4 Settembre 2026 - 12.42

Festival di Venezia, “Ink”: Danny Boyle racconta come Murdoch trasformò il giornalismo in business

Tra i film più interessanti presentati in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Ink colpisce per la capacità di raccontare una trasformazione che ha segnato profondamente il giornalismo contemporaneo: il momento in cui l’informazione ha cominciato a diventare sempre più prodotto, mercato, competizione e potere. Il momento in cui The Sun ha bruciato tutte le regole del giornalismo nella Londra di fine anni 60.

Danny Boyle firma un film potente, girato con grande ritmo e notevole eleganza visiva, capace di trasformare una vicenda legata al mondo dell’editoria britannica in un racconto molto più ampio sul rapporto tra stampa, politica, denaro e opinione pubblica.

Al centro c’è l’universo costruito attorno a Rupert Murdoch e alla sua idea rivoluzionaria, e per molti aspetti spregiudicata, di giornalismo. Un modello che rompe con la tradizione della stampa britannica e porta definitivamente i giornali dentro una logica industriale: conquistare lettori, aumentare le vendite, anticipare la concorrenza e soprattutto comprendere che una notizia non deve soltanto essere importante, ma deve essere capace di attirare l’attenzione.

È proprio questo uno degli aspetti più riusciti di Ink. Boyle evita la semplice biografia o la ricostruzione didascalica e mette in scena un cambiamento culturale. Il giornale non è più soltanto il luogo nel quale raccontare il mondo, ma diventa una macchina complessa nella quale convivono informazione, spettacolo, interessi economici e capacità di influenzare la società.

Il risultato è un film estremamente attuale. Guardando ciò che accade nelle redazioni raccontate da Boyle è inevitabile pensare al giornalismo di oggi, ai social network, ai click, agli algoritmi e alla competizione continua per conquistare l’attenzione del pubblico. Murdoch comprese prima di molti altri che l’informazione poteva essere trattata come un grande business globale. Il film mostra bene quanto quella intuizione abbia cambiato per sempre il mestiere del giornalista.

La regia è probabilmente il punto di forza principale. Boyle imprime alla storia un ritmo quasi nervoso, energico, sempre in movimento. Le redazioni sembrano organismi viventi, attraversate da telefonate, titoli, fotografie, decisioni prese in pochi minuti e dalla pressione costante delle vendite. La macchina da presa accompagna perfettamente questa frenesia e restituisce allo spettatore la sensazione di essere dentro il processo di costruzione della notizia.

Ma Ink funziona soprattutto perché non si limita a giudicare. Racconta un sistema, le sue contraddizioni e la sua enorme capacità di trasformare la società. Il giornalismo popolare di Murdoch può apparire aggressivo, commerciale e talvolta cinico, ma il film riconosce anche la straordinaria intuizione imprenditoriale che ne ha determinato il successo.

Ed è forse proprio questa ambiguità a rendere il film particolarmente riuscito. Ink non è semplicemente un film su Rupert Murdoch. È un film sulla trasformazione del giornalismo, sul confine sempre più sottile tra informazione e spettacolo e sulla domanda che ancora oggi attraversa ogni redazione: fino a che punto è possibile inseguire il pubblico senza perdere la propria identità?

Danny Boyle costruisce così un’opera intelligente, spettacolare e sorprendentemente contemporanea. Un film sul passato della stampa che, in realtà, parla moltissimo del presente. E probabilmente anche del suo futuro.

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