Il welfare sarà la morte dell’Europa?

Umberto Baldo
Ci sono previsioni che si fanno per azzardo, altre che nascono dall’osservazione.
Una decina d’anni fa ne feci una che, riletta oggi, mi sembra meno azzardata di quanto avrei voluto: «L’Europa morirà di welfare».
Non ricordo nemmeno più quale fosse il primo articolo nel quale la scrissi.
Sono un grafomane e, dopo migliaia di pezzi, ritrovare una frase precisa nei miei archivi è ormai quasi un’impresa archeologica.
Ricordo però perché l’avevo scritta.
Non per il gusto di fare il catastrofista o di indossare i panni della Cassandra di turno.
Semplicemente perché già allora mi sembrava evidente che il problema non fosse il welfare in sé.
Il welfare è una delle più grandi conquiste della società europea. Il problema nasce quando una conquista diventa una pretesa. E soprattutto quando cominciamo a pensare che lo Stato debba proteggerci praticamente da tutto; dalla culla alla tomba.
È una bella promessa.
Il problema è che non esiste.
O meglio: può esistere soltanto finché ci sono abbastanza persone, abbastanza reddito, ed abbastanza crescita economica per pagarla.
Ed è qui che comincia il problema europeo.
Per decenni abbiamo costruito una gigantesca aspettativa collettiva: se qualcosa va storto, deve intervenire lo Stato.
Perdi il lavoro? Deve intervenire lo Stato. Non riesci a pagare l’affitto? Deve intervenire lo Stato. La tua attività perde clienti? Deve intervenire lo Stato. La pensione non basta? Deve intervenire lo Stato. Arriva una crisi energetica, un’alluvione, una pandemia, una crisi industriale, un evento climatico eccezionale? Deve intervenire lo Stato.
E naturalmente, se possibile, senza aumentare le tasse.
Qui c’è una delle più grandi contraddizioni delle nostre democrazie.
Abbiamo progressivamente trasformato bisogni, difficoltà e rischi individuali in diritti collettivi.
E poi abbiamo fatto finta di non vedere che ogni diritto ha un costo.
Il problema è che oggi le richieste non arrivano nemmeno più soltanto dagli individui.
Arrivano dalle corporazioni sociali. Gli studenti chiedono più protezione. Gli inquilini chiedono più protezione. I proprietari chiedono di essere protetti. I pensionati difendono le pensioni. I lavoratori difendono i loro diritti. Gli agricoltori chiedono sostegni. Le imprese chiedono incentivi. Le categorie professionali difendono le proprie posizioni.
E quasi sempre ciascuno ha una buona ragione.
È proprio questo il punto.
Il problema non è che le singole richieste siano necessariamente irragionevoli.
Il problema è che non possono più essere soddisfatte tutte e contemporaneamente.
Perché le risorse non sono infinite.
E questo, che dovrebbe essere un concetto elementare, nella politica europea è diventato quasi una bestemmia.
Guardiamo quello che sta succedendo in Francia ed in Spagna.
Le situazioni sono diverse, le cause immediate delle proteste sono diverse, le tradizioni politiche sono diverse.
Non bisogna confonderle.
Ma c’è un denominatore comune che vale la pena osservare: in entrambi i Paesi una parte crescente della società si rivolge allo Stato chiedendo protezione, sostegno, redistribuzione, servizi, garanzie.
E lo Stato si trova davanti ad una difficoltà molto semplice da capire; non può più promettere tutto a tutti. Non perché sia diventato cattivo; ma perché il conto è diventato troppo grande.
E quando le risorse non bastano più, la politica comincia a fare una cosa che conosciamo bene.
Divide la società in categorie.
E cerca di convincere ciascuna categoria che il problema siano le altre.
Gli studenti contro gli adulti. Gli inquilini contro i proprietari. I lavoratori contro gli imprenditori. I giovani contro i pensionati. Chi paga le tasse contro chi riceve trasferimenti. Chi vuole più spesa sociale contro chi chiede meno pressione fiscale.
Una gigantesca guerra tra percettori di diritti, nella quale tutti hanno una ragione e nessuno vuole sentir parlare del conto finale.
Ed è qui che entra in scena il ceto medio.
Per decenni è stato uno dei grandi pilastri della stabilità europea.
