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	<title>POLITICA | TViWeb</title>
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		<title>FdI Vicenza candida Giovine come prossimo sindaco cittadino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 14:34:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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<p>Un percorso costruito dal basso, aperto a tutte le forze del centrodestra e alla città, che prenderà il via entro la fine di settembre.&nbsp;<strong>È l&#8217;annuncio del presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia di Vicenza, Alessandro Benigno, che apre ufficialmente il cantiere in vista delle comunali del 2028</strong>&nbsp;e mette sul tavolo anche un nome per la corsa a Palazzo Trissino: quello del deputato&nbsp;<strong>Silvio Giovine</strong>.</p>



<p>«Fratelli d&#8217;Italia è la prima forza del centrodestra e non risparmia nulla all&#8217;amministrazione Possamai –&nbsp;<strong>esordisce Benigno</strong>&nbsp;–. Lo facciamo in consiglio comunale, lo facciamo nelle commissioni, lo facciamo sul territorio. E non siamo soli: penso al lavoro certosino e costante che il nostro capogruppo Nicolò Naclerio svolge insieme a Marco Zocca di Forza Italia, Michele Dalla Negra della Lega, Stefano Notarangelo di Impegno per Vicenza e Francesco Saoncella di Idea Vicenza. Con loro il confronto è quotidiano, sia tra i gruppi consiliari sia a livello di segreterie di partito».</p>



<p><strong>Nessuna autocelebrazione, però</strong>. «Per me tutto è sempre perfettibile –&nbsp;<strong>precisa Benigno</strong>&nbsp;–. Non esiste un centrodestra arrivato, esiste un centrodestra che lavora e che deve farlo sempre di più e sempre meglio. Dobbiamo migliorare, dobbiamo allargare, e soprattutto siamo ancora nei tempi per farlo bene. Aggregare nuove energie attorno a un progetto richiede metodo, costanza e pazienza, ma anche più grinta e determinazione da parte nostra e di tutti coloro che si ritengono alternativi alla sinistra».</p>



<p><strong>Da qui l&#8217;annuncio del laboratorio</strong>. «Proporremo entro la fine di settembre un percorso che non sia calato dall&#8217;alto, ma costruito dal basso: quartiere per quartiere, dalle periferie fino al centro storico. Vogliamo ascoltare i comitati, le associazioni, i commercianti, chi ogni mattina alza la saracinesca e chi la sera ha paura a tornare a casa. Un laboratorio che condivideremo con tutte le forze del centrodestra e con chiunque vorrà starci, senza veti e senza posti prenotati. Perché per arrivare pronti al 2028 servono le scarpe da ginnastica per girare la città, non il protagonismo mediatico».</p>



<p><strong>Un percorso che, accanto ai contenuti, dovrà misurarsi anche con i nomi</strong>. «A mio avviso il compito del tavolo del centrodestra è metterne sul piatto più di uno, per capire insieme quale sia il profilo più idoneo alla partita del 2028. Io certamente proporrò la candidatura a sindaco del nostro deputato Silvio Giovine, e mi auguro che voglia prendere in considerazione l&#8217;ipotesi: a mio parere è l&#8217;uomo giusto, perché per esperienza e competenza può far crollare il castello di carta di Possamai».</p>



<p><strong>Sulla proposta, Benigno mette le mani avanti</strong>. «Lo dico con la massima chiarezza: non è un&#8217;imposizione, non è una bandierina piantata per rivendicare un primato. È una proposta, che andrà discussa, verificata con il diretto interessato e condivisa con gli alleati e con la città. Però, oltre ai contenuti, è arrivato il momento di ragionare anche sui nomi e sulle disponibilità che potranno esserci. È giunto il momento di gettare il cuore oltre l&#8217;ostacolo».</p>



<p><strong>Il giudizio sull&#8217;amministrazione in carica è netto</strong>. «Possamai non è imbattibile come tanti vorrebbero far credere. E soprattutto non possiamo permetterci di lasciarlo dov&#8217;è. Al netto del degrado in cui è sprofondata la città, l&#8217;ideologia di questa giunta unita all&#8217;apatia decisionale del sindaco rischia di deturpare in modo irrimediabile il volto di Vicenza. Due esempi su tutti: la Tav e il metrobus. Sono opere che segneranno la città per i prossimi cinquant&#8217;anni e che meritavano una guida capace di decidere e di farsi rispettare, non di subire».</p>



<p><strong>Infine, la ragione del tempismo</strong>. «Abbiamo la possibilità di lavorare pancia a terra per tempo per trovare una sintesi, senza tatticismi e senza attendere che qualcun altro, magari all&#8217;ultimo minuto, decida per noi, come purtroppo è già accaduto. In questi anni ho visto troppe coalizioni arrivare all&#8217;appuntamento elettorale con il fiato corto, perché si è perso tempo a rinviare. Chi ha una proposta la metta sul tavolo: la nostra la mettiamo oggi, a viso aperto, e siamo pronti ad ascoltare quelle degli altri con lo stesso spirito. Noi preferiamo la strada più lunga: quella che si fa a piedi, tra la gente».</p>
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		<title>Viale Roma a Vicenza, i bus non girano e a FdI invece girano..</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 10:28:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente cittadino di Fratelli d’Italia Vicenza, Alessandro Benigno, interviene sulla vicenda del nuovo assetto di viale Roma, dove, a conclusione dei lavori Pnrr da 2,1 milioni di euro, l’amministrazione comunale ha dovuto affidare una nuova progettazione per correggere il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il presidente cittadino di Fratelli d’Italia Vicenza, Alessandro Benigno, interviene sulla vicenda del nuovo assetto di viale Roma, dove, a conclusione dei lavori Pnrr da 2,1 milioni di euro, l’amministrazione comunale ha dovuto affidare una nuova progettazione per correggere il cordolo della rotatoria di piazzale Stazione, risultato inadeguato al passaggio dei mezzi del trasporto pubblico.</p>



<p>“Rifanno viale Roma con 2,1 milioni di euro e poi si accorgono che i bus non ci girano. Geniale” &#8211; dichiara Benigno, -. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Già durante il cantiere era stato necessario un primo ritocco alla curva di ingresso da viale Venezia, e oggi scopriamo che servono altri soldi per un nuovo progetto e per risistemare un’opera appena conclusa. Pagare due volte per sbagliare una: questo il risultato della programmazione dell’amministrazione Possamai”.</p>



<p>“Il conto, naturalmente, lo pagano i vicentini &#8211; prosegue Benigno &#8211; che oltre ai disagi di mesi di cantieri si ritrovano un’opera da correggere prima ancora di essere collaudata dall’uso quotidiano. E il tutto per anticipare l’assetto di quella linea Brt che abbiamo sempre contestato: un progetto calato dall’alto, che sta stravolgendo la viabilità cittadina e che già mostra tutti i suoi limiti prima ancora di partire. Se il biglietto da visita è un cordolo da rifare, c’è poco da stare tranquilli sul resto”.</p>



<p>“Attendiamo fiduciosi la nota ufficiale di Palazzo Trissino &#8211; conclude il presidente cittadino di FdI -. Sarà colpa del Governo Meloni anche questa?”.</p>
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		<title>Salvini, il Capitano che non comanda più: è l’ora di Zaia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui gli avversari smettono improvvisamente di essere il problema. Perché il problema diventano gli amici. Matteo Salvini sembra essere arrivato esattamente lì. Il direttivo della Lega lombarda, con le critiche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui gli avversari smettono improvvisamente di essere il problema. Perché il problema diventano gli amici.</p>



<p>Matteo Salvini sembra essere arrivato esattamente lì.</p>



<p>Il direttivo della Lega lombarda, con le critiche durissime rivolte al segretario e la richiesta di farsi da parte emersa nel confronto interno, racconta qualcosa di molto più profondo dell’ennesima baruffa di partito. Racconta la crisi di un sistema politico costruito per anni attorno a un uomo solo.</p>



<p>E soprattutto certifica la caduta di un tabù: Salvini non è più intoccabile.</p>



<p>È questo il vero fatto politico.</p>



<p>Perché finché a chiederti le dimissioni sono Schlein, Conte o qualche editorialista poco importa. Fa parte del gioco. Quando invece cominciano a farlo quelli che siedono al tuo stesso tavolo, il problema cambia natura.</p>



<p>Il Capitano scopre improvvisamente che l’equipaggio mugugna.</p>



<p>E qualcuno vorrebbe addirittura cambiare comandante.</p>



<p>La parabola salviniana, del resto, è una delle più impressionanti della politica italiana recente. Nel 2019 la Lega superava il 34 per cento alle Europee. Salvini sembrava poter divorare politicamente il centrodestra, oscurare Berlusconi e relegare Fratelli d’Italia a comprimario.</p>



<p>Poi qualcosa si è rotto.</p>



<p>È arrivato il Papeete, sono arrivate scelte politiche discutibili, continui cambi di bersaglio e una comunicazione sempre più onnivora. Un giorno l’immigrazione, quello dopo Bruxelles, poi i vaccini, la Russia, il Ponte sullo Stretto, il Codice della strada. Sempre alla ricerca del titolo, della polemica, del nemico del giorno.</p>



<p>Nel frattempo Giorgia Meloni faceva una cosa molto più semplice: costruiva pazientemente il proprio partito.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti.</p>



<p>La Lega che doveva conquistare l’Italia si ritrova oggi a dover riconquistare casa propria.</p>



<p>Ed è forse questa la più grande contraddizione dell’era Salvini.</p>



<p>Per inseguire il sogno del partito nazionale, la Lega ha progressivamente attenuato proprio quella specificità territoriale che ne aveva determinato la forza. Il Nord produttivo, gli amministratori, le autonomie, le imprese, il federalismo: temi che hanno spesso lasciato spazio alla rincorsa quotidiana dell’agenda nazionale.</p>



<p>Il problema è che nel frattempo quello spazio politico non è rimasto vuoto.</p>



<p>Ed ecco allora governatori, amministratori e dirigenti chiedersi quale sia oggi la funzione della Lega e soprattutto quale sia il futuro di un partito che appare schiacciato tra Fratelli d’Italia e Forza Italia.</p>



<p>Domanda legittima.</p>



<p>Ma ce n’è un’altra, molto più scomoda: Salvini è ancora la soluzione oppure è diventato parte del problema?</p>



<p>È questa la domanda che ormai circola apertamente nel Carroccio.</p>



<p>Attenzione, però, a considerarlo già politicamente finito. Salvini conosce il partito, ne controlla ancora leve importanti e soprattutto possiede quell’istinto di sopravvivenza che in politica conta spesso più delle raffinate strategie.</p>



<p>Ma la leadership vive anche di percezione.</p>



<p>E quando un leader deve continuamente dimostrare di essere ancora il leader significa che qualcosa si è già incrinato.</p>



<p>Pontida, allora, non sarà soltanto la solita liturgia del popolo leghista. Sarà inevitabilmente anche una conta politica e simbolica. Si guarderanno gli applausi, le presenze, i silenzi, le facce dei governatori, le parole pronunciate e soprattutto quelle accuratamente evitate.</p>



<p>Perché il problema di Salvini oggi non sono più soltanto i sondaggi.</p>



<p>È il dubbio.</p>



<p>Il dubbio insinuatosi dentro la Lega che forse il ciclo del Capitano abbia esaurito la propria spinta.</p>



<p>C’è infine una nemesi politica quasi perfetta.</p>



<p>Salvini conquistò la Lega rottamando nei fatti la vecchia stagione bossiana, trasformando radicalmente un movimento che sembrava destinato al declino. Lo fece con coraggio politico e con risultati, almeno inizialmente, straordinari.</p>



<p>Oggi rischia di trovarsi dall’altra parte della barricata.</p>



<p>Quella del leader al quale una nuova generazione di dirigenti comincia a spiegare che il partito deve cambiare per sopravvivere.</p>



<p>In politica non esistono rendite eterne.</p>



<p>E soprattutto non esistono Capitani per diritto divino.</p>



<p>Quando l’equipaggio comincia a discutere apertamente di chi debba stare al timone, la tempesta è già iniziata.</p>



<p><strong>E questa volta Salvini non può dare la colpa né all’Europa, né alla sinistra, né ai giudici. Perché il rumore arriva da casa sua.</strong></p>



<p></p>
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		<title>Il grande inciucio del vicentino per le provinciali: Pd e Futuro Nazionale alleati?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 15:14:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti contro Fratelli d’Italia per le provinciali vicentine? E che c’azzeccano il PD e FN a braccetto con la benedizione di Lega e Forza Italia? A denunciare questo balletto politico che assomiglia ad un valzer in salsa berica i vertici<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Tutti contro Fratelli d’Italia per le provinciali vicentine? E che c’azzeccano il PD e FN a braccetto con la benedizione di Lega e Forza Italia? A denunciare questo balletto politico che assomiglia ad un valzer in salsa berica i vertici del partito di Meloni. <br>«In tutto il Veneto l’alternanza elettorale tra centrodestra e centrosinistra ha prodotto, anche a livello provinciale, amministrazioni fondate su una visione politica e programmatica riconoscibile e su coalizioni coerenti. A Vicenza, dove il centrodestra amministra virtuosamente la Provincia con il supporto dei civici, si sta invece profilando, inspiegabilmente, un’anomala e inedita convergenza che vedrebbe insieme alcuni esponenti di Lega e Forza Italia e le segreterie di Futuro Nazionale e del Partito Democratico, che hanno già ufficializzato la propria posizione. Una grande ammucchiata che, per stessa ammissione di alcuni protagonisti della vicenda, pare più animata dalla volontà di arginare la crescita di Fratelli d’Italia nella provincia berica che fondata su una progettualità comune, la quale, d’altronde, risulterebbe oggettivamente curiosa. Basti pensare, per esempio, alle posizioni agli antipodi del sindaco Possamai e del sindaco Finco, primi sostenitori di questo anomalo inciucio, sul Tribunale della Pedemontana». Lo dichiara Raffaele Speranzon, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia Veneto, intervenendo sul dibattito relativo alle prossime elezioni provinciali di Vicenza.</p>



<p>«Attendiamo ancora di conoscere quale sia la posizione ufficiale degli alleati – prosegue Speranzon – al netto delle fughe in avanti di singoli amministratori che, evidentemente, non possono essere considerate automaticamente espressione dei rispettivi partiti. Fa sorridere, considerando le dichiarazioni di Vannacci, l’endorsement di Futuro Nazionale a una larga intesa con il PD alla prima occasione utile per ottenere qualche posto di rilievo. Tenendo presente che il rinnovo del Consiglio provinciale sarà presumibilmente ad aprile, confidiamo che il tempo porti consigli saggi a tutti. Onde evitare sorprese, porterò la questione al tavolo regionale e nazionale dei coordinatori delle forze politiche del centrodestra. È necessario fare chiarezza: le alleanze non possono valere in un Comune o in Regione e diventare improvvisamente superabili quando si tratta di distribuire ruoli e incarichi in Provincia».</p>



<p>Sulla vicenda interviene anche Silvio Giovine, vicecoordinatore regionale e coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia Vicenza. «Qualcuno tenta di giustificare questa operazione richiamandosi alla cosiddetta “Casa dei Comuni”, costruita negli anni delle presidenze Variati e Rucco, quando l’ente sembrava vicino alla chiusura: una delle tante promesse non mantenute da Renzi e dai presidenti del Consiglio sostenuti da larghe intese che si sono alternati dopo di lui. Oggi la prospettiva è completamente differente, considerando anche il dibattito che vede Fratelli d’Italia in prima linea nel voler restituire ai cittadini la facoltà di scegliere da chi devono essere rappresentati in un consesso che esercita competenze importanti, proprio per evitare anomalie come quella di cui stiamo parlando a Vicenza. Se qualcuno intende costruire una larga intesa tra pezzi del centrodestra e Partito Democratico per una spartizione opaca di poltrone, non cerchi alibi e parli chiaramente».</p>



<p>«Noi crediamo invece – continua Giovine – che i cittadini abbiano il diritto di sapere chi li rappresenta, con quale progetto e, soprattutto, con quali alleati. Gli accordi costruiti esclusivamente nei palazzi per garantire posizioni, incarichi e sfere di influenza non rispondono a una logica di rappresentanza degli interessi del territorio».</p>



<p>«Sorprende constatare, inoltre, la dinamica con cui sono state fatte telefonate ai primi cittadini non tanto per illustrare una progettualità, quanto per raccogliere o suggerire adesioni. Senza considerare le allusioni formulate durante alcune di queste telefonate rispetto a una futura gestione che “terrà presente” chi c’è sin da subito. Una situazione gravissima che non solo segnalerò personalmente al Prefetto, ma che rafforza la nostra convinzione di sostenere un progetto alternativo che parta dal basso, coinvolgendo non solo i sindaci ma ogni singolo consigliere comunale; progetto che, peraltro, risulta essere già avviato con la convocazione promossa dal presidente della Consulta ANCI Veneto Piccoli Comuni, Andrea Turetta, per la fine di agosto. Fratelli d’Italia monitorerà, prima, durante e dopo il rinnovo del Consiglio provinciale della prossima primavera, affinché tutto si svolga nella massima trasparenza e nella piena libertà da influenze».</p>



<p>«Continueremo – concludono Speranzon e Giovine – a lavorare per una Provincia che sia realmente al servizio dei Comuni e del territorio, ma all’interno di un progetto politico chiaro, trasparente e comprensibile ai cittadini. Sempre disponibili a dialogare costruttivamente con i nostri alleati, sempre indisponibili a sederci al tavolo con il Partito Democratico per compromessi che non aiutano il territorio».</p>
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		<title>Vicenza, per la maggioranza di governo il turismo non è in crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 16:58:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per il turismo a Vicenza parlano i dati. Il centrosinistra con la Lista Possamai sindaco non ci sta ed alle critiche sullo stato del turismo in città replica piccato con le parole di Ida Grimaldi, capogruppo. “Alcune critiche al lavoro<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Per il turismo a Vicenza parlano i dati. Il centrosinistra con la Lista Possamai sindaco non ci sta ed alle critiche sullo stato del turismo in città replica piccato con le parole di Ida Grimaldi, capogruppo. <br>“Alcune critiche al lavoro svolto a Vicenza su cultura, eventi e turismo hanno cercato di dare un’immagine distorta della realtà, fondata più su slogan che su numeri e fatti.</p>



<p>Il recente sondaggio Demetra, pubblicato da Il Giornale di Vicenza, racconta invece tutt’altro: il 78% dei cittadini esprime un giudizio positivo sul lavoro del Sindaco Giacomo Possamai e della sua Giunta in materia di cultura, eventi e turismo, con una crescita di 12 punti rispetto alla rilevazione precedente. Si tratta della percentuale più alta tra tutti i temi analizzati, a conferma di un impegno riconosciuto e apprezzato dalla grande maggioranza dei vicentini.</p>



<p>Questo risultato è anche il riconoscimento del lavoro instancabile dell’assessora alla cultura, al turismo e all’attrattività della città, espressione della Lista Possamai Sindaco, che in questi anni ha saputo mettere in rete istituzioni, operatori culturali e realtà economiche, costruendo una programmazione di qualità riconosciuta dai cittadini.</p>



<p>Accanto a lei, l’assessore allo sport, agli eventi e al Parco della Pace, anch’egli della Lista Possamai Sindaco, ha contribuito in modo decisivo a fare di Vicenza una città viva, capace di ospitare manifestazioni di richiamo e di valorizzare gli spazi pubblici come luoghi di incontro, socialità e partecipazione.</p>



<p><strong>Una strategia fondata su cultura, patrimonio e collaborazione</strong></p>



<p>Vicenza ha costruito in questi anni una strategia chiara, che mette al centro cultura, grandi eventi, patrimonio UNESCO e collaborazione tra istituzioni e realtà del territorio.</p>



<p>Il Forum Cultura di Vicenza, che riunisce quasi 80 associazioni culturali del territorio, negli ultimi anni ha progressivamente affinato la propria azione, ampliando la presenza delle attività nei quartieri, promuovendo progettualità nei periodi tradizionalmente meno ricchi di eventi e contribuendo a rendere più vivo il centro storico anche nelle fasce orarie in cui è maggiormente necessario offrire occasioni di incontro e partecipazione.</p>



<p>Il dibattito sul turismo è utile e necessario, ma proprio per questo dovrebbe partire da un’analisi completa dei dati e del contesto, evitando letture parziali basate su un singolo indicatore o su una fotografia limitata nel tempo.</p>



<p>Il turismo è un fenomeno complesso, influenzato da molti fattori: andamento dell’economia, flussi nazionali e internazionali, grandi cantieri che interessano la città, capacità di attrarre eventi, qualità dell’offerta culturale, collaborazione tra istituzioni e operatori economici.</p>



<p>In questo quadro, Vicenza ha scelto di investire con decisione nella cultura come leva di sviluppo economico, sociale e turistico.</p>



<p><strong>I luoghi della cultura e i risultati raggiunti</strong></p>



<p>La Basilica Palladiana ha ospitato mostre di rilievo nazionale; il Teatro Olimpico ha consolidato il proprio ruolo con il Ciclo di Spettacoli Classici e una programmazione di alto profilo; il Teatro Comunale ha proposto una stagione artistica di qualità riconosciuta a livello nazionale.<br>I Musei Civici hanno ampliato l’offerta con nuove esposizioni, attività educative, laboratori, iniziative per le famiglie e progetti dedicati all’inclusione, mentre il patrimonio UNESCO è stato ulteriormente valorizzato attraverso iniziative di promozione e nuovi percorsi culturali.</p>



<p>Accanto a queste realtà, si è rafforzata l’intera rete culturale cittadina: l’Accademia Olimpica con nuovi progetti scientifici e formativi, la Biblioteca Bertoliana con attività di valorizzazione del proprio patrimonio, la Fondazione Giuseppe Roi con restauri, studi e iniziative culturali, la Fondazione Monte di Pietà come luogo di produzione culturale attraverso mostre, incontri, concerti e conferenze.</p>



<p>A tutto questo si aggiunge il contributo determinante di Italian Exhibition Group con Vicenzaoro, delle associazioni culturali, delle categorie economiche, della Camera di Commercio, della Diocesi, delle università e dei numerosi operatori del territorio che, lavorando insieme, hanno reso l’offerta culturale e turistica della città sempre più ricca e qualificata.</p>



<p><strong>Una città viva tutto l’anno</strong></p>



<p>Anche i numeri raccontano una città dinamica. La mostra “Olimpichetto. Il ritorno di un ambasciatore” ha superato i 55 mila visitatori; i Musei Civici, il Teatro Olimpico e la Basilica Palladiana hanno registrato importanti incrementi di pubblico, in particolare in occasione delle principali festività. Le manifestazioni natalizie, ViOff, notte bianca, Vicenza in festival, Vicenza Jazz, gli eventi di carnevale, oltre 250 eventi che l&#8217;ufficio manifestazioni ha istruito nell&#8217;anno 2025.</p>



<p>L’obiettivo perseguito è stato chiaro: destagionalizzare i flussi turistici, aumentare il tempo di permanenza dei visitatori, promuovere il turismo culturale ed esperienzial e costruire una rete stabile di collaborazioni tra pubblico e privato.</p>



<p>&nbsp;È giusto riconoscere che esistono ancora margini di miglioramento: occorre continuare a investire nella promozione internazionale, nella digitalizzazione dell’offerta, nell’accoglienza, nei servizi turistici e nella valorizzazione dell’intero territorio provinciale.<br>Vanno considerati con attenzione anche alcuni segnali di rallentamento, come i dati recenti relativi al mese di luglio 2026 rispetto al 2025: –1.000 colli trasportati in centro storico e –240 spedizioni, così come il calo registrato negli ultimi otto mesi. Sono elementi che richiedono analisi e soluzioni, non semplificazioni.</p>



<p>Così come è vero che molti cittadini si spostano in altre città d’arte per vedere mostre di qualità senza che ciò implichi necessariamente un forte impatto sui consumi locali: spesso si tratta di visite “mordi e fuggi”, che non mettono in discussione la capacità attrattiva di Vicenza.</p>



<p>È prendendo coscienza dei problemi che si trovano le soluzioni. Ma sostenere che in questi anni non sia stato fatto un lavoro importante significa non riconoscere il percorso compiuto dalla città e smentire ciò che i dati, a partire dal sondaggio Demetra, chiaramente indicano.</p>



<p><strong>Il vero terreno del confronto</strong><br>&nbsp;La cultura e il turismo non crescono grazie agli slogan, ma grazie a investimenti, programmazione, qualità delle proposte, capacità di fare rete e visione di lungo periodo.<br>È su questi elementi – e sui dati oggettivi che li confermano – che dovrebbe svilupparsi il confronto pubblico.</p>



<p>Vicenza possiede tutte le condizioni per consolidare il proprio ruolo tra le principali città d’arte e di cultura italiane. Per raggiungere questo obiettivo servono confronto, responsabilità e capacità di valorizzare quanto è stato costruito, continuando a migliorarlo con il contributo di tutte le istituzioni, delle realtà culturali e del tessuto economico della città.”</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/vicenza-per-la-maggioranza-di-governo-il-turismo-non-e-in-crisi/">Vicenza, per la maggioranza di governo il turismo non è in crisi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Vicenza, tutto resta com’è in Provincia: il nuovo decreto PA congela il rinnovo del Consiglio, spiazzati Lega e PD</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 07:16:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo decreto sulla Pubblica Amministrazione, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, introduce una novità destinata ad avere effetti anche sulla Provincia di Vicenza. L’articolo 2 del provvedimento prevede infatti che il rinnovo dei Consigli provinciali venga prorogato fino alla<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Il nuovo decreto sulla Pubblica Amministrazione, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, introduce una novità destinata ad avere effetti anche sulla Provincia di Vicenza. L’articolo 2 del provvedimento prevede infatti che il rinnovo dei Consigli provinciali venga prorogato fino alla scadenza del mandato del presidente della Provincia, mantenendo così allineata la durata dei due organi.&nbsp;</p>



<p>Per Vicenza questo significa, almeno allo stato attuale, che non ci saranno cambiamenti negli equilibri di Palazzo Nievo: l’attuale Consiglio provinciale resterà in carica fino alla naturale scadenza del presidente, evitando un rinnovo anticipato dell’assemblea.</p>



<p>La misura punta a garantire maggiore stabilità amministrativa e ad evitare il disallineamento tra presidente e Consiglio, una situazione che negli ultimi anni aveva creato non poche difficoltà nella gestione delle Province, enti di secondo livello eletti da sindaci e consiglieri comunali.&nbsp;</p>



<p>Per la politica vicentina, dunque, il decreto si traduce in una sostanziale conferma dello status quo: nessun cambio di assetti nell’immediato e attività amministrativa destinata a proseguire senza scossoni fino alla scadenza naturale del mandato del presidente provinciale.</p>



<p>Il decreto produce anche un effetto politico immediato nel Vicentino. Per il momento, infatti, viene meno qualsiasi ipotesi di rinnovo anticipato della guida di Palazzo Nievo e, con essa, anche le indiscrezioni che nelle ultime settimane circolavano sottotraccia su un possibile accordo trasversale tra Lega e Partito Democratico per individuare il futuro candidato alla presidenza della Provincia. Con il rinvio del rinnovo del Consiglio fino alla scadenza del mandato del presidente, gli attuali equilibri restano invariati e ogni ragionamento sulle future alleanze viene, almeno per ora, rinviato.</p>



<p></p>
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		<title>Giovine attacca: “Male il turismo a Vicenza!”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 06:56:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dati relativi ai primi cinque mesi del 2026 fotografano una città in netta difficoltà sul fronte turistico.Vicenza registra infatti un calo inquietante: gli arrivi scendono del 7% e le presenze crollano del 10,4%. Nello stesso periodo l’Altopiano di Asiago<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>I dati relativi ai primi cinque mesi del 2026 fotografano una città in netta difficoltà sul fronte turistico.<br>Vicenza registra infatti un calo inquietante: gli arrivi scendono del 7% e le presenze crollano del 10,4%. Nello stesso periodo l’Altopiano di Asiago cresce dell’11,2% negli arrivi e del 6,8% nei pernottamenti.</p>



<p>“C’è un numero che da solo racconta tutta la vicenda -sostiene il parlamentare di Fratelli d’Italia Silvio Giovine- La sola città di Vicenza perde 23.028 pernottamenti, mentre l’intera provincia ne perde 22.091. Tradotto: senza il capoluogo, il Vicentino sarebbe in crescita. Non è il contesto internazionale, non sono le guerre, non è il caro-trasporti. È Vicenza che sta trascinando giù il territorio, e il territorio sta compensando i danni della città. Il tutto mentre a livello nazionale l’Italia continua a registrare record storici su arrivi e presenze grazie agli operatori del settore e alle politiche adottate dal governo Meloni rispetto a destagionalizzazione e delocalizzazione; approccio strategico per distribuire i flussi di visitatori lungo tutti i dodici mesi dell&#8217;anno e incidere sull’overtourism”. </p>



<p>A un’ora di auto dal centro storico, sull’Altopiano, tutto un altro film; il turismo cresce a doppia cifra con gli stessi identici scenari internazionali. “</p>



<p>Quando due territori confinanti vanno in direzioni opposte, la differenza non la fa il mondo: la fa chi amministra -spiega Giovine- Un immobilismo ben fotografato dalla situazione sul progetto ‘La città di Vicenza e le ville del Palladio nel Veneto’ per cui il Ministero del Turismo aveva già concesso all’amministrazione Rucco oltre 690 mila euro e che ancora non ha visto la luce. Un progetto che se messo a terra in tempi accettabili probabilmente avrebbe contribuito a limitare l’emorragia di cui parliamo oggi”. </p>



<p>Ma non è tutto. “Avevamo impostato durante la nostra amministrazione un lavoro strutturato: ascolto degli operatori, collaborazione con i Comuni della provincia, un protocollo strategico sul congressuale con Italian Exhibition Group, format identitari capaci di attrarre pubblico. In quella fase il turismo congressuale per esempio cittadino cresceva del 14% a fronte di un dato nazionale del 2%. Nulla di tutto questo è stato smontato: semplicemente si è smesso di lavorarci. Il tavolo permanente con le associazioni del centro storico non risulta regolarmente convocato, e i risultati si vedono nelle serrande abbassate e negli alberghi mezzi vuoti. Serve un’immediata inversione di rotta prima che questo trend negativo diventi strutturale e finisca per danneggiare irrimediabilmente commercio, strutture ricettive e l’immagine della nostra città”. </p>
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		<title>Vengo anch’io? No, tu no! Il valzer del campo largo e l&#8217;ultimatum di Conte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 07:55:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ci sono canzoni che attraversano le generazioni e mantengono una straordinaria capacità di descrivere la realtà. Prendete il capolavoro del rimpianto Enzo Jannacci:&#160;«Vengo anch’io? No, tu no!».&#160; Un ritornello surreale, amaro e divertente, che oggi sembra scritto appositamente<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ci sono canzoni che attraversano le generazioni e mantengono una straordinaria capacità di descrivere la realtà.</p>



<p>Prendete il capolavoro del rimpianto Enzo Jannacci:&nbsp;<em>«Vengo anch’io? No, tu no!»</em>.&nbsp;</p>



<p>Un ritornello surreale, amaro e divertente, che oggi sembra scritto appositamente per sintetizzare l&#8217;eterna, logorante telenovela della politica italiana, ed in particolare del cosiddetto “campo largo”, o comunque lo si voglia chiamare.</p>



<p>Provate per un attimo ad immaginarvi la scena.</p>



<p>Da una parte c&#8217;è Elly Schlein che, con la chitarra in spalla e l’entusiasmo delle Feste dell&#8217;Unità, bussando alla porta della sedicente &#8220;coalizione progressista&#8221;, canta speranzosa:&nbsp;<em>«Vengo anch’io?»</em>.&nbsp;</p>



<p>Dall’altra c’è Giuseppe Conte, l&#8217;Avvocato del Popolo in impeccabile abito con pochette, che la guarda dall&#8217;alto in basso, corregge il nodo della cravatta e risponde gelido:&nbsp;<em>«No, tu no»</em>.</p>



<p>Le cronache dei giornali di questi giorni non parlano d&#8217;altro: lo scontro per la&nbsp;<em>leadership</em>dell’opposizione è tornato a livelli di guardia.&nbsp;</p>



<p>Ma, fuor di metafora musicale, come si stanno mettendo davvero le cose sul tavolo delle trattative?</p>



<p>A rendere la partita particolarmente frizzante è la nuova trovata di Giuseppe Conte.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;ex Premier ha infatti lanciato una proposta che, a prima vista, potrebbe sembrare un omaggio alla democrazia interna, ma che ad uno sguardo più attento somiglia molto a un&#8217;imposizione in pieno stile &#8220;prendere o lasciare&#8221;.</p>



<p>La tesi di Conte è semplice: facciamo le primarie, ma le primarie non serviranno solo a scegliere il candidato premier, bensì a delineare d&#8217;imperio la linea politica della coalizione.</p>



<p>Tradotto dal politichese: se alle primarie vinco io, la linea del campo largo diventa la mia. Punto.&nbsp;</p>



<p>Un esempio su tutti? Il dossier Ucraina. Conte lo dice quasi senza nascondersi: &#8220;Se vinco io, il sostegno militare a Kiev finisce il giorno dopo&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Un modo decisamente garibaldino — per non dire spregiudicato — di usare la conta dei voti per polverizzare la linea atlantista del PD ed imporre l&#8217;agenda grillina a tutta l&#8217;alleanza.&nbsp;</p>



