1 Novembre 2026 - 13.06

Pensionati bancomat della politica? Caviale per gli evasori e briciole agli anziani?

C’è una categoria di cittadini che in Italia gode di un trattamento davvero particolare.
Tutti dicono di volerla proteggere, tutti ne riconoscono i sacrifici, tutti si dichiarano preoccupati per il suo futuro.
Poi quando si tratta di mettere mano ai conti pubblici, quella stessa categoria diventa improvvisamente una riserva di caccia.
Parlo naturalmente dei PENSIONATI.
L’ennesima trovata arriva con la bozza della legge di bilancio 2027, dove il Governo ha pensato bene di ripristinare il meccanismo delle fasce per la rivalutazione delle pensioni, penalizzando gli assegni superiori a quattro volte il trattamento minimo INPS, cioè circa 2.450 euro lordi mensili.
Non voglio annoiarvi con percentuali e complicati meccanismi di calcolo.
Basta sapere che una parte dell’adeguamento all’inflazione non verrà riconosciuta e che quanto non viene riconosciuto quest’anno non sarà recuperato negli anni successivi.
La relazione tecnica della manovra parla di 1,476 miliardi di risparmi nel solo 2027 e di 14,24 miliardi complessivi fino al 2036.
Sono soldi che i pensionati non incasseranno e che resteranno nelle casse dello Stato.
Quattordici miliardi e passa. Non bruscolini raccolti sotto il divano.
E soprattutto non soldi che i pensionati hanno vinto alla lotteria: sono aumenti che servirebbero semplicemente a conservare, almeno in parte, il potere d’acquisto di quanto hanno maturato lavorando e versando contributi.
E attenzione: quando parliamo di pensioni da 2.500 euro lordi non stiamo parlando di nababbi.
Tolte le tasse, siamo attorno ai 1.900 euro netti. Una cifra con cui una persona deve pagare bollette, spesa, medicine, magari aiutare figli e nipoti. Insomma, quella che un tempo si chiamava dignitosamente classe media.
Ma veniamo alla politica, perché qui comincia il divertimento.
Si fa per dire.
Matteo Salvini continua a promettere il superamento della legge Fornero e annuncia con soddisfazione un fondo da 850 milioni di euro per favorire l’uscita dal lavoro a 64 anni.
Peccato che, nel testo della manovra, per questa pensione anticipata ci siano per ora soltanto i soldi.
Le regole, i requisiti e i beneficiari sono ancora da definire con un successivo provvedimento.
Insomma, per chi deve ancora andare in pensione ci sono le promesse.
Per chi è già pensionato, invece, c’è la certezza matematica di prendere meno.
È una curiosa interpretazione della difesa degli anziani.
Una di quelle specialità della politica italiana nella quale si è riusciti a raggiungere livelli di eccellenza.
Salvini dovrebbe spiegarmi una cosa: come si fa a proclamare di voler superare la Fornero e contemporaneamente fare cassa proprio sulle pensioni di chi ha già terminato la propria vita lavorativa?
La coperta è corta, lo so bene.
Ma c’è una curiosità statistica: quando si tratta di tirarla, i piedi che rimangono scoperti sono quasi sempre quelli dei pensionati.
Evidentemente, nella distribuzione dei sacrifici, gli anziani hanno una priorità tutta particolare: vengono chiamati per primi a pagare e ringraziati per ultimi.
E non pensiate che questa sia una prerogativa esclusiva dell’attuale maggioranza.
La riduzione della rivalutazione ha una lunga genealogia politica.
Nel 1983 fu il Governo Craxi a introdurre, con la legge finanziaria per il 1984, un sistema di adeguamenti differenziati.
Nel 1997 arrivò il Governo Prodi, che con la legge 449 bloccò per il 1998 la rivalutazione delle pensioni superiori a cinque volte il minimo.
Nel 1998, con il Governo D’Alema, vennero definite le regole generali del meccanismo per fasce.
Nel 2000 fu il Governo Amato a fissare le percentuali del 100%, 90% e 75% entrate in vigore dal 2001.
Poi arrivò il Governo Monti, con il blocco della rivalutazione per gli assegni superiori a tre volte il minimo nel biennio 2012-2013.
Nel 2013 il Governo Letta intervenne nuovamente con un sistema differenziato per il triennio successivo.
E infine il Governo Meloni, che ha riproposto le penalizzazioni nel 2023 e nel 2024 e si prepara a ripeterle nel 2027.
Craxi, Prodi, D’Alema, Amato, Monti, Letta, Meloni.
Una bella collezione di Presidenti del Consiglio, di diverso orientamento politico.
E qui arriviamo all’aspetto che mi fa davvero arrabbiare perché mostra che per un vecchio pensionato votare a destra o a sinistra il risultato è lo stesso: un bel cetriolo nel c…..
Ditemi: adesso dove sono le opposizioni? Dove la Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli?
Dove sono i grandi difensori dei lavoratori, dei pensionati, del ceto medio? Quelli che, come dicono i telegionali, “insorgono”?
Dove sono le organizzazioni sindacali che riempiono le piazze per ogni genere di rivendicazione?
I pensionati sono milioni. Costituiscono una componente enorme dell’elettorato e rappresentano un bacino di consenso che nessun partito dovrebbe permettersi di ignorare.