Lavorava, pagava le tasse, risparmiava, comprava casa, mandava i figli a scuola e riteneva, tutto sommato, che il sistema nel quale viveva fosse imperfetto ma affidabile.
Oggi quella fiducia si è incrinata anche per una ragione molto concreta: il ceto medio si è impoverito. Non necessariamente nel senso di essere precipitato nella povertà.
Si è impoverito nel senso più importante: ha perso potere d’acquisto, capacità di risparmio e, soprattutto, la certezza che lavorare e comportarsi responsabilmente sia sufficiente a garantire ai propri figli almeno le stesse opportunità avute dalla generazione precedente.
È una trasformazione che attraversa gran parte delle società occidentali.
Acquistare una casa, che una generazione fa sembrava un obiettivo raggiungibile, oggi può essere diventata un’impresa.
Un figlio che vuole costruirsi una vita autonoma incontra costi che spesso una famiglia media fatica a sostenere.
E mentre il costo della vita cresce, cresce anche la sensazione che il sistema chieda sempre qualcosa in più proprio a chi continua a lavorare, pagare e rispettare le regole.
Il ceto medio non si sente più semplicemente garantito. Si sente spremuto.
E comincia a chiedersi se il famoso patto sociale funzioni ancora nella stessa maniera.
Soprattutto comincia a farsi una domanda molto semplice: perché il conto sembra arrivare sempre a me?
È una domanda politicamente devastante.
Perché quando una persona ha la sensazione di pagare sempre lei il conto, prima o poi cambia il modo in cui guarda il Sistema.
Da sostenitore dell’ordine diventa critico. Poi sospettoso. Poi arrabbiato.
Ed infine diventa disponibile ad ascoltare chiunque prometta di cambiare tutto.
È qui che entrano in gioco populismo, sovranismo, nazionalismo e forze antisistema.
Non perché il ceto medio sia naturalmente populista. Al contrario.
Proprio perché per lungo tempo è stato uno dei pilastri della stabilità delle nostre democrazie.
La storia europea del Novecento dovrebbe averci insegnato che quando il ceto medio perde fiducia nell’ordine liberale e nelle istituzioni che lo rappresentano, la democrazia entra in una zona pericolosa.
Ma oggi c’è qualcosa di nuovo.
Il vecchio welfare europeo era nato in un mondo nel quale le condizioni economiche e demografiche rendevano molto più facile mantenere quelle promesse.
C’era crescita. C’era una popolazione relativamente giovane. C’era una forte espansione della ricchezza. C’era un commercio internazionale in crescita. E c’era soprattutto un ombrello di sicurezza americano che permetteva agli europei di destinare una quota enorme delle proprie risorse alla costruzione dello Stato sociale.
Quel mondo non esiste più nella stessa forma. L’Europa invecchia. La crescita è più debole. La competizione globale è diventata molto più dura. La sicurezza è tornata a costare.
E mentre dobbiamo spendere di più per difenderci, dobbiamo continuare a finanziare sanità, pensioni, scuola, assistenza e tutto quello che abbiamo costruito negli ultimi decenni.
E allora torniamo alla domanda dalla quale ero partito.
Possiamo davvero continuare a vivere pensando che lo Stato possa proteggerci dalla culla alla tomba?
Io credo che questa sia la domanda che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di porsi.
Non significa demolire il welfare.
Significa smettere di raccontarci che il welfare possa risolvere ogni problema della nostra vita.
Perché una società adulta deve anche accettare una cosa poco popolare: non tutti i rischi possono essere trasferiti allo Stato, non tutte le perdite possono essere compensate, non tutte le aspettative possono diventare diritti.
E soprattutto non possiamo continuare a costruire una società nella quale ogni gruppo difende il proprio pezzo di protezione sociale senza chiedersi chi pagherà il pezzo degli altri.
Il welfare non è il nemico. È l’idea che il welfare possa essere infinito a essere insostenibile.
Forse, allora, quella mia vecchia frase era sbagliata.
Potrei riscriverla così: “l’Europa non morirà perché ha costruito il welfare. Rischia di entrare in crisi se continuerà a promettere un livello di protezioni che non può più permettersi”.
Per decenni abbiamo avuto la possibilità di rimandare le scelte.
Adesso molto probabilmente non l’abbiamo più.
E la realtà ha una caratteristica che la politica spesso dimentica: non fa promesse elettorali.
Umberto Baldo




