<p>Della serie: non mi limito a guidare il treno, decido io dove posare i binari e chi far scendere dalle carrozze.</p>



<p>Al Nazareno, com&#8217;è facile immaginare, la pillola non è andata giù benissimo.&nbsp;</p>



<p>Ed anzi, sottotraccia, tra i corridoi del PD sembra si stia facendo strada una convinzione sempre più solida e amara: Giuseppe Conte sosterrà l&#8217;alleanza a una sola condizione, ovvero che a guidarla sia lui in persona. Il tutto accompagnato dal timore che alle primarie Conte potrebbe veramente prevalere.&nbsp;</p>



<p>Badate bene che non si tratta solo di ambizione personale, ma di pura sopravvivenza politica.&nbsp;</p>



<p>Conte sa benissimo che se il M5S dovesse accodarsi ad una coalizione a trazione PD guidata da Elly Schlein, finirebbe per schiacciarsi inevitabilmente sui democratici.&nbsp;</p>



<p>E finendo schiacciato, perderebbe anche quel poco (ed ormai ammettiamolo: è rimasto davvero poco) di identità e di &#8220;caratteristica&#8221; che ancora distingue il Movimento 5 Stelle dal resto del panorama politico.&nbsp;</p>



<p>Per Conte, insomma, fare il “secondo” è un lusso che il M5S non può permettersi, pena l&#8217;estinzione.</p>



<p>Ecco allora che la dinamica del&nbsp;<em>«Vengo anch&#8217;io? No, tu no»</em>&nbsp;diventa l&#8217;unica vera regola del gioco.&nbsp;</p>



<p>Se Elly prova ad allargare ai moderati per fare numeri, Conte erige un muro.&nbsp;</p>



<p>Se il PD cerca di far valere il proprio peso elettorale (che resta nettamente superiore a quello dei grillini), il Movimento risponde alzando l&#8217;asticella delle ideologie e sventolando la minaccia dei veti.</p>



<p>La sensazione, per chi osserva il teatrino dall&#8217;esterno, è che i due alleati-rivali siano più occupati a rubarsi i voti a vicenda che a costruire un&#8217;alternativa di governo credibile per il Paese.&nbsp;</p>



<p>Un gioco a somma zero in cui la Maggioranza ringrazia e si gode lo spettacolo senza nemmeno dover fare troppi sforzi.</p>



<p>Alla fine, all&#8217;elettore di Centrosinistra non resta che consolarsi con l&#8217;ironia.</p>



<p>Chissà se alla fine Elly riuscirà a salire su quel famoso autobus o se Giuseppe continuerà a lasciarla a terra alla fermata, pretendo di salire solo a patto di stare al volante.&nbsp;</p>



<p>Nel dubbio, conviene tenere a portata di mano il disco di Jannacci: in attesa di capire se questo &#8220;campo&#8221; sarà mai davvero &#8220;largo&#8221;, almeno la colonna sonora è garantita.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Vicenza, il sondaggio fantasma (e chi paga il conto)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 13:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una nuova specialità della casa nella politica vicentina, ed è il sondaggio orfano.Nei giorni scorsi in città è spuntata un’indagine demoscopica firmata dall’istituto Demetra opinioni.net: ottocento interviste, domande minuziose sul gradimento del sindaco Giacomo Possamai, pagelle sulla sicurezza, persino<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><br>C’è una nuova specialità della casa nella politica vicentina, ed è il sondaggio orfano.<br>Nei giorni scorsi in città è spuntata un’indagine demoscopica firmata dall’istituto Demetra opinioni.net: ottocento interviste, domande minuziose sul gradimento del sindaco Giacomo Possamai, pagelle sulla sicurezza, persino i test sugli sfidanti per la campagna elettorale del… 2028. Praticamente un’enciclopedia del consenso nostrano.<br>Il problema? Nessuno lo ha commissionato. O meglio: nessuno ammette di averlo fatto.<br>Appena i dati sono emersi sui media locali, è scattato il fuggi fuggi generale. Il centrosinistra che beneficia dei risultati ottenuti, ha spalancato le braccia sostenendo di non saperne nulla; il centrodestra ovviamente tanto meno; i civici hanno guardato altrove fischiettando. In un colpo solo assistiamo a un miracolo della demoscopia moderna: la rilevazione spontanea. Un sondaggio che nasce per partenogenesi, spinto dall’irresistibile desiderio scientifico di Demetra di sapere cosa pensano i vicentini alle tre del pomeriggio? <br>Certo, la spiegazione ufficiale degli &#8220;studi interni self-financed&#8221; regge sempre bene nei comunicati stampa. Fa molto laboratorio d&#8217;analisi e spirito di servizio. Ma in una politica abituata a contare anche i centesimi della farina per la festa di partito, credere che un istituto regali centinaia di telefonate alla causa del dibattito vicentino richiede un atto di fede che neanche in Vescovado.<br>La realtà — che poi è il vero capolavoro di questo piccolo giallo di provincia — è che ci troviamo di fronte a un soggetto ignoto che commissiona, paga, incassa le risposte e poi si nasconde dietro la siepe per vedere l&#8217;effetto che fa. Un committente timido, o forse spaventato dai risultati che lui stesso ha ordinato.<br>A questo punto non resta che attendere i prossimi sviluppi. Magari scopriremo che a Vicenza i sondaggi non si ordinano più: arrivano da soli, come la pioggia d&#8217;autunno. E mentre la politica si accapiglia sui decimali e si chiede da dove arrivi la fattura, ai cittadini resta una sola certezza: in città le cose cambiano, ma il conto — da qualche parte e in qualche modo — alla fine lo paga sempre qualcun altro.</p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Tribunale della Pedemontana, il sindaco Possamai in audizione alla Commissione Giustizia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 13:44:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa mattina il sindaco di Vicenza, Giacomo Possamai, è intervenuto in audizione informale davanti alla Commissione Giustizia della Camera, nell&#8217;ambito dell&#8217;esame dei progetti di legge recanti &#8220;Disposizioni in materia di circoscrizioni giudiziarie&#8221;, dedicati all&#8217;istituzione del Tribunale della Pedemontana.«Abbiamo chiesto questa<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td class="has-text-align-left" data-align="left"></td></tr><tr><td class="has-text-align-left" data-align="left">Questa mattina il sindaco di Vicenza, Giacomo Possamai, è intervenuto in audizione informale davanti alla Commissione Giustizia della Camera, nell&#8217;ambito dell&#8217;esame dei progetti di legge recanti &#8220;Disposizioni in materia di circoscrizioni giudiziarie&#8221;, dedicati all&#8217;istituzione del Tribunale della Pedemontana.«Abbiamo chiesto questa audizione – ha dichiarato il sindaco – perché riteniamo doveroso rappresentare al Parlamento le forti preoccupazioni del nostro territorio rispetto al disegno di legge. Voglio ribadirlo con chiarezza: non esiste alcun derby tra Vicenza e Bassano. Il tema non è una contrapposizione tra territori, ma l&#8217;efficienza del sistema giudiziario e la qualità del servizio reso ai cittadini.Il Tribunale di Vicenza soffre già oggi di una gravissima carenza di organico, con una scopertura del personale amministrativo che sfiora il 50 per cento. Per anni è stato sostenuto che il nuovo Tribunale della Pedemontana non avrebbe avuto alcun impatto sugli uffici giudiziari di Vicenza, Padova e Treviso. Il testo del disegno di legge dimostra invece il contrario: il personale necessario al nuovo tribunale verrà reperito proprio dagli organici dei tribunali limitrofi. Quella che fino a ieri era una preoccupazione oggi è una certezza nero su bianco.Dopo la pubblicazione del testo è cresciuta anche la contrarietà del territorio. Oltre sessanta sindaci della provincia di Vicenza hanno espresso la propria contrarietà a questo progetto nelle condizioni attuali. Tra loro ci sono anche dodici sindaci dei Comuni che dovrebbero far parte della futura circoscrizione del Tribunale della Pedemontana. Si tratta di amministratori che, pur essendo direttamente interessati dal nuovo assetto, ritengono che questa riforma rischi di indebolire il servizio della giustizia anziché migliorarlo. A questa posizione si è aggiunta recentemente anche la netta contrarietà espressa dalla sindaca di Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso, uno dei principali Comuni coinvolti nella nuova circoscrizione, a conferma di come le perplessità riguardino buona parte dello stesso territorio interessato dalla riforma.Di fronte a una contrarietà così ampia e alla conferma che il nuovo tribunale nascerebbe sottraendo personale a uffici già in sofferenza, è difficile comprendere perché si voglia proseguire su questa strada. Se si ritiene necessario rivedere la geografia giudiziaria, lo si faccia con una riforma complessiva, nazionale e fondata su un disegno organico, come avvenne nel 2012, non attraverso interventi puntuali che rischiano di creare nuovi squilibri.L&#8217;obiettivo deve essere una giustizia più efficiente. Ma l&#8217;efficienza non dipende dagli edifici: dipende dalle persone che vi lavorano. Senza magistrati, cancellieri e personale amministrativo sufficienti, nessun nuovo palazzo potrà garantire un servizio migliore ai cittadini. Per questo continuiamo a ritenere che questo progetto, così com&#8217;è stato concepito, rappresenti un passo nella direzione sbagliata. Sarebbe un colpo mortale per i Tribunali di Vicenza, Padova e Treviso, che già oggi operano con organici insufficienti e faticano a garantire risposte tempestive ai cittadini».</td></tr></tbody></table></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/tribunale-della-pedemontana-il-sindaco-possamai-in-audizione-alla-commissione-giustizia/">Tribunale della Pedemontana, il sindaco Possamai in audizione alla Commissione Giustizia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Giustizia. Presidente Zaia: “Parlamento e Governo mettano a terra il Tribunale della Pedemontana. Servono fatti concreti, tempi certi e una seconda Corte d’Appello per il Veneto”</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jul 2026 13:08:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p> Roma, 29 luglio 2026 “Il Tribunale della Pedemontana non può più aspettare. Mi rivolgo direttamente al Parlamento e al Governo: è arrivato il momento di mettere a terra il progetto, indicando fatti concreti e tempi certi. L’edificio esiste già, è completato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td> <strong>Roma, 29 luglio 2026</strong> “Il Tribunale della Pedemontana non può più aspettare. Mi rivolgo direttamente al Parlamento e al Governo: è arrivato il momento di mettere a terra il progetto, indicando fatti concreti e tempi certi. L’edificio esiste già, è completato da anni, è costato circa 20 milioni di euro alle casse dello Stato e non è mai entrato in funzione. Lasciarlo ancora inutilizzato sarebbe incomprensibile. Il territorio ne ha bisogno e il Veneto è pronto a garantire il massimo supporto per renderlo finalmente operativo”, dichiara il Presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, intervenuto oggi in audizione davanti alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati.Il disegno di legge governativo n. 2646 prevede l’istituzione del Tribunale e della Procura della Repubblica di Bassano del Grappa, con competenza su comuni oggi appartenenti ai circondari di Padova, Treviso e Vicenza.“Non stiamo parlando di un piccolo presidio periferico, ma di un vero tribunale al servizio di una delle aree più dinamiche e produttive del Paese. Per decenni il Tribunale di Bassano ha dimostrato di essere un presidio efficiente, vicino ai cittadini e capace di dare risposte rapide. Oggi il Tribunale della Pedemontana consentirebbe di riportare la giustizia sul territorio e di alleggerire in modo significativo il carico degli uffici giudiziari di Padova, Vicenza e Treviso”, prosegue il Presidente Zaia.“La giustizia non è qualcosa di esterno alla società e all’economia: garantire risposte certe e tempi ragionevoli significa tutelare le persone, sostenere le imprese, favorire gli investimenti e contribuire allo sviluppo del territorio”, aggiunge Zaia.Il provvedimento affronta anche il tema degli organici, prevedendo sette magistrati aggiuntivi e 25 nuove unità di personale amministrativo &#8211; 14 funzionari e 11 assistenti &#8211; oltre alla possibilità di bandire procedure concorsuali dedicate.“Se esiste un problema di personale, lo si affronta assumendo, facendo concorsi e utilizzando tutti gli strumenti disponibili. Non ci si arrende davanti alle difficoltà e non si rinuncia a un servizio essenziale perché servono magistrati, funzionari o assistenti. Il nuovo Tribunale della Pedemontana non deve sottrarre risorse agli altri uffici giudiziari veneti, ma rafforzare l’intero sistema, accompagnando la redistribuzione dei carichi di lavoro con nuovo personale. È questa la logica del disegno di legge ed è questa la strada da seguire”, precisa il Presidente, che aggiunge: “In questi anni, la Regione del Veneto è sempre stata al fianco dell’amministrazione della giustizia, sottoscrivendo numerosi protocolli d’intesa con il Ministero. Tra questi, l’accordo che ha consentito di utilizzare le graduatorie regionali per agevolare l’immissione in ruolo di personale amministrativo negli uffici giudiziari veneti. È la dimostrazione che, quando le istituzioni collaborano concretamente, i risultati arrivano. Questo modello va consolidato e rafforzato. C’è poi una riflessione che ritengo sia arrivato il momento di affrontare. Il Veneto è una delle regioni più popolose e produttive d’Italia e registra una mole di contenzioso tra le più elevate del Paese. La Corte d’Appello di Venezia svolge un lavoro straordinario, con grande professionalità e dedizione, e a magistrati e personale amministrativo va il mio ringraziamento. Proprio per questo credo sia opportuno avviare un confronto serio sull’istituzione di una seconda Corte d’Appello in Veneto, così da rafforzare ulteriormente il sistema giudiziario regionale e avvicinare ancora di più la giustizia ai cittadini. È una proposta che guarda al futuro e che merita di essere approfondita.”“Il Veneto mette a disposizione capacità organizzativa, efficienza e la caparbietà che da sempre contraddistingue la nostra comunità. Ringrazio il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il sottosegretario, Andrea Ostellari, il sindaco di Bassano del Grappa, Nicola Finco, gli amministratori locali, il Comitato promotore e tutta la comunità bassanese per la determinazione con cui stanno portando avanti questa battaglia. Ora bisogna fare squadra, senza divisioni. La sede c’è, il progetto è pronto, il territorio lo attende da oltre dieci anni. Parlamento e Governo accelerino: è il momento di trasformare un investimento già realizzato in un servizio concreto per cittadini e imprese e di continuare a rafforzare, con coraggio e visione, l’intero sistema della giustizia veneta”, conclude il Presidente Zaia.   </td></tr><tr><td></td></tr></tbody></table></figure>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td>&nbsp;</td><td>&nbsp;</td></tr><tr><td colspan="2"></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Fine vita, Zaia: &#8220;Non discuterne sarebbe la scelta più ipocrita&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2026 16:31:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Veneto, 27 luglio 2026 &#8211; Il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ha commentato all&#8217;ANSA l&#8217;iscrizione all&#8217;ordine del giorno dell&#8217;assemblea della proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, spiegando che il Consiglio è tenuto a<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Veneto, 27 luglio 2026 &#8211; Il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, ha commentato all&#8217;ANSA l&#8217;iscrizione all&#8217;ordine del giorno dell&#8217;assemblea della proposta di legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito, spiegando che il Consiglio è tenuto a discuterla in base allo Statuto regionale. &#8220;Non trattare una legge significa comunque compiere una scelta – ha sottolineato –: la più ipocrita che si possa fare, quella di non assumersi alcuna responsabilità&#8221;.</p>



<p>&#8220;La politica deve assumersi le proprie responsabilità&#8221;, ha proseguito Zaia. &#8220;È giusto che il livello regionale affronti questo tema nel rispetto delle idee di tutti: di chi è favorevole al fine vita, di chi è contrario e di chi nutre dubbi o perplessità&#8221;. Il presidente ha aggiunto che la discussione e l&#8217;eventuale votazione dovranno svolgersi garantendo a ogni consigliere la più piena libertà di coscienza.</p>



<p>La discussione sul testo, che riguarda le procedure per l&#8217;assistenza sanitaria regionale al fine vita, slitterà comunque alla prima sessione del Consiglio dopo la pausa estiva, a causa della concomitanza con i lavori sull&#8217;assestamento di bilancio.</p>
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		<title>Fratelli d&#8217;Italia attacca Possamai: «Sostiene Lepore come tollera occupazioni e cortei del Bocciodromo»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 08:09:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fratelli d&#8217;Italia Vicenza critica duramente il sindaco Giacomo Possamai per aver aderito alla lettera firmata da numerosi sindaci di centrosinistra a sostegno del primo cittadino di Bologna, Matteo Lepore, dopo i gravi disordini avvenuti nel capoluogo emiliano. A intervenire è<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>Fratelli d&#8217;Italia Vicenza critica duramente il sindaco Giacomo Possamai per aver aderito alla lettera firmata da numerosi sindaci di centrosinistra a sostegno del primo cittadino di Bologna, Matteo Lepore, dopo i gravi disordini avvenuti nel capoluogo emiliano.</p>



<p>A intervenire è il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia Vicenza, <strong>Alessandro Benigno</strong>, che contesta la scelta del sindaco vicentino.</p>



<p>«Il sindaco Possamai ha scelto da che parte stare, e non è quella dei vicentini né delle Forze dell&#8217;Ordine. Dopo che Bologna è stata messa a ferro e fuoco e gli agenti sono stati aggrediti, i sindaci del Pd hanno trovato il tempo di scrivere letterine di solidarietà tra compagni di partito. Uno spettacolo indecoroso», afferma Benigno.</p>



<p>L&#8217;esponente di Fratelli d&#8217;Italia collega quindi la firma di Possamai ad alcune vicende cittadine, sostenendo che sia coerente con l&#8217;atteggiamento tenuto dall&#8217;amministrazione nei confronti del centro sociale Bocciodromo.</p>



<p>«Non ci stupiamo – prosegue –: quella firma è coerente con quanto Possamai tollera da anni a Vicenza. Il centro sociale Bocciodromo occupa abusivamente spazi pubblici, organizza i cortei pro-Pal contro gli espositori israeliani a VicenzaOro e ha promosso l&#8217;Acampada pro-Flotilla in piazza Biade e l&#8217;occupazione del Bosco Lanerossi per rallentare un&#8217;opera strategica come la Tav. Possamai non ha mai avuto il coraggio di prendere le distanze da chi trasforma la protesta in disordine: Bologna e Vicenza sono due facce della stessa medaglia, la sinistra che amministra strizzando l&#8217;occhio ai centri sociali».</p>



<p>Nel comunicato, Benigno rivolge infine un appello diretto al sindaco di Vicenza, chiedendogli di ritirare l&#8217;adesione alla lettera di sostegno.</p>



<p>«Chi, come Lepore, non è in grado di rappresentare l&#8217;intera comunità e di tutelare le Forze dell&#8217;Ordine nei momenti più difficili non può continuare a guidare una grande città. Possamai spieghi ai cittadini perché ha messo il nome di Vicenza a difesa di chi questa deriva l&#8217;ha assecondata. Ritiri la firma e chieda scusa alle Forze dell&#8217;Ordine e ai vicentini», conclude il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia Vicenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/fratelli-ditalia-attacca-possamai-sostiene-lepore-come-tollera-occupazioni-e-cortei-del-bocciodromo/">Fratelli d&#8217;Italia attacca Possamai: «Sostiene Lepore come tollera occupazioni e cortei del Bocciodromo»</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Tra la piazza e lo Stato. L&#8217;ambiguità che la sinistra non può più permettersi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:38:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus L&#8217;ultimo capitolo, in ordine di tempo, si è consumato pochi giorni fa a Bologna: immagini di scontri, arredi urbani distrutti,&#160;&#160;auto in fiamme usate come barricate, vetrine infrante e forze dell&#8217;ordine bersagliate.&#160; Una fotocopia di un film già visto troppe<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/tra-la-piazza-e-lo-stato-lambiguita-che-la-sinistra-non-puo-piu-permettersi/">Tra la piazza e lo Stato. L&#8217;ambiguità che la sinistra non può più permettersi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><strong>Machiavellus</strong><strong></strong></p>



<p>L&#8217;ultimo capitolo, in ordine di tempo, si è consumato pochi giorni fa a Bologna: immagini di scontri, arredi urbani distrutti,&nbsp;&nbsp;auto in fiamme usate come barricate, vetrine infrante e forze dell&#8217;ordine bersagliate.&nbsp;</p>



<p>Una fotocopia di un film già visto troppe volte.</p>



<p>Dopo ogni devastazione e dopo ogni poliziotto ferito, la reazione della politica, e in particolare della sinistra e del Partito Democratico, segue ormai un copione quasi liturgico.</p>



<p>Arriva la dichiarazione di rito:&nbsp;<em>&#8220;Condanniamo con fermezza ogni forma di violenza.&#8221;</em></p>



<p>Ci mancherebbe altro!</p>



<p>Il problema è che quella frase si ferma sempre un metro prima del punto decisivo.</p>



<p>Manca sempre la capacità, o forse la volontà, di pronunciare la parola che la realtà impone:&nbsp;<strong>DELINQUENTI</strong><strong>.</strong></p>



<p>Non &#8220;manifestanti esasperati&#8221;. Non &#8220;frange del disagio&#8221;. Non &#8220;pezzi di corteo che hanno deviato&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Chi arriva in piazza con il volto coperto, armato di spranghe, pietre e bombe carta, con l&#8217;unico obiettivo di devastare una città ed aggredire le forze dell’ordine, è un delinquente.&nbsp;</p>



<p>E come tale dovrebbe essere definito, senza perifrasi, senza attenuanti semantiche, senza il consueto vocabolario anestetizzante.</p>



<p>Questa reticenza linguistica richiama un riflesso che l&#8217;Italia forse si augurava&nbsp;&nbsp;di avere archiviato insieme agli anni di piombo.&nbsp;</p>



<p>Quando una parte della sinistra parlava dei terroristi come di &#8220;compagni che sbagliano&#8221;, incapace di recidere fino in fondo il filo culturale che la legava a quella violenza.</p>



<p>Ci vollero uomini come Luciano Lama ed Enrico Berlinguer per rompere definitivamente quell&#8217;ambiguità, schierandosi senza esitazioni dalla parte dello Stato democratico.</p>



<p>Perché oggi quella chiarezza sembra essersi nuovamente appannata?</p>



<p>Le ragioni sono intuibili.&nbsp;</p>



<p>La paura di alienarsi il consenso delle componenti più radicali.&nbsp;</p>



<p>Il timore di &#8220;criminalizzare la piazza&#8221;.&nbsp;</p>



<p>La tentazione di ricondurre ogni atto criminale ad un generico disagio sociale, quasi che una vetrina distrutta fosse una forma di terapia collettiva.</p>



<p>Il consolidarsi dell’idea&nbsp;che chi veste una divisa sia un repressore in servizio permanente effettivo (mi riferisco in particolare al PD, perché Alleanza Verdi e Sinistra sembra aver scelto di non occuparsi del tema, arrivando sostanzialmente a negarlo).</p>



<p>Ma chi ambisce a governare un Paese non può vivere di ambiguità.</p>



<p>Così, come non si può chiedere agli italiani fiducia sulle proprie politiche migratorie senza spiegare con chiarezza come si intenda distinguere fra immigrazione regolare e clandestina, allo stesso modo non si può pretendere credibilità sul terreno della sicurezza limitandosi a condanne burocratiche della violenza.</p>



<p>Serve qualcosa di più.</p>



<p>Serve il coraggio di dire che i Black Bloc, gli antagonisti violenti, e tutti coloro che trasformano le manifestazioni in guerriglia urbana non hanno nulla a che vedere con il diritto costituzionale di manifestare.&nbsp;</p>



<p>Non sono &#8220;compagni irrequieti&#8221;, non sono &#8220;giovani arrabbiati&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Sono CRIMINALI.</p>



<p>E se davvero il Partito Democratico considera questi gruppi estranei alla propria cultura politica, allora dovrebbe dimostrarlo con la stessa nettezza con cui condanna il fascismo.</p>



<p>Non basta prendere le distanze dopo ogni devastazione.&nbsp;</p>



<p>Bisogna smettere di tollerare, anche solo culturalmente, gli striscioni con scritto&nbsp;<strong>&#8220;</strong><strong>Polizia assassina&#8221;</strong><strong>,</strong>&nbsp;gli insulti sistematici alle forze dell&#8217;ordine, e quella narrazione per cui l&#8217;agente in divisa è sempre il sospetto, e chi lancia sampietrini è quasi sempre una vittima del sistema.</p>



<p>Perché è da quel clima che nasce la legittimazione morale della violenza.</p>



<p>Un grande partito democratico dovrebbe difendere per primo chi garantisce ogni giorno l&#8217;ordine pubblico, senza però esimerlo dal rispondere individualmente di eventuali errori.</p>



<p>Colpevolizzare un&#8217;intera Istituzione è un esercizio tanto ingiusto quanto pericoloso.&nbsp;</p>



<p>Nessuno accetterebbe lo slogan &#8220;Magistrati assassini&#8221; o &#8220;Giornalisti assassini&#8221; come normale dialettica politica.&nbsp;</p>



<p>Non si capisce perché dovrebbe esserlo quando il bersaglio è la Polizia.</p>



<p>Per non dire che delegittimare sistematicamente chi rappresenta lo Stato significa preparare il terreno culturale sul quale la violenza finisce poi per sentirsi giustificata.</p>



<p>Alla fine il punto è tutto qui.</p>



<p>La legalità non è un valore né di destra né di sinistra.&nbsp;</p>



<p>È il fondamento stesso della democrazia.</p>



<p>Chi vuole governare un Paese dovrebbe ricordarselo prima che le città vengano devastate, non limitarsi a ripeterlo davanti ai microfoni quando i cassonetti stanno ancora fumando.</p>



<p>Machiavellus</p>



<p></p>
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		<title>Bologna, Benigno (FdI): &#8220;Nicolai condanna gli agenti prima che i fatti vengano accertati&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 13:47:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[benigno]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vicenza, 22 luglio 2026 –&#160;«A Bologna c’è una tragedia ancora tutta da chiarire, ma a Vicenza l’assessore Nicolai ha già emesso la sua sentenza: per lui gli agenti sarebbero di fatto dei boia che hanno eseguito una pena di morte<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/bologna-benigno-fdi-nicolai-condanna-gli-agenti-prima-che-i-fatti-vengano-accertati/">Bologna, Benigno (FdI): &#8220;Nicolai condanna gli agenti prima che i fatti vengano accertati&#8221;</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p><em>Vicenza, 22 luglio 2026 –&nbsp;</em>«A Bologna c’è una tragedia ancora tutta da chiarire, ma a Vicenza l’assessore Nicolai ha già emesso la sua sentenza: per lui gli agenti sarebbero di fatto dei boia che hanno eseguito una pena di morte nei confronti di Fakir. Una sentenza pronunciata prima ancora che siano accertati i fatti e le eventuali responsabilità. Vergognoso».&nbsp;<strong>Lo dichiara in una nota Alessandro Benigno, presidente cittadino di Fratelli d’Italia Vicenza</strong>.</p>



<p>«È la solita giustizia sommaria della sinistra –&nbsp;<strong>prosegue Benigno</strong>&nbsp;– un po’ da salotto e un po’ da Bocciodromo, che considera le Forze dell’Ordine colpevoli a prescindere e pretende di processarle sommariamente. Forse, però, l’assessore Nicolai dovrebbe occuparsi prima di Vicenza e delle pesanti criticità che riguardano il suo stesso assessorato».</p>



<p>«Il sindaco Possamai avrebbe il dovere di richiamarlo all’ordine, ma non lo fa –&nbsp;<strong>attacca il presidente di FdI Vicenza</strong>&nbsp;–. Del resto, è difficile aspettarsi qualcosa di diverso da chi ha tra i propri riferimenti politici il sindaco di Bologna Lepore che, di fronte a una situazione ancora tutta da chiarire, ha lasciato che nel capoluogo emiliano antagonisti dei centri sociali e antifascisti scatenassero la piazza contro le Forze dell’Ordine».</p>



<p>Un riferimento, quello alle piazze degli antagonisti, che richiama la linea più volte ribadita a livello nazionale da Fratelli d&#8217;Italia, a partire da&nbsp;<strong>Giovanni Donzelli</strong>, responsabile dell&#8217;organizzazione del partito di Giorgia Meloni, da tempo tra i dirigenti più netti nel denunciare l&#8217;atteggiamento dei centri sociali e nel rivendicare il pieno rispetto verso le Forze dell&#8217;Ordine.</p>



<p>«E intanto il conto lo pagano gli agenti in divisa –&nbsp;<strong>aggiunge Benigno</strong>&nbsp;– 14 feriti del Reparto Mobile di Padova, 26 di Firenze e 16 di Bologna, oltre ad altri agenti della Questura bolognese. Mezzi distrutti, una città devastata. Questi sono i fatti. E poi, con una faccia tosta fuori dal comune, dall’amministrazione che vede Nicolai assessore arriva la richiesta di più organico per la Questura di Vicenza». «La verità è che le Forze dell’Ordine non sono un bersaglio politico da colpire quando fa comodo e una stampella da invocare quando serve, Vanno rispettate sempre. Soprattutto da chi ha responsabilità istituzionali»,&nbsp;<strong>conclude</strong>.</p>



<p></p>



<p></p>



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		<title>Provincia di Vicenza, Turetta (Anci Veneto): &#8220;Si parta dall&#8217;ascolto dei piccoli comuni&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 11:34:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>VICENZA, 22 LUGLIO 2026 &#8212; Sul dibattito relativo al futuro assetto della Provincia di Vicenza, e in particolare sull&#8217;annuncio dei nove comuni sopra i 15 mila abitanti di voler ritornare alla cosiddetta &#8220;casa dei comuni&#8221;, interviene Andrea Turetta, sindaco di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>VICENZA, 22 LUGLIO 2026 &#8212; Sul dibattito relativo al futuro assetto della Provincia di Vicenza, e in particolare sull&#8217;annuncio dei nove comuni sopra i 15 mila abitanti di voler ritornare alla cosiddetta &#8220;casa dei comuni&#8221;, interviene Andrea Turetta, sindaco di Grumolo delle Abbadesse e presidente della Consulta dei Piccoli Comuni di Anci Veneto. La questione, che negli ultimi giorni ha animato il confronto tra le amministrazioni del territorio, tocca da vicino il ruolo dei comuni di minori dimensioni, che rappresentano la stragrande maggioranza dei municipi vicentini.</p>



<p>&#8220;L&#8217;annuncio da parte dei nove comuni sopra i 15 mila abitanti di voler ritornare alla cosiddetta &#8216;casa dei comuni&#8217; è certamente legittimo – dichiara Turetta – ma descrivere questa scelta, che evidentemente rappresenta una precisa volontà politica, come la panacea di tutti i mali sarebbe una evidente forzatura&#8221;.</p>



<p>Il presidente della Consulta ricostruisce quindi il percorso dell&#8217;ente negli ultimi anni. &#8220;Da quando la Provincia è stata trasformata in ente di secondo livello – prosegue – sia durante la fase della &#8216;casa dei comuni&#8217; sia durante l&#8217;attuale amministrazione, ha continuato a garantire servizi strategici alle amministrazioni locali, ha operato con unità di intenti e una visione chiara, senza perseguire politiche di parte, ma amministrando nell&#8217;interesse di tutti i Comuni e di tutti i cittadini. C&#8217;è qualcuno che su questo ha davvero l&#8217;ardire di affermare il contrario?&#8221;.</p>



<p>Turetta richiama poi le ragioni storiche dell&#8217;esperienza unitaria. &#8220;Il fatto che ci si sia confrontati elettoralmente, nel momento del rinnovo, secondo uno schema unitario piuttosto che su un confronto aperto centrodestra/centrosinistra – sottolinea – non ha condizionato l&#8217;approccio di tutti i presidenti che si sono alternati: quello di essere a disposizione di tutti i comuni. Ma è innegabile che l&#8217;esperienza unitaria era stata concepita quando sembrava che le province fossero in dismissione, promessa non mantenuta dal Governo Renzi&#8221;.</p>



<p>Sul metodo, il sindaco esprime la sua posizione. &#8220;Oggi un confronto tra modelli di gestione della cosa pubblica non può che arricchire il dibattito e stimolare il confronto tra progettualità diverse nella massima trasparenza – aggiunge –. Al contrario, cristallizzare un accordo tra modelli agli antipodi, per altro senza coinvolgere i comuni più piccoli che rappresentano la stragrande maggioranza del nostro territorio, è sembrato più un voler condizionare, mostrando i &#8216;muscoli&#8217; del peso ponderato, il resto dei protagonisti&#8221;.</p>



<p>&#8220;Un sostanziale annuncio di compromesso tra sindaci portatori di visioni politiche e amministrative profondamente diverse, quando non opposte, oggi rischierebbe di imbalsamare la Provincia – avverte il sindaco di Grumolo delle Abbadesse – altro che liberarla dai partiti, come demagogicamente qualcuno si è lasciato scappare&#8221;.</p>



<p>Il cuore dell&#8217;intervento è dedicato proprio ai municipi di minori dimensioni. &#8220;Il tema principale, poi, è la mancanza di rispetto nei confronti dei sindaci dei comuni più piccoli – rimarca Turetta –. Sarebbe stato evidentemente più opportuno partire proprio da loro, ascoltandone le necessità e affrontando i problemi quotidiani che vivono ogni giorno: la difficoltà nel reperire personale qualificato, nel chiudere i bilanci, nel trovare segretari comunali, nel governare territori vasti e spesso poco popolati, nel garantire servizi essenziali alle persone&#8221;.</p>



