2 Novembre 2026 - 11.39

Usa, Trump rischia di perdere il Congresso e mette già in dubbio il voto: gli ultimi sondaggi e cosa può succedere il 3 novembre

Martedì le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. I sondaggi registrano un consistente vantaggio dei Democratici, mentre il presidente avverte che riconoscerà i risultati soltanto se li riterrà regolari. Ricorsi giudiziari, accuse di brogli e una ricompensa da un milione di dollari alimentano lo scontro politico. Oltre 54 milioni di americani hanno già votato.

Gli Stati Uniti si preparano a un voto decisivo per il futuro della presidenza di Donald Trump. Martedì 3 novembre 2026 si svolgeranno le elezioni di metà mandato, le cosiddette midterm elections, che stabiliranno gli equilibri del Congresso americano nei prossimi due anni. I Repubblicani, attualmente in maggioranza sia alla Camera sia al Senato, affrontano una consultazione segnata dal malcontento per il costo della vita, dalle conseguenze economiche della guerra contro l’Iran e da sondaggi che registrano un vantaggio nazionale dei Democratici.

Ma a preoccupare una parte degli osservatori americani non sono soltanto i risultati elettorali. Trump ha già manifestato dubbi sulla regolarità della consultazione, subordinando il riconoscimento del verdetto alle garanzie di correttezza del voto. Nel frattempo, la sua amministrazione ha avviato contestazioni giudiziarie riguardanti le procedure elettorali in diversi Stati.

Che cosa si vota il 3 novembre e perché è così importante

Gli americani non saranno chiamati a scegliere il presidente, il cui mandato scadrà nel gennaio 2029, ma a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato. Si voterà inoltre per eleggere governatori, parlamenti statali e numerose amministrazioni locali.

Il risultato determinerà quanto spazio di manovra resterà alla Casa Bianca fino alle presidenziali del 2028.

Un Congresso controllato interamente dai Repubblicani consentirebbe a Trump di continuare a promuovere la propria agenda legislativa, pur dovendo fare i conti con i vincoli parlamentari.

Se invece i Democratici conquistassero una o entrambe le Camere, potrebbero bloccare o modificare numerose iniziative dell’amministrazione, esercitare un controllo più incisivo sull’esecutivo e avviare indagini parlamentari sulle scelte del presidente e dei suoi collaboratori.

Per questo le elezioni vengono considerate un giudizio politico sui primi due anni del secondo mandato di Trump.

I sondaggi: Democratici avanti di sette punti, consenso per Trump in difficoltà

Le ultime rilevazioni indicano un quadro elettorale complicato per il Partito Repubblicano, anche se i numeri cambiano a seconda dell’istituto demoscopico.

Il sondaggio NBC News pubblicato domenica 1° novembre, realizzato tra il 28 e il 30 ottobre su mille elettori registrati, attribuisce ai Democratici il 52% delle preferenze per il controllo del Congresso, contro il 45% dei Repubblicani. Il vantaggio sale a 21 punti tra gli elettori indipendenti.

Nella stessa indagine, il 60% degli intervistati esprime un giudizio negativo sull’operato di Trump, mentre il 40% lo approva.

Ancora più severa la rilevazione Reuters/Ipsos conclusa il 26 ottobre, che colloca l’indice di gradimento del presidente al 32%. Nella preferenza generale per il Congresso, i Democratici raccolgono il 47% contro il 36% dei Repubblicani, con una quota di indecisi. Considerando anche l’orientamento di questi ultimi, il rapporto diventa 50% contro 41%.

Si tratta di sondaggi differenti, con campioni e metodologie diverse, ma accomunati dalla presenza di un vantaggio democratico.

Un margine nazionale, tuttavia, non si traduce automaticamente nello stesso risultato nei singoli collegi. Il sistema elettorale americano assegna i seggi attraverso competizioni territoriali e, soprattutto al Senato, anche piccoli spostamenti di voti possono risultare decisivi.

