2 Novembre 2026 - 11.35

Dal bullo di scuola all’odiatore sui social: l’anello di Gige e la cattiveria senza volto

Il Gradasso e l’anello di Gige

Alessandro Cammarano

Esiodo collocava l’età dell’oro agli inizi del mondo, quando gli uomini vivevano senza affanni e senza malvagità, e da allora ogni generazione ne rimpiange una propria: il tempo in cui ci si salutava per strada, in cui il litigio si chiudeva con una stretta di mano, in cui nessuno sentiva il bisogno di sputare sentenze sul gelato altrui. L’immagine consola chi la coltiva e crolla davanti a un qualunque cortile scolastico. Basta ripensare alla ricreazione di una vita e mezza fa, in una scuola di Vicenza a due passi da Campo Marzo o dietro i portici di Corso Palladio, per ritrovare il Gradasso, scritto in maiuscolo, come fosse una maschera nera della Commedia dell’Arte.

Lo conoscevamo tutti. Era disarmato, a differenza di certi suoi eredi di oggi, e gli bastavano la voce grossa, le spalle larghe e un piccolo seguito di ammiratori. Sceglieva il bersaglio con istinto da cacciatore, il compagno dagli occhiali spessi, quello che balbettava, il figlio del contadino arrivato in città con la parlata troppo stretta, e ne faceva lo zimbello della classe. Ai suoi occhi si trattava di giustizia, perché i deboli, si sa, se lo meritano. Attorno a lui, i compagni ridevano per quieto vivere, e quel coro di risate gli faceva da applauso. Poi suonava la campanella, il bidello vigilava, e la vita proseguiva.

Resta da chiedersi in quale momento quel ragazzino si trasformi in odiatore adulto, e la risposta più onesta suggerisce che la trasformazione non avvenga mai. Le ricerche che seguono i bulli scolastici negli anni, quasi tutte nordeuropee, sono eloquenti. Dan Olweus ha documentato in Svezia un legame robusto tra il bullismo dell’adolescenza e la criminalità successiva, con rapporti di probabilità compresi tra tre e mezzo e quasi otto. Una rassegna dell’Università di Cambridge, firmata da Maria Ttofi e David Farrington, stima che gli ex bulli abbiano quasi il doppio delle probabilità di incorrere in condanne nei successivi undici anni, a parità degli altri rischi dell’infanzia. Quegli studi misurano reati e lasciano fuori i commenti sotto un post; quindi, il salto dal cortile alla tastiera resta un’inferenza, assai plausibile: l’indole che ieri cercava il debole nella classe oggi lo cerca in rete.

Il Gradasso cresce, mette su famiglia, trova un impiego, e l’età adulta gli impone un freno efficace: la parrocchia, l’ufficio, il bar in Piazza dei Signori dove tutti sanno chi è e di chi è figlio. Il disprezzo, in quei luoghi, ha un costo, perché l’offeso ricompare il giorno dopo con nome e cognome, e magari con un fratello più grosso. Il Gradasso impara dunque a contenersi e per decenni passa per persona a modo, magari generoso con i colleghi, devoto ai nipoti, puntuale con il fisco. La sua indole non si è dissolta e attende soltanto l’occasione di uscire allo scoperto. Poi arriva lo schermo. Davanti a un telefono, sotto un nome di fantasia, il cortile si riapre e il bidello è scomparso.

Platone, nella Repubblica, affida a Glaucone la questione: un pastore, Gige, trova un anello che lo rende invisibile, se ne serve per sedurre la regina e uccidere il re, e ci si chiede quale uomo resterebbe giusto, se nessuno potesse vederlo. Nel 2004 lo psicologo John Suler ha battezzato effetto di disinibizione online la miscela di anonimato, invisibilità e risposta differita che allenta ogni freno. I rilievi italiani vanno nella stessa direzione. L’Osservatorio Vox, su due milioni di messaggi pubblicati su X nel 2025, scelti per parole chiave legate a sei categorie di bersagli, ne ha classificati negativi il cinquantasei per cento, e il profilo più prolifico, autore di oltre duemila interventi in larga parte ostili, apparteneva a un anonimo. Gli stessi ricercatori definiscono l’anonimato una caratteristica costitutiva del fenomeno, e osservano che pochi nodi, sempre gli stessi, concentrano una quota sproporzionata delle interazioni, schema che giudicano incompatibile con la diffusione spontanea e che li induce a ipotizzare una regia.

Il quadro europeo ne conferma le dimensioni, con la cautela dovuta a indagini fondate su ciò che gli intervistati dichiarano di aver visto. Secondo Eurostat, nel 2025 il quarantadue virgola tre per cento degli utenti di internet dell’Unione, calcolato su venti Paesi, si è imbattuto in messaggi giudicati ostili e degradanti verso gruppi o persone, e in testa ai bersagli figurano le opinioni politiche o sociali, davanti all’origine etnica, all’orientamento sessuale e alla religione. Dai sedici ai trentaquattro anni si supera la metà degli utenti, e verrebbe da vedervi il segno di generazioni che abitano lo schermo con maggiore frequenza e ne subiscono più a fondo le intemperie. In Italia l’Istat, interpellando nel 2023 poco meno di quarantamila ragazzi fra gli undici e i diciannove anni, ha registrato che il sessantotto virgola cinque per cento ha subito, in dodici mesi, almeno un episodio offensivo, aggressivo o di esclusione, in rete o fuori, e che uno su tre ha vissuto episodi oltraggiosi online.

Torna allora la domanda sullo sdoganamento. La parola coglie il punto: ciò che prima circolava di soppiatto passa oggi la dogana senza controlli, spesso con l’applauso dei pollici in su. Forse l’età dell’innocenza coincideva, più semplicemente, con la presenza di un bidello nei paraggi. In sede etica la risposta non richiede dottrine sofisticate. Dissentire sul gelato, sul voto, sulla fede appartiene alla vita civile, e il confronto la nutre. Sbeffeggiare la sessualità o le scelte politiche di una persona le toglie lo statuto di soggetto morale, quello che Kant chiamava fine in sé, e la riduce a bersaglio. Il rispetto lascia intatta la libertà di dissentire su un gusto, un voto, un’inclinazione e richiede la rinuncia all’insulto, che costa pochissimo e dovrebbe valere come il minimo sindacale della convivenza.

L’anello di Gige oggi sta in tasca a ciascuno di noi, e il gesto che precede l’invio segna il momento in cui si decide quale persona essere quando nessuno guarda.

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