<p>In conclusione, un appello al senso di responsabilità di tutti gli attori in campo. &#8220;La pluralità della provincia di Vicenza è la sua ricchezza e, al tempo stesso, la sua complessità – conclude il presidente della Consulta dei Piccoli Comuni di Anci Veneto –. Per governarla servono serietà, pazienza e autorevolezza; l&#8217;unica cosa di cui non si sente la necessità è la sterile propaganda con la quale una parte vorrebbe demonizzare l&#8217;altra agli occhi dell&#8217;opinione pubblica&#8221;.</p>
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		<title>Caso Roggero. Quando l&#8217;ideologia perde contatto con la realtà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 07:08:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Non pensavo di tornare sul caso Roggero. Eppure era inevitabile.&#160; Una vicenda così simbolica non poteva esaurirsi nelle sentenze dei Tribunali.&#160; Troppo forte il suo impatto sull&#8217;opinione pubblica, e troppo prevedibili le sue ricadute politiche. Ma oggi la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Non pensavo di tornare sul caso Roggero. Eppure era inevitabile.&nbsp;</p>



<p>Una vicenda così simbolica non poteva esaurirsi nelle sentenze dei Tribunali.&nbsp;</p>



<p>Troppo forte il suo impatto sull&#8217;opinione pubblica, e troppo prevedibili le sue ricadute politiche. Ma oggi la cronaca interessa meno dei numeri, perché questi raccontano molto meglio dove sta andando il Paese.</p>



<p>Quindi, per comprendere davvero la direzione in cui si sta muovendo il Paese, è necessario superare la barriera delle tifoserie e guardare ai dati concreti sul sentimento dei cittadini.&nbsp;</p>



<p>In questo senso, la recente rilevazione demoscopica condotta dall&#8217;istituto demoscopico Noto offre una fotografia nitida e, per certi versi, dirompente del sentire comune.</p>



<p>Il punto di partenza è il consenso quasi plebiscitario attorno ad una delle misure più discusse del nuovo pacchetto sicurezza: lo stop ai risarcimenti economici per i criminali che rimangono feriti o uccisi dalla reazione delle loro vittime durante la commissione di gravi reati.&nbsp;</p>



<p>Questa norma incassa il favore di ben tre italiani su quattro (il 75%).&nbsp;</p>



<p>Se il dato sfiora l&#8217;unanimità tra le fila del centrodestra (oltre il 90%), la vera sorpresa arriva dall&#8217;elettorato progressista.&nbsp;</p>



<p>A dispetto delle solite incertezze dalle opposizioni, la base elettorale si muove in direzione ostinata e contraria: il 50% di chi vota il Partito Democratico si dice favorevole al provvedimento, quota che sale addirittura al 54% tra i sostenitori del Movimento 5 Stelle.</p>



<p>Questa convergenza trasversale si riflette inevitabilmente anche sul giudizio umano e giudiziario del caso Roggero.&nbsp;</p>



<p>La condanna in primo grado a 14 anni e 9 mesi viene percepita come una sanzione eccessivamente punitiva dalla maggioranza assoluta del Paese (il 56%).&nbsp;</p>



<p>Una percentuale che scende al 23% tra chi la ritiene equa, e ad appena il 13% tra chi avrebbe voluto una pena ancora più dura.</p>



<p>Anche in questo caso, le sfumature politiche raccontano di un elettorato di sinistra tutt&#8217;altro che compatto: sebbene tra i Dem prevalga la linea della fermezza giudiziaria, un significativo 34% dei loro elettori reputa la condanna troppo severa, percentuale che schizza al 48% — quasi la metà — all&#8217;interno del M5S.&nbsp;</p>



<p>Più sfumato e divisivo è invece il tema di un eventuale provvedimento di grazia (favorevole il 48% contro il 44% di contrari), una polarizzazione legata al fatto che la grazia rimane una misura&nbsp;ad personam, laddove i cittadini chiedono risposte strutturali e leggi ordinarie valide per tutti.&nbsp;</p>



<p>Se a destra l&#8217;idea della grazia raccoglie l&#8217;80% dei consensi, non va sottovalutato quel 25% di elettori PD e quel 33% di grillini che si dicono comunque a favore.</p>



<p>Ovviamente, la Giustizia non può e non deve essere amministrata a furia di sondaggi, né i Tribunali possono farsi guidare dall&#8217;emotività collettiva.&nbsp;</p>



<p>Ciononostante, ignorare la profonda domanda di tutela e di certezza del diritto che emerge da queste percentuali sarebbe un errore politico imperdonabile.&nbsp;</p>



<p>La vicinanza emotiva al gioielliere, e l&#8217;approvazione delle nuove norme governative, non sono il frutto di una generica sete di vendetta, ma il sintomo di una crisi ben più profonda che investe il patto sociale tra il cittadino e lo Stato.</p>



<p>Il vero limite strategico dei leader del cosiddetto &#8220;Campo largo&#8221; risiede proprio nell&#8217;incapacità di decodificare questo malessere.&nbsp;</p>



<p>La risposta tradizionale della sinistra si limita da sempre ad invocare stancamente il potenziamento dei presidi delle forze dell&#8217;ordine e maggiori investimenti economici nella sicurezza.&nbsp;</p>



<p>Una ricetta burocratica che ormai&nbsp;non sembra più convincere nemmeno una parte consistente del suo stesso elettorato.</p>



<p>L&#8217;irritazione profonda della collettività, infatti, non scaturisce semplicemente dalla quantità numerica dei reati quotidiani, quanto piuttosto dall&#8217;insopportabile percezione dell&#8217;impunità: la frustrazione di vedere i criminali catturati ritornare in totale libertà nel giro di poche ore (i borseggiatori di Venezia ne sono l’esempio più palese).</p>



<p>Ma dietro l&#8217;errore politico si nasconde a mio avviso un&#8217;incomprensione sociologica ancora più grave, alimentata dalle storiche scorie ideologiche di una certa sinistra radicale.&nbsp;</p>



<p>Esiste infatti un legame mai risolto, una diffidenza atavica, che unisce i settori dell&#8217;antagonismo militante e dei centri sociali in un&#8217;ostilità preconcetta verso le forze dell&#8217;ordine.&nbsp;</p>



<p>Una distorsione prospettica che riemerge ciclicamente nelle cronache e sulle piattaforme social: basti pensare a come, in questi giorni, si sia assistito in Rete ad una proliferazione di messaggi volti quasi a santificare la figura di Carlo Giuliani, dipinto come un martire eroico della &#8220;repressione di Stato&#8221;, anziché come un ragazzo con il passamontagna colto nell&#8217;atto di scagliare un estintore contro un&#8217;autovettura dei Carabinieri.&nbsp;</p>



<p>Fino a quando una parte della sinistra continuerà a confondere gli aggressori con le vittime, ed a guardare le divise con sospetto ideologico, non sarà mai in grado di sintonizzarsi con le richieste reali del Paese.&nbsp;</p>



<p>Si continua a tarare il discorso pubblico sulla categoria astratta della &#8220;paura del crimine&#8221;, senza accorgersi che il vero motore del risentimento popolare è l&#8217;indignazione di fronte all&#8217;ingiustizia, all&#8217;impunità ed alla difesa a oltranza di chi vìola le regole.&nbsp;</p>



<p>È questa rabbia silenziosa che rischia di rendere l&#8217;intera opinione pubblica sensibile a pulsioni radicali, o a narrazioni basate sull&#8217;idea di un &#8220;mondo al contrario&#8221;.</p>



<p>La quotidianità dei cittadini è costellata da paradossi in cui la prepotenza sembra avere la meglio sulla legalità e sul buon senso, lasciando l&#8217;individuo in una condizione di totale isolamento ed impotenza.</p>



<p>È’ lo scenario deformato di chi delinque ed assurge allo status di vittima meritevole di indennizzo, ma è anche la realtà delle occupazioni abusive di case popolari, dei parchi cittadini ceduti al controllo del narcotraffico, delle violenze subite dagli insegnanti nelle aule, o dal personale sanitario nei pronto soccorso.&nbsp;</p>



<p>Per non parlare dei ricorsi giudiziari contro i verdetti scolastici, della burocrazia opprimente e di una giustizia civile e penale esasperatamente lenta.</p>



<p>In sostanza, le Istituzioni avanzano una richiesta legittima — &#8220;rinunciate alla forza, alla sicurezza ci pensiamo noi&#8221; — ma poi si rivelano incapaci di tradurre questo monopolio nel rispetto effettivo delle regole ed in una reale protezione dei cittadini.&nbsp;</p>



<p>È’ questo il punto di massima fragilità delle posizioni progressiste e garantiste: si finisce per disarmare i soggetti più vulnerabili in nome della tutela dei diritti, senza avere la benché minima soluzione per evitare che il tessuto sociale si trasformi in una terra di nessuno dominata dai più forti.</p>



<p>Il dibattito sul caso Roggero e sulle riforme penali tocca dunque una corda scoperta che va ben oltre la contesa di parte.&nbsp;</p>



<p>Una democrazia liberale vive di equilibrio tra diritti e doveri, tra garanzie e sicurezza.&nbsp;</p>



<p>Ma questo equilibrio diventa impossibile quando lo Stato dimentica la distinzione più elementare: quella tra chi viola la legge e chi ne è vittima.&nbsp;</p>



<p>È da questa percezione, prima ancora che dalla paura del crimine, che nasce oggi la sfiducia di milioni di cittadini.</p>



<p>In conclusione, il problema non è che gli italiani chiedano più severità.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che non credono più che lo Stato sappia proteggerli.</p>



<p>E quando perfino gli elettori progressisti smettono di fidarsi delle ricette progressiste sulla sicurezza, il problema non è più elettorale: è culturale.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Elezioni provinciali, Rucco: «La Casa dei Comuni apparteneva a un&#8217;altra fase, oggi servono scelte chiare»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 15:44:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La &#8220;Casa dei Comuni&#8221; è stata un&#8217;esperienza importante per accompagnare la trasformazione delle Province dopo la riforma Delrio, ma oggi il contesto è cambiato e servono programmi chiari e un confronto politico trasparente. È questa la posizione espressa da Francesco<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>La &#8220;Casa dei Comuni&#8221; è stata un&#8217;esperienza importante per accompagnare la trasformazione delle Province dopo la riforma Delrio, ma oggi il contesto è cambiato e servono programmi chiari e un confronto politico trasparente. È questa la posizione espressa da <strong>Francesco Rucco</strong>, vicepresidente vicario del Consiglio regionale del Veneto ed ex presidente della Provincia di Vicenza, intervenuto nel dibattito in vista delle prossime elezioni provinciali.</p>



<p>«Ho vissuto direttamente l&#8217;esperienza della Casa dei Comuni e ne rivendico il valore e i risultati – afferma Rucco –. Proprio per questo ritengo sbagliato trasformarla oggi in una formula da riproporre automaticamente, come se fosse l&#8217;unico modo possibile per amministrare bene la Provincia».</p>



<p>Secondo l&#8217;ex presidente, la &#8220;Casa dei Comuni&#8221; nacque in un momento istituzionale particolare, subito dopo l&#8217;entrata in vigore della riforma Delrio, che trasformò le Province in enti di secondo livello senza definirne pienamente ruolo, risorse e prospettive.</p>



<p>«Durante le presidenze di Achille Variati e del sottoscritto – ricorda – fu necessario sperimentare un nuovo modello e costruire una collaborazione ampia tra amministratori di sensibilità diverse. Quell&#8217;esperienza funzionò e produsse risultati importanti perché rispondeva a una necessità precisa di quella fase, non perché le differenze politiche fossero diventate irrilevanti».</p>



<p>Rucco sottolinea come oggi, dopo oltre dieci anni di esperienza, la situazione sia profondamente diversa. «Nel 2024 si è tornati correttamente a confrontarsi attraverso liste differenti, espressione di culture politiche, programmi e priorità diverse. Non è stato uno scontro tra fazioni, ma il normale funzionamento della democrazia».</p>



<p>L&#8217;esponente del centrodestra cita anche l&#8217;attuale presidente della Provincia, <strong>Andrea Nardin</strong>, evidenziando come la collaborazione istituzionale non richieda necessariamente liste unitarie.</p>



<p>«L&#8217;esperienza di Nardin dimostra che, pur sostenuto da una maggioranza di centrodestra, è possibile lavorare con Comuni amministrati dal centrosinistra o da liste civiche. Per collaborare non è necessario cancellare le differenze politiche, rinunciare ai programmi o costruire un listone nel quale siano tutti insieme».</p>



<p>Rucco pone inoltre l&#8217;accento sul metodo con cui, a suo giudizio, si starebbe costruendo il nuovo percorso politico.</p>



<p>«Sembra che questo progetto sia stato avviato coinvolgendo soprattutto i sindaci dei Comuni più grandi, senza un confronto adeguato con le numerose amministrazioni dei centri più piccoli. Eppure sono proprio questi Comuni, spesso con meno risorse economiche, meno competenze tecniche e meno personale, ad avere maggiore bisogno di una Provincia autorevole, presente e capace di sostenerli. La Provincia non può essere ridisegnata attraverso un&#8217;intesa tra pochi grandi Comuni: deve rappresentare con pari dignità tutto il territorio vicentino, dalle città maggiori fino alle comunità più piccole e periferiche».</p>



<p>L&#8217;ex presidente rilancia anche il tema del ritorno all&#8217;elezione diretta degli organi provinciali.</p>



<p>«È necessario riaprire seriamente il tema dell&#8217;elezione diretta del presidente e del Consiglio provinciale. L&#8217;attuale sistema di secondo livello ha allontanato la Provincia dai cittadini, ne ha indebolito la legittimazione democratica e ha reso spesso poco comprensibili le modalità con cui vengono scelti gli amministratori. Restituire ai vicentini la possibilità di eleggere direttamente chi governa l&#8217;ente significherebbe rafforzarne autorevolezza, responsabilità politica e legame con il territorio».</p>



<p>Infine, Rucco critica la proposta della nuova &#8220;Casa dei Comuni&#8221;, definendola un&#8217;operazione politica più che programmatica.</p>



<p>«Questa nuova &#8220;Casa dei Comuni&#8221; targata Finco-Possamai rischia di apparire più come un accordo personale che come una vera intesa programmatica. È questo il rischio che si corre quando si finge di non comprendere che, da una parte, c&#8217;è il centrodestra e, dall&#8217;altra, il centrosinistra: coalizioni con culture politiche, programmi e priorità differenti. Una distinzione che tornerà evidente anche alle prossime elezioni politiche».</p>



<p>Per Rucco, la collaborazione tra istituzioni resta un valore, ma non deve essere confusa con un&#8217;alleanza politica.</p>



<p>«Questa diversità non impedisce affatto la collaborazione istituzionale. Al contrario, rende il confronto più trasparente e consente agli amministratori di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte. Confondere volutamente la collaborazione tra istituzioni con un&#8217;alleanza politica – conclude – serve soltanto a giustificare accordi costruiti lontano dai cittadini: la solita palude della vecchia politica».</p>



<p></p>
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		<title>La &#8220;Supercazzola&#8221; delle Preferenze ed il genio svanito della Sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 08:40:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus Almeno i lettori meno giovani – o quelli dotati di una sana cultura cinematografica – ricorderanno sicuramente quel sublime manifesto filosofico pronunciato nel capolavoro Amici Miei.Alla domanda retorica: «Cos&#8217;è il genio?», la risposta giungeva fulminea come una sberla alla<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Machiavellus</p>



<p>Almeno i lettori meno giovani – o quelli dotati di una sana cultura cinematografica – ricorderanno sicuramente quel sublime manifesto filosofico pronunciato nel capolavoro Amici Miei.<br>Alla domanda retorica: «Cos&#8217;è il genio?», la risposta giungeva fulminea come una sberla alla stazione di Firenze: «È fantasia, intuizione, colpo d&#8217;occhio e velocità di esecuzione».<br>Quattro ingredienti semplici, capaci di dare vita alle leggendarie &#8220;zingarate&#8221;, quegli scherzi sublimi, folli e immediati concepiti per lasciare la vittima di turno basita, tramortita e ed irrimediabilmente beffata.<br>La domanda sorge spontanea, quasi con un brivido di nostalgia: ma esiste ancora traccia di questo &#8220;genio&#8221; nei corridoi polverosi della politica nostrana?<br>La risposta purtroppo è sì, sulla carta, ma i requisiti rimangono immutati e severissimi.<br>Il politico geniale deve possedere Fantasia per immaginare un futuro che ancora non c&#8217;è; Intuizione per fiutare l&#8217;attimo fuggente; Decisione per compiere scelte spericolate; e, sopra ogni cosa, Velocità, perché in politica, esattamente come nelle zingarate del Perozzi e del Melandri, è la frazione di secondo che decide se passerai alla storia come un fine stratega o come un dilettante allo sbaraglio.<br>Prendiamo come esempio quanto accaduto ieri alla Camera dei Deputati durante la discussione della nuova legge elettorale.<br>I rappresentanti della lista Vannacci (Futuro Nazionale) presentano un emendamento – primo firmatario il deputato Edoardo Ziello – volto a scardinare l’odiatissimo sistema dei &#8220;listini bloccati&#8221;, reintroducendo nientemeno che le preferenze dirette per i candidati.<br>Una roba da far tremare le vene ai polsi alle oligarchie di partito.<br>Al momento del voto (rigorosamente a scrutinio segreto, regno indiscusso dei franchi tiratori), Giorgia Meloni compie la sua mossa di kung-fu politico: lascia il governo &#8220;libero di rimettersi all&#8217;Aula&#8221;, e i deputati di Fratelli d&#8217;Italia e Noi Moderati si fiondano a votare a favore dell&#8217;emendamento, insieme ai vannacciani.<br>Dall&#8217;altra parte della barricata della maggioranza, Lega e Forza Italia si spaventano, si coalizzano con le opposizioni e votano contro, respingendo il testo con 233 contrari e 139 favorevoli.<br>Un &#8220;tutti contro tutti&#8221; da manuale del caos parlamentare, con i vannacciani che subito dopo espongono in Aula cartelli di protesta con lo slogan: «Partiti padroni? No! Cittadini sovrani».<br>Ed è esattamente qui, in questo preciso millisecondo di disorientamento generale, che avrebbe dovuto manifestarsi il puro, celestiale genio politico.<br>Ma l&#8217;astratta divinità del tempismo deve aver guardato altrove.<br>Proviamo a fare un esercizio di fanta-politica.<br>Se la sinistra italiana avesse avuto tra le proprie fila anche solo una mezza figura di &#8220;statista&#8221;, o quantomeno qualcuno che in gioventù avesse letto Machiavelli – invece delle figure impettite che oggi affollano i banchi della minoranza e di cui si fatica persino a ricostruire il percorso vitale – avrebbe capito al volo che quella era l&#8217;occasione della vita.<br>Una di quelle situazioni irripetibili che capitano una volta ogni tre legislature.<br>Se solo avessero deciso seduta stante, senza riunioni fiume, senza consultare i coordinamenti o lanciare tweet indignati; se avessero, surrettiziamente, aggiunto i propri voti a quelli di Fratelli d&#8217;Italia e dei Vannacciani, l&#8217;emendamento sarebbe passato a sorpresa.<br>Boom! Legge elettorale letteralmente disintegrata in Aula, maggioranza di governo spaccata in mille pezzi su un tema divisivo e insuperabile, e forse crisi di governo servita su un piatto d&#8217;argento prima dell&#8217;ora di cena.<br>Il tutto, per giunta, senza dover rinnegare un solo grammo di coerenza ideologica: d&#8217;altronde, il ritorno alle preferenze e il &#8220;potere agli elettori&#8221; sono da sempre cavalli di battaglia sbandierati dal progressismo nostrano.<br>Invece, il nulla.<br>La paralisi. Perché per certi personaggi imbevuti di ortodossia ideologica fino al midollo spinale, il solo pensiero di unire, anche solo per pura astuzia strumentale, il proprio voto a quello dei &#8220;fascisti&#8221; meloniani o dei &#8220;generali&#8221; vannacciani equivale a un&#8217;eresia teologica da Santa Inquisizione.<br>Troppo alto il rischio di scandalizzare i ragazzi dei Centri Sociali, di mandare in tilt l&#8217;universo dei propugnatori della patrimoniale, di agitare il mondo pro-Pal o di turbare il sonno della galassia degli occupatori di case.<br>Così, mentre la maggioranza offriva il fianco scoperto, la sinistra è rimasta immobile, rigida e purissima, a guardare il treno che passava.<br>Ed è qui che la lezione del grande cinema italiano si abbatte impietosa sulla realtà.<br>Cara Schlein, caro Conte, caro Fratoianni, cari leader della sinistra: il genio è davvero fantasia, intuizione, colpo d&#8217;occhio e velocità di esecuzione.<br>Ma di fronte ad una simile occasione mancata, c&#8217;è il forte sospetto che abbiate confuso l&#8217;alta strategia politica con un&#8217;altra celeberrima specialità del conte Mascetti.<br>Avete preso la politica, ci avete aggiunto un po&#8217; di rigore ideologico a destra, una spruzzata di purismo a sinistra, e avete finito per servire all&#8217;elettorato l&#8217;ennesima, colossale “supercazzola prematurata con scappellamento a destra. Tarapia tapioco, ovviamente, e con i listini bloccati come se fosse antani”.<br>Machiavellus</p>
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		<title>La grande paura delle preferenze.  Il Parlamento dei nominati piace a tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 09:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Machiavellus Lasciamo pure che i partiti di minoranza stappino lo spumante per il recente passo falso parlamentare della coalizione di governo sulla riforma elettorale.&#160; È innegabile che il colpo all&#8217;immagine di infallibilità della Premier sia stato assestato, evidenziando le prime,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Machiavellus</p>



<p>Lasciamo pure che i partiti di minoranza stappino lo spumante per il recente passo falso parlamentare della coalizione di governo sulla riforma elettorale.&nbsp;</p>



<p>È innegabile che il colpo all&#8217;immagine di infallibilità della Premier sia stato assestato, evidenziando le prime, reali crepe&nbsp;all’interno della maggioranza.</p>



<p>Tuttavia&nbsp;c&#8217;è un abisso tra il godersi i passi falsi altrui ed il contrabbandare una rissa interna alla destra come una gloriosa vittoria del centrosinistra.&nbsp;</p>



<p>Le opposizioni, in questa dinamica, sono state semplici spettatrici non paganti, perché è evidente che il voto segreto è stato sollecitato sotterraneamente da certi settori della maggioranza.</p>



<p>È lo stesso paradosso di un atleta&nbsp;rimasto fuori dalle Olimpiadi che esultasse dal divano perché il suo rivale ha perso la finale:&nbsp;una gioia per procura che rasenta il ridicolo.</p>



<p>Purtroppo, appropriarsi dei meriti altrui è un vizio antico della sinistra italiana.</p>



<p>Dall’anno della sua fondazione (14 ottobre 2007)&nbsp;&nbsp;ad oggi, il Pd&nbsp;non ha mai ottenuto una maggioranza elettorale tale da poter governare da solo, eppure ha sempre cercato una legittimazione riflessa nei successi delle sinistre globali, da Obama a Biden, da Zapatero a Sanchez, da Lula a Starmer .&nbsp;</p>



<p>A voler essere cattivi, una sorta di voyeurismo politico che serve solo a nascondere le proprie fragilità.</p>



<p>Ma cosa c’è dietro questa fantomatica “vittoria parlamentare” da suscitare tante emozioni?</p>



<p>Al di là delle urla, dei cartelli, dei cori a Montecitorio, l’emendamento Meloni, per chiamarlo così, pur con tutti i limiti dovuti alla mediazione imposta da Salvini e Tajani,&nbsp;introduceva, seppure in misura limitata, la possibilità per gli elettori di scegliere almeno una parte dei candidati.</p>



<p>Poiché sembra difficile che detto emendamento venga riproposto in Senato, è chiaro che alla fine la riforma passerà blindata nella sua versione più pura ed oligarchica.</p>



<p>Quindi&nbsp;&nbsp;bonus di seggi enorme (70 alla Camera e 35 al Senato) per la coalizione che raggiungerà una soglia minima (il 42%), ed un Parlamento composto esclusivamente da designati dalle Segreterie.</p>



<p>Per evitare di ammettere che il ritorno alle preferenze è un tabù in realtà condiviso da tutti i principali schieramenti, a sinistra si sprecano i paragoni iperbolici con il Ventennio (legge Acerbo) o con l&#8217;immediato dopoguerra (legge Truffa).</p>



<p>Le analogie storiche fanno sempre scena nei talk show. Molto meno quando si va a rileggere ciò che gli stessi partiti hanno fatto negli ultimi vent&#8217;anni.</p>



<p>Ma questa tattica va bene per i gonzi; perché chi segue la politica con attenzione ricorda bene che sono stati proprio i governi a guida Pd, nel decennio scorso, ad imporre a colpi di fiducia&nbsp;&nbsp;con l’Italicum (Governo Renzi)&nbsp;&nbsp;ed il Rosatellum (primo firmatario Ettore Rosato del PD),&nbsp;&nbsp;&nbsp;sistemi elettorali studiati ad hoc per blindare i nominati e tagliare le gambe alle forze antisistema dell&#8217;epoca.</p>



<p>Quindi nessuno si senta al di sopra degli altri; perché il filo rosso che unisce tutte queste riforme è il medesimo:&nbsp;<strong>il sistematico progressivo esproprio del potere decisionale dei cittadini.</strong></p>



<p>In conclusione, l’avversione per la scelta diretta del candidato ha radici trentennali ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: gli elettori che preferiscono il mare ai seggi (l&#8217;affluenza è passata dal 93,8% delle politiche del 1976 al 63,9% del 2022).</p>



<p>Chi vuole davvero invertire la rotta e riavvicinare i cittadini alle istituzioni dovrebbe avere il coraggio di proporre un sistema proporzionale puro con preferenza unica — fra l’altro l&#8217;unico modello già blindato dalle sentenze della Consulta.</p>



<p>La politica continua a ripetere che bisogna riportare i cittadini alle urne. Poi, quando si tratta di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri parlamentari, quasi tutti fanno un passo indietro. È questa la vera contraddizione della Seconda Repubblica. Non la governabilità contro la rappresentanza, ma il timore delle segreterie di perdere il controllo delle candidature</p>



<p>La vera domanda quindi è molto semplice.&nbsp;</p>



<p>Se domani arrivasse in Parlamento una proposta di sistema proporzionale con preferenza unica, quanti dei leader che oggi brindano sarebbero davvero disposti a votarla?&nbsp;</p>



<p>Vale per Schlein, Conte e Fratoianni. Ma vale, naturalmente, anche per Meloni, Salvini e Tajani. Perché la paura delle preferenze non ha colore politico: ha soltanto un comune denominatore, quello delle segreterie di partito.</p>



<p>Machiavellus</p>



<p></p>
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		<title>Dal mercato allo Stato padrone: la svolta del Pd</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 07:38:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Contrordine, Compagni: Il Gosplan in Salsa Schleiniana Umberto Baldo C’era una volta una sinistra italiana che, per portare il Paese in Europa, aveva faticosamente compreso la necessità di smantellare i vecchi carrozzoni di Stato.&#160; Era la stagione di Romano Prodi,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Contrordine, Compagni: Il Gosplan in Salsa Schleiniana</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C’era una volta una sinistra italiana che, per portare il Paese in Europa, aveva faticosamente compreso la necessità di smantellare i vecchi carrozzoni di Stato.&nbsp;</p>



<p>Era la stagione di Romano Prodi, di Carlo Azeglio Ciampi, di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani: leader che, pur con le proprie contraddizioni, avevano guidato la fase delle liberalizzazioni e della privatizzazione delle Partecipazioni Statali, liberando i contribuenti dall’onere insostenibile di Enti pubblici che succhiavano risorse a non finire al solo scopo di garantire il consenso clientelare.&nbsp;</p>



<p>Quella stagione, che permise di abbattere il debito e modernizzare il tessuto produttivo nazionale, sembra possa essere oggi formalmente archiviata con un clamoroso e nostalgico “contrordine compagni”.</p>



<p>Il nuovo Partito Democratico guidato da Elly Schlein, orfano di una visione macroeconomica al passo con i tempi, e sempre più subalterno alle spinte massimaliste delle frange estreme, sembra non saper fare altro che guardare indietro nella storia.&nbsp;</p>



<p>Se le idee scarseggiano, la soluzione viene cercata in una formula logora ma rassicurante per i nostalgici della pianificazione centralizzata: la collettivizzazione dell’economia.&nbsp;</p>



<p>Il Libro Bianco che Andrea Orlando starebbe curando per conto del Nazareno ne sarebbe il manifesto programmatico.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo dichiarato è trasformare Invitalia e Cassa Depositi e Prestiti nei bracci armati di una nuova e pervasiva regia pubblica, capaci di &#8220;assumersi rischi&#8221; e &#8220;orientare investimenti&#8221; sul lungo periodo.</p>



<p>Dietro questa formula edulcorata a mio avviso si nasconde lo spettro di un vero e proprio Gosplan in miniatura, una riedizione in salsa schleiniana dei piani quinquennali di sovietica memoria.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;idea che lo Stato debba farsi imprenditore, decidendo quali settori debbano vivere e quali morire, ignora deliberatamente i fallimenti storici di qualsiasi economia pianificata.&nbsp;</p>



<p>Quando la politica si assume il compito di gestire il rischio imprenditoriale, a pagare il conto non sono mai i dirigenti di partito od i burocrati ministeriali, bensì i contribuenti.&nbsp;</p>



<p>Il rischio reale, tutt&#8217;altro che ipotetico, è la trasformazione della politica industriale in un immenso reparto di terapia intensiva volto a tenere artificialmente in vita veri e propri cadaveri economici privi di alcuna prospettiva di mercato, come ad esempio l’Ilva.&nbsp;</p>



<p>La sinistra di Elly Schlein scambia la modernizzazione con il dirigismo, riesumando logore logiche di pianificazione, dove il contribuente diventa l&#8217;unico azionista delle perdite dei nuovi carrozzoni di partito.</p>



<p>Passare da un modello di vigilanza e partecipazione finanziaria ad uno basato sulla pura egemonia pubblica significherebbe asservire le dinamiche aziendali alle priorità del governo di turno.&nbsp;</p>



<p>Se il management delle controllate non risponde più alle logiche di efficienza ed agli interessi del mercato, ma agli ordini del Nazareno (o, in futuro, di un ipotetico e opposto Governo sovranista), l&#8217;intero sistema della concorrenza interna e delle regole europee salta in aria.&nbsp;</p>



<p>Si torna all&#8217;epoca dei &#8220;panettoni di Stato&#8221;, dove l&#8217;inefficienza viene nazionalizzata ed il merito soffocato dalla fedeltà partitica.&nbsp;</p>



<p>Oggi il PD parla correntemente la lingua del massimalismo di Nicola Fratoianni, cancellando decenni di cultura riformista e liberaldemocratica.</p>



<p>Il paradosso finale di questa deriva collettivista risiede a mio avviso nella scelta dei modelli di riferimento internazionali.&nbsp;</p>



<p>In un cortocircuito logico e ideologico senza precedenti, la nuova sinistra progressista si ritrova a guardare con ammirazione alle politiche d&#8217;oltreoceano della Casa Bianca di Donald Trump.&nbsp;</p>



<p>Pur di giustificare la ristatalizzazione dell&#8217;economia, il PD si aggrappa al massiccio piano americano di acquisizione di partecipazioni pubbliche in aziende considerate &#8220;strategiche&#8221; come Intel, Nvidia, AMD o Anthropic.</p>



<p>Una sinistra che si dichiara antifascista e progressista finisce così per adottare l&#8217;agenda economica del nazionalismo populista americano, scambiando il protezionismo emergenziale per l&#8217;alba del nuovo socialismo.&nbsp;</p>



<p>Nel tentativo di rincorrere l&#8217;estremismo identitario, il PD non sta solo rottamando l&#8217;eredità di Prodi e dei democratici&nbsp;&nbsp;progressisti europeisti, ma sta preparando per l&#8217;Italia un futuro di spesa pubblica fuori controllo, mercati distorti ed un&#8217;economia ingessata, dove lo Stato non crea valore, ma redistribuisce i costi del declino sulle spalle dei cittadini.</p>



<p>Naturalmente, per finanziare questo immenso apparato neo-collettivista e coprire le falle dei nuovi cadaveri di Stato, la ricetta della sinistra schleiniana non potrà che essere una sola, antica quanto prevedibile: la patrimoniale.&nbsp;</p>



<p>Non c’è piano quinquennale che si rispetti senza un prelievo forzoso sulle spalle di chi ha risparmiato una vita.&nbsp;</p>



<p>Con il pretesto dell’equità sociale, si punta a colpire la ricchezza privata per alimentare l&#8217;inefficienza pubblica, in un circolo vizioso in cui chi produce viene punito per tenere in piedi chi distrugge valore.</p>



<p>Così si chiude il cerchio perfetto del socialismo reale in salsa Nazareno: nazionalizzare le perdite delle imprese, collettivizzare i costi attraverso le tasse, e centralizzare il controllo politico.&nbsp;</p>



