Il cetriolo fiscale: quando l’inflazione presenta il conto, ecco chi lo paga

In questa Repubblica di Pulcinella, dove riusciamo ad accapigliarci praticamente su tutto, c’è una cosa sulla quale regna invece un commovente silenzio: il FISCAL DRAG
Nessuno ne parla. Nessuno si straccia le vesti. Nessuno organizza un corteo. Nessuno occupa un’autostrada.
Eppure è una delle cose che possono incidere più concretamente sulle tasche di lavoratori dipendenti e pensionati.
E allora, visto che qualche mese fa avevo già scritto del problema, oggi ci torno sopra.
Anche perché nel frattempo è arrivato un piccolo particolare.
L’inflazione ad agosto è risalita al 3,3%.
Lo certifica l’Istat, che ha appena pubblicato i dati definitivi: a luglio era al 2,9%. A spingere soprattutto i prezzi sono stati gli energetici, mentre l’inflazione di fondo è rimasta all’1,5%. Anche se, a guardare certi cartellini al supermercato, qualche dubbio su quella percentuale viene.
E qui arriva il nostro simpatico amico: il fiscal drag. Nome inglese, naturalmente.
Perché se dobbiamo fregarti qualche euro in più, vuoi mettere farlo con un termine che sembra uscito da una riunione della Banca d’Inghilterra?
Il meccanismo, invece, è semplicissimo.
Se i prezzi aumentano e, per effetto dell’inflazione, aumenta anche il reddito nominale, ma gli scaglioni dell’Irpef non vengono adeguati in misura corrispondente, una parte dell’aumento finisce al fisco
Formalmente lo Stato non ha aumentato le aliquote, ma incassa di più.
E il contribuente?
Vede diminuire il proprio potere di acquisto.
Per certi versi è un meccanismo geniale. Perché l’aumento delle tasse non arriva con una legge che qualcuno deve votare.
Arriva in silenzio. Non c’è bisogno di un ministro che annunci: «Cari cittadini, da domani vi aumentiamo le tasse».
No. Molto più elegante. Si lascia che aumentino prezzi e redditi nominali e si tengono fermi gli scaglioni.
Poi ci pensa il fisco.
Una specie di bancomat automatico alimentato dall’inflazione.
Vi è chiara quale sarebbe la soluzione più lineare del problema?
Semplice come l’acqua: indicizzare gli scaglioni di reddito IRPEF all’inflazione.
Ma la domanda vera è un’altra: perché a Berlino, Parigi o Vienna è possibile ciò che in Italia nessuno si sogna nemmeno di proporre?
Il problema è la spesa pubblica.
Il problema è che i soldi delle tasse non bastano mai, ed i numerosi tentativi di spending review si sono rivelati tutti fallimentari.
Per amor di verità di recente ho sentito in televisione Nicola Fratoianni rilanciare l’idea di una sorta di scala mobile. Ma manca sempre, a sinistra come a destra, la volontà di dire dove si taglia la spesa pubblica per trovare le risorse necessarie.
E qui veniamo alla parte che mi interessa di più.
Perchè il Fiscal Drag è di fatto un “cetriolo”. Ma chi può difendersi?
Il commerciante che, almeno in teoria, può aumentare il prezzo della merce.
Il professionista che può rivedere la parcella. L’artigiano che può aggiornare il preventivo.
L’impresa che può, entro i limiti del mercato, ritoccare i propri listini.
Naturalmente non è sempre facile, e nessuno regala niente a nessuno.
Ma almeno un prezzo lo possono cambiare.
Il lavoratore dipendente no. Il pensionato no.
E allora può succedere una cosa paradossale.
Arriva un aumento. Sembra una buona notizia.
Poi arrivano l’inflazione, gli scaglioni Irpef e le detrazioni che non seguono automaticamente i prezzi.
E una parte di quell’aumento torna indietro, guarda caso, in direzione dell’ Agenzia delle Entrate.
È il motivo per cui il fiscal drag è una tassa particolarmente infida. Perché psicologicamente non la percepisci come una tassa. Nessuno ti manda a casa una lettera dicendo: “Gentile contribuente, quest’anno il cetriolo fiscale sarà un po’ più grosso, ci scusiamo per il disturbo!”.
No. Magari ti arriva semplicemente una busta paga un po’ più alta. E magari pensi pure: «Finalmente!». Poi guardi quanto è aumentato il costo della spesa, dell’energia, dell’assicurazione, del ristorante, del dentista e di tutto il resto. E scopri che il tuo potere d’acquisto non è aumentato affatto, anzi si è ridotto.
Ma il fisco, quello sì, ha fatto progressi.
Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: il cetriolo continuerà a finire sempre dalla stessa parte?
E qui arriviamo al punto politico, senza bisogno di fare il tifo per nessuno.
Perché il fiscal drag non ha una tessera di partito; non è né di destra né di sinistra.
È semplicemente comodo. Comodo per chi chiunque governi.
Perché ridurre davvero il fiscal drag significa rinunciare ad una parte di gettito futuro, oppure trovare contemporaneamente altre coperture.
E quando si parla di bilancio pubblico italiano, la coperta è quella solita. Tirarla da una parte significa lasciare scoperti i piedi dall’altra.
Il problema, dunque, non è scoprire che l’inflazione esiste.
Il problema è decidere chi deve sopportarne il costo.
È per questo che continuo a considerare il fiscal drag una questione di equità prima ancora che di tecnica tributaria.
Uno Stato serio può certamente chiedere ai cittadini di pagare le tasse. Ma dovrebbe avere almeno la decenza di farlo alla luce del sole.
Non nascondendosi dietro l’inflazione.
Perché una tassa votata dal Parlamento la puoi discutere. La puoi contestare. Puoi perfino andare in piazza.
Il fiscal drag invece non protesta, non discute e non fa rumore; quando arriva il momento, presenta il conto.
E allora torno alla domanda con cui avevo aperto.
In questa Repubblica di Pulcinella, dove per qualsiasi cosa ci dividiamo in guelfi e ghibellini, possibile che almeno sul cetriolo fiscale non riusciamo a metterci d’accordo?
Perché una cosa, almeno, sembra certa.
L’inflazione passa. Il fisco resta.
E il cetriolo, guarda caso, finisce sempre dalla stessa parte (se fossi sboccato direi sempre negli stessi culi).
Umberto Baldo


















