La scuola è pubblica. La devastazione pure?

Di questi tempi “rivoluzionari” c’è una categoria ormai immancabile nei telegiornali: il portavoce del collettivo studentesco.
Parla tre minuti e riesce a infilare «spazi di autodeterminazione», «processi di soggettivazione», «orizzontalità», «decostruzione del conflitto» e altre simili amenità.
Alla fine lo spettatore ha capito poco o nulla, ma una cosa gli è stata spiegata chiaramente: la colpa è nostra, perché non li ascoltiamo.
Poi apri la cronaca e trovi computer distrutti, laboratori devastati, porte sfondate, impianti danneggiati. Con danni per centinaia di migliaia di euro.
E qui casca l’asino.
Questi ragazzi chiedono maggiori finanziamenti per la scuola, e contemporaneamente distruggono computer, attrezzature e strutture acquistati proprio con quei finanziamenti.
Una forma di protesta davvero originale: chiedere alla collettività di spendere di più per poi distruggere quello che ha già pagato.
Mi piacerebbe chiedere a questi solerti rivoluzionari se hanno mai pensato che una parte del conto arriverà anche ai loro genitori, attraverso le tasse.
Ma forse è un concetto troppo borghese per essere compreso.
E soprattutto, cari ragazzi, non confondete il diritto di protestare con il diritto di devastare.
La scuola non è vostra. È di tutti.
E se per farvi ascoltare avete bisogno di un piede di porco, forse il problema non è che nessuno vi ascolta.
È che avete ben poco da dire.
Con buona pace dei vostri genitori sempre pronti a giustificare le vostre “imprese”.