Le sfide più combattute si concentrano in Stati come Alaska, Maine, Ohio, Michigan, Texas, Iowa e Kansas, alcuni dei quali tradizionalmente favorevoli ai Repubblicani.

Inflazione, benzina e guerra in Iran: le difficoltà della Casa Bianca

L’economia è diventata il principale terreno di confronto della campagna elettorale.

Trump aveva promesso di contenere l’inflazione e ridurre il costo della vita. Una parte consistente degli americani lamenta invece prezzi ancora elevati, difficoltà nell’acquisto di beni essenziali e rincari dell’energia.

A pesare è anche il conflitto contro l’Iran, iniziato nel febbraio 2026 con gli attacchi militari statunitensi e israeliani, che ha contribuito alle tensioni sui mercati energetici e all’aumento del prezzo dei carburanti.

Nell’ultima rilevazione Reuters/Ipsos, il 73% degli intervistati giudica negativamente l’andamento del proprio costo della vita.

Come sottolinea anche il quotidiano francese Le Monde nell’analisi pubblicata il 2 novembre, per la Casa Bianca il problema politico è particolarmente delicato: l’aumento dei prezzi e il coinvolgimento in un nuovo conflitto estero riguardano proprio due ambiti sui quali Trump aveva costruito una parte importante delle sue promesse elettorali.

Il presidente continua però a rivendicare i risultati della propria amministrazione in materia di sicurezza delle frontiere, economia e ordine pubblico, invitando gli elettori conservatori a mobilitarsi contro i Democratici.

Trump avverte: riconoscerà il risultato soltanto se il voto sarà onesto

Il tema più controverso riguarda la fiducia nel processo elettorale.

Il 27 ottobre, interrogato sulla disponibilità ad accettare i risultati delle midterm, Trump ha risposto che lo farà soltanto se le elezioni saranno oneste.

La dichiarazione ha immediatamente richiamato il precedente del 2020, quando il presidente rifiutò di riconoscere la vittoria di Joe Biden, denunciando frodi generalizzate che non trovarono conferma nelle verifiche e nei procedimenti giudiziari.

Questa volta le contestazioni sono iniziate ancora prima dell’apertura delle urne.

L’amministrazione repubblicana sostiene di voler contrastare il voto illegale e proteggere l’integrità delle elezioni. I Democratici e diverse organizzazioni per la tutela del diritto di voto temono invece che le iniziative federali possano essere utilizzate per mettere in discussione risultati sfavorevoli al presidente.

La differenza rispetto al 2020 è che oggi Trump dispone direttamente degli strumenti dell’amministrazione federale.

Alaska, un giudice respinge il tentativo di bloccare il risultato

Il caso più significativo è quello dell’Alaska, dove il Dipartimento di Giustizia aveva chiesto di poter impedire la certificazione dell’elezione per il Senato qualora il repubblicano Dan Sullivan fosse stato sconfitto.

La contestazione riguardava la candidatura di un altro aspirante senatore, Daniel J. Sullivan, con un nome molto simile a quello dell’uscente. Secondo l’amministrazione, la presenza dei due candidati avrebbe potuto creare confusione e sottrarre voti al repubblicano.

Domenica 1° novembre, però, la giudice federale Sharon Gleason ha respinto il ricorso, stabilendo che il governo non disponeva dei presupposti giuridici necessari per ottenere il provvedimento richiesto.

La decisione rappresenta un passaggio importante, perché riguarda un tentativo di intervenire preventivamente sulla certificazione del risultato di una competizione elettorale ancora da svolgere.

In Alaska il senatore Sullivan è sfidato dalla democratica Mary Peltola, in una delle competizioni considerate decisive per gli equilibri del Senato.

California, nel mirino ventimila elettori

Un altro fronte dello scontro è la California.

