Bab el Mandeb. Quando lo sceriffo non arriva

Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente simbolico in una telefonata.
Mohammed bin Salman, principe ereditario e uomo forte dell’Arabia Saudita, chiama Donald Trump e gli chiede di intervenire contro gli Houthi.
Non una volta. Due volte.
E il Presidente americano risponde di no.
Washington continuerà a fornire intelligence ed informazioni sugli obiettivi, ma gli aerei americani, almeno per ora, resteranno a terra.
Potrebbe sembrare soltanto una decisione tattica, legata alla guerra con l’Iran, al prezzo del petrolio od ai calcoli politici di Trump.
Io credo invece che dentro quel “no” ci sia qualcosa di molto più grande.
C’è il rumore, quasi impercettibile, della fine di un’epoca.
Perché mentre il mondo discute degli Houthi, dello Yemen e del Golfo, stanno accadendo due cose strettamente collegate.
Da una parte, due dei grandi “rubinetti” del commercio e dell’energia mondiale, Hormuz e Bab el-Mandeb, sono sottoposti ad una pressione strategica enorme.
Dall’altra, gli Stati Uniti stanno dicendo ai propri alleati, con modalità diverse, che il mondo nel quale Washington garantiva da sola la sicurezza dell’Occidente è finito.
Partiamo da Bab el-Mandeb.
Visto su una carta geografica, sembra poco più di una fessura fra Africa e penisola arabica.
In realtà è uno dei grandi cancelli attraverso i quali passa il commercio mondiale.
Da lì transitano le navi che collegano l’Asia all’Europa attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.
Gli Houthi, e dietro di loro l’Iran, lo sanno benissimo.
La pressione sullo stretto ha trasformato il movimento yemenita in qualcosa di più di una milizia locale: in uno dei possibili interruttori del traffico marittimo mondiale.
Dall’altra parte della penisola arabica c’è Hormuz, altro passaggio strategico per il petrolio ed il gas del Golfo.
Se li guardiamo insieme, il quadro diventa inquietante. Non significa che domani tutte le navi del mondo resteranno ferme.
Significa però che Teheran ed i suoi alleati hanno acquisito la capacità di rendere più costoso, rischioso ed imprevedibile, il passaggio attraverso due delle principali arterie energetiche del pianeta.
E questa è già una forma di potere.
La domanda vera, però, riguarda Washington.
Per settant’anni l’Arabia Saudita ha potuto pensare alla propria sicurezza sapendo che, dietro di sé, c’era l’America.
Non significava che gli americani intervenissero per qualsiasi problema. Significava che esisteva un garante ultimo. Se la situazione fosse diventata davvero pericolosa, Washington sarebbe arrivata.
Adesso Riyadh scopre che Washington c’è, ma non necessariamente quando serve.
È una differenza enorme.
Trump ha scelto di non aprire un altro fronte militare contro gli Houthi.
La priorità americana è l’Iran e soprattutto Hormuz, e la Casa Bianca vuole evitare un’altra guerra americana senza una chiara fine.
L’argomento è comprensibile. Sarebbe difficile sostenere che gli Stati Uniti debbano continuare indefinitamente a combattere per tutti e dappertutto.
Ma proprio per questo la decisione assume un significato strategico.
L’Arabia Saudita non può semplicemente sostituire gli Stati Uniti con la Cina. Pechino è un enorme partner commerciale ed energetico, ma non sembra intenzionata a diventare il nuovo gendarme militare del Golfo.
Nemmeno la Russia può ora offrire a Riyadh ciò che offre l’apparato militare americano.
E allora i sauditi fanno quello che probabilmente da oggi in poi farà sempre più spesso chi non vuole trovarsi scoperto quando cambia il vento: diversificano.
America per tecnologia, intelligence e sicurezza. Cina per commercio e investimenti. Russia per energia e OPEC+. Iran per il dialogo regionale.
Non è un nuovo blocco. È qualcosa di molto più fluido.
Si chiama multi-allineamento.
E potrebbe essere una delle parole chiave della geopolitica del futuro.
Perché a questo punto la storia del Golfo comincia ad assomigliare terribilmente alla storia dell’Europa.
Anche noi europei abbiamo passato decenni sapendo che, in caso di guai seri, dietro di noi c’era Washington.
