Ma sta arrivando il conto del welfare?

Umberto Baldo
Ho scoperto che un cretino qualunque, come chi scrive, può arrivare a conclusioni simili a quelle di quattro Premi Nobel per l’Economia.
Tranquilli, non mi monto la testa. Non penso certo di avere le competenze di David Card, Joel Mokyr, James A. Robinson e Alvin Roth.
Ma fa piacere scoprire che una convinzione che sostengo da lungo tempo non è soltanto una mia fissazione.
Sono anni che scrivo che il welfare sarà uno dei fattori decisivi per il futuro dell’Europa e, aggiungo, della democrazia occidentale.
Ogni tanto ci scrivo un editoriale, e da ultimo ne ho parlato il 5 ottobre scorso, in un pezzo intitolato: “Il welfare sarà la morte dell’Europa”? (https://www.tviweb.it/il-welfare-sara-la-morte-delleuropa/).
Un titolo provocatorio, naturalmente, ma con una domanda molto seria sullo sfondo.
Neo giorni scorsi, a Torino, durante il Festival Internazionale dell’Economia, quattro premi Nobel sono tornati sullo stesso problema.
Joel Mokyr, Nobel per l’Economia 2025, ha posto la questione in termini inequivocabili:
«La vera domanda è se lo stato sociale, nella sua forma attuale, sia sostenibile. Alla tensione demografica si aggiungono ora la spesa per la difesa e gli enormi investimenti richiesti dal cambiamento climatico. Se il welfare dovesse fallire, quello che abbiamo visto a Parigi la settimana scorsa sarebbe un gioco da ragazzi”.
Parole che meritano di essere meditate, non archiviate come l’ennesimo allarme degli economisti.
Perché il problema è proprio questo: possiamo continuare a considerare il welfare una conquista irreversibile, qualcosa che ci spetta per diritto divino, oppure dobbiamo cominciare a domandarci come faremo a mantenerlo?
Il welfare è una delle grandi conquiste della civiltà europea.
Ma una conquista non è una rendita perpetua.
Sanità pubblica, pensioni, istruzione, assistenza a chi si trova in difficoltà: sono strumenti che hanno contribuito a rendere le nostre società più sicure e meno esposte ai capricci della sorte.
Non è poco. E non è qualcosa a cui dovremmo rinunciare con leggerezza.
Ma nessun sistema economico può distribuire indefinitamente risorse che non produce.
Qui entra in gioco la demografia. Viviamo più a lungo, fortunatamente. Ma nascono meno bambini, diminuisce il peso relativo della popolazione in età lavorativa e aumenta quello di chi ha bisogno di pensioni e prestazioni sanitarie.
Il risultato è semplice da capire, anche senza una laurea in economia: se diminuisce il numero di chi finanzia il sistema rispetto a quello di chi ne beneficia, mantenere gli stessi livelli di prestazioni diventa più difficile.
Nel frattempo, l’Europa deve affrontare altre necessità. La difesa, diventata nuovamente una priorità strategica, richiede investimenti crescenti. La transizione climatica impone trasformazioni industriali e infrastrutturali che hanno costi importanti. E la competizione internazionale ci obbliga ad investire in tecnologia, ricerca e produttività.
Sono tutte esigenze che non possiamo ignorare.
Ma qualcuno dovrebbe spiegare ai cittadini come si conciliano con una spesa sociale che cresce, e con economie europee che non sempre riescono a produrre abbastanza ricchezza.
Non basta rispondere che bisogna tassare i ricchi, colpire gli extraprofitti, o chiedere un contributo a questa o quella categoria.
Sono formule che possono avere un significato in determinate circostanze, ma non sostituiscono una strategia economica di lungo periodo.
E soprattutto non risolvono il problema se la crescita rimane debole, e la platea di chi lavora e versa contributi si restringe.
C’è poi un aspetto che mi sembra ancora più importante.
Il welfare non è soltanto una questione di bilanci. È anche una questione di fiducia.
David Card, un altro dei Nobel presenti a Torino, ha ricordato che lo Stato sociale funziona soltanto se chi ne beneficia lo percepisce come un sistema capace di mantenere le proprie promesse.
Tradotto: i cittadini devono poter contare su una sanità che risponda ai loro bisogni, su pensioni sostenibili, su un’istruzione che offra opportunità, e su una rete di protezione per chi è davvero in difficoltà.
Se invece incontrano liste d’attesa interminabili, servizi inefficienti, privilegi incomprensibili, ed un’amministrazione incapace di utilizzare bene le risorse, la fiducia si deteriora.
E quando il cittadino comincia a pensare che il sistema sia ingiusto, non si limita necessariamente a protestare contro il Governo di turno.
Può finire per mettere in discussione le Istituzioni e il patto sociale su cui si reggono.
È qui che la questione economica diventa una questione democratica.
Per questo non credo che la soluzione consista nel demolire il welfare, come sostengono alcune letture più radicali, né nel difendere ogni prestazione esistente come se qualsiasi cambiamento fosse un attentato alla civiltà.
La vera sfida è distinguere ciò che dobbiamo assolutamente preservare da ciò che va riformato, ciò che protegge le persone da ciò che alimenta inefficienze e privilegi, ciò che investe sul futuro da ciò che si limita a distribuire benefici immediati.
Anche perché c’è una questione generazionale che non possiamo continuare a eludere.
Se per mantenere le promesse fatte agli elettori di oggi accumuliamo debiti, rinviamo le riforme e lasciamo ai giovani un’economia meno dinamica, servizi peggiori ed un conto sempre più pesante, quale welfare stiamo difendendo?
Quello dei cittadini di domani, o quello di chi oggi ha più voce e più potere contrattuale?
Non è una domanda contro i pensionati, gli anziani o chi ha bisogno di assistenza.
È una domanda sulla responsabilità di una società che deve proteggere le persone senza compromettere le possibilità di quelle che verranno dopo.
I premi Nobel parlano della necessità di un nuovo patto sociale.
Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, insiste sulla necessità di rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione e di investire sulle nuove generazioni.
Sono indicazioni che vanno nella direzione giusta: non basta dire che non possiamo pagare. Bisogna ripensare il modo in cui produciamo ricchezza, raccogliamo risorse e le utilizziamo.
Perché il welfare non si salva con gli slogan, né con la nostalgia per un passato che non tornerà.
Si salva con la crescita, il lavoro, la produttività, servizi pubblici efficienti e riforme capaci di distribuire equamente benefici e sacrifici.
E soprattutto con una politica che abbia il coraggio di spiegare ai cittadini che non tutto ciò che è desiderabile può essere promesso senza limiti.
Resto convinto che il futuro dell’Europa, ed in parte anche quello delle sue democrazie, dipenderà dalla risposta che sapremo dare a questa sfida.
Non dobbiamo scegliere fra il welfare ed il futuro dell’Europa.
Dobbiamo riformare il welfare perché l’Europa possa avere un futuro.
E sarebbe davvero paradossale se, nel tentativo di conservare tutte le conquiste del passato, finissimo per compromettere quelle che vorremmo lasciare ai nostri figli e nipoti.
Umberto Baldo










