green e dalle agende delle Banche centrali.
Ma la realtà ha bussato alla porta con la violenza dei conflitti in Medio Oriente.
La crisi in Iran ha riportato l’“oro nero” prepotentemente al centro della scena, ricordandoci che la nostra economia è ancora drammaticamente legata agli idrocarburi.
A guerra in corso, è arduo mappare l’esatta portata delle conseguenze.
Non è ancora chiaro in che misura il rincaro energetico si trasmetterà ai prezzi al consumo, alimentando una fiammata inflattiva che credevamo domata.
Sebbene non si registrino ancora carenze fisiche di benzina o gasolio, il settore del trasporto aereo mostra già i primi segnali di stress.
Eppure, il punto non è solo tecnico o logistico.
Quel che appare davvero “fuori fase” è la reazione della politica, che ancora una volta sceglie di curare i sintomi ignorando la patologia.
In Europa, la gestione della crisi sta mettendo a nudo un riflesso fin troppo noto: il populismo energetico.
Di fronte al rischio di scontentare l’elettorato, molti Governi, fra cui il nostro, hanno scelto la via più breve: i sussidi indiscriminati ai carburanti.
L’abbassamento delle accise, in questo contesto, non è che una forma di assistenza mascherata che risponde ad una logica perversa: attenuare l’impatto immediato sui cittadini, scaricando il conto sui bilanci pubblici futuri.
Ma c’è un paradosso più profondo.
Mentre i vertici internazionali si riempiono la bocca di “Green Deal” e decarbonizzazione, al primo rincaro del barile gli Stati corrono a sovvenzionare le fonti fossili.
È un controsenso strategico: stiamo letteralmente usando soldi pubblici per mantenere in vita il legame con una risorsa che dichiariamo di voler abbandonare.
Invece di incentivare il risparmio energetico od investire strutturalmente nel trasporto pubblico, la politica preferisce “drogare” il prezzo alla pompa per non dover dire ai cittadini la verità: ovvero che il modello di consumo attuale non è più sostenibile (ormai lo dicono apertamente anche i Costruttori di auto europei).
Intervenire in modo generalizzato significa impegnare risorse ingenti senza alcuna selettività.
Un taglio delle accise aiuta il proprietario di un SUV di lusso esattamente quanto il pendolare che fatica ad arrivare a fine mese.
È una misura profondamente regressiva, che brucia miliardi di spesa corrente invece di trasformarli in investimenti per la resilienza energetica delle fasce più deboli.
Inoltre, questa strategia innesca un cortocircuito con le politiche monetarie.
Mentre le Banche centrali lottano per raffreddare l’inflazione manovrando sui tassi, i Governi accelerano in direzione opposta, immettendo liquidità nel sistema per sostenere consumi che l’offerta limitata non può soddisfare.
Il risultato? Si mantiene artificialmente alta la pressione sui prezzi, prolungando l’agonia inflattiva.
In questo quadro già fragile, l’Italia rappresenta, come di consueto, un caso di scuola.
Con uno dei debiti pubblici più elevati d’Europa, il nostro margine di manovra dovrebbe essere ridotto al lumicino.
Eppure, il dibattito politico sembra ignorare la gravità della situazione.
La risposta istintiva rimane la stessa: sussidi, bonus, interventi a pioggia.
È come se un paziente già in terapia intensiva finanziaria decidesse di festeggiare un miglioramento apparente accendendo un altro prestito, convinto che il futuro sia un’entità astratta che non presenterà mai il conto.
È una forma di fede cieca, più che di politica economica; ma io aggiungo anche di profonda ignoranza delle dinamiche dell’economia e dei mercati.
Per un territorio come il nostro poi, questo approccio è un paradosso pericoloso.
In Veneto in particolare il tessuto produttivo vive di export e di logistica.
Se è vero che il caro-carburante colpisce i trasporti, è altrettanto vero che l’instabilità finanziaria causata dal debito pubblico finirà per alzare il costo del credito per le imprese.
Così il sussidio che oggi ci permette di fare il pieno con qualche euro di sconto è lo stesso debito che domani renderà più caro il mutuo di una famiglia od il finanziamento di un’azienda per un nuovo macchinario.
Ma la sovranità di un Paese non si misura dai proclami, bensì dalla capacità di non dipendere dai prestiti altrui per pagare il proprio stile di vita.
La strategia del consenso immediato crea una trappola perfetta.
Una volta abituati i cittadini al sostegno pubblico, ritirarlo diventa un suicidio politico.
Le finanze pubbliche restano così tese, prive di ossigeno per intervenire qualora si presentassero crisi davvero sistemiche.
Il rischio reale è che la crisi energetica diventi il colpo di grazia per la credibilità finanziaria del Continente.
Perché se è vero che gli elettori possono avere la memoria corta, i mercati, al contrario, ricordano tutto.
In un contesto di tassi di interesse non più accomodanti, il costo per sostenere il debito accumulato oggi diventerà la zavorra che affosserà ogni possibilità di crescita domani.
Quando l’ironia della politica finisce, resta solo il conto.
E sarà un conto salatissimo, scritto rigorosamente in rosso; quello del petrolio che abbiamo bruciato e quello del debito che abbiamo ereditato.
Il problema è che quel conto, purtroppo, non lo pagherà la politica, ma l’economia reale dei nostri territori.
Umberto Baldo