<p>Un tempo la sinistra voleva espropriare i mezzi di produzione; oggi, più banalmente e cinicamente, si accontenta di espropriare il portafogli dei contribuenti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Furti al bicipark della stazione, FdI attacca: “Servizio peggiorato, più sicurezza per pendolari e studenti”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Aldighieri: “La struttura doveva migliorare il servizio, invece gli utenti segnalano meno sicurezza. Possamai e Spiller intervengano” Il nuovo bicipark della stazione ferroviaria di Vicenza finisce al centro delle critiche di Fratelli d’Italia. A sollevare il caso è Nicolò Stefano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/furti-al-bicipark-della-stazione-fdi-attacca-servizio-peggiorato-piu-sicurezza-per-pendolari-e-studenti/">Furti al bicipark della stazione, FdI attacca: “Servizio peggiorato, più sicurezza per pendolari e studenti”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p><strong>Aldighieri: “La struttura doveva migliorare il servizio, invece gli utenti segnalano meno sicurezza. Possamai e Spiller intervengano”</strong></p>



<p>Il nuovo bicipark della stazione ferroviaria di Vicenza finisce al centro delle critiche di Fratelli d’Italia. A sollevare il caso è Nicolò Stefano Aldighieri, dirigente cittadino del partito, che riferisce di diverse segnalazioni ricevute da utenti della struttura, tra cui pendolari, studenti e lavoratori che ogni giorno utilizzano la bicicletta per raggiungere il treno.</p>



<p>Secondo Aldighieri, il nuovo parcheggio automatizzato avrebbe peggiorato il servizio rispetto alla precedente gestione. «Il nuovo bicipark della stazione doveva migliorare il servizio per pendolari, studenti e lavoratori. Oggi, invece, gli utenti pagano per un parcheggio meno sicuro e meno completo rispetto a quello che c’era prima».</p>



<p>Nel mirino dell’esponente di Fratelli d’Italia ci sono in particolare i sistemi di accesso e controllo della struttura. «Il vecchio parcheggio era custodito da una persona, che garantiva un controllo diretto e offriva anche servizi utili di assistenza e piccola manutenzione delle biciclette. Oggi abbiamo una struttura più moderna, ma completamente automatizzata, con accessi che, secondo quanto riferito dagli utenti, possono essere aggirati. Il risultato sono furti e una crescente sensazione di insicurezza».</p>



<p>Aldighieri chiede quindi un intervento da parte dell’amministrazione comunale. «Non basta mettere una porta automatica e un QR code per poter parlare di parcheggio custodito. Chi utilizza ogni giorno la bicicletta e il treno deve poter lasciare il proprio mezzo con la ragionevole certezza di ritrovarlo al ritorno».</p>



<p>Tra le proposte avanzate da Fratelli d’Italia ci sono il ritorno di una presenza fisica all’interno della struttura almeno negli orari di maggiore affluenza, un potenziamento della videosorveglianza, maggiori controlli sugli accessi e sistemi in grado di verificare che ogni bicicletta venga ritirata dal legittimo proprietario.</p>



<p>Secondo Aldighieri, però, la questione riguarda un tema più ampio legato alla gestione della stazione ferroviaria e dei servizi per chi utilizza il trasporto pubblico. «Il problema non riguarda soltanto il bicipark. A Vicenza manca una visione complessiva della stazione e dei servizi destinati a chi utilizza il trasporto pubblico».</p>



<p>L’esponente di FdI torna anche sul dibattito relativo al possibile deposito bagagli in piazza Matteotti, criticando le scelte dell’amministrazione comunale. «Ci vengono continuamente impartite lezioni sull’importanza di usare biciclette, treni e autobus, ma poi i servizi concreti non sono all’altezza».</p>



<p>«Non è una questione di risorse, ma di capacità di programmare – conclude Aldighieri –. La stazione dovrebbe essere una vera porta d’ingresso della città, con servizi sicuri e utili. Invece, anche sul bicipark, la gestione Possamai-Spiller ha prodotto un passo indietro: tanti annunci sulla mobilità sostenibile, ma poca sicurezza e qualità per chi la pratica».</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/furti-al-bicipark-della-stazione-fdi-attacca-servizio-peggiorato-piu-sicurezza-per-pendolari-e-studenti/">Furti al bicipark della stazione, FdI attacca: “Servizio peggiorato, più sicurezza per pendolari e studenti”</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il vento è cambiato: perché l&#8217;Italia non è più sola in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 07:41:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia non era un incidente. Il vento che soffia su Bruxelles Umberto Baldo Mi è capitato nei giorni scorsi di leggere un’intervista allo scrittore spagnolo Javier Cercas in cui paventava un’Europa che rischia di svegliarsi dal più dolce dei suoi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>L’Italia non era un incidente. Il vento che soffia su Bruxelles</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Mi è capitato nei giorni scorsi di leggere un’intervista allo scrittore spagnolo Javier Cercas in cui paventava un’Europa che rischia di svegliarsi dal più dolce dei suoi sogni – l&#8217;integrazione democratica e solidale – per ritrovarsi catapultata nel peggiore degli incubi geopolitici.<br>Un incubo in cui tre motori del Continente (Francia, Germania e Spagna) scivolano quasi contemporaneamente sotto il controllo o la pesante ipoteca delle destre nazionaliste e sovraniste.<br>Persino il Regno Unito, ormai fuori dall&#8217;Unione, potrebbe imboccare la stessa traiettoria con Nigel Farage, segno che il fenomeno travalica ormai i confini di Bruxelles.<br>Un quadro in cui l’Italia, lungi dall’essere un’anomalia temporanea come immaginano Schlein e Company, si riscopre improvvisamente come l’avanguardia di un nuovo ordine continentale.<br>Fino a ieri lo scenario di un’Europa a trazione sovranista veniva liquidato dalle Cancellerie come lo spauracchio della &#8220;Frexit&#8221; o della fine dell&#8217;euro. Oggi, le analisi dei principali think tank, ed il polso della stampa internazionale ci dicono l&#8217;esatto contrario: la destra contemporanea non vuole distruggere i palazzi di Bruxelles; vuole abitarli, cambiarne i connotati, svuotarli dall&#8217;interno.<br>È la transizione dall&#8217;influenza transitoria alla &#8220;normalizzazione sistemica&#8221;.<br>Ma per capire come l’Europa sia arrivata a questo punto, a mio avviso non basta guardare alla forza comunicativa dei populismi.<br>Bisogna avere il coraggio di guardare dentro il campo di chi quella diga avrebbe dovuto reggerla: la sinistra europea.<br>Chi mi legge sa che non sono ossessionato del pericolo di rinascenti “fascismi”, ma da liberale convinto sono anch’io preoccupato da tempo sull’incapacità delle sinistre di dare risposte convincenti ai vari elettorati europei.<br>Il caso della Spagna di Pedro Sánchez è emblematico. Arrivato al governo nel nome della superiorità morale della sinistra, oggi si trova a difendersi da inchieste che coinvolgono il suo entourage ricorrendo agli stessi argomenti utilizzati in passato da Berlusconi o Trump: complotti giudiziari e campagne mediatiche. Quando cambia il protagonista, ma resta identico il copione, la presunta diversità etica perde ogni credibilità.<br>L&#8217;effetto è devastante: la sinistra abdica alla sua supposta superiorità morale, l’elettorato moderato si rifugia nell&#8217;astensione per disgusto, e le destre radicali – come Vox in Spagna – ottengono il passaporto definitivo come uniche forze &#8220;anti-sistema&#8221; credibili.<br>È la fine degli anticorpi politici.<br>E quando mancano gli anticorpi, il virus del populismo smette di incontrare resistenze.<br>C’è un grande malinteso che attraversa le analisi dei tecnocrati europei. Guardando i dati macroeconomici, la Spagna cresce, l’Italia tiene, la Francia galleggia, ed i bilanci delle Banche festeggiano.<br>Ma la macroeconomia non vota; votano i cittadini che vivono la microeconomia.<br>Sotto la superficie dei PIL positivi si consuma il vero dramma sociale europeo: il costo della vita è sempre in crescita, l&#8217;inflazione ha eroso i salari reali, ed il mercato immobiliare nelle grandi città è diventato un muro invalicabile per le nuove generazioni.<br>Se la transizione ecologica del Green Deal viene percepita dal ceto medio non come un salvataggio del pianeta, ma come una tassa impossibile sulle proprie auto e sulle proprie case, è evidente che lo slittamento verso chi promette deregolamentazione e protezione dei confini diventa immediato.<br>Le destre offrono risposte semplici ed identitarie a frustrazioni economiche materiali che la sinistra non ha saputo o potuto sanare.<br>Cosa accadrà, dunque, se nei prossimi mesi questo effetto domino dovesse completarsi?<br>Se Marine Le Pen dovesse conquistare l&#8217;Eliseo e l&#8217;estrema destra dell&#8217;AfD diventasse l&#8217;ago della bilancia della politica tedesca?<br>Naturalmente siamo nel campo degli scenari, non delle certezze.<br>Ma molto probabilmente assisteremmo alla nascita di un’Europa &#8220;paralizzata&#8221;.<br>Il Consiglio Europeo, dove le decisioni chiave richiedono l&#8217;unanimità o maggioranze blindate, diventerebbe il teatro di veti incrociati permanenti. Progetti di debito comune per investimenti strategici verrebbero cassati.<br>Le politiche migratorie subirebbero un indirizzo definitivo verso la &#8220;Fortezza Europa&#8221;, con l&#8217;esternalizzazione dei migranti sul modello dell&#8217;accordo Italia-Albania, e la sospensione di fatto dei trattati di Schengen per blindare le frontiere interne.<br>Ma la faglia più pericolosa si aprirebbe sulla geopolitica e sul sostegno all&#8217;Ucraina.<br>La destra europea non è un monolite.<br>Parlare di un&#8217;Internazionale dei nazionalisti è un piccolo ossimoro della storia. I nazionalismi possono marciare nella stessa direzione, ma ciascuno difende prima di tutto il proprio interesse nazionale. Ed è proprio qui che potrebbero nascere le maggiori tensioni.<br>Se l&#8217;asse atlantista e conservatore (di cui Giorgia Meloni è interprete) spinge per la fermezza contro Mosca, le destre radicali di Francia e Germania hanno storicamente radici diverse, molto più tiepide se non apertamente ostili all&#8217;invio di armi a Kyiv.<br>Con la Le Pen all’Eliseo, il supporto europeo all’Ucraina rischierebbe il congelamento, spaccando il Continente in due e creando una frattura insanabile con i Paesi dell’Est e del Baltico, proprio mentre l&#8217;ombra del trumpismo isolazionista si allunga da Washington.<br>In questa &#8220;tempesta perfetta&#8221;, l’Italia smetterebbe di essere il sorvegliato speciale.<br>Se il progetto del Campo Largo non riuscirà a trovare una sintesi solida, e stando alle premesse la vedo veramente dura, e l&#8217;attuale maggioranza di centrodestra dovesse confermarsi alla guida del Paese, Roma non si troverebbe più isolata a Bruxelles.<br>Al contrario, l&#8217;esperimento italiano verrebbe studiato come il modello politico d&#8217;avanguardia, che ha capito prima degli altri la direzione del vento: una destra capace di fare da ponte tra i moderati del PPE ed i conservatori, normalizzando posizioni un tempo considerate eretiche.<br>Io mi convinco sempre più che l&#8217;Unione Europea resti l&#8217;unica vera salvezza dei singoli Stati di fronte ai giganti globali.<br>Ma un&#8217;Unione ridotta a mero mercato comune, priva di un&#8217;anima politica, di una difesa condivisa e di una visione sociale comune, è un&#8217;Unione che ha già smesso di esistere.<br>Concludendo, se il vento continentale sta davvero cambiando, non è perché milioni di europei si siano improvvisamente innamorati del sovranismo.<br>È perché una parte della sinistra ha smesso di parlare la lingua della realtà, preferendo quella della superiorità morale.<br>E quando la politica rinuncia a descrivere il mondo per quello che è, prima o poi arriva qualcun altro a farlo al suo posto.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il paradosso della stabilità: l&#8217;Italia e la &#8220;Grande Frammentazione&#8221; nel Global Peace Index 2026</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 14:12:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ventesimo rapporto annuale del Global Peace Index (GPI), curato dall&#8217;Institute for Economics &#38; Peace (IEP), delinea un quadro geopolitico globale profondamente deteriorato, segnato da quella che gli analisti definiscono la &#8220;Grande Frammentazione&#8221;. In questo scenario caratterizzato dal più alto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-117">Il ventesimo rapporto annuale del Global Peace Index (GPI), curato dall&#8217;Institute for Economics &amp; Peace (IEP), delinea un quadro geopolitico globale profondamente deteriorato, segnato da quella che gli analisti definiscono la &#8220;Grande Frammentazione&#8221;<sup></sup>. In questo scenario caratterizzato dal più alto numero di conflitti attivi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e da un aumento record della spesa militare globale, la posizione dell&#8217;Italia offre una chiave di lettura complessa ed emblematica delle sfide che attendono le storiche potenze europee<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-118">Nel GPI 2026, l&#8217;Italia si posiziona al <strong>35° posto globale con un punteggio di 1.712</strong><sup></sup>. Sebbene il Paese rimanga collocato in una fascia di pace medio-alta e inserito nella regione più sicura del mondo — l&#8217;Europa occidentale e centrale —, i dati strutturali a lungo termine e le dinamiche interne rivelano vulnerabilità economiche e paradossi politici che ne condizionano il posizionamento e l&#8217;influenza internazionale<sup></sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il declino economico e l&#8217;arretramento geopolitico</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-119">Uno dei dati più macroscopici evidenziati dal rapporto riguarda la progressiva erosione del peso economico delle grandi potenze tradizionali europee all&#8217;interno del sistema internazionale<sup></sup>. La transizione verso un mondo multipolare vede l&#8217;ascesa delle medie potenze a scapito dei paesi storici del continente<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-120">L&#8217;Italia riflette appieno questa tendenza: la sua quota di PIL globale ha subito una drastica contrazione, scendendo <strong>dal 3,8% al 2,2%</strong><sup></sup>. Guardando al trend di lungo periodo (tra il 1995 e il 2023), il peso economico globale dell&#8217;Italia è <strong>diminuito del 42%</strong>, una contrazione in linea con quella della Francia (-44%) e della Germania (-49%)<sup></sup>. Questa perdita di centralità economica si traduce inevitabilmente in una minore capacità di esercitare influenza diplomatica e materiale in un&#8217;epoca in cui le crisi internazionali si sovrappongono e si autoalimentano<sup></sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il paradosso italiano: stabilità di governo vs. instabilità strutturale</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-121">L&#8217;analisi dell&#8217;Italia all&#8217;interno dei domini del GPI solleva un paradosso particolarmente evidente in merito all&#8217;<strong>Indice di Instabilità Politica</strong>. A fronte di un quadro politico dell&#8217;esecutivo attuale che, a differenza della tradizionale volatilità italiana, mostra una stabilità formale e una continuità d&#8217;azione, l&#8217;indicatore non premia pienamente il Paese, mantenendolo distante dalle posizioni di vertice occupate da nazioni come l&#8217;Islanda, la Svizzera o la Slovenia<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-122">Questo fenomeno si spiega attraverso i criteri multidimensionali con cui lo IEP calcola la sicurezza e l&#8217;instabilità sociale<sup></sup>:</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li><strong>Fattori socio-economici e tensioni interne:</strong> L&#8217;indice non valuta soltanto la durata formale di un governo, ma la coesione sociale e il rischio potenziale di tensioni. In Italia, la stagnazione economica prolungata, l&#8217;erosione del potere d&#8217;acquisto e le marcate disparità regionali continuano ad alimentare un sottobosco di insoddisfazione che si riflette sulla percezione della stabilità a lungo termine.</li>



<li><strong>La vulnerabilità alle crisi globali:</strong> La stabilità di un governo nazionale non isola il Paese dagli shock esterni. In quanto economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e manifatturiere, l&#8217;Italia risente direttamente della frammentazione delle catene di approvvigionamento causata dai conflitti internazionali (come le tensioni nel Mar Rosso e le conseguenze geopolitiche globali della guerra in Iran). Tali pressioni esterne creano un contesto di incertezza che incide negativamente sugli indicatori di stabilità complessiva.</li>



<li><strong>Il trend delle manifestazioni e del dissenso:</strong> Sebbene l&#8217;Italia non registri i picchi di violenza visti in altri contesti democratici (come il drastico peggioramento degli Stati Uniti, crollati al 134° posto a causa di un crollo del 38,5% sulla stabilità politica), il clima di polarizzazione sociale e la frequenza di proteste legate a temi economici, occupazionali e internazionali mantengono alta l&#8217;attenzione sul dominio della <em>Safety and Security</em> (Sicurezza Societaria).</li>
</ol>



<h3 class="wp-block-heading">Il contesto europeo e la pressione al riarmo</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-125">L&#8217;Italia si trova inoltre inserita in un contesto continentale che sta rispondendo alla minaccia del conflitto russo-ucraino con una massiccia inversione di tendenza sul fronte della militarizzazione<sup></sup>. Sebbene il dominio della militarizzazione globale abbia mostrato un lieve miglioramento formale nel corso degli anni, il trend si è invertito nettamente dal 2022, concentrandosi proprio in Europa occidentale e centrale<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-126">Il rapporto evidenzia come i paesi alleati della NATO abbiano aumentato collettivamente le spese per la difesa di circa il 20% nel 2025, con l&#8217;impegno preso al vertice dell&#8217;Aia di raggiungere il 5% del PIL per la difesa e la sicurezza entro il 2035<sup></sup>. Questa dinamica di riarmo generalizzato e di aumento delle importazioni di armi — che vede protagonisti soprattutto i paesi del fronte orientale come la Polonia e i paesi baltici — esercita una forte pressione finanziaria e politica anche sull&#8217;Italia, costretta a bilanciare i rigidi vincoli di bilancio interno con i crescenti impegni di spesa militare richiesti dalle alleanze internazionali<sup></sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Considerazioni finali</h3>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-127">Il posizionamento dell&#8217;Italia nel Global Peace Index 2026 fotografa un Paese formalmente stabile e inserito in un&#8217;area di sicurezza continentale, ma strutturalmente indebolito dal punto di vista economico e vulnerabile alle onde d&#8217;urto della &#8220;Grande Frammentazione&#8221; globale<sup></sup>.</p>



<p id="p-rc_7497f5f3509710d7-128">Il divario tra la stabilità formale dell&#8217;esecutivo e il posizionamento sugli indici di instabilità strutturale ricorda che la pace e la sicurezza non si misurano solo sulla base dell&#8217;assenza di crisi di governo, ma richiedono investimenti costanti nella resilienza sociale, economica e nelle istituzioni della cosiddetta &#8220;Pace Positiva&#8221;<sup></sup>. Senza un cambio di passo strutturale, il declino relativo della quota economica italiana rischia di tradursi in una progressiva e inesorabile perdita di rilevanza nello scacchiere geopolitico del prossimo decennio<sup></sup>.</p>



<p></p>
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		<title>Trump licenzia la commissione elettorale a pochi mesi dal voto: cresce il timore del caos per le elezioni di metà mandato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 09:34:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato americane, Donald Trump ha deciso di rimuovere gli ultimi componenti della Election Assistance Commission (EAC), l&#8217;organismo federale bipartisan che supporta gli Stati nella gestione delle procedure elettorali, certifica i sistemi di voto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>A pochi mesi dalle <strong>elezioni di metà mandato americane</strong>, Donald Trump ha deciso di rimuovere gli ultimi componenti della <strong>Election Assistance Commission (EAC)</strong>, l&#8217;organismo federale bipartisan che supporta gli Stati nella gestione delle procedure elettorali, certifica i sistemi di voto e gestisce anche il modulo nazionale per la registrazione degli elettori per corrispondenza. La decisione ha immediatamente alimentato accuse e timori di possibili difficoltà organizzative in vista del voto autunnale.</p>



<p>I tre commissari rimasti sono stati allontanati con modalità differenti: il componente indicato dai repubblicani ha rassegnato le dimissioni, mentre i due nominati dai democratici hanno ricevuto una comunicazione via email dall’ufficio del personale della Casa Bianca con la quale veniva annunciata la cessazione immediata dell’incarico. La Casa Bianca non ha fornito nell’immediato ulteriori spiegazioni, mentre resta da chiarire come l’amministrazione intenda ricostituire la commissione.</p>



<p>La mossa arriva dopo mesi di pressioni da parte di Trump e di esponenti della sua amministrazione per modificare le regole sul voto per corrispondenza e per intervenire sulle procedure elettorali. La Election Assistance Commission, istituita nel 2002 con l’<strong>Help America Vote Act</strong>, non gestisce direttamente le elezioni, che negli Stati Uniti restano competenza dei singoli Stati, ma svolge un ruolo di coordinamento nazionale e di supporto tecnico agli uffici elettorali locali.</p>



<p>La decisione ha provocato dure reazioni. Adrian Fontes, segretario di Stato dell’Arizona, ha definito la scelta “irresponsabile e pericolosa”, sostenendo che rischi di creare incertezza tra i funzionari elettorali chiamati a organizzare il voto. I critici temono che la rimozione dei commissari possa indebolire un organismo nato proprio per garantire procedure elettorali uniformi e affidabili.</p>



<p>Il tema assume un peso ancora maggiore perché le <strong>midterm elections del novembre 2026</strong> saranno un importante banco di prova per la presidenza Trump. Gli americani saranno chiamati a rinnovare l’intera Camera dei rappresentanti e una parte del Senato, in una consultazione tradizionalmente considerata un referendum sul presidente in carica.</p>



<p>I sondaggi mostrano al momento un quadro complicato per Trump e per il Partito repubblicano. Gli ultimi rilevamenti sull’indice di approvazione del presidente indicano un consenso intorno al <strong>40%</strong>, mentre la quota di cittadini che esprime un giudizio negativo supera generalmente il <strong>55%</strong>. Altri sondaggi hanno evidenziato come temi economici, costo della vita, gestione dell’economia e alcune scelte di politica estera siano tra i principali fattori di insoddisfazione degli elettori.</p>



<p>Anche il cosiddetto <em>generic ballot</em>, cioè la preferenza degli elettori tra democratici e repubblicani per il Congresso, segnala una partita aperta con alcuni vantaggi per i democratici in diversi rilevamenti. Naturalmente mancano ancora mesi al voto e il quadro può cambiare, ma la storia delle elezioni di metà mandato mostra spesso che il partito del presidente rischia di pagare un prezzo quando il consenso della Casa Bianca è in calo.</p>



<p>La vicenda della commissione elettorale si inserisce dunque in una fase politicamente delicata: da una parte un’amministrazione che punta a rafforzare il controllo sulle procedure elettorali, dall’altra opposizioni e funzionari locali che temono un indebolimento delle garanzie istituzionali proprio alla vigilia di un appuntamento elettorale decisivo.</p>
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		<title>Dalla fantasia alla contabilità: un viaggio impossibile per i Partiti italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 07:33:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo C&#8217;è una proposta che, proprio per la sua disarmante semplicità, ha pochissime possibilità di diventare legge. Siamo pur sempre la Repubblica di Cialtronia.&#160; L’idea è di Carlo Cottarelli e della Fondazione Luigi Einaudi.&#160; Una rivoluzione? Neppure per sogno.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>C&#8217;è una proposta che, proprio per la sua disarmante semplicità, ha pochissime possibilità di diventare legge.</p>



<p>Siamo pur sempre la Repubblica di Cialtronia.&nbsp;</p>



<p>L’idea è di Carlo Cottarelli e della Fondazione Luigi Einaudi.&nbsp;</p>



<p>Una rivoluzione? Neppure per sogno. Una richiesta di elementare buon senso.</p>



<p>Quando un Partito promette di abbassare le tasse, aumentare le pensioni, costruire ospedali, assumere insegnanti, abolire questa o quella riforma, dovrebbe semplicemente spiegare dove intende trovare i soldi.</p>



<p>Niente di più.</p>



<p>Esattamente quello che qualsiasi Banca pretende da chi chiede un mutuo.&nbsp;</p>



<p>Esattamente quello che qualsiasi famiglia fa quando prepara il bilancio di casa.&nbsp;</p>



<p>Esattamente quello che pretendiamo dall&#8217;amministratore del nostro condominio.</p>



<p>Come ha osservato lo stesso Cottarelli, nessuno affiderebbe il proprio palazzo ad un amministratore che promettesse un ascensore nuovo senza spiegare come intenda pagarlo.</p>



<p>Eppure affidiamo un Paese a politici che fanno esattamente questo.</p>



<p>La proposta di Cottarelli è persino moderata.&nbsp;</p>



<p>Nessun tribunale politico, nessuna censura, nessun divieto.</p>



<p>Ogni Partito resterebbe libero di promettere ciò che vuole, purché accompagni ogni promessa con una sintetica relazione tecnica che ne illustri costi e coperture.&nbsp;</p>



<p>Poi sarebbe l&#8217;Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente, a verificarne l&#8217;attendibilità, ed a pubblicare il proprio giudizio prima delle elezioni.</p>



<p>In questo modo gli elettori avrebbero finalmente gli elementi per distinguere un programma di governo da un catalogo di desideri.</p>



<p>Sembra quasi una banalità.</p>



<p>Infatti in Italia appare rivoluzionaria.</p>



<p>Del resto, i precedenti raccontano molto bene il problema.</p>



<p>Nel 2018 il professor Roberto Perotti in un suo celebre libro documentò impietosamente che un Partito prometteva interventi valutati in circa 150 miliardi di euro all&#8217;anno, ed un altro oltre 100 fra flat tax e superamento della legge Fornero.&nbsp;</p>



<p>Gli altri Partiti, chi più chi meno, seguivano la stessa strada.</p>



<p>Nel 2022 andò persino peggio. Dei 328 impegni contenuti nei programmi dei principali Partiti, il 96% non indicava alcuna copertura finanziaria.&nbsp;</p>



<p>Solo 13 spiegavano dove sarebbero stati trovati i soldi. (Fonte: Pagella Politica).</p>



<p>Il resto apparteneva al genere letterario della fantasia.</p>



<p>In fondo, le promesse elettorali sono assegni emessi su un conto corrente che nessuno si preoccupa di controllare, finché arriva il giorno dell&#8217;incasso. E allora si scopre che il conto è in rosso.</p>



<p>E infatti nessuno si scandalizzò.</p>



<p>Perché ormai abbiamo interiorizzato una convinzione piuttosto deprimente: durante la campagna elettorale i Partiti mentono spudoratamente.&nbsp;</p>



<p>Più precisamente, promettono ciò che sanno di non poter mantenere.</p>



<p>È diventata quasi una consuetudine democratica.</p>



<p>Ogni buona Amministrazione dovrebbe vivere dello stesso principio: prima si fanno i conti, poi si prendono le decisioni.</p>



<p>Oggi abbiamo sostituito questo principio con un altro molto più moderno: prima si promette, poi si vedrà.</p>



<p>Abbiamo dimenticato che una democrazia vive di trasparenza e di verificabilità.&nbsp;</p>



<p>Se nessuno verifica nulla, la politica diventa una gara fra illusionisti, fra pifferai magici.</p>



<p>E gli illusionisti, si sa, non vengono giudicati per quello che realizzano, ma per quanto riescono a stupire il pubblico.</p>



<p>Naturalmente qualcuno dirà che, anche se approvata, la Legge Cottarelli sarebbe inutile.&nbsp;</p>



<p>Perché i Partiti continuerebbero comunque a raccontare favole; perché gli elettori crederebbero più al venditore di sogni che ai tecnici dell&#8217;Ufficio parlamentare di bilancio.</p>



<p>Può darsi, anzi, probabilmente è così.</p>



<p>Ma una legge inutile è pur sempre meglio di un sistema che considera normale prendere in giro gli elettori.</p>



<p>Il punto, infatti, non è obbligare i Partiti a dire la verità.</p>



<p>È costringerli almeno a vergognarsi quando raccontano frottole.……. come abolire le accise, o abbassare le tasse.&nbsp;</p>



<p>Temo però che la proposta di Cottarelli abbia un difetto imperdonabile. Presuppone che la politica abbia ancora un certo rispetto per la realtà.&nbsp;</p>



<p>È una pretesa davvero eccessiva sotto i cieli italici.&nbsp;</p>



<p>Perché promettere è gratis. Far di conto è un&#8217;attività terribilmente impopolare, specie per chi spera di essere eletto con una calcolatrice che sa sommare soltanto i voti e mai i costi.</p>



<p>Il vero motivo per cui questa proposta spaventa i partiti è semplice: costringerebbe i programmi elettorali a passare dal genere fantasy al genere contabilità.&nbsp;</p>



<p>E, nella Repubblica di Cialtronia, il fantasy continua a essere il genere letterario che raccoglie più voti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Acqua, Giovine (FdI): “ il Governo Meloni accelera sulle infrastrutture idriche: in Veneto opere per oltre 430 milioni. Nel Vicentino interventi su reti, PFAS e acquedotti”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 08:33:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Le criticità idriche non si affrontano solo quando c’è un’emergenza ma preliminarmente, investendo su reti efficienti, bacini, invasi e sistemi di monitoraggio capaci di rendere i territori più preparati». Lo dichiara il deputato vicentino di Fratelli d’Italia Silvio Giovine, commentando<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>«Le criticità idriche non si affrontano solo quando c’è un’emergenza ma preliminarmente, investendo su reti efficienti, bacini, invasi e sistemi di monitoraggio capaci di rendere i territori più preparati». Lo dichiara il deputato vicentino di Fratelli d’Italia Silvio Giovine, commentando la ricognizione degli interventi già programmati nel settore delle infrastrutture idriche, che per il Veneto vale complessivamente oltre 430 milioni di euro tra opere per la sicurezza dell’approvvigionamento, riduzione delle perdite, digitalizzazione delle reti, bacini, invasi e sistemi irrigui.</p>



<p>«Il Governo Meloni — aggiunge Giovine — ha messo in campo risorse concrete su un tema che riguarda direttamente amministratori locali, imprese agricole, famiglie e territori. Ridurre le perdite significa evitare che l’acqua si disperda prima ancora di arrivare dove serve. Digitalizzare le reti significa individuare criticità e sprechi con maggiore rapidità. Investire su bacini e accumuli significa trattenere l’acqua quando c’è, per non rincorrerla quando manca».</p>



<p>Il quadro degli interventi interessa in modo significativo anche la provincia di Vicenza. Tra le opere programmate figurano risorse per il risparmio idrico e il miglioramento dell’efficienza delle reti nei territori colpiti dalla contaminazione PFAS, con interventi anche nell’area di Lonigo e Alonte. Sono inoltre previste progettazioni nell’area rossa dei comuni di Cornedo Vicentino, Brogliano, Castelgomberto e Trissino, oltre agli interventi sulle reti dell’ambito Bacchiglione, che coinvolgono anche Viacqua, e all’efficientamento degli acquedotti dell’ATO Valle del Chiampo.</p>



<p>«Parliamo di opere spesso poco visibili — continua il deputato di Fratelli d’Italia — ma decisive per un territorio moderno: meno dispersioni, più controllo e maggiore capacità di gestione della risorsa idrica. La siccità non è più soltanto un’emergenza stagionale, ma una questione strutturale che riguarda sicurezza, agricoltura, competitività delle imprese e qualità della vita».</p>



<p>«Ora — conclude Giovine — la priorità è trasformare queste risorse in progettazioni rapide, cantieri e opere realizzate nei tempi previsti. L’acqua non si tutela con gli slogan o con le dichiarazioni d’emergenza: si tutela con programmazione, investimenti e responsabilità amministrativa».</p>
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		<title>Uber. La Calabria liberalizza. Roma difende le rendite</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 07:41:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Se cinquant’anni fa, ai tempi del mitico &#8220;Rapporto Censis&#8221;, qualcuno avesse previsto che la rivoluzione liberale in Italia sarebbe partita da Catanzaro anziché dai salotti della Milano finanziaria o dai ministeri romani, lo avrebbero preso per matto.&#160; Eppure,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Se cinquant’anni fa, ai tempi del mitico &#8220;Rapporto Censis&#8221;, qualcuno avesse previsto che la rivoluzione liberale in Italia sarebbe partita da Catanzaro anziché dai salotti della Milano finanziaria o dai ministeri romani, lo avrebbero preso per matto.&nbsp;</p>



<p>Eppure, la cronaca politica di questi giorni ci regala un cortocircuito sublime: la Calabria di Roberto Occhiuto,&nbsp;una Regione che per decenni è stata raccontata come simbolo dei ritardi del Mezzogiorno,&nbsp;è diventata l’avanguardia del libero mercato in Italia, lasciando la Capitale a bagnomaria nel suo storico,&nbsp;rassicurante pantano corporativo.</p>



<p>Mentre&nbsp;a Roma Fratelli d&#8217;Italia e Lega continuano a fare le barricate per difendere l&#8217;immutabilità del sacro scanno del tassista nostrano, in Calabria sbarca Uber X.&nbsp;</p>



<p>Il servizio low cost della piattaforma arriva dove le ferrovie storicamente arrancano, e dove i trasporti pubblici sono spesso un miraggio.&nbsp;</p>



<p>E non è costato un centesimo di denaro pubblico: è bastato applicare una regola elementare, quasi esotica per i palazzi romani: liberalizzare il mercato.</p>