Perché non chiamarli a raccolta? Perché non organizzare una mobilitazione nazionale? Perché non portare in piazza, domani mattina, milioni di persone che hanno tutto il diritto di protestare contro l’ennesima riduzione del valore reale delle loro pensioni?
Invece, il solito copione: qualche dichiarazione indignata, un comunicato stampa, un’interrogazione parlamentare e poi tutti a casa.
Magari con la soddisfazione di aver dimostrato di essere dalla parte dei pensionati.
Una solidarietà a costo zero, che non disturba nessuno e soprattutto non cambia nulla.
La verità, forse, è meno nobile di quanto si voglia far credere.
Questa RAPINA della rivalutazione ha attraversato governi di diverso colore politico.
E quando una pratica viene utilizzata da maggioranze opposte, le indignazioni diventano improvvisamente prudenti.
I LADRI DI PISA, insomma: litigano di giorno e si mettono d’accordo di notte.
Ma c’è un’altra questione che rende questa vicenda ancora più indigesta: il trattamento riservato a chi paga regolarmente le tasse.
Pensiamo alla politica fiscale di questi stessi anni.
Si allarga il regime forfettario, con la soglia della flat tax per gli autonomi portata da 85.000 a 100.000 euro di ricavi o compensi, pur con l’applicazione dell’IVA sulla parte eccedente gli 85.000 euro.
Si introducono nuove agevolazioni sulla cedolare secca, estendendola anche agli immobili commerciali destinati ai negozi, con aliquote particolarmente favorevoli in determinate città.
Non voglio sostenere che tutti gli autonomi evadano o che ogni agevolazione fiscale sia ingiusta. Sarebbe una sciocchezza.
Ma vorrei capire quale sia il criterio di equità che guida queste scelte.
Perché un pensionato che riceve 2.500 euro lordi, sui quali il Fisco ha già prelevato quanto dovuto, deve vedersi ridurre anche la rivalutazione, mentre si continua ad ampliare il ventaglio dei regimi fiscali agevolati per altre categorie?
E poi c’è l’evasione fiscale.
Secondo le stime del Ministero dell’Economia, il divario fra le imposte teoricamente dovute e quelle effettivamente incassate, il cosiddetto tax gap tributario, valeva nel 2022 circa 90 miliardi di euro.
Novanta miliardi!
Capite perché un pensionato, al quale vengono sottratti anche 30 o 40 euro di rivalutazione, possa incazzarsi quando vede persone che conducono una vita agiata sottraendo al fisco risorse che dovrebbero contribuire al funzionamento della collettività?
Non è invidia sociale. È una questione di giustizia.
Il pensionato non può nascondere la propria pensione, non può decidere quanto dichiarare, non può concordare con il datore di lavoro una parte dello stipendio fuori busta. Le imposte gli vengono trattenute direttamente. Non ha scappatoie.
E proprio lui diventa uno dei primi destinatari delle manovre di risparmio.
Del resto, non è difficile capire perché.
Per decidere quanto deve essere sacrificata la pensione di un cittadino, non occorre certo vivere con quella pensione.
I nostri Demostene della politica, con stipendi e indennità che possono arrivare a 15 mila euro mensili, discutono tranquillamente del potere d’acquisto di persone che magari devono fare attenzione anche a una spesa al supermercato.
È facile essere generosi con i soldi degli altri.
Ancora più facile esserlo quando gli altri non siedono al tavolo dove si decide.
Mi piacerebbe vedere questi signori provare a vivere per qualche mese con 1.500 o 1.800 euro mensili, dopo una vita di lavoro.
Magari scoprirebbero che l’inflazione non è un numero da inserire in una relazione tecnica, ma qualcosa che si incontra ogni volta che si passa alla cassa del supermercato o si apre una bolletta.
E allora, cari pensionati, permettetemi un consiglio: mi raccomando, spendete bene la vostra rivalutazione annuale! Non fatevi prendere la mano. Niente caviale, champagne e donnine. Con quello che vi lasciano, rischiate di non arrivare alla fine del mese.
Naturalmente è una battuta. Ma dietro l’ironia c’è una questione tremendamente seria.
La pensione non è un sussidio concesso dalla benevolenza di un Governo.
È il risultato di contributi versati per decenni, di lavoro, di rinunce, e di una vita trascorsa a costruire anche la ricchezza di questo Paese.
E vorrei ricordare a questi signori che la rivalutazione non è un premio, una mancia o un favore che il Governo può concedere quando i conti lo permettono.
È uno strumento per difendere il valore reale di una pensione dall’inflazione.
Chiedere ai pensionati di contribuire alla sostenibilità dei conti pubblici può essere legittimo, se una tantum.
Trattarli come un bancomat sempre disponibile, da utilizzare ogni volta che la politica non riesce a trovare altre risorse, è un’altra cosa.
E sapete cosa mi fa più rabbia?
Che chi oggi viene alleggerito della propria pensione non può recuperare domani quello che gli è stato tolto.
Il tempo, a differenza delle promesse elettorali, non torna indietro.
I pensionati non chiedono privilegi.
Chiedono soltanto di non essere derubati, un pezzetto alla volta, di quello che hanno conquistato lavorando una vita.
Possibile che sia diventata una pretesa eccessiva?

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