Zaia, Roma e quel vecchio Leone di San Marco

Umberto Baldo
Ma Zaia, per capire che a Roma il Veneto non ha molti amici, cosa deve ancora succedere?
La domanda mi viene spontanea guardando la vicenda della legge veneta sul suicidio medicalmente assistito.
Il Consiglio regionale l’ha approvata il 2 settembre, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni.
È la prima Regione governata dal centrodestra a farlo.
E Luca Zaia, oggi Presidente del Consiglio regionale, ne sempre stato il principale ispiratore e sostenitore.
Zaia continua a difenderla: «I passi indietro non si fanno», ha detto appena ieri.
E sostiene che la legge non inventi alcun nuovo diritto, ma organizzi un percorso già delineato dalla Corte costituzionale.
Adesso Roma deve decidere se impugnarla entro i primi giorni di novembre.
E qui, permettetemi, la faccenda diventa a mio avviso molto più interessante del semplice dibattito sul fine vita.
Perché se il Governo impugnasse la legge, troverebbe certamente qualche cavillo giuridico da spendere.
Il tema è delicatissimo ed il Governo ha già contestato davanti alla Corte costituzionale leggi regionali analoghe (Toscana, Emilia Romagna, Sardegna) sostenendo che una materia che riguarda diritti fondamentali e ordinamento civile non può essere disciplinata a macchia di leopardo dalle Regioni.
Ma la politica, qualche volta, è anche questione di simboli.
Ed un’eventuale impugnazione sarebbe un bel simbolo.
Perché il Veneto ha fatto quello che Roma non riesce a fare: affrontare una questione sulla quale la Corte costituzionale ha tracciato da anni alcuni confini, e organizzare concretamente il percorso sanitario.
Il Parlamento, invece, continua a discutere per non decidere.
La stessa Chiesa Cattolica chiede che sul fine vita si intervenga a livello nazionale, insistendo però sulla tutela della vita, sulle cure palliative e sull’accompagnamento dei malati.
E allora il paradosso è servito.
Il Parlamento non fa la legge nazionale, attesa da anni.
Il Veneto fa una legge regionale.
E Roma potrebbe impugnare la normativa veneta.
Capite che, anche senza voler essere maliziosi, qualche domanda viene spontanea.
Anche perché, sul piano politico, una cosa è difficile da ignorare: nel Centrodestra questa legge ha aperto una frattura evidente.
Fratelli d’Italia in Veneto ha votato contro, mentre la maggioranza regionale ha trovato una strada diversa.
E qui arriviamo a Luca Zaia.
Perché se il Governo Meloni decidesse di portare la legge veneta davanti alla Corte costituzionale, Zaia potrebbe (per me dovrebbe) legittimamente chiedersi che fine abbia fatto quella Liga Veneta che per anni ha fatto dell’autonomia regionale una delle proprie bandiere.
Naturalmente Roma potrebbe rispondere: non c’entra l’autonomia, c’entra la Costituzione.
Argomento serio, per carità.
Ma la politica vive anche di conseguenze politiche.
E allora una domanda a Zaia la farei: quanto deve ancora aspettare il Veneto per capire che, quando si arriva a Roma, l’autonomia regionale vale sempre un po’ meno?
Perché questa vicenda avrebbe un’altra curiosa conseguenza.
Il Governo non ha trovato, in questa legislatura, la forza e la dignità politica per arrivare ad una legge nazionale sul fine vita.
Ma potrebbe trovare quella necessaria per impedire al Veneto di applicare la propria.
Non è esattamente la stessa cosa. Ma è una bella fotografia dei rapporti fra Venezia e Roma.
E allora, caro Zaia, forse sarebbe il momento di rispolverare il vecchio vessillo con il Leone di San Marco.
Non per tornare alla Serenissima, naturalmente. Non siamo mica impazziti.
Ma almeno per ricordare a Roma che il Veneto ha una lunga memoria istituzionale.
Per secoli Venezia seppe tenere la schiena dritta anche davanti alla Roma dei Papi, e non a caso un detto popolare recitava: “Prima venexiani, poi cristiani”.
E il Leone, in fondo, qualche ruggito se lo ricorda ancora.
Umberto Baldo




