<p>Il paradosso è squisitamente politico.&nbsp;</p>



<p>Da un lato abbiamo un presidente di Regione, forzista, che prende sul serio i dettami della &#8220;svolta liberale&#8221; invocata dall&#8217;eredità berlusconiana, e decide che il diritto dei cittadini e dei turisti a muoversi viene prima del diritto di veto di una corporazione.&nbsp;</p>



<p>Dall&#8217;altro, a Roma, troviamo una maggioranza sovranista che si professa &#8220;amica delle imprese&#8221; ma che, terrorizzata dai clacson, o magari dall’idea&nbsp;che qualche taxi possa bloccare Piazza Venezia, preferisce congelare qualsiasi proposta di riforma del settore.</p>



<p>Il copione romano è il solito, stantio canovaccio.&nbsp;</p>



<p>Forza Italia ci prova a rilanciare la legge sulla concorrenza.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Pronta la replica di Fratelli d&#8217;Italia:&nbsp;&#8220;Le posizioni non sono condivise, taxi e NCC sono settori separati&#8221; (già perché un taxista guida un’auto….. ed un autista Uber guida un’auto….&nbsp;&nbsp;Come se fosse il volante a cambiare natura giuridica. Come se il cittadino percepisse una differenza sostanziale tra due automobili che svolgono lo stesso servizio).</p>



<p>Traduzione dal politichese: non si tocca una foglia.&nbsp;</p>



<p>La Lega di Salvini, dal canto suo, osserva fiera i suoi decreti restrittivi (quelli dei 20 minuti di attesa obbligatoria per gli NCC, una perla di sadismo burocratico) demoliti uno dopo l&#8217;altro dalla Corte Costituzionale (sentenza 137/2024 sulle licenze, e la recente 163/2025 sui vincoli territoriali/temporali).</p>



<p>Perché la vera spallata è arrivata proprio da lì, dalla Consulta, che ha ricordato allo Stato un principio banale:&nbsp;<strong>una concessione pubblica serve a garantire un servizio ai cittadini, non a blindare un valore patrimoniale privato.</strong></p>



<p>E qui si tocca il cuore del ridicolo, un unicum mondiale di cui l&#8217;Italia detiene orgogliosamente il brevetto.&nbsp;</p>



<p>Per decenni si è tollerata, e poi persino legalizzata con la famigerata&nbsp;Legge 21 del 1992, una prassi surreale: l&#8217;articolo 9 prevede infatti che una concessione pubblica – nata per essere gratuita e temporanea – possa essere tranquillamente trasferita e venduta a terzi in caso di pensionamento, vecchiaia o malattia.&nbsp;</p>



<p>Il risultato? Un bene comune è stato trasformato in un asset privato, un titolo tossico scambiabile sul mercato grigio a cifre astronomiche, tra i 100mila e i 200mila euro.</p>



<p>Diciamolo chiaramente: se il fine della politica non è elettorale (visto che i 23mila tassisti nazionali sono una goccia nel mare dei voti) e neanche la tutela dei redditi dei poveri autisti (cosa del tutto inutile visto che, almeno stando alle dichiarazioni dei redditi, esce la fotografia di una categoria di Francescani da poco più di mille euro al mese), l&#8217;unica vera ragione del blocco romano è la pura e semplice&nbsp;difesa del valore patrimoniale della licenza.&nbsp;</p>



<p>La politica ha chiaramente paura di gestire lo scoppio di questa bolla speculativa, perché dopo aver consentito per quarant&#8217;anni che le licenze assumessero un valore di mercato, oggi nessun governo ha il coraggio di spiegare che quel valore non può diventare un diritto eterno.&nbsp;</p>



<p>Così si preferisce congelare il mercato, sacrificando milioni di utenti, italiani e turisti stranieri, pur di non affrontare il costo politico della normalità.</p>



<p>L&#8217;aspetto più esilarante di tutta la vicenda?&nbsp;</p>



<p>In Calabria la concorrenza funziona. Persino i pochi tassisti locali, messi di fronte alla realtà di Uber, hanno scoperto che se i clienti hanno un&#8217;alternativa, forse conviene farsi trovare in aeroporto anziché pretendere la prenotazione telefonica con tre giorni d&#8217;anticipo.</p>



<p>La concorrenza, miracolosamente, migliora i servizi e sveglia i pigri.</p>



<p>La Calabria fa da apripista e dimostra che il re è nudo.&nbsp;</p>



<p>Aspettiamo qualche altro Presidente di Regione con il coraggio di Occhiuto.</p>



<p>Resta da vedere per quanto tempo ancora a Roma si riuscirà a giustificare la difesa di un&#8217;armata di &#8220;Francescani della strada&#8221; che tengono in ostaggio stazioni e aeroporti.&nbsp;</p>



<p>Ma si sa, nella Capitale un taxi di traverso in via del Corso fa molta più paura di un Paese che non riesce a muoversi.</p>



<p>La liberalizzazione dei taxi è stata realizzata, con modalità diverse, in numerosi Paesi europei.&nbsp;</p>



<p>In alcuni casi ha funzionato meglio, in altri peggio, ma quasi ovunque il dibattito si è concentrato sull&#8217;interesse degli utenti.</p>



<p>Solo in Italia si continua a discutere soprattutto del valore economico delle licenze.</p>



<p>Concludendo, la Calabria ha dimostrato che liberalizzare non è una bestemmia, e che la concorrenza non distrugge i servizi: spesso li migliora. Ora resta da capire quanto tempo ancora Roma potrà continuare a difendere una rendita privata fingendo di difendere l&#8217;interesse pubblico.&nbsp;</p>



<p>Perché, prima o poi, anche il pantano finisce per prosciugarsi.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Il manuale del perfetto candidato perdente. L&#8217;elettore italiano ed i suoi tre tabù</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 07:39:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo La politica non è matematica. È antropologia. Gli stessi slogan che fanno vincere le elezioni in un Paese possono trasformarsi in un suicidio elettorale in un altro.&#160; Ogni popolo ha i propri nervi scoperti.&#160; Se dovessi redigere un<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>La politica non è matematica. È antropologia.</p>



<p>Gli stessi slogan che fanno vincere le elezioni in un Paese possono trasformarsi in un suicidio elettorale in un altro.&nbsp;</p>



<p>Ogni popolo ha i propri nervi scoperti.&nbsp;</p>



<p>Se dovessi redigere un breve&nbsp;“memento”&nbsp;per un leader politico italiano con ambizioni di Governo, l&#8217;ABC per non finire direttamente all&#8217;opposizione (o all&#8217;anagrafe a cercare un lavoro vero) si riassumerebbe in tre fobie nazionali, da non sfiorare nemmeno con una piuma.&nbsp;</p>



<p>La prima si chiama&nbsp;<strong>TASSE</strong>.</p>



<p>In un Paese meraviglioso&nbsp;in cui una parte relativamente ristretta dei contribuenti sostiene gran parte del gettito IRPEF, e dove galleggiano placidi almeno 100 miliardi di evasione fiscale, pronunciare la frase &#8220;equità tributaria&#8221; equivale ad agitare l’aglio davanti al Conte Dracula.&nbsp;</p>



<p>Il leader accorto sa che l’italiano non vuole la giustizia fiscale; vuole solo che il fisco si dimentichi di lui.&nbsp;</p>



<p>Parlare di tasse in campagna elettorale è un superpotere al contrario: serve solo a far sparire i propri elettori.</p>



<p>Il secondo tabù è il&nbsp;<strong>CATASTO</strong>.</p>



<p>Sotto-categoria del trauma da tassazione, il Catasto è il vero dogma mariano della politica italica.&nbsp;</p>



<p>Certo, sappiamo tutti che ci sono castelli accatastati come tinelli e villoni censiti come stalle.&nbsp;</p>



<p>Ma siccome aggiornare le mappe significherebbe far pagare qualcuno che oggi la fa franca, e siccome per l&#8217;italiano la casa non è un bene immobile ma un&#8217;estensione dell&#8217;anima, un sacramento civile, il consiglio è uno solo: farsi i fatti propri.&nbsp;</p>



<p>Il Catasto non si tocca. È il nostro idolo pagano.</p>



<p>Tradotto: appena qualcuno pronuncia le parole &#8220;riforma catastale&#8221;, milioni di persone traducono automaticamente: &#8220;mi mettono l&#8217;IMU&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Fine della discussione.</p>



<p>Infine c&#8217;è il tema più delicato di tutti:&nbsp;<strong>I RISPARMI DEGLI ITALIANI</strong>.</p>



<p>Siamo un popolo di formiche diffidenti.&nbsp;</p>



<p>Nei nostri depositi bancari riposano, congelati ed improduttivi, oltre 1500 miliardi di euro.&nbsp;</p>



<p>Una cifra che fa gola a qualsiasi economista d&#8217;accademia.&nbsp;</p>



<p>Ed è qui che la Segretaria del PD, Elly Schlein, scivola sulla classica buccia di banana progressista, suggerendo di &#8220;indirizzare la liquidità verso l&#8217;economia reale&#8221;.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Non importa cosa intendesse realmente. In politica conta molto di più quello che milioni di cittadini credono di aver sentito.</p>



<p>L&#8217;elettore medio, che non ha studiato alla London School of Economics, ma ha fatto il master della vita, ragiona per sillogismi fulminei: “Tu parli dei miei soldi sul conto &#8211; I tuoi alleati Fratoianni e Bonelli vogliono la patrimoniale &#8211; Ergo, mi stai scippando il portafoglio &#8211; Meglio votare qualcun altro”.&nbsp;</p>



<p>Inutile spiegare che l&#8217;obiettivo sarebbe finanziare l&#8217;economia reale, o promettere che un&#8217;eventuale patrimoniale colpirebbe solo cespiti milionari.</p>



<p>Buona parte dell’opinione pubblica sa perfettamente che i Demostene nostrani partono chiedendo un contributo di solidarietà ai miliardari, e finiscono per tassarti il cane da compagnia.&nbsp;</p>



<p>Giuseppe Conte, che della lusinga populista conosce ogni spartito, si è infatti smarcato con sdegno felino. Lui sa come si sta al mondo (e a Palazzo).</p>



<p>Ricapitolando, nel Paese di Machiavelli, il cittadino medio è convinto che lo Stato inizi sempre chiedendoti un dito e finisca per prendersi il braccio.</p>



<p>Magari è un pregiudizio, magari è perfino ingeneroso.</p>



<p>Ma le elezioni non si vincono correggendo i pregiudizi degli elettori. Si vincono evitando di risvegliarli.</p>



<p>Con lo slogan&nbsp;&#8220;Facciamo piangere i ricchi&#8221;&nbsp;si ottengono standing ovation garantite alle Feste dell&#8217;Unità, nei Centri Sociali e nelle Assemblee studentesche della Sapienza.&nbsp;</p>



<p>Ci si sente uniti, giusti, persino un po&#8217; rivoluzionari.</p>



<p>Poi, però, si aprono le urne.</p>



<p>E si scopre che i &#8220;ricchi&#8221; erano molti di più di quanto si pensasse.&nbsp;</p>



<p>In politica si può anche avere ragione. Il problema è convincere gli elettori che non stai parlando di loro.</p>



<p>Ecco perché ricorderei alla Schlein che la politica è una disciplina crudele: non premia chi ha le idee migliori, ma chi capisce meglio le paure degli elettori.</p>



<p>Chi scrive è pronto a scommettere l&#8217;intera liquidità del proprio conto corrente (quella che la Schlein vorrebbe mobilitare) che con queste premesse le elezioni si vincono con il binocolo.&nbsp;</p>



<p>Ma d&#8217;altronde, l&#8217;opposizione è così confortevole: si ha sempre ragione e non bisogna mai fare i conti con la realtà.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Governance Poll 2026 de Il Sole 24 Ore, Possamai al 56% di gradimento: terzo sindaco in Italia per crescita del consenso</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 14:17:48 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td><br>VICENZA, 6 LUGLIO 2026 &#8211; La Governance Poll 2026, l&#8217;indagine annuale realizzata da Noto Sondaggi per Il Sole 24 Ore, conferma la crescita del consenso nei confronti del sindaco di Vicenza Giacomo Possamai.Nella classifica nazionale del gradimento dei sindaci, Possamai sale al 22° posto, guadagnando 30 posizioni rispetto allo scorso anno e raggiungendo il 56% di gradimento. Il dato più significativo, però, è un altro: rispetto al risultato ottenuto alle elezioni del 2023, il consenso cresce di 5,5 punti percentuali, il terzo incremento più alto tra tutti i sindaci italiani.È una crescita costante. Dopo il 53% registrato nel 2024 e il 54% del 2025, l&#8217;edizione di quest&#8217;anno porta il gradimento al 56%, confermando il rafforzamento del rapporto di fiducia tra il sindaco e i cittadini. In tutta Italia sono soltanto cinque i sindaci che aumentano il proprio consenso di oltre cinque punti rispetto al giorno dell&#8217;elezione.Tra i capoluoghi del Veneto, Possamai è il sindaco che registra la crescita più elevata rispetto al risultato elettorale, confermando un percorso di consenso in costante aumento dall&#8217;inizio del mandato.«Il Governance Poll non misura le intenzioni di voto, ma il rapporto di fiducia tra i cittadini e il sindaco. Per questo il risultato ci fa particolarmente piacere: significa che il lavoro fatto finora viene riconosciuto e apprezzato da un numero crescente di vicentini, anche al di là delle visioni o delle appartenenze politiche – commenta il sindaco <strong>Giacomo Possamai</strong> –. I sondaggi vanno sempre letti con equilibrio: non sostituiscono il giudizio delle urne e non prevedono il futuro. Continuo a pensare che i riscontri più importanti siano quelli che si ottengono girando per i quartieri e i mercati e parlando con le persone. È quello che abbiamo fatto in questi anni, insieme agli assessori e ai consiglieri comunali, e che continueremo a fare fino all&#8217;ultimo giorno del mandato. Un sondaggio come questo è però uno stimolo a continuare con ancora più impegno nel percorso che abbiamo avviato insieme nel 2023. E voglio sottolineare che questo risultato è il frutto del lavoro di un&#8217;intera squadra: assessori, consiglieri comunali, dirigenti, dipendenti e collaboratori del Comune. In questi anni abbiamo rimesso in moto opere attese da tempo, avviato interventi di rigenerazione urbana, rafforzato i servizi per le famiglie e affrontato problemi rimasti aperti da anni. C&#8217;è ancora molto da fare, ma questo risultato ci dice che la direzione è quella giusta».</td></tr></tbody></table></figure>



<figure class="wp-block-table"><table class="has-fixed-layout"><tbody><tr><td></td></tr></tbody></table></figure>



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		<title>Il fenomeno Vannacci: la falange, i dogmi, la messa in latino e &#8216;laqualunque&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 08:55:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessandro Cammarano C’è un esercito che marcia compatto sui social e sui titoli dei giornali, e che però — appena lo si guarda da vicino — assomiglia più a una processione di San Gennaro che a una falange macedone.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p><strong>Di Alessandro Cammarano</strong></p>



<p>C’è un esercito che marcia compatto sui social e sui titoli dei giornali, e che però — appena lo si guarda da vicino — assomiglia più a una processione di San Gennaro che a una falange macedone. Roberto Vannacci ha trasformato un libro autopubblicato in un caso editoriale, il caso editoriale in un seggio europeo, il seggio europeo in una corrente, e la corrente in un partito personale chiamato Futuro Nazionale. La sequenza è impeccabile. Quello che resta meno chiaro, o forse fin troppo chiaro, è il contenuto del messaggio che la sostiene: una retorica che strizza l’occhio a temi razzisti e omofobi travestendoli da “buon senso”, da cose-che-tutti-pensano-ma-nessuno-ha-il-coraggio-di-dire. Peccato che il coraggio, in questo caso, consista nel prendersela con chi ha meno strumenti per rispondere. Ed è un coraggio, va detto, che cresce esponenzialmente con il numero dei like ricevuti.</p>



<p><strong>I dieci comandamenti del mondo al contrario</strong></p>



<p>Prima di proseguire, è utile elencare i mantra fondamentali di questo movimento, perché la ripetizione è la sua principale tecnica retorica. Chi li conosce può giocare a bingo durante qualsiasi comizio. Portate birra e patatine: dura poco.</p>



<p><em><strong>Primo: “Il buon senso contro il pensiero unico.” </strong></em>Traduzione simultanea: la mia ignoranza è saggezza popolare, la tua competenza è dittatura culturale. Un sistema perfetto: più sei scemo, più sei autentico. Darwin, evidentemente, non aveva previsto Facebook.</p>



<p><em><strong>Secondo: “La maggioranza silenziosa.” </strong></em>Esiste una moltitudine di persone che la pensa come il generale ma non osa dirlo per paura del politicamente corretto. Nessuno l’ha mai censita, nessuno l’ha mai intervistata, ma la sua esistenza viene proclamata con la stessa certezza con cui i terrapiattisti descrivono il bordo del mondo. Spoiler: il bordo non l’ha trovato nessuno. La maggioranza nemmeno.</p>



<p><em><strong>Terzo: “Gli omosessuali non sono normali.” </strong></em>Frase testuale del fondatore, pronunciata con il tono di chi ha appena scoperto la penicillina. La procura di Roma stava valutando se configurasse istigazione all’odio razziale. Ha chiesto l’archiviazione. Il giudice l’ha respinta. Nel frattempo, il libro ha venduto 93.000 copie. Questo paese è uno spettacolo continuo.</p>



<p><em><strong>Quarto: “I tratti somatici dell’italianità.” </strong></em>Un’atleta olimpica, nata in Italia, non sarebbe abbastanza italiana per ragioni di pigmentazione cutanea e morfologia facciale. È il contributo di Futuro Nazionale alla genetica moderna. Mendel si starà rivoltando nella tomba, ma Lombroso probabilmente annuisce soddisfatto.</p>



<p><em><strong>Quinto: “La lobby gay internazionale.” </strong></em>Organizzazione segreta e onnipotente che controlla media, istituzioni, scuole e probabilmente anche il canone Rai. Non è mai stata individuata, nessuno ne conosce la sede, nessuno ha mai visto un organigramma. Ma esiste. Come Dio, richiede fede e non prove. A differenza di Dio, organizza sfilate più colorate.</p>



<p><em><strong>Sesto: “Le femministe sono streghe.” </strong></em>Termine usato letteralmente nel libro, con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè. Siamo tornati al 1486, anno di pubblicazione del Malleus Maleficarum. Tecnicamente è un passo avanti rispetto al rogo, ma solo perché il rogo è diventato difficile da giustificare nei comunicati stampa del Ministero della Cultura.</p>



<p><em><strong>Settimo: “I poveri inquinano.” </strong></em>Perla contenuta nel libro: è la povertà a produrre inquinamento, non i grandi gruppi industriali. Soluzione implicita: colpevolizzare chi non ha niente invece di disturbare chi ha tutto. Una proposta di politica ambientale che Confindustria non avrebbe osato formulare così esplicitamente nemmeno nei suoi sogni più sfacciati.</p>



<p><em><strong>Ottavo: “Patria, sacrificio, gavetta e merito.” </strong></em>I quattro pilastri della civiltà. Enunciati senza mai spiegare cosa significhino nel concreto, perché spiegarli richiederebbe un ragionamento, e il ragionamento è il primo nemico dello slogan. “Patria” in particolare è una parola che funziona sempre, purché non si chieda mai a chi appartiene davvero e chi ne paga le spese.</p>



<p><em><strong>Nono: “Il politicamente corretto censura la verità.” </strong></em>Meccanismo elegante: ogni critica diventa automaticamente prova della persecuzione. È un sistema chiuso, logicamente inattaccabile, che condivide questa proprietà con le sette apocalittiche e i regimi totalitari. Nessuno dei tre ammette di avere torto. Nessuno dei tre lo ha mai ammesso.</p>



<p><em><strong>Decimo: “Le nostre radici cristiane.” </strong></em>Aggiunta recente, e particolarmente spettacolare, come si vedrà tra poco. Gesù Cristo — quello che caccìò i mercanti dal tempio, difese la prostituta dalla lapidazione, disse che i ricchi avrebbero faticato ad entrare in paradiso più di un cammello attraverso la cruna di un ago — viene arruolato come testimonial di un movimento che non vede l’ora di indicare il prossimo da odiare. Una forzatura esegetica di proporzioni bibliche, nel senso più letterale del termine.</p>



<p><strong>La nuova frontiera: lo scisma come proposta culturale</strong></p>



<p>Ed è qui che la falange rivela la sua dimensione più pittoresca. Tra i sostenitori di Futuro Nazionale stanno emergendo, con esternazioni pubbliche di commovente franchezza, personaggi che si professano fedeli alla liturgia del Vetus Ordo, frequentatori di istituti che rifiutano il Concilio Vaticano II, estimatori della Fraternità Sacerdotale San Pio X — quella fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, scismatica di fatto dal 1988, anno in cui Lefebvre consacrò vescovi senza mandato pontificio e si prese la scomunica papale da Giovanni Paolo II, poi revocata da Papa Ratzinger, con un gesto di misericordia che i lefebvriani hanno ricambiato continuando esattamente come prima, con la flemma di chi sa di avere ragione e non ha intenzione di discuterne.</p>



<p>In queste esternazioni — redatte con lo stile solenne di chi ha letto troppo poco Chesterton e troppo Evola, e con la proprietà di linguaggio di chi ha scoperto le virgole ma non ha ancora capito quando usarle — si deplora che la Chiesa contemporanea privilegi il dialogo ecumenico a scapito della civiltà cristiana, si biasima un senso della Carità definito “traviato” nei confronti dei migranti, si invocano le Crociate, Lepanto e Vienna come modelli di politica estera applicabile nell’immediato. I santi e i martiri come riferimento programmatico. La Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo come fondamento dell’azione politica di un partito che deve ancora presentarsi alle elezioni.</p>



<p>La domanda spontanea — in quale articolo della Costituzione si inserisce la teocrazia medievale — viene lasciata senza risposta. Probabilmente perché il Concilio Vaticano II, che questi signori rifiutano in blocco, aveva anche introdotto il concetto di libertà religiosa e separazione tra Stato e Chiesa. Non è chiaro come intendano aggirare l’ostacolo. Forse con un’altra messa in latino.</p>



<p>Ciò che colpisce non è la posizione teologica in sé, che ha una sua tradizione e, in certi ambienti, una sua serietà intellettuale. Ciò che colpisce è la combinazione: da un lato l’appello alle Crociate come modello geopolitico; dall’altro l’analfabetismo funzionale elevato a virtù civile, il sospetto verso la complessità eretto a sistema, la storia ridotta a un catalogo di battaglie vinte — ignorando sistematicamente quelle perse, che furono molte di più — senza mai chiedersi perché accadde, chi ci andò, chi tornò e chi no. È un cattolicesimo da stadio, rumoroso e identitario, che con la fede condivide la forma esteriore e con la riflessione teologica condivide circa quanto un kebab condivide con la cucina tradizionale italiana: il nome del paese di provenienza, nient’altro.</p>



<p><strong>Il meccanismo: la guerra tra poveri come metodo</strong></p>



<p>I sostenitori di questo mondo si descrivono volentieri come una minoranza silenziosa diventata maggioranza rumorosa. Sono uniti, dicono, da valori non negoziabili: la famiglia tradizionale, l’orgoglio nazionale, l’insofferenza per il “pensiero unico”. È un messaggio costruito per parlare alla pancia, non alla testa: funziona meglio dove la frustrazione sociale non trova altro sfogo che un nemico facile da indicare — il migrante, la coppia gay, il “diverso” di turno — e meno dove c’è l’abitudine a verificare un dato prima di condividerlo. Non è un caso che il generale prosperi nella semplificazione: la complessità non vende slogan, e i dati empirici non si adattano bene ai meme.</p>



<p>È il vecchio meccanismo fascista della creazione del nemico, con packaging aggiornato: creare un avversario interno o esterno per compattare un consenso che altrimenti non avrebbe nulla in comune. Solo che il nemico individuato — lo straniero povero, la minoranza sessuale, il “radical chic” con i suoi valori inclusivi — non è mai chi detiene davvero il potere economico o decisionale. È un’altra persona in fondo alla scala sociale, magari un gradino più sotto di chi applaude. Il risultato non è la guerra contro le élite promessa nei comizi, ma una guerra tra poveri: chi ha poco se la prende con chi ha ancora meno, mentre chi ha molto resta tranquillamente fuori dal radar, probabilmente impegnato a calcolare quanto gli convenga che il generale continui ad agitare le acque. Funziona così da Weimar in poi. La novità è che ora ci sono i meme.</p>



<p>Le Crociate, in questo schema, tornano buone: erano anch’esse, in larga misura, guerre di poveri mandati a morire lontano da casa da nobili che restavano a gestire i propri feudi. Ma questo genere di dettaglio storico non rientra nella liturgia del <em>Vetus Ordo</em> politico. Disturba la narrazione. Va omesso. Come sempre.</p>



<p><strong>Chi perde di più: la sinistra o la destra di governo?</strong></p>



<p>Resta la domanda più interessante, quella che i talk show preferiscono non porsi perché complica la narrazione: un’eventuale ascesa elettorale di Futuro Nazionale farebbe più danni alla sinistra o al centrodestra di governo?</p>



<p>Alla sinistra, la risposta sembra ovvia e quindi probabilmente sbagliata. Il generale sottrae voti a un elettorato che, in teoria, dovrebbe essere l’opposto del suo: eppure una fetta di mondo operaio e periferico, che un tempo si riconosceva nella sinistra sociale, da anni ha traslocato altrove in cerca di chi gli dia ragione sull’insicurezza, sull’immigrazione, sul “non se ne può più”. Se Futuro Nazionale consolida quel bacino, la sinistra perde non voti che aveva, ma voti che sperava di riconquistare. Un danno reale, ma indiretto: si chiama lutto per un fidanzamento mai concluso, non separazione. Va aggiunto, per onestà, che quella parte di elettorato che frequenta le messe lefebvriane e rimpiange il Sillabo di Pio IX non è mai stata a sinistra neanche per sbaglio topografico.</p>



<p>Al centrodestra di governo, invece, il danno è più chirurgico, e per questo più doloroso. Futuro Nazionale non pesca nel mare aperto dell’astensione, pesca nello stagno di chi già vota destra ma la trova troppo istituzionale, troppo compromessa con Bruxelles, troppo impegnata a fare il governo invece che la rivoluzione. È il classico ripulisti del “purista” che arriva dopo che il partito maggiore si è preso la responsabilità di amministrare: chi governa delude sempre qualcuno, e chi non governa può permettersi di restare puro, integralista e lefebvriano quanto vuole, senza mai dover rispondere di niente davanti a nessuno. Ogni punto percentuale che il generale toglie alla coalizione di maggioranza è un punto sottratto a chi sta provando — bene o male — a tenere il timone, non a chi sta comodamente all’opposizione a recitare il Kyrie eleison in gregoriano e a invocare la Regalità di Cristo come programma elettorale.</p>



<p>In sintesi: la sinistra perde un sogno, la destra di governo perde sostanza. E la differenza, in politica, è quella che separa un mal di testa da un infarto.</p>



<p><strong>Conclusione: la falange e il seggio</strong></p>



<p>Resta da vedere se la falange reggerà l’urto del tempo, cioè delle elezioni vere, dove l’entusiasmo da bacheca si misura contro la fatica di alzarsi la domenica mattina per andare al seggio — a meno che non sia domenica di Messa tradizionale, nel qual caso le priorità potrebbero spostarsi. Per ora il generale ha un esercito di follower tenuto insieme più dalla rabbia condivisa che da un progetto articolato. I dieci mantra funzionano come un catechismo: non richiedono verifica, richiedono adesione. E l’adesione, si sa, è molto più comoda della comprensione.</p>



<p>Sapremo presto se ha anche un esercito di elettori — categoria storicamente assai meno disciplinata, e soprattutto meno disposta a combattere battaglie che non le convengono. Le Crociate, in fondo, non le vinse chi cantava più forte. Le perse, quasi tutte. Ma anche questo, nei manuali del <em>Vetus Ordo</em> politico, non è scritto da nessuna parte.</p>



<p></p>
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		<title>Vannacci e Di Battista, le mine vaganti della politica italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 07:33:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Se Eraclito di Efeso avesse dovuto analizzare la politica italiana, avrebbe trovato nel suo celebre&#160;“Panta rhei”&#160;– tutto scorre, tutto muta – non solo una massima filosofica, ma un perfetto compendio analitico.&#160; Nel teatro della nostra Repubblica, l’unica costante<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Se Eraclito di Efeso avesse dovuto analizzare la politica italiana, avrebbe trovato nel suo celebre&nbsp;“Panta rhei”&nbsp;– tutto scorre, tutto muta – non solo una massima filosofica, ma un perfetto compendio analitico.&nbsp;</p>



<p>Nel teatro della nostra Repubblica, l’unica costante è il movimento perpetuo, una fluidità cronica in cui la stabilità si rivela essere una fragile illusione, e la vera forza risiede nella capacità di mutare pelle insieme al contesto.</p>



<p>Per molti anni la politica italiana ha seguito geometrie relativamente semplici.&nbsp;</p>



<p>Ogni coalizione cercava soprattutto di evitare fughe interne, nella convinzione che il vero pericolo fosse perdere voti nel proprio campo.</p>



<p>Uno dei mantra storici del PCI, ad esempio, era il celebre&nbsp;&#8220;nessun nemico a sinistra&#8221;, un principio di fazione eretto a dogma identitario.&nbsp;</p>



<p>Sorprendentemente, in tempi recenti, questo stesso schema geometrico era stato mutuato e fatto proprio dalla destra guidata di Giorgia Meloni:&nbsp;impedire che gli elettori trovassero offerte più radicali all&#8217;interno dello stesso schieramento.</p>



<p>Questo equilibrio, immaginato come solido, ha però subito l&#8217;irruzione sulla scena del generale Roberto Vannacci.&nbsp;</p>



<p>Con la sua creatura politica &#8220;Futuro Nazionale&#8221;, il generale ha scombinato le carte del centrodestra, trasformandosi nella vera incognita per la coalizione di governo, e minacciando quel ruolo di guastatore interno capace di far perdere voti cruciali nei collegi.</p>



<p>In un primo momento, le geometrie politiche potevano lasciar pensare che il Campo Largo progressista – pur tra i mal di pancia tra Elly Schlein e Giuseppe Conte – potesse indirettamente beneficiare delle fibrillazioni causate dal &#8220;partito vannacciano&#8221; sull&#8217;altro fronte.&nbsp;</p>



<p>La politica italiana, però, ha un vizio: smentisce continuamente le previsioni.</p>



<p>In altre parole&nbsp;se la “Droite” scopre di avere un problema sul proprio fianco destro, la sinistra rischia di vivere una situazione sorprendentemente simile.</p>



<p>Da qualche tempo, infatti, echeggiano con forza i rumors di una discesa in campo di&nbsp;Alessandro Di Battista&nbsp;e del suo movimento&nbsp;&#8220;Schierarsi&#8221;&nbsp;in vista delle politiche del 2027.&nbsp;</p>



<p>Con migliaia di aderenti, un&#8217;organizzazione ormai consolidata,&nbsp;ed una raccolta firme per un referendum contro il finanziamento pubblico all&#8217;editoria usata come test di mobilitazione, l&#8217;ex frontman pentastellato&nbsp;&nbsp;starebbe studiando il ritorno in grande stile.</p>



<p>L&#8217;identikit politico di Di Battista è noto: un corpo estraneo, un battitore libero, un anti-sistema che flirta con le piazze più radicali.</p>



<p>Si è proposto come una delle voci più visibili delle piazze pro-Palestina, assumendo posizioni fortemente critiche verso Israele, gli Stati Uniti, Trump e più in generale verso l&#8217;Occidente.</p>



<p>Sullo sfondo rimane inoltre una persistente ambiguità verso la Russia di Putin, che non è affatto un dettaglio secondario.</p>



<p>Al di là del giudizio sulla singola candidatura, l’eventuale discesa in campo di Di Battista a mio avviso va letta per quello che potrebbe rappresentare: un&nbsp;ulteriore elemento di disturbo&nbsp;in uno scenario politico che si delinea già estremamente complesso in vista del traguardo del 2027.</p>



<p>Mentre il Partito Democratico ed il Movimento 5 Stelle si contendono l&#8217;egemonia della coalizione, muovendosi con l&#8217;aplomb istituzionale richiesto a chi si candida a governare, Di Battista punta ad intercettare quel vasto bacino d&#8217;opinione orfano e radicale, a cominciare dal movimentismo&nbsp;pro-Pal.&nbsp;</p>



<p>Schierandosi si presenta con l&#8217;utopia purista delle origini, ma finisce per riproporre il più antico riflesso della sinistra radicale: proclamarsi diversa, moralmente superiore, e comodamente confinata all&#8217;opposizione.</p>



<p>A furia di puntare i cannocchiali verso il centro del sistema politico, analizzando le dinamiche con schemi ormai superati, rischiamo di non accorgerci che&nbsp;a decidere gli equilibri delle prossime elezioni potrebbero essere invece proprio le ali estreme degli schieramenti.&nbsp;</p>



<p>Se a destra la Meloni dovrà fare i conti con l&#8217;erosione di Vannacci, a sinistra Schlein e Conte rischiano di vedere i propri sogni di governo turbati da un &#8220;ritorno al futuro&#8221; guidato da Di Battista.</p>



<p>Le loro posizioni politiche sono quasi agli antipodi, ma svolgono una funzione sorprendentemente simile: attrarre quell&#8217;elettorato che considera troppo moderati i leader delle rispettive coalizioni.</p>



