Dal rito malinconico al nuovo picco: settembre non è più bassa stagione

Umberto Baldo
C’era una volta un rito.
Ferragosto passava e, nel giro di una decina di giorni, sulle spiagge italiane cominciava il lento smontaggio dell’estate.
I balneari tiravano in secco le attrezzature, si cominciavano a togliere ombrelloni e sdraio, si preparavano le strutture alle prime mareggiate autunnali.
Era come se il Paese avesse un calendario incorporato.
Ferragosto era la boa. Dopo, l’estate era praticamente finita.
Certo, rimaneva settembre. Ma quello era il mese degli “intenditori” del mare.
Poca gente, prezzi più abbordabili, spiagge finalmente respirabili, giornate ancora calde ma senza l’afa di agosto, e quella luce particolare, quasi dorata, che rende settembre diverso da qualsiasi altro mese dell’anno.
Era l’estate per chi poteva permettersi di scegliere quando andare in vacanza.
Ma erano relativamente pochi.
Poi è arrivato il cambiamento climatico, e con lui è saltato anche il vecchio calendario.
Perché se ai primi di settembre puoi trovarti tranquillamente con 34 o 35 gradi anche nelle località del Nord Italia, qualcuno dovrebbe cortesemente spiegarmi per quale motivo dovremmo continuare a comportarci come se il 15 agosto fosse l’ultimo giorno dell’estate.
Il calendario dice settembre, ma il termometro, evidentemente, non è stato avvertito.
Ma sarebbe un errore pensare che sia soltanto una questione di temperatura.
Perché mentre noi continuiamo a ragionare con il vecchio calendario delle vacanze, i turisti hanno già cambiato calendario da soli.
I dati dell’Hotel Booking Trends 2026 di SiteMinder raccontano infatti qualcosa di piuttosto interessante. Per settembre viene registrata una crescita delle prenotazioni del 15,8%, mentre la tariffa media giornaliera si avvicina ai 332 euro.
E c’è un altro dato che dovrebbe far drizzare le antenne agli operatori: in alcuni casi i soggiorni di settembre vengono prenotati con oltre sette mesi di anticipo.
Capito?
Non stiamo parlando più del signore che, alla fine di agosto, guarda fuori dalla finestra e pensa: “Quasi quasi vado al mare”.
Qui c’è gente che a febbraio o marzo ha già deciso dove passerà qualche giorno di settembre.
Altro che bassa stagione. Ed infatti arrivano altri numeri.
Secondo le stime dell’Osservatorio Confturismo-Confcommercio/SWG riportate dall’ANSA, saranno circa 10 milioni gli italiani in viaggio a settembre. Il 71% resterà in Italia, ed il 42% dei viaggiatori sarà over 55.
Quest’ultimo dato è forse il più interessante di tutti.
Perché il turismo degli over 55 non è necessariamente quello della vacanza mordi e fuggi di agosto. È un turismo che dispone generalmente di maggiore libertà nella scelta delle date, che può viaggiare quando gli altri sono tornati al lavoro, e che può essere interessato a soggiorni più lunghi.
Insomma, proprio quella categoria di turisti che può trasformare settembre da semplice appendice dell’estate in un vero pezzo della stagione turistica.
E forse anche ottobre comincia a bussare alla porta.
Da decenni parliamo di destagionalizzazione. È una delle parole più utilizzate dall’industria turistica italiana.
La pronunciano gli assessori, la scrivono nei documenti strategici, la inseriscono nei programmi elettorali, la usano nei convegni. E adesso, mentre continuiamo a discuterne, la destagionalizzazione sta arrivando senza chiedere il permesso a nessuno.
Sono i clienti a spostarsi.
Il clima li aiuta. La ricerca di prezzi meno folli li incoraggia. Il desiderio di trovare meno traffico e meno folla completa l’opera.
Settembre offre infatti una combinazione che agosto difficilmente può garantire: temperature ancora estive, meno affollamento, maggiore tranquillità e, almeno in molte destinazioni, prezzi più equilibrati.