Abbiamo costruito una prospera Europa occidentale sotto l’ombrello americano e discusso per anni di “burden sharing”, cioè della necessità che gli europei facessero di più per la propria difesa.
Solo che, nella pratica, il burden sharing è rimasto spesso una formula diplomatica.
Adesso sta cambiando.
Gli americani non parlano più soltanto di condividere il peso. Parlano, sempre più chiaramente, di spostarlo.
L’Europa deve assumere una responsabilità maggiore, se non principale, della propria difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti mantengono un ruolo decisivo soprattutto sul piano nucleare e come ultima garanzia.
La differenza rispetto al passato non è soltanto quantitativa. È psicologica.
Per decenni ci siamo chiesti: “Quanto devono contribuire gli europei?”
La domanda che dovremmo farci oggi è un’altra: “Che cosa succede se gli americani, questa volta, non vengono?”
È la domanda che Riyadh si sta ponendo davanti a Bab el-Mandeb.
Naturalmente questo non significa che gli Stati Uniti stiano abbandonando l’Europa o che domani la NATO scompaia.
Washington resta la principale potenza militare dell’Alleanza, conserva l’arsenale nucleare, e continua ad avere interessi enormi nella sicurezza europea.
Ma il rapporto sta cambiando.
E quando cambia il rapporto con il garante della propria sicurezza, prima o poi cambia anche il modo con cui si costruiscono le alleanze.
È già quello che sta facendo l’Arabia Saudita.
Ed è quello che vediamo, in forme diverse, in gran parte del mondo.
Il vecchio sistema era relativamente semplice: c’erano gli Stati Uniti, i loro alleati e, dall’altra parte, i loro avversari.
Il nuovo sistema rischia di essere molto più complicato, e molto più cinico.
Non conta più soltanto chi è “amico”. Conta chi è utile.
E qui arriviamo al paradosso.
Se Bab el-Mandeb viene messo sotto pressione, l’Europa è tra i primi a pagarne il prezzo. Le navi possono essere costrette a evitare il Mar Rosso e circumnavigare l’Africa. Più giorni di navigazione, maggiori costi assicurativi, più carburante, ritardi nelle consegne e, alla fine, prezzi più alti. E se contemporaneamente Hormuz resta sotto pressione, il problema non è più soltanto quello delle merci. Diventa quello dell’energia. E quindi dell’inflazione. E quindi dell’industria europea.
E quindi, alla fine della catena, del portafoglio di Siora Maria e del conto corrente di Sior Bepi.
Come sempre, la geopolitica sembra una cosa lontana finché non arriva alla pompa di benzina o nella bolletta.
A quel punto diventa improvvisamente molto concreta.
Per questo quel “no” di Trump a Mohammed bin Salman merita attenzione.
Non perché Trump abbia necessariamente elaborato una grande strategia filosofica (cosa di cui dubito sia capace).
Può darsi che abbia semplicemente pensato al prezzo della benzina, alla guerra con l’Iran, alle elezioni di midterm e al rischio di infilare gli Stati Uniti in un altro pantano mediorientale.
Anzi, è probabilmente così.
Ma la storia ha una curiosa abitudine: spesso produce conseguenze molto più grandi delle intenzioni di chi prende le decisioni.
Il punto, quindi, non è soltanto che gli americani abbiano deciso di non difendere Bab el-Mandeb.
Il punto è un altro..
Bab el-Mandeb e la NATO raccontano la stessa storia; la storia del giorno dopo l’America.
Un giorno nel quale nessuno sa ancora esattamente come sarà il mondo.
Ma una cosa comincia ad apparire evidente.
Gli Stati Uniti non hanno più intenzione di essere lo sceriffo che corre ogni volta che qualcuno spara in città.
E quando lo sceriffo lascia la città, gli abitanti hanno due possibilità.
Possono continuare a discutere su quanto fosse ingiusto pagargli lo stipendio. Oppure possono finalmente imparare a difendersi da soli.
Il Golfo sembra aver cominciato a farlo.
L’Europa farebbe bene a non aspettare che siano gli Houthi, o qualcun altro, a ricordarglielo.
Umberto Baldo


