<p>Più Meloni governa, meno può permettersi il linguaggio della protesta.&nbsp;</p>



<p>Più Conte e Schlein cercano credibilità come classe dirigente, meno possono parlare il linguaggio della piazza.&nbsp;</p>



<p>È proprio in quello spazio che prosperano figure come Vannacci e Di Battista.</p>



<p>Il fiume della politica italiana continua a scorrere e,&nbsp;&nbsp;&nbsp;come avrebbe ricordato Eraclito, nessuno può bagnarsi due volte nella stessa acqua.</p>



<p>E forse chi pensa di poter vincere le prossime elezioni con gli schemi di ieri rischia di scoprire, troppo tardi, quanto Eraclito avesse visto giusto.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Scivolone della Lega sul caso del pizzaiolo di Reggio Emilia: prima parla di “remigrazione”, poi ritira i comunicati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 16:01:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima una comunicazione politica dai toni duri sul tema dell’immigrazione, con il riferimento alla “remigrazione”, poi il passo indietro e la rimozione dei contenuti. È scoppiata la polemica attorno alla Lega Salvini Premier dopo il caso del pizzaiolo ucciso a<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Prima una comunicazione politica dai toni duri sul tema dell’immigrazione, con il riferimento alla “remigrazione”, poi il passo indietro e la rimozione dei contenuti. È scoppiata la polemica attorno alla Lega Salvini Premier dopo il caso del pizzaiolo ucciso a Reggio Emilia, con una gestione comunicativa che ha generato imbarazzo e tensioni politiche.</p>



<p>Nelle ore successive all’episodio di cronaca avvenuto in città, alcuni esponenti locali del partito avevano diffuso note e comunicati in cui il fatto veniva inserito nel dibattito sull’immigrazione, utilizzando anche il termine “remigrazione”, parola ormai al centro di una più ampia controversia politica nazionale.</p>



<p>In particolare, la comunicazione iniziale aveva collegato il caso a un’interpretazione securitaria del fenomeno migratorio, rilanciando una linea dura già adottata da settori del centrodestra. Tuttavia, a distanza di poche ore, i contenuti sono stati rimossi o modificati, evitando ulteriori riferimenti diretti al tema e segnando un evidente cambio di impostazione.</p>



<p>La vicenda ha immediatamente alimentato critiche da parte delle opposizioni, che hanno accusato la Lega di aver strumentalizzato un fatto di cronaca nera per finalità politiche, salvo poi correggere il tiro una volta esplose le polemiche pubbliche.</p>



<p>Il caso si inserisce nel più ampio dibattito sulla “remigrazione”, un termine sempre più utilizzato nel linguaggio politico della destra italiana, ma al centro di forti contestazioni per la sua interpretazione e per le implicazioni sul piano dei diritti e delle politiche migratorie.</p>



<p>Il ritiro dei comunicati è stato letto da diversi osservatori come un segnale di difficoltà nella gestione della comunicazione politica su temi sensibili, soprattutto quando si intrecciano cronaca, sicurezza e immigrazione.</p>



<p>La vicenda resta ora al centro del confronto politico locale e nazionale, con nuove richieste di chiarimento sulle modalità con cui il partito ha affrontato pubblicamente il caso nelle prime ore successive all’accaduto.</p>
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		<title>Benigno (FdI) attacca Vannacci: «Chi vota con Schlein e Conte non può dare lezioni al centrodestra»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 14:04:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si accende il confronto nel centrodestra vicentino all&#8217;indomani dell&#8217;iniziativa di Futuro Nazionale con il generale Roberto Vannacci, andata in scena al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza. A intervenire è il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia, Alessandro Benigno, che replica<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>Si accende il confronto nel centrodestra vicentino all&#8217;indomani dell&#8217;iniziativa di Futuro Nazionale con il generale Roberto Vannacci, andata in scena al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza. A intervenire è il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia, Alessandro Benigno, che replica duramente alle dichiarazioni emerse durante l&#8217;evento e richiama alla necessità di mantenere unito il centrodestra in vista delle prossime sfide amministrative.</p>



<p>«Chi ha scelto, fino ad oggi, di votare con continuità contro la fiducia al Governo Meloni, schierandosi di fatto al fianco di Schlein, Conte, Renzi, Fratoianni e compagnia cantante, risultando così l’arma in più a disposizione di una sinistra sempre meno credibile e alla ricerca di appigli esterni, ieri è venuto a Vicenza accusando il Presidente del Consiglio di votare insieme al Partito Democratico. Un’accusa semplicemente lunare, che colpisce non tanto perché totalmente priva di qualsiasi fondamento, quanto perché sembra rappresentare l’ennesima conferma di una linea politica ben precisa, quella di Futuro Nazionale, che finisce oggettivamente per essere funzionale agli interessi della sinistra. I fatti parlamentari parlano chiaro e non possono essere cancellati dalla propaganda. Sulle varie fiducie al Governo di Giorgia Meloni, i vannacciani hanno, ad esempio, votato insieme alle sinistre contro il decreto per abbassare i costi delle bollette agli italiani in difficoltà e contro il piano casa volto a restituire decine di migliaia di abitazioni vuote, in tutta Italia, a connazionali che ne hanno bisogno. È così che intendono difendere i bisogni e gli interessi degli italiani?».</p>



<p>Benigno interviene anche sull&#8217;annuncio, arrivato proprio dal palco vicentino, di una possibile candidatura autonoma a sindaco riconducibile all&#8217;area del generale Roberto Vannacci, invitando a una riflessione sulle possibili conseguenze politiche.</p>



<p>«Un’impostazione che sembra riflettersi anche sul piano locale, alla luce dell’annuncio di una possibile candidatura autonoma a sindaco, senza alcun confronto con le forze del centrodestra che da mesi stanno lavorando con compattezza, serietà e senso di responsabilità per costruire un’alternativa credibile all’attuale amministrazione. Sul piano cittadino, ancor più che su quello nazionale, la condizione indispensabile per evitare ai vicentini la prospettiva di un Possamai bis è preservare l’unità dell’area alternativa alla sinistra. Se il buongiorno si vede dal mattino, i segnali emersi sabato meritano una seria riflessione».</p>



<p>Il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia ribadisce quindi la disponibilità al dialogo, ma sottolinea che ogni confronto dovrà svilupparsi all&#8217;interno di un percorso condiviso con tutte le forze della coalizione.</p>



<p>«Auspichiamo che Futuro Nazionale chiarisca quanto prima, almeno a livello cittadino, quale sia la propria collocazione politica. Se intenda sedersi al tavolo del centrodestra insieme a Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e alle realtà civiche, contribuendo con idee, proposte e anche legittime candidature, da valutare però all’interno di un percorso condiviso, oppure se preferisca imboccare la strada dell’autoreferenzialità, forse utile a raccogliere qualche decimale in più sul piano elettorale, ma inevitabilmente controproducente rispetto all’obiettivo che dovrebbe accomunare tutti: costruire una coalizione unita e vincente per restituire Vicenza al centrodestra».</p>



<p>Infine, Benigno affida ai fatti il giudizio sull&#8217;evoluzione dei rapporti all&#8217;interno dell&#8217;area politica.</p>



<p>«Per quanto visto finora, il rischio che questa impostazione finisca per favorire ancora una volta la sinistra esiste ed è concreto. Noi continuiamo a confidare che prevalga il buon senso e che possiamo essere presto smentiti dai fatti. L’interesse dei vicentini viene prima delle ambizioni dei singoli e solo un centrodestra unito può rappresentare una reale alternativa all’attuale amministrazione».</p>



<p></p>
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		<title>Tav a Settecà: perché non può ridursi tutto ad uno scontro politico (ed è troppo tardi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 14:53:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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<p>La polemica sulla Tav a est di Vicenza ha un pregio: costringe finalmente tutti a dire con chiarezza che cosa vogliono. E ha un difetto: arriva quando la partita tecnica sembra già molto avanzata, se non quasi chiusa. Il caso è quello del passaggio dell’Alta Velocità verso Padova, nel tratto di uscita dalla città, con la soluzione a raso indicata da RFI e con il contestato scavalco ferroviario, il cosiddetto “salto del montone”, previsto nell’area di Settecà. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico: la linea correrebbe in affiancamento ai binari esistenti, ma per risolvere l’incrocio tra la nuova infrastruttura e la linea storica servirebbe un’opera in elevazione, lunga, visibile, impattante. Ed è lì che esplode lo scontro.</p>



<p>Chi ha ragione? Dipende da quale domanda si pone. Se la domanda è quale sia la soluzione più rapida, più semplice da realizzare e meno rischiosa per l’avanzamento complessivo della Verona-Padova, la risposta è probabilmente quella sostenuta da RFI, dal Ministero e dalla Regione: il tracciato a raso, con scavalco, consente di sbloccare il nodo, contenere costi e tempi, evitare di riaprire da capo una progettazione già complessa. Dal punto di vista dell’opera nazionale, questa posizione ha una sua logica. La Tav non è una strada comunale, ma un’infrastruttura strategica inserita in un corridoio più ampio. Chi la guarda da Roma o da Venezia vede soprattutto il rischio di fermare per anni un tratto decisivo per collegare Verona, Vicenza, Padova e il resto della rete.</p>



<p>Ma se la domanda è quale sia la soluzione migliore per Vicenza, per Settecà, per i quartieri attraversati e per una città che ha già pagato un prezzo altissimo in termini di cantieri, demolizioni, trasformazioni urbane e disagi, allora la risposta cambia. Un cavalcaferrovia di quelle dimensioni non è un dettaglio tecnico. È un segno permanente nel paesaggio. È un’infrastruttura che modifica il rapporto tra case, campagna, viabilità locale e qualità della vita. È un’opera che non si misura soltanto in metri, euro e cronoprogrammi, ma anche in rumore, visuale, valore degli immobili, percezione di isolamento, vivibilità dei residenti. Da questo punto di vista, il no del Comune e dei cittadini allo scavalco a Settecà non è una posizione ideologica: è una preoccupazione concreta.</p>



<p>Il punto politico più delicato è che entrambe le parti usano una parte di verità. Il centrodestra accusa l’amministrazione Possamai di essersi mossa tardi e di aver lasciato correre la progettazione fino al punto in cui tornare indietro diventa difficilissimo. È un’accusa che pesa, perché nelle grandi opere il tempo non è neutro: ogni mese perso riduce le alternative reali e aumenta il costo politico ed economico delle modifiche. Ma anche l’amministrazione Possamai ha un argomento forte quando ricorda che la localizzazione dello scavalco a Settecà non nasce oggi e che il problema affonda le radici nelle scelte e nelle omissioni degli anni precedenti. Se davvero nel 2021 il progetto ha imboccato quella direzione di chi è la responsabilità se non di tutti?</p>



<p>La verità, quindi, è scomoda per tutti: RFI ha ragione quando dice che una grande opera non può restare indefinitamente ostaggio di ripensamenti locali; il Comune ha ragione quando dice che Settecà non può essere sacrificata come se fosse uno spazio vuoto; il centrodestra ha ragione quando sottolinea che su questi dossier bisogna incidere prima, non quando il progetto è già maturato; il centrosinistra ha ragione quando ricorda che la soluzione oggi contestata non è comparsa all’improvviso durante questa amministrazione. Ma avere un pezzo di ragione non significa avere tutta la ragione.</p>



<p>La scelta migliore, allora, non è semplicemente dire sì o no alla Tav. Quella è una scorciatoia propagandistica. La scelta migliore è pretendere che il Ministero e RFI mettano nero su bianco, in modo pubblico e verificabile, il confronto tra tutte le alternative: a raso con scavalco a Settecà, galleria corta, galleria lunga, eventuali soluzioni miste e mitigazioni possibili. Non basta dire che l’analisi multicriterio ha scelto la soluzione più efficiente. Bisogna spiegare quanto pesano i costi, quanto pesano i tempi, quanto pesa l’impatto urbano, quanto pesa la tutela dei residenti, quanto pesa il rischio di contenziosi. Perché se il criterio dominante è soltanto “fare prima e spendere meno”, allora è chiaro che la città parte sconfitta.</p>



<p>Nel merito, la soluzione migliore per Vicenza sarebbe evitare lo scavalco a Settecà e privilegiare un’alternativa meno impattante, anche se più costosa, purché tecnicamente sostenibile e compatibile con tempi certi. Una città attraversata da un’opera nazionale non può chiedere di cancellare l’opera, ma può e deve chiedere che l’opera non scarichi il proprio peso su un quartiere per il prossimo secolo. Se l’interramento o una soluzione in galleria sono ancora realmente praticabili, vanno scelte. Se invece RFI dimostrerà, con dati trasparenti e non con formule burocratiche, che quelle alternative sono ormai impraticabili, allora la battaglia dovrà spostarsi su un pacchetto vincolante di compensazioni: barriere antirumore di qualità, inserimento paesaggistico, ricucitura della viabilità, tutela delle abitazioni più esposte, indennizzi adeguati, opere verdi e monitoraggi ambientali permanenti. Non promesse generiche, ma obblighi scritti.</p>



<p>In questa vicenda il torto più grande sarebbe ridurre tutto a una guerra tra partiti. Settecà non è un pretesto elettorale e la Tav non è un feticcio ideologico. È una decisione urbana irreversibile. Proprio per questo la scelta migliore non può essere quella più comoda per chi deve chiudere un dossier, ma quella che regge alla domanda più semplice: fra trent’anni, guardando quel tratto di città, potremo dire che Vicenza è stata attraversata da un’opera necessaria ma rispettosa, oppure dovremo ammettere che, per fare prima, si è scelta la soluzione più pesante per chi ci vive accanto? La risposta, oggi, non può essere affidata solo ai tecnici né solo ai comunicati politici. Deve essere pubblica, motivata e comprensibile. Perché la Tav passerà; il problema è che cosa lascerà dietro di sé.</p>
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		<title>Il male oscuro che paralizza l’Inghilterra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 08:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[primo ministro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le dimissioni del Premier Keir Starmer rappresentano la prova provata che c&#8217;è qualcosa di profondamente enigmatico nella crisi politica britannica degli ultimi anni. A prima vista potrebbe sembrare una normale alternanza di governi in difficoltà, Primi Ministri che si succedono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>Le dimissioni del Premier Keir Starmer rappresentano la prova provata che c&#8217;è qualcosa di profondamente enigmatico nella crisi politica britannica degli ultimi anni.</p>



<p>A prima vista potrebbe sembrare una normale alternanza di governi in difficoltà, Primi Ministri che si succedono a ritmo quasi italiano, Partiti che si lacerano al proprio interno, ed un elettorato sempre più volatile.&nbsp;</p>



<p>Ma fermarsi alle apparenze sarebbe un errore.</p>



<p>Per capire cosa sta accadendo davvero nel Regno Unito, secondo me bisogna andare &#8220;allo strucco&#8221;, come si dice dalle nostre parti.&nbsp;</p>



<p>Bisogna cioè arrivare al nocciolo della questione.</p>



<p>Ed il nocciolo della questione per me non è la Brexit; e non è nemmeno il collasso del National Health Service (Servizio Sanitario Pubblico), la crisi abitativa, od il sistema elettorale.</p>



<p>Questi sono sintomi; perché la malattia è più profonda.</p>



<p>L&#8217;Inghilterra soffre di una sorta di nostalgia istituzionale che le impedisce di guardare con lucidità alla propria condizione reale.</p>



<p>Per oltre due secoli il Regno Unito è stato letteralmente il “centro del mondo”.&nbsp;</p>



<p>Ha costruito il più vasto impero della storia moderna, ha dominato il commercio globale, la finanza internazionale e la politica mondiale.&nbsp;</p>



<p>Ha accumulato un patrimonio immenso di prestigio, competenze, istituzioni, ed influenza.</p>



<p>Ancora oggi Londra rimane una delle grandi capitali del pianeta, e l’inglese è diventato la “lingua del mondo”.</p>



<p>Ma il problema è che nessuna Nazione perde una simile posizione senza conseguenze psicologiche e culturali.</p>



<p>Da anni la politica britannica sembra oscillare tra ciò che il Paese pensa di essere, e ciò che realmente è diventato.</p>



<p>La Francia vive ancora nel mito napoleonico, la Russia in quello imperiale, e la Gran Bretagna continua a confrontarsi inconsciamente con l&#8217;ombra del proprio Impero.</p>



<p>Molti britannici continuano a percepire il loro Paese come una grande potenza globale autonoma, mentre la realtà economica e geopolitica li colloca ormai tra le medie potenze avanzate.&nbsp;</p>



<p>Non è un declino drammatico, è semplicemente la normalità; ma accettarlo è difficile.</p>



<p>La Brexit è stata forse l&#8217;espressione più evidente di questa contraddizione.</p>



<p>La promessa della &#8220;Global Britain&#8221; evocava un ritorno ad una sovranità piena, ad una capacità autonoma di orientare il proprio destino nel mondo.&nbsp;</p>



<p>Una narrazione potente, capace di mobilitare milioni di elettori; in fondo&nbsp;non molto diversa da quel &#8220;Make America Great Again&#8221; che ha ridefinito oltreoceano la politica di Donald Trump.</p>



<p>Ma una narrazione, per quanto suggestiva, non basta a creare crescita economica, investimenti, infrastrutture moderne o maggiore produttività.</p>



<p>E qui emerge il primo grande problema.</p>



<p>Dal 2008 la produttività britannica cresce a ritmi anemici, gli investimenti pubblici e privati sono insufficienti, le infrastrutture mostrano segni di invecchiamento, intere aree del Paese vivono una condizione di stagnazione economica che contrasta violentemente con il dinamismo della Capitale.</p>



<p>La sensazione è quella che coesistano due Inghilterre.</p>



<p>Da una parte la Londra, globale, cosmopolita e finanziaria che compete con New York e Singapore, dall&#8217;altra parte le Midlands, il Nord industriale e molte città costiere che faticano a ritrovare una propria identità economica dopo decenni di trasformazioni, e persino a competere con molte regioni dell&#8217;Europa continentale.</p>



<p>La Brexit, in fondo, è stata anche una rivolta della seconda Inghilterra contro la prima.</p>



<p>Ma la politica non è purtroppo riuscita a trasformare quella protesta in un progetto credibile di rilancio.</p>



<p>Anzi.</p>



<p>Negli ultimi anni ha progressivamente sostituito il tradizionale pragmatismo britannico con una continua guerra culturale fatta di slogan identitari, polemiche simboliche e battaglie ideologiche.</p>



<p>L&#8217;Inghilterra che inventò il metodo empirico sembra aver smesso di chiedersi una domanda fondamentale: &#8220;Funziona oppure no?&#8221;.</p>



<p>Nel frattempo il deterioramento dei servizi pubblici è diventato sempre più evidente.</p>



<p>Il National Health Service, considerato per generazioni quasi una religione civile nazionale, appare oggi sotto una pressione enorme; le liste d&#8217;attesa si allungano, il personale scarseggia, ed il sistema fatica a rispondere alle esigenze di una popolazione che invecchia.</p>



<p>La crisi della casa rende sempre più difficile per molti giovani costruire un futuro.</p>



<p>I trasporti pubblici e numerosi servizi locali mostrano problemi cronici.</p>



<p>Perfino alcune amministrazioni comunali hanno dovuto dichiarare sostanzialmente bancarotta.</p>



<p>Quando i cittadini vedono peggiorare la qualità della loro vita quotidiana, inevitabilmente cresce la sfiducia verso le istituzioni.</p>



<p>Ed è qui che si inserisce il terzo elemento della crisi.</p>



<p>Il sistema elettorale maggioritario britannico era stato progettato per garantire stabilità, governi forti ed alternanza chiara.</p>



<p>Oggi produce spesso l&#8217;effetto contrario.</p>



<p>Milioni di elettori si ritrovano sottorappresentati, mentre i grandi Partiti vengono spinti a inseguire le proprie componenti più radicali nel tentativo di preservare i collegi marginali.&nbsp;</p>



<p>La distanza tra il voto popolare e la composizione del Parlamento alimenta un crescente sentimento di estraneità e cinismo.</p>



<p>Cambiano i leader, cambiano gli slogan, cambiano le coalizioni interne ai Partiti, ma i problemi strutturali restano lì.</p>



<p>Forse, allora, il vero male oscuro dell&#8217;Inghilterra contemporanea è la crisi della sua classe dirigente.</p>



<p>Per secoli la forza britannica è stata la capacità di adattarsi ai cambiamenti della storia senza traumi rivoluzionari.&nbsp;</p>



<p>Era il Paese del pragmatismo, del compromesso intelligente, delle riforme graduali.</p>



<p>Oggi, invece, sembra prevalere una politica che preferisce raccontare il Paese piuttosto che governarlo, o forse raccontare un Paese che non esiste più.</p>



<p>Eppure la realtà è ostinata.</p>



<p>L&#8217;Inghilterra non è più la Nazione che governava mezzo mondo; ma non è nemmeno un Paese in declino irreversibile.</p>



<p>Rimane una grande democrazia, una potenza economica di primo piano, una società ricca di energie e talenti.</p>



<p>La sfida consiste nell&#8217;accettare ciò che è diventata, invece di inseguire ciò che era.</p>



<p>Riassumendo, secondo me il vero problema britannico non è la mancanza di risorse, né di competenze; è la difficoltà di guardarsi allo specchio senza vedere ancora riflessa l&#8217;ombra dell&#8217;Impero.</p>



<p>E forse il primo passo verso la guarigione consiste proprio in questo: smettere di rimpiangere il passato e tornare a costruire il futuro.&nbsp;</p>



<p>Perché le Nazioni, come gli individui, non possono vivere all&#8217;infinito dei ricordi dei tempi migliori.&nbsp;</p>



<p>Possono soltanto decidere cosa fare del tempo che resta loro davanti.</p>



<p></p>
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		<title>Terremoto politico nel Regno Unito: Keir Starmer si dimette da primo ministro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 09:22:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Keir Starmer lascia Downing Street. A soli due anni dalla storica vittoria elettorale che aveva riportato il Partito Laburista al governo, il primo ministro britannico ha annunciato le proprie dimissioni sia dalla guida del Paese sia dalla leadership del partito.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Keir Starmer lascia Downing Street. A soli due anni dalla storica vittoria elettorale che aveva riportato il Partito Laburista al governo, il primo ministro britannico ha annunciato le proprie dimissioni sia dalla guida del Paese sia dalla leadership del partito.</p>



<p>L&#8217;annuncio è arrivato oggi davanti al numero 10 di Downing Street, dove Starmer, affiancato dalla moglie Victoria, ha spiegato di aver preso atto del fatto che il suo partito non lo considera più la persona più adatta a guidare il Labour alle prossime elezioni generali.</p>



<p>«Ho ascoltato la risposta e la accetto con serenità», ha dichiarato il premier uscente, sottolineando come ogni decisione presa durante il suo mandato sia stata guidata dall&#8217;obiettivo di mettere «al primo posto il Paese che amo».</p>



<p>Nel suo discorso di addio, Starmer ha ricordato come l&#8217;ingresso a Downing Street nel luglio 2024 abbia rappresentato «il momento più orgoglioso» della sua vita. Ha inoltre rivendicato il lavoro svolto per rilanciare un Partito Laburista che ha definito «in bancarotta politica, finanziaria e morale», sostenendo di averne ripristinato la credibilità, combattendo l&#8217;antisemitismo e rafforzando la fiducia nell&#8217;economia, nella difesa e nella sicurezza nazionale.</p>



<p>Il leader laburista ha già informato il re Carlo III della sua decisione durante una telefonata avvenuta in mattinata. Ha inoltre chiesto al Comitato Esecutivo Nazionale del Labour di avviare il processo per la successione, con apertura delle candidature il 9 luglio e conclusione entro la pausa estiva. L&#8217;obiettivo è avere un nuovo leader e un nuovo primo ministro prima della ripresa dei lavori parlamentari a settembre.</p>



<p>Fino ad allora Starmer resterà in carica per garantire una transizione ordinata, promettendo piena collaborazione e sostegno al proprio successore.</p>



<p>Particolarmente toccante il finale del suo intervento. Visibilmente commosso, il premier ha affermato che, una volta lasciato «l&#8217;incarico più importante del Paese», si dedicherà a quello che considera «il lavoro più importante»: essere il miglior marito possibile per la moglie Victoria e il miglior padre per i suoi figli. Al termine del discorso ha abbracciato la moglie prima di rientrare nella residenza di Downing Street.</p>



<p>Le dimissioni di Starmer aprono ora una fase di grande incertezza politica nel Regno Unito. La notizia ha già suscitato reazioni da tutto l&#8217;arco parlamentare. Il leader dei Liberal Democratici, Ed Davey, ha dichiarato che i britannici sono «stufi» del continuo avvicendamento di primi ministri e ha chiesto un cambiamento più profondo del sistema politico.</p>



<p>L&#8217;uscita di scena di Starmer rappresenta uno sviluppo sorprendente per la politica britannica. Solo due anni fa il leader laburista aveva ottenuto una netta vittoria elettorale, ponendo fine a oltre un decennio di governi conservatori. Oggi, invece, lascia il potere nel pieno della legislatura, aprendo la corsa alla successione e una nuova fase per il Partito Laburista e per il Regno Unito.</p>



<p></p>
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		<title>L&#8217;estremizzazione dei poli apre una prateria per il Centro e i liberaldemocratici</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:39:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano appariva, soltanto due anni fa, come un esercizio velleitario.&#160; Oggi, la prospettiva sta diventando una necessità dettata dalla realtà dei fatti.&#160; Le due grandi coalizioni, destra e sinistra, hanno fallito la prova<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Immaginare un’alternativa politica al bipopulismo italiano appariva, soltanto due anni fa, come un esercizio velleitario.&nbsp;</p>



<p>Oggi, la prospettiva sta diventando una necessità dettata dalla realtà dei fatti.&nbsp;</p>



<p>Le due grandi coalizioni, destra e sinistra, hanno fallito la prova della responsabilità: invece di offrire un&#8217;alternanza coerente e governativa, si sono avvitate su se stesse, inseguendo il consenso attraverso una radicalizzazione costante.&nbsp;</p>



<p>Non è un’opinione, ma l&#8217;evidenza di un sistema che, per sopravvivere a se stesso, cerca disperatamente di correggere la rotta verso modelli ancora più maggioritari, blindando un bipolarismo che non rappresenta più il Paese.&nbsp;</p>



<p>Eppure, proprio mentre i poli si estremizzano nel tentativo di nascondere le proprie linee di frattura, si apre una finestra di opportunità per chi ha ancora il coraggio di proporre una visione autenticamente liberaldemocratica ed europeista.</p>



<p>In altre parole, la tesi&nbsp;secondo cui l&#8217;unica democrazia possibile sia quella bloccata tra due coalizioni forzate, incapaci di governare ma abilissime nel demonizzarsi a vicenda, sta crollando sotto il peso della sua stessa inadeguatezza.&nbsp;</p>



<p>E paradossalmente, proprio mentre Giorgia Meloni ed Elly Schlein studiano correzioni iper-maggioritarie alla legge elettorale per blindare lo status quo, la realtà sembra stia&nbsp;&nbsp;spingendo il sistema verso una radicale scomposizione.&nbsp;</p>



<p>Una forza centrifuga che sposta i baricentri dei due poli verso gli estremi e che, per la prima volta dopo anni, rischia di spalancare vere e proprie praterie politiche per un&#8217;offerta liberaldemocratica.</p>



<p>Per comprendere la natura di questo sbriciolamento basta guardare ai programmi che i due schieramenti dovranno mettere sul tavolo da qui al 2027.&nbsp;</p>



<p>Non sono più le componenti moderate a dettare la linea, ma le pulsioni più radicali ed esterne.</p>



<p>A destra, l’irrompere sulla scena del Generale Roberto Vannacci ha sdoganato un armamentario identitario ed autarchico che flirta apertamente con il modello civile della Russia di Putin.&nbsp;</p>



<p>Una deriva che toglie il respiro all’area sedicente liberale del centrodestra – da Forza Italia all&#8217;orbita Moratti – costretta all&#8217;eterno e rassegnato traino agli estremisti di coalizione.</p>



<p>A sinistra la situazione è speculare, se non più marcata.&nbsp;</p>



<p>Sotto la guida di Elly Schlein, il Partito Democratico sta completando una progressiva metamorfosi nel suo perfetto anagramma:&nbsp;DP, ovvero Democrazia Proletaria.&nbsp;</p>



<p>Più che un partito a vocazione maggioritaria, il Nazareno somiglia oggi a un&#8217;assemblea d&#8217;istituto che rimpiange i fasti della sinistra radicale di Nichi Vendola o, peggio, che si fa dettare l&#8217;agenda sociale ed economica da Maurizio Landini e quella sullo sviluppo da Angelo Bonelli.&nbsp;</p>



<p>In uno scenario ipotetico di governo del &#8220;Campo largo&#8221;, i Ministeri chiave potrebbero essere guidati da figure pronte a varare patrimoniali e blocchi alla crescita, il tutto condito dall&#8217;ambiguità strutturale sulla politica estera, sul sostegno all&#8217;Ucraina e sul riarmo europeo imposta dal veto di Giuseppe Conte.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le posizioni di Matteo Salvini sulla Russia sono sovrapponibili a quelle di Giuseppe Conte; l&#8217;antiamericanismo di Vannacci si specchia in quello di Alessandro Di Battista.</p>



<p>Gli estremi si toccano, i programmi diventano acrobazie ed i riformisti rimasti nel PD assistono sbalorditi ed inerti alla negazione dei principi fondanti del 2007, preferendo per pavidità girarsi dall&#8217;altra parte.</p>



<p>C’è molta vita dentro quella piccola fessura che divide il centrodestra dal centrosinistra, anche se il paradosso attuale è evidente: i poli maggiori, dove tutti la pensano in modo diverso, stanno insieme per fame di potere; al centro, dove tutti convengono sui medesimi valori e principi, si tende ancora a combattersi gli uni contro gli altri.</p>



<p>Lo abbiamo purtroppo visto qualche anno fa nelle “baruffe chiozzotte” fra Renzi e Calenda.</p>



<p>Eppure, qualcosa si muove. I</p>



<p>l recente successo di pubblico al Teatro Franco Parenti di Milano per l&#8217;iniziativa di<a href="http://europeisti.eu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;Europeisti.eu&nbsp;</a>dimostra che la domanda politica per un&#8217;alternativa di mercato, pro-Ucraina, e seriamente federalista, esiste ed è trasversale.&nbsp;</p>



<p>Ma la vera novità geopolitica del centro è il movimento tellurico generato da alcune figure femminili della sinistra riformista che hanno rifiutato la sottomissione al bipopulismo.</p>



<p>L&#8217;uscita dal PD di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha impresso una scossa salutare.&nbsp;</p>



<p>Il suo&nbsp;Spazio Pubblico&nbsp;– esplicito richiamo alla&nbsp;Place Publique&nbsp;con cui Raphaël Glucksmann sta sfidando in Francia sia il lepenismo sia il populismo della gauche di Mélenchon – si candida ad essere la miccia per una nuova aggregazione.&nbsp;</p>



<p>Attorno a quel palco si incrociano destini e strade diverse: Picierno con la sua nuova creatura, Marianna Madia (approdata da indipendente nell&#8217;alveo riformista), Elisabetta Gualmini (approdata in Azione), fino a Lia Quartapelle e Simona Malpezzi che resistono nel PD esprimendo un malessere non più occultabile.</p>



<p>È la dimostrazione plastica che il recinto del centrosinistra Schlein-Conte non è più inclusivo.&nbsp;</p>



<p>Chi crede nell&#8217;Occidente e nell&#8217;integrazione europea non può convivere con l&#8217;ambiguità morale di fronte alle autocrazie.</p>



<p>In questo schema in pieno movimento, la posizione di Matteo Renzi resta l&#8217;incognita più fluida. Dopo il fallimento del Terzo Polo alle Europee, il leader di Italia Viva ha scelto la strada del &#8220;gregario fedele&#8221; nel centrosinistra per pura tattica di sopravvivenza.&nbsp;</p>



<p>Una scelta legittima, che lo ha costretto però a sottoscrivere quasi tutto lo sbandamento populista del Campo largo, senza riuscire a farsi accettare né dai grillini (che continuano a porre veti) né dal PD.&nbsp;</p>



<p>Ma la fluidità politica di Renzi è nota: difficilmente si farà contenere e ridimensionare da Schlein e Bettini da qui alle prossime elezioni politiche.</p>



<p>Il vero nodo, semmai, riguarda la capacità delle forze autenticamente terze, a cominciare da Azione di Carlo Calenda, dal neonato Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, e dalle reti liberal-socialiste,&nbsp;&nbsp;di superare una volta per tutte i personalismi e gli egoismi di vertice,&nbsp;</p>



<p>lavorando per un centro forte che provi ad intercettare quel&nbsp;10% di elettorato&nbsp;moderato orfano e spaventato.</p>



<p>Perché vedete, a differenza del Centro destra e del Campo Largo, costretti a nascondere sotto il tappeto le proprie contraddizioni su tasse, giustizia e soprattutto collocazione internazionale, le forze liberaldemocratiche ed europeiste non devono fare sacrifici programmatici drammatici.&nbsp;</p>



<p>Un programma comune tra Calenda, Marattin, Picierno ed i radicali a mio avviso si potrebbe scrivere in un pomeriggio, senza&nbsp;&nbsp;dover propinare agli elettori &#8220;balle spaziali&#8221; frutto di mediazioni all’ultima virgola.</p>



