2 Novembre 2026 - 12.27

Trump vs Asiago, il presidente amato da leghisti e vannacciani attacca frontalmente il Made in Italy

Dopo i dazi, il presidente americano sostiene una strategia per consentire ai produttori statunitensi di utilizzare sui mercati internazionali nomi come Asiago, Gorgonzola e Fontina. Nel mirino anche il formaggio simbolo del Vicentino, esportato in 52 Paesi. Il paradosso politico riguarda Salvini e l’area di Vannacci, che hanno guardato al trumpismo come modello sovranista. Ma i sondaggi più recenti raccontano un elettorato sempre più diffidente verso Washington.

Prima i dazi, adesso anche i nomi dei formaggi. Donald Trump, paladino dell’«America First» e per lungo tempo punto di riferimento di una parte della destra sovranista italiana, sostiene una politica commerciale che potrebbe danneggiare proprio alcune delle produzioni più rappresentative del Made in Italy. Tra queste c’è l’Asiago DOP, eccellenza nata sulle montagne vicentine e diventata un prodotto conosciuto in tutto il mondo.

La questione ha un risvolto politico particolarmente curioso. Il presidente americano, ammirato per anni da Matteo Salvini e palesemente sostenuto, anche oggi, da settori dell’elettorato leghista e della galassia sovranista di Roberto Vannacci, punta a rafforzare il diritto delle aziende statunitensi a commercializzare prodotti con nomi storicamente legati alla tradizione agroalimentare europea.

Tradotto: un formaggio realizzato nel Wisconsin dovrebbe poter continuare a chiamarsi Asiago anche sui mercati internazionali. Senza essere prodotto sull’Altopiano dei Sette Comuni, senza utilizzare latte proveniente dall’area della denominazione e senza rispettare il disciplinare dell’Asiago DOP.

È il paradosso dell’America First: difendere a ogni costo i produttori americani, anche quando per conquistarne nuovi mercati si utilizzano nomi che hanno costruito la propria reputazione altrove.

La proposta americana: Asiago, Gorgonzola e Fontina diventano «nomi comuni»

Al centro della controversia c’è il SAFETY Act, una proposta legislativa bipartisan inserita nella riforma agricola americana, il Farm Bill, approvata dalla Camera dei rappresentanti il 29 aprile 2026 e successivamente approdata al Senato.

Il provvedimento vuole consolidare il riconoscimento di alcune denominazioni alimentari come nomi generici, liberamente utilizzabili dai produttori statunitensi nelle attività commerciali internazionali.

Nell’elenco figurano espressamente Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmesan, Pecorino, Provolone, Ricotta e numerose altre denominazioni che richiamano la tradizione italiana ed europea.

Non si tratta di indiscrezioni: i nomi compaiono nella sezione 3201 del testo ufficiale dell’Agricultural Act of 2026, pubblicato dal Congresso degli Stati Uniti.

La proposta prevede inoltre che le autorità americane promuovano accordi commerciali per garantire ai produttori statunitensi la possibilità di usare queste denominazioni anche nei mercati esteri.

È importante chiarire che il provvedimento non è ancora una legge federale definitivamente approvata e che non cancellerebbe automaticamente le denominazioni DOP protette nell’Unione europea. Il suo obiettivo riguarda soprattutto la capacità di Washington di ottenere il riconoscimento dei cosiddetti nomi comuni nei rapporti commerciali con altri Paesi.

La portata dello scontro è stata riconosciuta anche dal Ministero italiano degli Affari Esteri, che già nel luglio 2025 aveva segnalato il SAFETY Act come una potenziale minaccia al sistema europeo delle indicazioni geografiche protette.

Il paradosso dei sovranisti italiani: Trump modello politico, ma concorrente commerciale

Il caso apre una contraddizione interessante per una parte della politica italiana, soprattutto nell’area che negli ultimi anni ha guardato con maggiore simpatia al movimento MAGA, Make America Great Again.

Matteo Salvini è stato uno dei sostenitori più espliciti di Donald Trump. Ancora il 20 giugno 2026, interrogato sulla possibilità di essersi pentito del proprio appoggio al presidente americano, il leader della Lega ha risposto ironicamente che si pente soltanto quando va a confessarsi in chiesa. La dichiarazione è stata riportata dall’ANSA.

Un rapporto politico che ha attraversato anche l’elettorato del Carroccio, soprattutto tra gli ambienti più vicini alle posizioni sovraniste e alle politiche restrittive sull’immigrazione.