Ed io, da persona avanti con gli anni, credo fermamente che i meno giovani come me abbiano realizzato che a luglio e agosto in spiaggia si rischia la pelle, per cui si sta a casa e si parte quando la maggioranza deve rientrare per il lavoro o le scuole.
Il problema è che rischiamo di avere una domanda nuova con un’offerta ancora vecchia.
Perché non basta lasciare aperto qualche albergo in più.
Se il turista arriva il 20 settembre e trova il ristorante chiuso perché “ormai la stagione è finita”, il museo che comincia con l’orario invernale, il negozio chiuso, il trasporto ridotto e l’escursione cancellata perché non ci sono abbastanza persone, la destagionalizzazione rischia di diventare semplicemente un modo elegante per dire che abbiamo lasciato acceso il registratore di cassa.
Una destinazione turistica deve essere viva, non semplicemente aperta.
E questa è una differenza enorme.
C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente gli operatori.
Se settembre sta diventando un mese di domanda forte, continuare automaticamente a considerarlo “bassa stagione” significa rischiare di guardare lo specchietto retrovisore anziché il parabrezza.
Il prezzo non può più essere deciso sulla base dell’abitudine. La domanda va osservata. Le prenotazioni vanno analizzate. Le tariffe devono poter cambiare in funzione del mercato.
E qui entrano in gioco anche tecnologia e dati, perché PMS, sistemi di revenue management e strumenti di analisi non sono più giocattoli solo per le grandi catene alberghiere.
Se il mercato cambia rapidamente, anche chi vende camere deve essere in grado di accorgersene rapidamente.
Del resto, se un cliente è disposto a prenotare sette mesi prima un soggiorno di settembre, forse non sarebbe una cattiva idea smettere di trattarlo come quello che arriva quando ormai non è rimasto più niente da vendere.
La trasformazione potrebbe essere ancora più interessante per le località che non hanno mai potuto vivere soltanto di turismo balneare.
Borghi, città d’arte, colline, aree interne, montagne. Per loro settembre può essere molto più di una semplice appendice dell’estate.
Il turismo degli over 55, in particolare, può diventare un mercato importante: persone che possono viaggiare fuori dai periodi di punta, interessate alla cultura, all’enogastronomia, alle passeggiate, ai paesaggi, ai piccoli centri.
E magari a restare qualche giorno in più. È quello che una volta si chiamava semplicemente andare in vacanza.
Oggi abbiamo inventato l’espressione silver tourism, perché evidentemente anche l’andare in vacanza, quando si è un po’ più avanti con gli anni, aveva bisogno di un nome inglese.
Ma la sostanza è quella.
Alla fine, la cosa più interessante è forse proprio questa.
Per decenni abbiamo pensato alla stagione turistica come a qualcosa di naturale e immutabile.
Giugno. Luglio. Agosto. Ferragosto. Fine.
Adesso quel meccanismo non funziona più. Il clima ha spostato in avanti l’estate.
I turisti hanno spostato in avanti le vacanze. Il mercato sta spostando in avanti la stagione.
E noi?
Noi rischiamo di continuare a mettere i cartelli “fine stagione” quando la stagione, semplicemente, non è più finita.
Forse è arrivato il momento di prendere atto che Ferragosto non è più la fine dell’estate. È soltanto il vecchio spartiacque di un’epoca che non esiste più.
E Settembre non è più la coda; è diventato un pezzo della stagione.
E se il clima continuerà a fare quello che sta facendo, domani potrebbe esserlo anche ottobre.
La vera sfida, allora, non sarà più convincere i turisti a villeggiare in Italia fuori stagione.
Quella parte, pare, la stiano facendo benissimo da soli.
La sfida sarà convincere noi che continuiamo a pensare alla bassa stagione mentre la realtà ha già cambiato calendario
Umberto Baldo


