<p>Certo non è ancora tutto rose e fiori, il quadro è forse&nbsp;&nbsp;ancora confuso, frammentato e appesantito da vecchi rancori ed ego smisurati.</p>



<p>Ma se si pensa che il destino di questo Paese non possa essere ridotto al ballottaggio perpetuo tra il sovranismo di Vannacci e il massimalismo della nuova &#8220;Democrazia Proletaria&#8221;, allora l&#8217;uscita di sicurezza dal Dio bipopulista va aperta adesso.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è ancora tempo per costruire una vera alternativa, e da qualche parte bisogna pure cominciare.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Dal PD alla Dp: la mutazione genetica di Elly Schlein</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 07:41:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo A volte la lingua italiana offre cortocircuiti semantici che superano la fantasia dei politologi. Prendete il&#160;PD:&#160;Partito Democratico. Basta un semplice anagramma,&#160;&#160;invertire l&#8217;ordine delle lettere per ottenere&#160;DP:&#160;Democrazia Proletaria.&#160; Per i più giovani si tratta di una sigla oscura; per<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>A volte la lingua italiana offre cortocircuiti semantici che superano la fantasia dei politologi.</p>



<p>Prendete il&nbsp;<strong>PD</strong>:&nbsp;<strong>Partito Democratico.</strong></p>



<p>Basta un semplice anagramma,&nbsp;&nbsp;invertire l&#8217;ordine delle lettere per ottenere&nbsp;<strong>DP</strong>:&nbsp;<strong>Democrazia Proletaria</strong>.&nbsp;</p>



<p>Per i più giovani si tratta di una sigla oscura; per chi ha qualche capello bianco, era il partito della sinistra radicale degli anni &#8217;70 e &#8217;80 guidato da Mario Capanna.&nbsp;</p>



<p>Uno schieramento massimalista, perennemente con la kefiah al collo, arroccato sul dogma dell&#8217;antimperialismo, antisionista per vocazione e, non a caso,&nbsp;destinato all’irrilevanza governativa.</p>



<p>Ebbene,&nbsp;quello che può sembrare solo un mio divertissement linguistico si sta trasformando, sotto la gestione di Elly Schlein, in una clamorosa e preoccupante realtà politica.&nbsp;</p>



<p>Il Partito Democratico nato a vocazione maggioritaria, riformista e plurale,&nbsp;&nbsp;atlantico ed europeista, a mio avviso sta completando la sua mutazione genetica:&nbsp;il PD sta&nbsp;&nbsp;diventando una nuova “Democrazia Proletaria”.</p>



<p>L&#8217;addio dell&#8217;eurodeputata Pina Picierno (<a href="https://www.tviweb.it/laddio-di-pina-picierno-ed-il-paradosso-del-pd-a-trazione-schlein/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/laddio-di-pina-picierno-ed-il-paradosso-del-pd-a-trazione-schlein/</a>)&nbsp;&nbsp;è l&#8217;epitaffio di un&#8217;epoca.&nbsp;</p>



<p>Le sue parole –&nbsp;<em>“la casa dei riformisti non c’è più”</em>&nbsp;– certificano il definitivo seppellimento di quella stagione che, piaccia o meno, aveva portato il partito ai suoi massimi storici, varando riforme concrete come il Jobs Act, il &#8220;Dopo di noi&#8221; e le unioni civili.</p>



<p>Oggi, chi difende l&#8217;atlantismo senza tentennamenti, chi sostiene l&#8217;Ucraina aggredita (contro le tesi di Conte e Vannacci) e chi rifiuta la demonizzazione di Israele&nbsp;&nbsp;è diventato un ingombro.&nbsp;</p>



<p>Meglio accompagnarlo alla porta.&nbsp;</p>



<p>Schlein liquida i dissensi interni (da Picierno a Madia e Gualmini) con la consueta gelida indifferenza, parlando di una linea &#8220;chiara e progressista&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Traduzione: il nuovo corso esige l&#8217;omologazione ideologica.&nbsp;</p>



<p>Il pluralismo è morto, sostituito dal richiamo della foresta populista, in totale rincorsa al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.</p>



<p>Ma è sui diritti civili e sulla politica estera che il nuovo corso tocca il fondo del cinismo e della selettiva empatia.&nbsp;</p>



<p>Il silenzio della leadership dem davanti a quanto sta accadendo in vista del Roma Pride 2026, che si terrà il 20 giugno, è assordante, per non dire complice.</p>



<p>L&#8217;esclusione di Keshet Italia, l&#8217;unica associazione LGBTQ+ ebraica italiana, dal Pride di Roma è una vergogna senza giustificazioni.&nbsp;</p>



<p>Questi cittadini sono stati cacciati dall&#8217;evento dei &#8220;diritti per tutti&#8221; semplicemente perché non si sono piegati alla parola d&#8217;ordine della piazza, rifiutandosi di bollare le azioni israeliane a Gaza come &#8220;genocidio&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Una purga ideologica in piena regola.</p>



<p>Da sempre non sono un estimatore dei Gay Pride, che ritengo inutili e provocatori, ma nella specie la penso come&nbsp;&nbsp;&nbsp;Paola Concia, storica attivista e un tempo esponente di spicco proprio del PD,&nbsp;&nbsp;che ha denunciato questa&nbsp;<em>“contraddizione gigantesca”</em>&nbsp;come un atto discriminatorio che tradisce l&#8217;anima della sinistra.&nbsp;</p>



<p>Eppure Schlein tace.&nbsp;</p>



<p>Tace sul Pride e tace davanti ai dati agghiaccianti del Cdec, che registrano un&#8217;impennata di quasi mille episodi di antisemitismo in Italia, comprese aggressioni fisiche.</p>



<p><strong>Nella logica del Campo largo la comunità ebraica e gli elettori atlantisti, numericamente piccoli ma politicamente scomodi, di fatto vengono trattati come una minoranza sacrificabile.</strong></p>



<p>Meglio perdere qualche voto riformista e liberale piuttosto che disturbare la narrazione delle piazze pro-Hamas, animate da masse social-media dipendenti che ignorano i drammi dei cristiani nigeriani o dei giovani iraniani, ma si mobilitano chirurgicamente quando la macchina della propaganda di Teheran e Mosca decide dove orientare l&#8217;indignazione.</p>



<p>Il risultato di questa deriva è sotto gli occhi di tutti.&nbsp;</p>



<p>Il PD di oggi, sui temi geopolitici, assomiglia spaventosamente ai deputati&nbsp;&nbsp;DemoProletari della Prima Repubblica che sventolavano slogan contro l&#8217;Occidente, pronti a stare dalla parte degli &#8220;oppressi&#8221; anche quando questi assumono le sembianze di mostri assassini e teocratici.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è un&#8217;amara ironia nel vedere Schlein corteggiare quegli stessi ambienti filorussi e massimalisti da cui provengono le minacce che costringono Pina Picierno a vivere sotto scorta da oltre un anno.</p>



<p>Racchiuso nella sua purezza ideologica, temo che il PD si avvii a percorrere lo stesso identico binario morto di Democrazia Proletaria: un partito forse identitario per i militanti più radicali, ma totalmente incapace di parlare al Paese produttivo e del tutto irrilevante per governare.</p>



<p>Fortunatamente, l&#8217;area riformista e atlantista non sembra intenzionata a firmare la propria resa.&nbsp;</p>



<p>La nascita di&nbsp;<em>Spazio Pubblico</em>, lanciato da Picierno con il sostegno di figure come Paola Concia e l&#8217;area radicale di Marco Taradash, dimostra che c&#8217;è vita fuori dal massimalismo.&nbsp;</p>



<p>Mentre Schlein rincorre il populismo e si rifugia nell&#8217;archeologia del secolo scorso, i riformisti veri si riorganizzano……… altrove.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
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		<title>Arcugnano, caos alla prima seduta: dichiarata ineleggibile Simona Siotto, ora minaccia ricorso e nuove elezioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 08:20:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[BASSO VICENTINO - AREA BERICA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ARCUGNANO (VI) – La prima seduta del nuovo Consiglio comunale di Arcugnano si è trasformata in un inatteso scontro politico e giuridico. Nel corso dell&#8217;insediamento, infatti, la maggioranza ha votato la dichiarazione di ineleggibilità della consigliera di minoranza ed ex<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>ARCUGNANO (VI) – La prima seduta del nuovo Consiglio comunale di Arcugnano si è trasformata in un inatteso scontro politico e giuridico. Nel corso dell&#8217;insediamento, infatti, la maggioranza ha votato la dichiarazione di ineleggibilità della consigliera di minoranza ed ex candidata sindaco Simona Siotto, interrompendo di fatto i lavori dell&#8217;assemblea e rinviando gli altri punti all&#8217;ordine del giorno.</p>



<p>A portare la questione all&#8217;attenzione del Consiglio è stato il neo sindaco Simone Cuomo, che ha richiamato l&#8217;articolo 60 del Testo unico degli enti locali, evidenziando come Siotto risultasse contemporaneamente consigliera comunale di minoranza a Vicenza e consigliera eletta ad Arcugnano.</p>



<p>La consigliera ha contestato immediatamente l&#8217;interpretazione proposta, sostenendo che la situazione fosse stata valutata in modo errato. Durante il dibattito ha ricordato di essere stata candidata sindaco ad Arcugnano e di sedere tra i banchi dell&#8217;opposizione in virtù del risultato elettorale. Ha inoltre fatto presente di aver annunciato le dimissioni dal Consiglio comunale di Vicenza, anche se nel corso della seduta non sarebbe stato chiarito se tali dimissioni fossero già state formalizzate.</p>



<p>La questione è stata quindi sottoposta al voto dell&#8217;assemblea e la maggioranza ha deciso di dichiarare l&#8217;ineleggibilità della consigliera, determinandone la decadenza. A quel punto il Consiglio è stato aggiornato a una successiva convocazione, nella quale dovranno essere affrontate anche le altre pratiche rimaste sospese, compresa la presentazione della giunta comunale.</p>



<p>La vicenda appare però destinata a proseguire nelle sedi legali. Siotto, avvocata e figura politica vicina a Fratelli d&#8217;Italia, ritiene infatti che la fattispecie riguardi eventualmente una situazione di incompatibilità e non di ineleggibilità. Secondo la sua ricostruzione, la dichiarazione approvata dal Consiglio sarebbe incompatibile con il fatto che la sua candidatura a sindaco sia stata regolarmente accettata senza contestazioni durante la fase elettorale.</p>



<p>L&#8217;ex candidata sostiene inoltre che, qualora si confermasse la tesi dell&#8217;ineleggibilità, potrebbero emergere interrogativi più ampi sulla validità dell&#8217;intera procedura elettorale, poiché il presunto impedimento sarebbe esistito già al momento della presentazione della candidatura.</p>



<p>Per questo motivo starebbe valutando un ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Veneto, mentre in queste ore si susseguono confronti e approfondimenti tra esperti di diritto amministrativo per chiarire la corretta interpretazione della normativa.</p>



<p>La decisione assunta dal Consiglio comunale rischia ora di aprire un contenzioso con possibili ripercussioni sull&#8217;attività amministrativa del Comune. Un&#8217;eventualità particolarmente delicata per Arcugnano, che arriva dopo il periodo di commissariamento seguito alla decadenza della precedente amministrazione e proprio nel momento in cui il nuovo governo cittadino avrebbe dovuto avviare la propria attività.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/arcugnano-caos-alla-prima-seduta-dichiarata-ineleggibile-simona-siotto-ora-minaccia-ricorso-e-nuove-elezioni/">Arcugnano, caos alla prima seduta: dichiarata ineleggibile Simona Siotto, ora minaccia ricorso e nuove elezioni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il Terzo Polo che non c&#8217;è: Marina Berlusconi, Calenda, (Zaia?), parte del PD potrebbero ribaltare il voto nel 2027</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:58:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un editoriale sui numeri che quasi nessuno guarda, sul centro che continua a non nascere e su Marina Berlusconi, che potrebbe diventare molto più importante di quanto lei stessa continui a sostenere. C&#8217;è un dato che dovrebbe terrorizzare qualunque leader<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Un editoriale sui numeri che quasi nessuno guarda, sul centro che continua a non nascere e su Marina Berlusconi, che potrebbe diventare molto più importante di quanto lei stessa continui a sostenere.</em></p>



<p>C&#8217;è un dato che dovrebbe terrorizzare qualunque leader politico italiano. E invece viene trattato come una nota a margine. Circa il 25% degli elettori dichiara di votare esclusivamente per impedire la vittoria di qualcuno, non perché si riconosca realmente in un progetto politico. A questo si aggiunge un altro numero ancora più significativo: indecisi e astensionisti sfiorano il 40%.</p>



<p>Tradotto in termini concreti, significa che quasi metà del Paese non trova un&#8217;offerta politica capace di rappresentarlo davvero. Una parte vota contro qualcuno, un&#8217;altra non vota affatto. È il più grande bacino elettorale italiano e, paradossalmente, è anche quello meno considerato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Due blocchi, un Paese insoddisfatto</h2>



<p>Guardando alle proiezioni attuali in vista delle elezioni politiche del 2027, il quadro appare apparentemente stabile: Fratelli d&#8217;Italia resta il primo partito attorno al 28%, il Partito Democratico oscilla poco sopra il 22%, il Movimento 5 Stelle si colloca intorno al 13%, Forza Italia all&#8217;8%, Lega poco sotto il 7% e Alleanza Verdi-Sinistra sopra il 6%.</p>



<p>Sulla carta esistono due grandi schieramenti. Nella realtà, entrambi mostrano crepe evidenti.</p>



<p>Nel centrodestra cresce il peso delle componenti più identitarie e radicali. La figura di Roberto Vannacci continua ad attrarre una parte dell&#8217;elettorato sovranista e MAGA all&#8217;italiana, soprattutto a scapito della Lega. Ma proprio questa evoluzione rischia di allontanare quella fascia moderata, europeista e liberale che per decenni ha rappresentato il cuore dell&#8217;elettorato berlusconiano.</p>



<p>Nel centrosinistra, invece, la convivenza tra Schlein, Conte e la sinistra radicale continua a sembrare più una necessità matematica che una sintesi politica. Le difficoltà emerse in diverse competizioni amministrative e la crescente forza delle liste civiche suggeriscono che una parte consistente dell&#8217;elettorato progressista fatichi a riconoscersi nel cosiddetto &#8220;campo largo&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il centro che esiste ma non si vede</h2>



<p>Qui emerge la vera questione.</p>



<p>Azione, Italia Viva, +Europa e Noi Moderati sommano oggi circa l&#8217;8-9% dei consensi. Separati valgono poco. Uniti potrebbero diventare la terza forza politica nazionale.</p>



<p>Ma il dato più interessante è un altro: se a questo blocco si aggiungesse una parte significativa dei moderati di Forza Italia, alcuni riformisti del Partito Democratico (anche eletti) e segmenti dell&#8217;elettorato cattolico e liberale oggi rifugiati nell&#8217;astensione, il potenziale cambierebbe radicalmente.</p>



<p>Le stime più realistiche parlano di una base iniziale compresa tra il 12 e il 15%. In uno scenario favorevole, con una leadership forte e riconoscibile, il nuovo polo potrebbe spingersi tra il 18 e il 22%, diventando l&#8217;ago della bilancia della politica italiana.</p>



<p>Numeri che oggi sembrano ambiziosi, ma che non sono affatto impossibili in un Paese dove quasi quattro elettori su dieci restano a casa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ipotesi Silvia Salis</h2>



<p>L&#8217;elezione di Silvia Salis a sindaca di Genova ha mostrato qualcosa che i partiti tradizionali tendono a sottovalutare: gli elettori rispondono ancora positivamente a figure percepite come competenti, credibili e non consumate dalle logiche della politica professionale.</p>



<p>La sua crescita di popolarità dimostra che esiste uno spazio per leadership nuove, capaci di parlare a mondi diversi senza alimentare continuamente lo scontro ideologico.</p>



<p>Il problema è che profili di questo tipo rischiano di essere soffocati all&#8217;interno delle coalizioni tradizionali, dove ogni scelta viene filtrata dagli equilibri tra partiti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Marina Berlusconi: l&#8217;ipotesi che continua a tornare</h2>



<p>Ed è qui che entra in scena Marina Berlusconi.</p>



<p>Ogni volta che si parla di una sua possibile discesa in campo, arriva puntualmente una smentita. Ma ogni smentita produce l&#8217;effetto opposto: alimenta il dibattito e rafforza la percezione di una leadership potenziale.</p>



<p>Da anni Marina Berlusconi rappresenta uno dei pochi riferimenti riconoscibili in Forza Italia. Imprenditrice, presidente di Fininvest, europeista, atlantista, distante tanto dal populismo quanto dalla sinistra massimalista, incarna esattamente quel profilo che oggi manca nel panorama politico nazionale.</p>



<p>I sondaggi mostrano già un interesse significativo verso una sua eventuale leadership. Ma il punto non è se possa rafforzare Forza Italia. La domanda vera è un&#8217;altra: potrebbe diventare il punto di riferimento di un&#8217;area molto più ampia?</p>



<p>Se un nuovo soggetto politico riuscisse a mettere insieme Forza Italia moderata, il centro liberale di Azione e Italia Viva, una parte dei riformisti del PD e il tradizionale elettorato cattolico, il risultato potrebbe collocarsi stabilmente tra il 15 e il 20%. Con una forte mobilitazione degli astensionisti moderati, non sarebbe impossibile immaginare percentuali vicine al 25%.</p>



<p>A quel punto non si parlerebbe più di terzo polo. Si parlerebbe di uno dei pilastri del sistema politico italiano e nella conta non è stato messo nemmeno Zaia, uno dei leader politici più apprezzati nel nostro paese, la cui permanenza nella Lega di Salvini rimane ancora un mistero.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tre scenari per il 2027</h2>



<p>Il primo scenario è il più semplice: tutto resta com&#8217;è. Centrodestra e centrosinistra arrivano alle urne senza grandi cambiamenti e si contendono il governo sul filo di pochi punti percentuali.</p>



<p>Il secondo scenario vede il centrosinistra riuscire finalmente a trovare una sintesi credibile attorno a una leadership forte, riducendo le tensioni interne e ampliando il consenso.</p>



<p>Il terzo scenario è quello meno probabile ma più interessante: la nascita di un grande polo moderato, liberale, europeista e riformista capace di raccogliere i voti dispersi tra centrodestra, centrosinistra e astensione.</p>



<p>Oggi sembra un&#8217;ipotesi lontana. Ma anche l&#8217;ascesa di Berlusconi nel 1994, il Movimento 5 Stelle nel 2013 e Giorgia Meloni nel 2022 sembravano improbabili molto prima di diventare realtà.</p>



<p>L&#8217;unica certezza è che esiste un enorme spazio politico ancora senza rappresentanza. Un&#8217;area fatta di milioni di italiani che non si riconoscono né nelle parole d&#8217;ordine della destra identitaria né in quelle della sinistra più ideologica.</p>



<p>Chi riuscirà a parlare a questi elettori non vincerà semplicemente qualche punto percentuale. Potrebbe riscrivere gli equilibri della politica italiana. E forse, proprio per questo, la partita più importante dei prossimi due anni non si giocherà né a destra né a sinistra, ma in quel grande centro che tutti dichiarano morto e che continua ostinatamente a cercare un leader.</p>



<p></p>
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		<title>Belluno: si dimette l’assessore Dal Pont dopo il coinvolgimento del figlio nel pestaggio di un egiziano</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 09:16:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si dimette l&#8217;assessore ai Servizi sociali del Comune di Belluno, Marco Dal Pont. La decisione arriva dopo le polemiche seguite al coinvolgimento del figlio in un&#8217;aggressione ai danni di un cittadino egiziano avvenuta nel centro cittadino alla fine di marzo.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Si dimette l&#8217;assessore ai Servizi sociali del Comune di Belluno, Marco Dal Pont. La decisione arriva dopo le polemiche seguite al coinvolgimento del figlio in un&#8217;aggressione ai danni di un cittadino egiziano avvenuta nel centro cittadino alla fine di marzo.</p>



<p>Le dimissioni erano nell&#8217;aria da alcuni giorni e sono state formalizzate con una lettera inviata al sindaco Oscar De Pellegrin. Nel documento, Dal Pont ha spiegato di aver scelto di rimettere le deleghe «alla luce di quanto accaduto e del coinvolgimento della mia famiglia», precisando però che la decisione «non deriva in alcun modo dal mio operato amministrativo».</p>



<p>L&#8217;episodio che ha innescato la vicenda riguarda il pestaggio di un cittadino egiziano di 46 anni, avvenuto nei pressi di un distributore di carburante nel centro di Belluno. Secondo quanto ricostruito dalla Questura, il figlio dell&#8217;assessore sarebbe tra i sei giovani denunciati per lesioni aggravate in concorso. L&#8217;uomo aggredito riportò ferite lievi.</p>



<p>La vicenda ha assunto ulteriore rilevanza perché alcuni dei partecipanti avrebbero filmato l&#8217;aggressione con uno smartphone, diffondendo successivamente le immagini sui social network.</p>



<p>Per questo motivo il Questore di Belluno ha adottato specifici provvedimenti di prevenzione nei confronti dei sei giovani coinvolti. È stato disposto il divieto di accesso e di stazionamento nei pubblici esercizi del centro cittadino.</p>



<p>Le misure avranno durata di un anno. Per tre degli indagati il divieto è valido per l&#8217;intera giornata, mentre per gli altri tre sarà in vigore dalle 18 alle 4 del mattino.</p>



<p>Dopo la notifica dei provvedimenti, il questore ha incontrato personalmente i ragazzi coinvolti. Secondo quanto riferito dalla Questura, dal confronto sono emersi spunti di riflessione sulla gravità dell&#8217;accaduto e sulla necessità di accompagnare i giovani con indicazioni chiare e un ascolto attento da parte degli adulti, per affrontare fragilità, aspettative ed esperienze emotive spesso particolarmente intense.</p>



<p>La vicenda continua a far discutere in città, mentre l&#8217;amministrazione comunale dovrà ora individuare il sostituto dell&#8217;assessore dimissionario.</p>



<p></p>
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		<title>Lega nel caos, Pretto (appena uscito dal Carroccio) affonda Tomaello: «La dirigenza ignora i militanti e nasconde il disagio interno»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 13:01:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scontro dentro la Lega veneta si fa sempre più duro. Dopo le dimissioni dal partito, il deputato vicentino Erik Pretto torna all&#8217;attacco e replica senza mezzi termini alle dichiarazioni del neo commissario regionale Andrea Tomaello, accusando i vertici del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>Lo scontro dentro la Lega veneta si fa sempre più duro. Dopo le dimissioni dal partito, il deputato vicentino Erik Pretto torna all&#8217;attacco e replica senza mezzi termini alle dichiarazioni del neo commissario regionale Andrea Tomaello, accusando i vertici del Carroccio di ignorare il malcontento crescente della base e di aver gestito le recenti nomine senza alcun confronto interno.</p>



<p>In una nota diffusa da Roma, Pretto contesta innanzitutto la nomina di Tomaello a commissario regionale della Lega del Veneto, sostenendo che la decisione sarebbe stata assunta senza essere condivisa né all&#8217;interno del Consiglio Federale né del Direttivo Regionale del partito.</p>



<p>L&#8217;ex esponente leghista respinge inoltre le critiche ricevute dopo l&#8217;annuncio del suo addio alla Lega. Tomaello avrebbe infatti sostenuto che la scelta sia arrivata a fine legislatura, una lettura che Pretto definisce fuorviante. «Per quanto mi è dato sapere – afferma – la scadenza naturale del mandato parlamentare è prevista fra più di un anno. Un tempo molto lungo, a meno che proprio la Lega non stia pensando, con l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;estate, di dare qualche scossone al Governo per meri calcoli elettorali: un copione già visto».</p>



<p>Non meno pungente la replica all&#8217;accusa di aver parlato più con i giornali che con gli iscritti. Secondo Pretto si tratta di affermazioni «che fanno sorridere» e che sarebbero smentite dalla quantità di messaggi e telefonate di sostegno ricevuti dopo le sue dimissioni.</p>



<p>L&#8217;attacco più politico riguarda però il risultato delle recenti elezioni amministrative a Venezia. Pretto punta il dito direttamente contro Tomaello, che nella città lagunare ha ricoperto il ruolo di vicesindaco. «Visti gli impietosi risultati ottenuti dalla Lega alle recenti elezioni amministrative di Venezia – dichiara – forse proprio Tomaello avrebbe dovuto concentrarsi maggiormente sul dialogo con i propri iscritti, organizzando una campagna elettorale che potesse consentire al partito di superare altre formazioni in lizza».</p>



<p>La chiusura del comunicato è affidata a una stoccata ancora più tagliente: «Ma capisco non sia sempre facile conciliare l&#8217;interesse politico con quello familiare».</p>



<p>Parole che certificano una frattura ormai evidente all&#8217;interno della Lega veneta. Da una parte la nuova gestione regionale guidata da Tomaello, dall&#8217;altra Pretto che, dopo l&#8217;addio al partito, continua a denunciare quello che definisce un crescente disagio della militanza. Uno scontro che rischia di alimentare ulteriori tensioni in vista dei prossimi appuntamenti politici e delle future scelte del centrodestra in Veneto.</p>
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		<title>Park Cricoli, Benigno (FdI) attacca il Comune: «Serve lo sgombero immediato dei nomadi, basta provvedimenti inutili»</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 11:05:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La decisione del Comune di eliminare gli abbonamenti continuativi per gli autocaravan nell&#8217;area di sosta di Park Cricoli non risolve il problema della presenza stabile dei nomadi. Ne è convinto il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia, Alessandro Benigno, che critica<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La decisione del Comune di eliminare gli abbonamenti continuativi per gli autocaravan nell&#8217;area di sosta di Park Cricoli non risolve il problema della presenza stabile dei nomadi. Ne è convinto il presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia, Alessandro Benigno, che critica duramente il provvedimento adottato dalla giunta Possamai definendolo inefficace e dagli esiti incerti.</p>



<p>«Al parcheggio Cricoli non è cambiato nulla. Viene quindi da chiedersi se il sindaco Possamai e l&#8217;assessore Spiller pensassero davvero che bastasse vietare gli abbonamenti continuativi agli autocaravan per risolvere una situazione che si trascina da troppo tempo. Davvero immaginavano che i nomadi stabilmente presenti nell&#8217;area avrebbero lasciato il parcheggio da un giorno all&#8217;altro?», afferma Benigno.</p>



<p>Secondo l&#8217;esponente di Fratelli d&#8217;Italia, il provvedimento non colpisce chi occupa stabilmente l&#8217;area ma finisce per penalizzare lavoratori, cittadini e utenti che utilizzano il parcheggio per raggiungere il posto di lavoro, l&#8217;ospedale o il centro storico tramite il trasporto pubblico. «Continua invece a penalizzare lavoratori, cittadini e utenti che ogni giorno utilizzano quel parcheggio, trasformato in una sorta di campo rom abusivo».</p>



<p>Per Benigno l&#8217;amministrazione avrebbe scelto «una misura dagli esiti aleatori» invece di affrontare concretamente la questione. «Ancora una volta assistiamo a un annuncio che non produce risultati. Chi crea il problema resta dov&#8217;è, mentre chi rispetta le regole viene penalizzato. È il classico caso in cui, oltre al danno, arriva anche la beffa. Si limitano le possibilità di utilizzo di un parcheggio strategico per i turisti camperisti e per i normali cittadini senza che la situazione sul posto cambi minimamente».</p>



<p>Il presidente cittadino di FdI ironizza poi sull&#8217;efficacia delle sanzioni previste: «Mi chiedo davvero chi possa pensare che il problema si risolva con una multa per un abbonamento scaduto. Non me lo vedo un nomade che, con la diligenza del buon padre di famiglia, se ne va da quel luogo per recarsi all&#8217;ufficio postale a pagare la sanzione comminatagli dalla Polizia Locale. È evidente che si tratta di un provvedimento che non incide minimamente sulla situazione reale e che, proprio per questo, rischia di rimanere una misura dagli esiti del tutto aleatori».</p>



<p>Benigno richiama quindi il Comune alle proprie responsabilità. «L&#8217;amministrazione deve smettere di raccontare che il problema è stato affrontato quando tutti possono constatare il contrario. I vicentini non meritano di essere presi in giro. L&#8217;area di Park Cricoli continua a presentare le stesse criticità che incidono sul decoro, sulla sicurezza e sulla fruibilità del parcheggio».</p>



<p>Nel suo intervento richiama anche l&#8217;attenzione sulla presenza di minori nell&#8217;area. «Non può essere ignorata la presenza di minori che vivono in condizioni che meritano attenzione da parte dei servizi preposti. Anche sotto questo profilo servono risposte serie e non provvedimenti di facciata».</p>



<p>Da qui la richiesta finale di un cambio di passo. «Servono meno annunci e più decisioni. Il Comune, coinvolgendo le autorità competenti, deve assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e procedere con le azioni necessarie, ovvero con lo sgombero immediato dei nomadi, per ripristinare ordine e legalità nell&#8217;area. Governare significa risolvere i problemi, non limitarsi a fingere di affrontarli».</p>
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		<title>“Wilma, dammi la clava!”: la sinistra, la patrimoniale e la storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 07:39:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Poiché vedo che la proposta di patrimoniale lanciata nei giorni scorsi da Elly Schlein, basata sull’idea che basti una tassa ben piazzata sui &#8220;Paperoni&#8221;, per risanare le casse dello Stato e finanziare la felicità pubblica, forse vale la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Poiché vedo che la proposta di patrimoniale lanciata nei giorni scorsi da Elly Schlein, basata sull’idea che basti una tassa ben piazzata sui &#8220;Paperoni&#8221;, per risanare le casse dello Stato e finanziare la felicità pubblica, forse vale la pena di ragionarci ancora un po&#8217; su.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Come scrivevo lo scorso 3 giugno (<a href="https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/</a>) trattasi della sindrome di Robin Hood in salsa contemporanea.&nbsp;</p>



<p>Il problema è che il Robin Hood della leggenda operava nella foresta di Sherwood, un luogo notoriamente privo di bonifici istantanei transfrontalieri e di consulenti fiscali.&nbsp;</p>



<p>Nel 2026, purtroppo per i nostalgici dell&#8217;esproprio proletario, il capitale non viaggia a cavallo: viaggia alla velocità della fibra&nbsp;ottica.</p>



<p>Così se la proposta della patrimoniale scalda i cuori nei talk show televisivi, la realtà storica è ben diversa, ed assomiglia tanto ad un bollettino di guerra.&nbsp;</p>



<p>E mi permetto anche di dare una bacchettata sulle dita agli “gnomi di Bruxelles” i quali, ma ci tornerò più avanti, prima di dare lezioni di politica fiscale all&#8217;Italia, dovrebbero fare un piccolo viaggio nei laboratori dove questo esperimento è già stato tentato.&nbsp;</p>



<p>Spoiler: è finita malissimo.</p>



<p>Partiamo dalla&nbsp;Francia, la patria dell&#8217;illuminismo e, per decenni, dell&#8217;ISF &#8211;&nbsp;l&#8217;Impôt de Solidarité sur la Fortune&nbsp;(Imposta di solidarietà sui grandi patrimoni).&nbsp;</p>



<p>L’idea in sé era magnifica: tassare i ricchi per redistribuire ai cittadini meno abbienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Il risultato pratico? Un esodo biblico.&nbsp;</p>



<p>Tra il 2000 e il 2016, i ricchi francesi hanno scoperto il fascino discreto del Belgio e della Svizzera.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;economista Éric Pichet ha calcolato che lo Stato Francese ha perso circa due euro in altre tasse (Iva, imposte sui redditi, investimenti mancati) per ogni singolo euro incassato con la patrimoniale.</p>



<p>Forse ricorderete, per fare un solo esempio, l’attore Gerard Depardieu, che per sfuggire all’ISF chiese ed ottenne da Putin la cittadinanza russa.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Alla fine, Emmanuel Macron nel 2018 ha dovuto abolirla per disperazione, trasformandola in una Tassa immobiliare.&nbsp;</p>



<p>Praticamente, una ritirata strategica per evitare che in Francia rimanessero solo la Tour Eiffel ed i debitori.</p>



<p>Spostiamoci ora nel&nbsp;Regno Unito.&nbsp;La progressiva abolizione del regime dei cosiddetti Non-Dom (i Paperoni che vivevano a Londra&nbsp;pagando le tasse solo sui redditi prodotti in Inghilterra), completata dai governi britannici negli ultimi anni, avrebbe dovuto, secondo i calcoli dei politici, produrre una valanga di sterline di nuove entrate.</p>



<p>&#8220;Incasseremo miliardi!&#8221;, gridavano i laburisti.&nbsp;</p>



<p>Risultato? Una delle più grandi fughe di milionari della storia recente.&nbsp;</p>



<p>Molti di loro hanno preso il primo volo per gli Emirati Arabi, per la Svizzera o – ironia della sorte – proprio per l&#8217;Italia, attirati dai nostri pacchetti per neo-residenti abbienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Londra ha così perso residenti di lusso, capitali ed indotto.&nbsp;</p>



<p>Chi l&#8217;avrebbe mai detto che i milionari avessero le valigie così leggere, e non assecondassero i desiderata della sinistra britannica?</p>