Anche Roberto Vannacci, oggi leader di Futuro Nazionale dopo l’uscita dalla Lega, aveva espresso apprezzamento per il Trump della campagna MAGA, riconoscendosi nei suoi richiami alla sovranità nazionale.

Successivamente, però, lo stesso Vannacci ha preso le distanze da alcune scelte del presidente statunitense, soprattutto in politica estera. In un’intervista pubblicata dalla Stampa il 21 maggio 2026, ha spiegato che il Trump sovranista aveva affascinato molti, mentre quello impegnato a svolgere il ruolo di gendarme internazionale raccoglieva assai meno consensi.

E anche gli elettori mostrano un orientamento più complesso rispetto all’immagine di un’adesione incondizionata al presidente americano.

Secondo un’indagine Ipsos pubblicata il 16 maggio 2026, il giudizio favorevole su Trump era espresso dal 15% degli italiani, con percentuali superiori al 30% nell’elettorato di Fratelli d’Italia e Lega, dove tuttavia prevalevano già le valutazioni negative.

Ancora più significativo un sondaggio Quorum/YouTrend, riportato da Sky TG24 il 3 luglio 2026: l’84% degli elettori di Futuro Nazionale dichiarava di avere poca o nessuna fiducia nel presidente americano.

Trump, insomma, è stato un riferimento politico importante per settori del mondo leghista e vannacciano, ma oggi parlare di sostegno generalizzato da parte di quegli elettorati non sarebbe corretto.

Resta però un interrogativo politico: come si concilia la difesa del Made in Italy con una strategia americana che punta a rendere commercialmente utilizzabili, fuori dall’Europa, nomi come Asiago, Gorgonzola e Fontina?

Asiago, un’eccellenza vicentina che vale 181 milioni di euro

Per capire che cosa sia in gioco basta guardare alla storia e ai numeri dell’Asiago DOP.

Non parliamo di un semplice marchio commerciale, ma di una denominazione d’origine protetta, legata a un territorio, a specifiche tecniche produttive e a una tradizione casearia che affonda le proprie radici nell’Altopiano dei Sette Comuni.

L’area di produzione comprende tutta la provincia di Vicenza, quella di Trento e porzioni delle province di Padova e Treviso.

Qui operano circa mille aziende agricole e 47 caseifici che contribuiscono alla produzione di un formaggio diventato uno dei simboli del Veneto nel mondo.

Secondo i dati presentati dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago l’8 maggio 2026, riportati anche dall’Associazione Italiana Allevatori, nel 2025 sono state prodotte 1.629.284 forme, con un incremento dell’8,3% rispetto all’anno precedente.

Il fatturato alla produzione ha raggiunto 181 milioni di euro, in crescita del 16,6%.

L’Asiago Fresco ha totalizzato oltre 1,37 milioni di forme, mentre lo Stagionato ha superato le 257mila, con un incremento del 17,6%.

Numeri che descrivono una filiera importante per l’economia vicentina e per quella delle province confinanti, capace di sostenere agricoltura, occupazione e attività manifatturiere.

Ma soprattutto raccontano quanto valore sia stato costruito intorno a una denominazione che non può essere separata dalla propria origine geografica.

Il mercato americano è fondamentale per l’Asiago

Il paradosso diventa ancora più evidente osservando le esportazioni.

L’Asiago DOP è commercializzato in 52 Paesi oltre all’Italia e gli Stati Uniti rappresentano il suo principale mercato extraeuropeo.

Nel 2025 l’export della filiera ha raggiunto 13,1 milioni di euro, con una crescita del 2,3% rispetto all’anno precedente.

Secondo le rilevazioni del Consorzio, il mercato americano assorbe il 26,4% delle esportazioni complessive, davanti alla Svizzera con il 14,7% e all’Australia con il 4,6%. In Europa le destinazioni principali sono Francia, Germania e Spagna.

Proprio negli Stati Uniti, quindi, l’Asiago originale ha conquistato uno spazio commerciale importante.

Il timore dei produttori è che la diffusione internazionale di formaggi americani commercializzati con lo stesso nome possa indebolire la riconoscibilità della denominazione e alimentare confusione tra i consumatori.

Un conto è acquistare un Asiago DOP prodotto nell’area certificata, un altro è scegliere un formaggio statunitense che utilizza la stessa denominazione senza appartenere alla filiera europea.

La differenza non riguarda necessariamente la qualità del singolo prodotto, ma la sua origine, le regole di produzione e la correttezza delle informazioni fornite al consumatore.

La risposta del Consorzio: gli americani valorizzino i propri territori

Il Consorzio Tutela Formaggio Asiago considera il SAFETY Act un segnale di una strategia americana volta a indebolire il sistema europeo delle indicazioni geografiche.