L’amministrazione Trump ha contestato la posizione di circa ventimila persone iscritte nelle liste elettorali, sostenendo che potrebbero non possedere la cittadinanza americana e chiedendo di impedire il conteggio dei loro voti senza ulteriori verifiche.

I giudici federali hanno però respinto il tentativo di bloccare quelle schede, sollevando dubbi sull’affidabilità degli elenchi utilizzati dal Dipartimento di Giustizia e sul rischio di escludere elettori regolarmente aventi diritto.

Il governo ha prospettato la possibilità di portare la controversia davanti alla Corte Suprema.

Secondo Reuters, comunicazioni analoghe sono state inviate anche a funzionari elettorali di Washington, New Jersey, Pennsylvania e Nevada.

Un giudice federale ha inoltre ordinato all’amministrazione di interrompere le minacce di procedimenti penali contro i funzionari locali che non si adeguassero alle richieste federali.

Un milione di dollari per denunciare i brogli

A rendere ancora più acceso il clima politico è intervenuto un annuncio dello stesso Trump.

Il 26 ottobre il presidente ha promesso una ricompensa di un milione di dollari a chiunque segnali frodi elettorali, passate o relative alle elezioni del 2026, purché le informazioni conducano all’arresto e alla condanna dei responsabili.

Non sono stati chiariti pubblicamente i dettagli sul finanziamento del premio e sulle procedure per ottenerlo.

L’iniziativa viene presentata dalla Casa Bianca come uno strumento per contrastare le irregolarità, mentre i critici temono che possa contribuire ad alimentare sospetti generalizzati senza prove sufficienti.

Resta infatti fondamentale distinguere eventuali singoli episodi di illegalità, che devono essere accertati e perseguiti, dall’esistenza di frodi diffuse in grado di alterare i risultati, per le quali non sono state presentate prove.

Oltre 54 milioni di americani hanno già votato

Intanto la partecipazione anticipata è molto elevata.

Alla vigilia dello scrutinio, secondo i dati raccolti dall’Election Lab dell’Università della Florida e riportati dalla stampa americana, oltre 54 milioni di persone hanno già espresso il proprio voto, recandosi ai seggi anticipati oppure utilizzando la modalità per corrispondenza.

Il dato conferma un forte interesse per la consultazione, ma non consente di stabilire quale partito ne trarrà maggiore vantaggio.

Negli ultimi giorni Trump ha intensificato i comizi, tornando domenica 1° novembre anche in Iowa e Kansas, territori nei quali i Repubblicani devono difendere seggi considerati importanti per mantenere la maggioranza al Senato.

I Democratici, dal canto loro, puntano a trasformare il malcontento per il costo della vita e le politiche della Casa Bianca in una maggiore partecipazione elettorale.

Il verdetto del 3 novembre e il futuro della presidenza

Il risultato delle midterm non determinerà la permanenza di Donald Trump alla Casa Bianca, ma potrebbe modificare profondamente gli equilibri politici degli Stati Uniti.

Un Congresso diviso renderebbe più complessa l’approvazione delle principali riforme e potrebbe aprire una stagione di indagini parlamentari e scontri istituzionali.

Un mantenimento delle maggioranze repubblicane consentirebbe invece al presidente di proseguire con maggiore continuità la propria agenda.

Ma accanto alla battaglia per i seggi si profila un’altra questione: la disponibilità delle forze politiche a riconoscere il verdetto delle urne.

Dopo settimane di accuse, ricorsi e dichiarazioni sulla possibilità di brogli, il 3 novembre sarà anche una prova per la tenuta della fiducia degli americani nel proprio sistema elettorale.

Le prime indicazioni sui risultati arriveranno nella notte italiana tra martedì 3 e mercoledì 4 novembre. Per conoscere la composizione definitiva del Congresso, soprattutto in presenza di sfide molto equilibrate, potrebbero invece essere necessari ulteriori giorni di scrutinio.

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