<p>Infine, l&#8217;Australia. Nel 2012 i loro Demostene pensarono:&nbsp;&#8220;Tassiamo gli extraprofitti delle compagnie minerarie (la Minerals Resource Rent Tax), tanto le miniere non possono mica spostarsi&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Vero, le miniere di ferro non volano. Ma i capitali sì.&nbsp;</p>



<p>Le grandi aziende hanno semplicemente congelato gli investimenti e spostato i soldi verso altri continenti.&nbsp;</p>



<p>Il gettito è stato così ridicolo che la tassa è stata abolita dopo soli due anni. Un record mondiale di fallimento burocratico.</p>



<p>Non vi ricorda questa vicenda la proposta italica di tassare gli extraprofitti di alcuni settori economici?</p>



<p>E qui torno al capolavoro di Bruxelles.&nbsp;</p>



<p>La Commissione Europea, come fa quasi ogni anno, è tornata a bacchettare l&#8217;Italia dicendo che dovremmo &#8220;spostare il carico fiscale dal lavoro al patrimonio e alle successioni&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Il che è sicuramente un esercizio logico interessante, se non fosse che l&#8217;Italia tassa già il patrimonio per oltre 50 miliardi di euro l&#8217;anno tra IMU, bolli auto, imposte di registro e balzelli sui conti correnti.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;unica differenza è che noi italiani, per pudore, non le chiamiamo &#8220;patrimoniali&#8221;, anche se sono distribuite in una miriade di balzelli che colpiscono famiglie, risparmiatori e proprietari immobiliari</p>



<p>Intendiamoci, il problema fiscale in Italia c’è, come urlo da anni.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>E sta nel fatto che la nostra beneamata Repubblica tassa all’inverosimile il lavoro, ed allo stesso tempo riesce a pestare anche sui patrimoni; riuscendo alla fine (fra No tax area, condoni, flat tax ecc.) nel “miracolo”&nbsp;&nbsp;di far pagare le tasse solo a metà degli italiani, quelli che, obtorto collo, alla fine sono costretti a mantenere tutto il baraccone.&nbsp;</p>



<p>Ma il vero paradosso della Ue è un altro.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Europa si comporta come un amministratore di condominio che ti spiega come arredare casa tua, mentre lascia il portone d&#8217;ingresso spalancato ai ladri.&nbsp;</p>



<p>Se Bruxelles vuole davvero fare la morale sull&#8217;equità fiscale,&nbsp;perché non pretende l&#8217;allineamento delle legislazioni fiscali all&#8217;interno dell&#8217;Unione?</p>



<p>Oggi l&#8217;UE è un mercato unico con ventisette paradisi e inferni fiscali che si fanno la guerra tra loro.&nbsp;</p>



<p>È perfettamente inutile che l&#8217;Italia metta una super-patrimoniale per compiacere Elly Schlein, se poi basta spostare la residenza o la holding ad un&#8217;ora di volo per essere tassati un terzo.&nbsp;</p>



<p>Finché l&#8217;Europa permetterà il &#8220;turismo fiscale&#8221; interno, qualsiasi proposta di patrimoniale nazionale non è politica economica: è uno slogan ideologico per raccattare voti, pagato con la fuga dei capitali di chi crea lavoro.</p>



<p>Ma d’altronde, l’analisi dei dati storici e dei bilanci non è mai stata il forte della sinistra.&nbsp;</p>



<p>Elly Schlein ed i compagni di viaggio di AVS continuano a brandire la patrimoniale come se fosse un superpotere (una sorta di “Wilma dammi la clava”), forse convinti che la complessa economia globale si possa governare con i sussidiari delle scuole medie o con un tweet ben formattato.&nbsp;</p>



<p>Chiedere loro di prendersi il disturbo di studiare i precedenti storici prima di lanciare la proposta di una legge già provata e fallita altrove, da Parigi a Londra a Canberra, – è forse una pretesa eccessiva?</p>



<p>È molto più facile ed elettoralmente redditizio evocare lo spettro dei &#8220;miliardari cattivi&#8221; nei salotti televisivi, ignorando che ogni volta che quel pulsante è stato premuto nel mondo reale, il sistema è andato in cortocircuito.&nbsp;</p>



<p>Quindi caro Robin Hood posa l&#8217;arco.&nbsp;</p>



<p>Nel mondo reale, le frecce ritornano indietro; e spesso colpiscono dritto sul piede chi le ha scagliate.</p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p></p>
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		<title>Terremoto nella Lega: il deputato vicentino Erik Pretto lascia il partito</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 15:30:28 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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<h2 class="wp-block-heading"></h2>



<p>Lo strappo definitivo è consumato: il parlamentare vicentino Erik Pretto, iscritto al Carroccio dal 2009 e deputato dal 2018, ha annunciato ufficialmente il suo addio alla Lega. In una lunga intervista rilasciata al <em>Giornale di Vicenza</em> attraverso un duro post sui propri canali social, l&#8217;esponente politico ha spiegato le ragioni di una frattura insanabile con i vertici.</p>



<p>Alla base della decisione non vi sarebbe la questione legata al mancato versamento delle quote al partito. Pretto quantifica la cifra versata al partito in oltre 280 mila euro dal 2018 (ma aumenta e arriva a 322.000 euro considerando anche i costi per collaborazioni esterne attivate per sopperire alle mancate risposte degli uffici romani della Lega). A determinare la scelta di lasciare il Carroccio la notifica di un provvedimento disciplinare con richiesta di espulsione, da lui definito infondato, pretestuoso e volto unicamente a colpirne la reputazione. Un &#8220;tentato sabotaggio&#8221; e una ritorsione politica nata, secondo il deputato, per frenare una sua possibile corsa alla segreteria regionale, osteggiata dai vertici.</p>



<p>Pretto ha espresso parole durissime sulla metamorfosi del movimento guidato da Matteo Salvini, descrivendolo come un partito privo di una linea politica complessa, che rincorre i trend dei social network per racimolare voti e che ha smarrito il contatto con il territorio. Secondo il parlamentare, la Lega si è trasformata da &#8220;partito dei militanti&#8221; a &#8220;partito delle rendite degli eletti&#8221;, all&#8217;interno del quale la stessa Liga Veneta si ritrova oggi soggiogata da dinamiche nazionali.</p>



<p>Dopo quasi vent&#8217;anni di militanza, Pretto ha dichiarato spezzato il vincolo di fiducia con la comunità politica, lamentando meschinità e mancanza di rispetto. Il deputato ha comunque precisato che non abbandonerà la politica, confermando l&#8217;intenzione di rimanere a disposizione dei cittadini, degli amministratori locali e delle imprese del territorio che si ispirano ancora a solidi principi.</p>



<p>Alla domanda esplicita su un suo eventuale ingresso in un&#8217;altra forza politica, Pretto risponde testualmente di essere ancora in una fase di riflessione sul futuro. Precisa soltanto che non abbandonerà la politica e che intende continuare a dare voce al territorio, ma non fa il nome di nessun partito o movimento.</p>
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		<title>Svt sotto accusa, Giovine: «Troppi disagi per utenti e lavoratori, serve una svolta immediata»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 13:14:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il trasporto pubblico locale vicentino continua a essere al centro del dibattito politico. A intervenire è il deputato vicentino di Fratelli d&#8217;Italia, , che lancia un duro affondo nei confronti della gestione di SVT, chiedendo un cambio di passo immediato<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il trasporto pubblico locale vicentino continua a essere al centro del dibattito politico. A intervenire è il deputato vicentino di Fratelli d&#8217;Italia, , che lancia un duro affondo nei confronti della gestione di SVT, chiedendo un cambio di passo immediato per affrontare le numerose criticità che, a suo giudizio, stanno penalizzando utenti e lavoratori.</p>



<p>Secondo Giovine, il trasporto pubblico rappresenta un servizio essenziale per la vita quotidiana dei cittadini e proprio per questo non sarebbe più possibile affrontare i problemi dell&#8217;azienda con rinvii, rassicurazioni di principio o interventi temporanei. Il parlamentare descrive una situazione caratterizzata da disservizi, difficoltà organizzative e una qualità del servizio che necessita di un profondo miglioramento.</p>



<p>Tra le principali problematiche segnalate figurano episodi di violenza a bordo degli autobus, la presenza di soggetti problematici sui mezzi senza controlli adeguati, situazioni di degrado nelle stazioni e un crescente senso di insicurezza percepito dagli utenti. A questo quadro si aggiungono le difficoltà vissute quotidianamente dal personale, chiamato spesso a gestire situazioni complesse senza un adeguato supporto.</p>



<p>Giovine sottolinea come gli autisti si trovino frequentemente a dover affrontare contemporaneamente molteplici responsabilità: guidare il mezzo, garantire la sicurezza della circolazione, gestire i passeggeri e intervenire in caso di tensioni o problemi a bordo. Una condizione che, secondo il deputato, non dovrebbe essere accettata in un servizio pubblic</p>
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		<title>L’addio di Pina Picierno ed il paradosso del PD a trazione Schlein</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 10:33:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Ho scelto oggi di parlare di Pina Picierno, e della sua decisione di lasciare il PD, perché so già che molti a sinistra hanno tutto l&#8217;interesse a minimizzare o silenziare la notizia, per cui vedrete che fra qualche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Ho scelto oggi di parlare di Pina Picierno, e della sua decisione di lasciare il PD, perché so già che molti a sinistra hanno tutto l&#8217;interesse a minimizzare o silenziare la notizia, per cui vedrete che fra qualche giorno non se ne parlerà più.&nbsp;</p>



<p>La liquideranno come un fatto personale, un capriccio passeggero, un incidente di percorso isolato.&nbsp;</p>



<p>Invece, credetemi, è un fatto politico enorme.</p>



<p>L&#8217;addio di Pina Picierno al Partito Democratico non è una scelta a cuor leggero, né l&#8217;esito di un calcolo tattico; è una&nbsp;lacerazione profonda, umana prima ancora che politica.&nbsp;</p>



<p>Per comprendere il peso di questa decisione, bisogna guardare alla biografia di una donna cresciuta letteralmente dentro quelle mura: dai passi mossi da ragazzina come Segretaria dei Giovani della Margherita fino alla fase fondativa del PD nel 2007.&nbsp;</p>



<p>Il Nazareno non era una semplice sede di partito, ma la &#8220;casa&#8221; in cui ha intrecciato legami umani profondi, e dove ha creduto nell&#8217;ambizioso amalgama di Walter Veltroni:&nbsp;unire le migliori tradizioni democratiche, socialiste e liberal-democratiche del Paese.</p>



<p>Oggi, nel giorno in cui viene resa nota la sua decisione di lasciare il partito,&nbsp;Picierno riconosce con amara lucidità che&nbsp;“quella casa non esiste più”.&nbsp;</p>



<p>Il sogno del Lingotto si è spento, sostituito da un senso di estraneità insopportabile.&nbsp;</p>



<p>La sofferenza della Vicepresidente del Parlamento Europeo si misura soprattutto nella&nbsp;scelta del silenzio e dell&#8217;isolamento&nbsp;subiti in questi anni dalla sua stessa comunità.&nbsp;</p>



<p>Nel momento di massima esposizione personale, costretta a vivere sotto tutela a causa delle minacce e degli attacchi ibridi del regime di Putin, Picierno ha sperimentato il deserto attorno a sé.&nbsp;</p>



<p>Dal gruppo dirigente nazionale non è arrivata solidarietà, ma un sistematico tentativo di &#8220;silenziarla&#8221;, negandole spazi mediatici e, cosa ancora più grave, tollerando o coordinando attacchi interni contro di lei.</p>



<p>Il nucleo centrale del ragionamento di Pina Picierno si trasforma in una radiografia nitida e impietosa di cosa sia diventato il PD sotto la guida di Elly Schlein: un soggetto politico irriconoscibile, che ha abdicato alla sua vocazione originaria per scivolare verso una&nbsp;deriva movimentista, identitaria e regressiva.</p>



<p>La critica si articola su tre direttrici fondamentali:</p>



<p><strong>Il Ripiegamento Identitario ed il rifiuto della Complessità:&nbsp;</strong>Il riformismo, per sua natura, nasce per governare la realtà e misurarsi con le sue trasformazioni (guerra, intelligenza artificiale, transizione energetica). Il PD attuale ha fatto l&#8217;esatto contrario: ha smarrito la tensione verso il governo, preferendo la&nbsp;mera rappresentazione di una minoranza. Invece di costruire consenso parlando a chi la pensa diversamente, si è chiuso nella tutela della propria purezza identitaria (una sorta di “limpieza de sangre” che certifica l’ascendenza dai Centri Sociali e dal Mondo Antagonista)</p>



<p><strong>La Contaminazione Grillina e il &#8220;Manierismo&#8221; Politico</strong>:&nbsp;Il vero limite del PD non è la forza numerica del Movimento 5 Stelle, ma l&#8217;influenza culturale che il populismo ha esercitato sui democratici. Il partito ha finito per assimilare il linguaggio ed i riflessi condizionati di Giuseppe Conte: una cultura politica fatta di veti, di &#8220;No&#8221; ideologici (Tav, Tap, inceneritori, nucleare) e di una costante riduzione della complessità a scontro morale. Invece di sfidare culturalmente l&#8217;antipolitica, la segreteria Schlein si è adattata ad essa. Come sottolinea con arguzia Picierno,&nbsp;&#8220;in politica, come nell&#8217;arte, il manierismo raramente produce innovazione&#8221;.</p>



<p><strong>L&#8217;Ambiguità Internazionale e l&#8217;Ipocrisia sulla Politica Estera:&nbsp;</strong>Il punto di rottura più drammatico riguarda la postura internazionale. Di fronte alla più grave crisi di sicurezza europea dalla fine della Guerra Fredda, il PD ha trasformato il dibattito sulla Difesa comune e sul sostegno a Kyiv in una discussione interna di posizionamento. Picierno evidenzia una&nbsp;colpevole subalternità e una forma di cautela diplomatica verso il M5S, volta a non disturbare l&#8217;alleato strategico a spese della linearità atlantica, europea ed antifascista.</p>



<p>Il silenzio del Nazareno davanti al &#8220;fascismo putiniano&#8221; svela il volto più buio della nuova gestione: pur di preservare l&#8217;equilibrio del “campo largo”, si è preferito sacrificare la difesa attiva della frontiera di libertà che oggi è Kyiv, rifugiandosi in una retorica stanca ed in un pacifismo di facciata</p>



<p>La radiografia del PD della Schlein si conclude con l&#8217;analisi di una tara culturale profonda, che Picierno mi sembra&nbsp;&nbsp;attribuire direttamente alle origini della Segreteria:&nbsp;&nbsp;l&#8217;assetto ideologico della segreteria Schlein è assai carente, molto retorico, identitario e quindi conviene alla sua cerchia creare una nemica pubblica anziché sedersi a discutere.&nbsp;</p>



<p>È tipico di certa cultura vetero comunista, diciamocelo.&nbsp;</p>



<p>Viviamo in tempi in cui invece le differenze sono determinanti per costruire identità, casematte da cui escludere gli altri per essere certi della propria presunta superiorità morale.&nbsp;</p>



<p>Pensare di contrastare la forza potentissima di Putin, Trump o Netanyahu recuperando pugni chiusi e bandiere del passato, rischia di essere quantomeno ingenuo.</p>



<p>Picierno chiude la porta al passato senza rancore ma senza nostalgie.</p>



<p>Non per fondare l&#8217;ennesimo &#8220;micro-partitino&#8221; di centro, ma per mettersi al servizio di un&nbsp;progetto politico largo, plurale e inclusivo.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;obiettivo è chiaro: ricomporre la diaspora dei milioni di elettori riformisti, socialisti, liberali e radicali rimasti orfani, costruendo un polo autonomo capace di spezzare la morsa dei populismi incrociati e di ridare all&#8217;Italia una visione europea forte, con la testa a Bruxelles e il cuore nelle città.</p>



<p>Per quanto mi riguarda&nbsp;è da anni che segnalo, non senza frustrazione, il movimentismo di Elly Schlein.&nbsp;</p>



<p>È da anni che guardo l’evoluzione di questa leadership e mi chiedo, con crescente sconcerto, come facciano certe intelligenze, certe culture politiche strutturate, a respirare ancora dentro il Partito Democratico attuale.&nbsp;</p>



<p>Come riescano a trovare l&#8217;ossigeno per restare.</p>



<p>Eppure, a ben vedere, il fil rouge che guida questo soffocamento esiste.&nbsp;</p>



<p>E io non ho alcun timore nel riconoscere che il PD di Elly Schlein è indubbiamente diventato più identitario, più mobilitante, più immediatamente riconoscibile.&nbsp;</p>



<p>Ma la spietata verità è che, proprio per questo, è diventato drammaticamente meno capace di contenere mondi diversi.</p>



<p>La mappa di questo scombussolamento&nbsp;&nbsp;è sotto gli occhi di tutti.&nbsp;</p>



<p>I cattolici democratici, fra un Gay pride e l’altro,&nbsp;&nbsp;soffrono l&#8217;emarginazione.&nbsp;</p>



<p>I pochi riformisti liberali scappano a gambe levate.&nbsp;</p>



<p>Il sindacalismo partecipativo semplicemente non si riconosce più nei nuovi stilemi.&nbsp;</p>



<p>I garantisti, sotto i colpi di un giustizialismo di ritorno, si sentono orfani.&nbsp;</p>



<p>Una parte dell’ebraismo democratico (dimentichiamo Fiano?) si sente lasciata tragicamente sola di fronte a troppe ambiguità; e persino i pezzi di una sinistra non allineata al nuovo verbo faticano a trovare anche solo un metro quadro di spazio.</p>



<p>Il paradosso politico di questa segreteria è tanto evidente quanto letale.&nbsp;</p>



<p>Schlein ha a suo tempo&nbsp;&nbsp;vinto nei gazebo promettendo di riaprire il Partito alla società civile, di spalancare le finestre, ma nel frattempo il PD si è ristretto rispetto alla sua stessa storia.&nbsp;</p>



<p>Si è rimpicciolito.</p>



<p>E intendiamoci: può&nbsp;&nbsp;anche darsi che la sua sia una scelta deliberata, persino scientifica. Meno ambiguità, meno compromessi, meno lotte di correnti, più identità pura e dura (trovate grandi differenze con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?).&nbsp;</p>



<p>Ma io continuo a credere che un Partito che ha l&#8217;ambizione ed il dovere di governare una democrazia occidentale complessa non possa vivere di sola identità.&nbsp;</p>



<p>Un grande Partito progressista deve saper parlare ai propri militanti senza spaventare gli elettori moderati; deve saper costruire coalizioni senza perdere per strada le competenze; deve saper combattere questa destra senza fare il suo gioco, ovvero senza regalarle tutti quegli italiani che non si sentiranno mai e poi mai a casa in una sinistra massimalista.</p>



<p>Le fuoriuscite dal Partito che abbiamo visto in questi mesi ed in questi anni, prese una per una, possono tranquillamente essere liquidate dal Nazareno con sufficienza come “piccoli incidenti di percorso” o “scelte personali”.&nbsp;</p>



<p>Ma se le mettiamo in fila, se uniamo i puntini come in certi giochi enigmistici, diventano una fotografia d&#8217;assieme che non lascia scampo.</p>



<p>Questo non significa che Schlein abbia torto su tutta la linea, ma dimostra scientificamente che il suo PD sta pagando un prezzo altissimo e forse irreversibile: quello di essere più ideologicamente puro, sì, ma infinitamente meno largo; più militante, ma meno capiente; più fedele alla sua nuova anima movimentista, ma totalmente infedele alla promessa originaria, plurale e maggioritaria, del Partito Democratico nato al Lingotto.</p>



<p>Ecco perché la vera domanda che continuo a pormi, e che mi auguro tormenti chiunque abbia a cuore il futuro del riformismo in Italia, non è soltanto quanti altri&nbsp;&nbsp;esponenti del PD decideranno di uscire&nbsp;&nbsp;sbattendo la porta.&nbsp;</p>



<p>La domanda vera è quanti, pur restando formalmente dentro per inerzia o per calcolo,&nbsp;&nbsp;o nella speranza di una riconferma elettorale sempre più evanescente, si sentiranno ancora davvero dentro.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/laddio-di-pina-picierno-ed-il-paradosso-del-pd-a-trazione-schlein/">L’addio di Pina Picierno ed il paradosso del PD a trazione Schlein</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Il sindaco di Treviso: &#8220;Togliere la cittadinanza ai maranza che delinquono e ai loro genitori&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 08:25:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cittadinanza non solo come diritto acquisito, ma come espressione di un percorso fondato sul rispetto delle regole, dei doveri e dei valori condivisi. È da questa riflessione che prende spunto l&#8217;intervento del sindaco di Treviso, Mario Conte, che ha<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La cittadinanza non solo come diritto acquisito, ma come espressione di un percorso fondato sul rispetto delle regole, dei doveri e dei valori condivisi. È da questa riflessione che prende spunto l&#8217;intervento del sindaco di Treviso, Mario Conte, che ha riacceso il dibattito politico regionale proponendo un confronto su misure più severe nei confronti dei giovani responsabili di reati gravi e, più in generale, sul ruolo educativo delle famiglie.</p>



<p>Le dichiarazioni del primo cittadino arrivano all&#8217;indomani dei recenti episodi di violenza giovanile che hanno coinvolto anche ragazzi provenienti dal territorio trevigiano. In un messaggio pubblicato sui social, accompagnato dalla frase «Alle famiglie di chi delinque andrebbe tolta la cittadinanza», Conte ha precisato di voler aprire una riflessione sul rapporto tra diritti, doveri e responsabilità.</p>



<p>«La responsabilità penale è personale e nessuno mette in discussione questo principio», ha spiegato il sindaco. Allo stesso tempo, però, ha richiamato l&#8217;attenzione su quella che definisce responsabilità educativa, sottolineando come la famiglia rappresenti il primo luogo in cui vengono trasmessi il rispetto delle regole, il senso del limite e i valori della convivenza civile.</p>



<p>Secondo Conte, il crescente numero di episodi che vedono protagonisti giovani coinvolti in aggressioni, risse e comportamenti antisociali impone una riflessione più ampia sul ruolo dei genitori. Non si tratterebbe, nelle sue intenzioni, di attribuire automaticamente colpe alle famiglie, ma di riaffermare il principio secondo cui educare significa anche accompagnare i figli nelle conseguenze delle proprie azioni.</p>



<p>Il sindaco ha inoltre sostenuto che nel dibattito pubblico si ponga spesso l&#8217;accento sui diritti, mentre si parla troppo poco dei doveri che accompagnano l&#8217;appartenenza a una società. Per questo ha rilanciato il tema della cittadinanza come elemento strettamente collegato al rispetto delle regole condivise.</p>



<p>Il ragionamento si estende anche agli stranieri e agli italiani di seconda generazione. «Chi cresce nel nostro Paese deve sapere che il rispetto delle regole non è facoltativo», ha affermato Conte, evidenziando come la cittadinanza rappresenti l&#8217;appartenenza a una collettività fondata su principi comuni.</p>



<p>Da qui la proposta di discutere strumenti più incisivi nei confronti di chi si rende responsabile di reati particolarmente gravi, arrivando a ipotizzare conseguenze anche sul piano della cittadinanza. Lo stesso sindaco ha comunque riconosciuto che un&#8217;eventuale misura di questo tipo richiederebbe approfondimenti giuridici e costituzionali, oltre a un confronto politico approfondito.</p>



<p>Le parole del primo cittadino hanno immediatamente acceso il dibattito. A sostenerne l&#8217;impostazione è stata la sindaca di Rovigo, Valeria Cittadin, che ha ribadito il ruolo centrale della famiglia nell&#8217;educazione dei giovani e la necessità di valutare con attenzione possibili strumenti di responsabilizzazione.</p>



<p>Di segno opposto le reazioni del centrosinistra. L&#8217;ex sindaco di Treviso e capogruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale, Giovanni Manildo, ha criticato la proposta sostenendo che il problema della sicurezza giovanile non possa essere affrontato attraverso annunci ad effetto, ma richieda investimenti nella scuola, nella prevenzione e nel rafforzamento della presenza educativa sul territorio.</p>



<p>Molto critica anche l&#8217;assessore alle Politiche sociali di Verona, Luisa Ceni, secondo cui il fenomeno della violenza giovanile riguarda ragazzi di ogni provenienza e non può essere affrontato introducendo differenze tra cittadini.</p>



<p>Dubbi sono stati espressi anche dal sindaco di Vicenza, Giacomo Possamai, che ha evidenziato le difficoltà giuridiche e pratiche di una simile proposta, soprattutto nel caso di giovani nati in Italia e privi di altre cittadinanze. Perplessità condivise dall&#8217;avvocato Fabio Crea di Fratelli d&#8217;Italia, che ha definito l&#8217;ipotesi estremamente complessa dal punto di vista costituzionale.</p>



<p>Tra le voci più severe figura infine quella della deputata trevigiana del Partito Democratico, Rachele Scarpa, che ha accusato Conte di aver avanzato una proposta divisiva e difficilmente realizzabile, sostenendo che il tema della sicurezza urbana e della violenza tra i giovani meriti risposte concrete e non misure destinate ad alimentare ulteriori contrapposizioni.</p>



<p>Il confronto resta aperto e continua a dividere il mondo politico tra chi invoca strumenti più severi per contrastare il fenomeno delle baby gang e chi ritiene che la strada maestra resti quella dell&#8217;educazione, dell&#8217;inclusione e della prevenzione sociale.</p>



<p></p>
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		<title>Elly Schlein e la Sindrome di Robin Hood</title>
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		<dc:creator><![CDATA[REDAZIONE]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:21:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi poeticamente adolescenziale, nel modo in cui una certa sinistra italiana carezza la politica.&#160; È quel fascino intramontabile da assemblea d’istituto o da centro sociale occupato, dove i problemi complessi del mondo si risolvono con<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi poeticamente adolescenziale, nel modo in cui una certa sinistra italiana carezza la politica.&nbsp;</p>



<p>È quel fascino intramontabile da assemblea d’istituto o da centro sociale occupato, dove i problemi complessi del mondo si risolvono con uno slogan efficace, una chitarra scordata, e la promessa di espropriare il &#8220;ricco&#8221; di turno. Il problema è che quando si passa dal muretto sotto casa alla guida del principale Partito d’opposizione, le nostalgie &#8220;guevariste&#8221; rischiano di trasformarsi in un formidabile assist per gli avversari.&nbsp;</p>



<p>L’ultima perla? Rispolverare dal baule dei cimeli la parola magica:&nbsp;patrimoniale.</p>



<p>Bisogna riconoscere ad Elly Schlein un certo talento per il “tempismo tragico”.&nbsp;</p>



<p>Presentarsi alle porte di scadenze elettorali decisive, dove i voti moderati del centro sono potenzialmente l’ago della bilancia, agitando lo spettro della tassa sui beni, è l’equivalente politico del presentarsi ad un primo appuntamento decantando le virtù del celibato.&nbsp;</p>



<p>Perché anche uno studente al primo anno di Scienze Politiche sa che “patrimoniale” è, per definizione,&nbsp;&#8220;la parola che fa perdere&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Romano Prodi forse farebbe bene ad insegnare alla Segretaria del Pd che nell’ormai lontano 2006, il suo vantaggio oceanico nei sondaggi si ridusse a un pugno di voti di scarto proprio perché il centrodestra cavalcò il terrore dell&#8217;esproprio proletario sui risparmi dei nonni.</p>



<p>La narrazione della Segretaria dei Centri Sociali è tanto affascinante quanto ingenua: colpire i super-ricchi per redistribuire.&nbsp;</p>



<p>Un piano perfetto, se non fosse che i &#8220;super-ricchi&#8221; veri – quelli con i patrimoni schermati in trust, holding lussemburghesi o paradisi fiscali – davanti ad una patrimoniale nazionale non si scompongono.&nbsp;</p>



<p>Semplicemente, schiacciano un tasto su un computer e trasferiscono i capitali altrove prima ancora che il decreto arrivi in Gazzetta Ufficiale.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia, ironia della sorte, è persino diventata un paradiso fiscale per miliardari globali grazie alle norme introdotte a suo tempo proprio da un Governo di centrosinistra guidato da Matteo Renzi.</p>



<p>Chi si spaventa, allora?&nbsp;</p>



<p>I piccoli risparmiatori<strong>.</strong>&nbsp;</p>



<p>Quella sterminata platea di italiani che non ha un paradiso fiscale nei Caraibi, ma ha magari due case (quella di abitazione e magari quella per la villeggiatura) ereditate o comprate con i sacrifici di una vita di lavoro dipendente.&nbsp;</p>



<p>Gente che non evade, che fa già parte di quella metà di Paese che paga le tasse anche per l&#8217;altra metà, e che al solo sentire la parola &#8220;patrimoniale&#8221; si sente il portafoglio vibrare per autoconservazione.&nbsp;</p>



<p>E, puntualmente, si vendica nelle urne.</p>



<p>Il vero dramma della nostra politica fiscale non è che si tassino poco i patrimoni (sugli immobili, tra l&#8217;altro, la patrimoniale c&#8217;è già e si chiama IMU).&nbsp;</p>



<p>Il dramma, su cui vi ho intrattenuto ormai fin troppe volte, è che&nbsp;l&#8217;intera impalcatura dello Stato sociale italiano si regge sulle spalle di una minoranza; quel &nbsp;30% dei contribuenti che garantisce l&#8217;80% del gettito IRPEF.</p>



<p>Dire a quella metà di italiani che non paga nulla (usufruendo di tutti i servizi) che &#8220;così non si può continuare&#8221; richiederebbe coraggio, pragmatismo, ed una visione socialdemocratica matura.&nbsp;</p>



<p>Richiederebbe di spiegare che la vera giustizia sociale si fa combattendo i 100 miliardi di evasione fiscale e sfoltendo le detrazioni inutili, per abbassare le tasse sul lavoro e sul ceto medio.</p>



<p>Ma fare questo significa scontentare fette di elettorato.&nbsp;</p>



<p>Molto più facile, più &#8220;pop&#8221;, più “guevarista”, e decisamente più comodo, evocare una tassa globale sui miliardari proposta insieme al Presidente brasiliano Lula.&nbsp;</p>



<p>Nell’era di Trump è fallita persino l’ipotesi di una minima tassa sulle multinazionali, specie del web, che in Europa scelgono&nbsp;&nbsp;di risiedere comodamente in Irlanda.</p>



<p>Un&#8217;utopia, la patrimoniale, che nell&#8217;era della geopolitica frammentata fa sorridere persino i funzionari di Bruxelles.</p>



<p>Com&#8217;era ampiamente prevedibile, l&#8217;uscita solitaria di Schlein ha suonato la sveglia nel variegato condominio del &#8220;Campo Largo&#8221;, scatenando mal di pancia immediati.&nbsp;</p>



<p>Giuseppe Conte – che non sarà esattamente Camillo Benso Conte di Cavour, ma insomma, a Palazzo Chigi ci ha preso la residenza per un paio di stagioni e sa come funziona la ditta – ha subito espresso forti perplessità, annusando il potenziale suicidio elettorale.</p>



<p>Per non parlare di Matteo Renzi, che si troverebbe nell&#8217;ingrato compito di dover spiegare al suo residuo elettorato moderato della &#8220;Milano bene&#8221; o del Nord-Est produttivo che sì, è arrivato il momento di farsi tosare il conto corrente in nome del bene comune.</p>



<p>Gli unici a non aver avuto bisogno di un “Moment” per il mal di testa sono i compagni di Alleanza Verdi Sinistra.&nbsp;</p>



<p>Loro la patrimoniale ce l&#8217;hanno stampata direttamente nel DNA.&nbsp;</p>



<p>Del resto, parliamo di una forza politica capace di lanciare ed eleggere in Parlamento figure come Ilaria Salis, una che sulla gestione dei patrimoni – e in particolare sul concetto di &#8220;proprietà privata delle case&#8221; – ha sviluppato una visione teorico-pratica decisamente personale e flessibile.</p>



<p>La leadership di Elly Schlein sbatte continuamente contro questo muro di realtà.&nbsp;</p>



<p>Un leader socialdemocratico di stampo europeo dovrebbe guardare ai modelli del Nord, non ai manifesti della sinistra radicale degli anni &#8217;70.&nbsp;</p>



<p>Ma quelli erano altri tempi; tempi in cui i leader della sinistra occidentale arrivavano al vertice dopo decenni di militanza, con una solida cultura di base ed una reale esperienza sul campo, e non per il traino emotivo di un&#8217;elezione primaria.&nbsp;</p>



<p>Olof Palme, il più grande alfiere della socialdemocrazia europea, ripeteva una massima che andrebbe scolpita nella sede del PD: &#8220;Il compito della sinistra non è quello di far piangere i ricchi, ma di far sorridere i poveri&#8221;.</p>



<p>Agitando lo spettro della patrimoniale alla vigilia del più grande passaggio generazionale di ricchezza della storia italiana (quello dei risparmi dei&nbsp;boomers&nbsp;verso i figli), l&#8217;unico risultato che la Segretaria rischia di ottenere non è far piangere i ricchi, né far sorridere i poveri.&nbsp;</p>



<p>È far ridere, di gusto, i suoi avversari politici del Centrodestra, che probabilmente si vedrebbero regalare un’altra legislatura senza grandi meriti.</p>



<p>Umberto Baldo</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/elly-schlein-e-la-sindrome-di-robin-hood/">Elly Schlein e la Sindrome di Robin Hood</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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