Come riferito dal Corriere del Veneto nell’approfondimento del 1° novembre 2026, il Consorzio richiama la dimensione economica delle produzioni certificate: oltre 25 miliardi di euro alla produzione in Italia e circa 80 miliardi in Europa.

L’organismo di tutela sottolinea inoltre che gli stessi produttori americani potrebbero valorizzare le specificità dei propri territori, anziché concentrarsi sull’utilizzo di denominazioni già affermate altrove.

Negli Stati Uniti esistono del resto prodotti e territori riconosciuti per le proprie caratteristiche distintive, dai vini della Napa Valley alle patate dell’Idaho.

L’idea è che anche i produttori statunitensi possano costruire valore sull’identità geografica delle proprie specialità, senza dover utilizzare necessariamente denominazioni storicamente appartenenti ad altri territori.

La strategia americana è già entrata negli accordi internazionali

La questione non si limita al dibattito parlamentare.

Il 5 febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno firmato un accordo commerciale con l’Argentina che contiene disposizioni per tutelare l’accesso al mercato dei prodotti americani identificati con alcuni nomi considerati comuni.

L’intesa è stata annunciata ufficialmente dall’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti.

Nell’elenco allegato all’accordo compare anche Asiago, insieme ad altre denominazioni casearie europee.

La questione è particolarmente delicata perché l’Argentina fa parte del Mercosur, con il quale l’Unione europea ha negoziato un’intesa commerciale che prevede invece la protezione di numerose indicazioni geografiche.

La stessa Commissione europea inserisce infatti l’Asiago tra le 57 denominazioni italiane che l’accordo UE-Mercosur intende proteggere dalle imitazioni.

Si confrontano dunque due impostazioni commerciali differenti: quella europea, basata sulla tutela dell’origine geografica, e quella statunitense, che rivendica il diritto a utilizzare termini ritenuti generici.

Gli Stati Uniti difendono i propri produttori

Dal punto di vista americano la strategia viene presentata come una difesa della libertà commerciale.

Il settore lattiero-caseario statunitense sostiene che alcune denominazioni siano ormai entrate nell’uso comune e che impedirne l’utilizzo all’estero possa limitare ingiustamente le esportazioni americane.

Lo U.S. Dairy Export Council, nel comunicato del 30 aprile 2026, ha accolto favorevolmente l’approvazione del Farm Bill alla Camera, sottolineando l’importanza delle disposizioni sui nomi comuni per la competitività delle aziende statunitensi.

La proposta ha un’origine bipartisan, ma si inserisce nella più ampia strategia commerciale sostenuta dall’amministrazione Trump, che punta a ridurre gli ostacoli all’esportazione dei prodotti americani.

Ed è proprio questo il punto della controversia: ciò che Washington considera una barriera commerciale, l’Europa lo considera uno strumento di tutela della provenienza e della reputazione dei prodotti.

Il Made in Italy davanti alla prova dei fatti

Per l’Italia la vicenda pone una questione che riguarda direttamente l’economia nazionale e il rapporto con gli Stati Uniti.

Il governo italiano, che ha più volte rivendicato la centralità della difesa del Made in Italy, dovrà confrontarsi con una politica americana che considera alcune delle denominazioni più conosciute del nostro patrimonio gastronomico come termini liberamente utilizzabili.

La vicinanza politica a Trump, rivendicata in passato da Salvini e da alcuni ambienti sovranisti, non elimina questa divergenza di interessi.

E proprio la distanza che si è creata negli ultimi mesi tra una parte dell’elettorato leghista e vannacciano e il presidente americano suggerisce quanto possa essere complicato conciliare l’ammirazione per il modello MAGA con le esigenze delle imprese italiane.

Per il Veneto e per Vicenza la questione ha un nome molto preciso: Asiago.

Un prodotto che nasce da una tradizione secolare, sostiene migliaia di attività economiche e porta il nome del proprio territorio sui mercati internazionali.

Gli Stati Uniti possono produrre formaggi di qualità e possono legittimamente difendere i propri interessi commerciali. Ma la richiesta di poter utilizzare denominazioni legate ad altre aree geografiche apre una questione di correttezza e trasparenza verso i consumatori.

La differenza è semplice: il nome Asiago può essere stampato su una confezione prodotta a migliaia di chilometri dal Veneto. L’Altopiano dei Sette Comuni, i suoi allevatori e la storia della sua tradizione casearia, invece, non possono essere trasferiti dall’altra parte dell’Atlantico.

L’America First può rivendicare un nome italiano. Non può riprodurne l’origine.

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