Il grande trucco delle tasse. Pagare senza accorgersene

Umberto Baldo
Sapreste rispondere con esattezza a questa domanda: quante tasse versate allo Stato ogni anno?
La risposta più probabile è “non ne ho idea”. Ed è già un piccolo capolavoro del nostro sistema fiscale.
C’è qualcosa di straordinariamente intelligente nel modo in cui lo Stato moderno prende i nostri soldi.
Non ce li strappa di mano. Non viene un esattore a bussare alla porta. Non dobbiamo nemmeno, nella maggior parte dei casi, aprire il portafoglio e consegnarglieli.
Ce li prende senza quasi farcelo vedere.
La CGIA ha calcolato che, per una famiglia di lavoratori dipendenti presa come riferimento, il 95,7% del carico fiscale viene pagato senza un versamento diretto e consapevole.
Ed eccolo, il piccolo prodigio dell’architettura fiscale moderna.
Lo Stato ha capito che c’è un’enorme differenza fra dire ad un cittadino: “Dammi 10.000 euro di tasse” e dirgli: “Il tuo stipendio è questo”.
Nel primo caso il cittadino vede il prelievo; nel secondo vede soltanto quello che gli rimane.
È la differenza fra una rapina davanti alla quale ti accorgi di essere stato derubato, ed una rapina nella quale qualcuno ha avuto l’accortezza di toglierti il portafoglio mentre guardavi da un’altra parte.
Naturalmente il termine “rapina” è una provocazione
Perché le tasse sono il prezzo che paghiamo per vivere in una società organizzata; avere strade, ospedali, scuole, pensioni, sicurezza, tribunali, infrastrutture e tutto ciò che chiamiamo Stato.
Il problema, quindi, non è che lo Stato ci faccia pagare le tasse.
Il problema è quando la tassazione diventa così pesante e così pervasiva da dover essere resa invisibile per essere politicamente sopportabile.
E qui che a mio avviso comincia la parte interessante.
Il lavoratore dipendente non vede gran parte dell’Irpef che paga; gli viene trattenuta prima ancora che lo stipendio arrivi sul conto.
Il consumatore vede il prezzo sullo scontrino, non l’Iva incorporata.
L’automobilista vede il prezzo della benzina, non tutte le imposte che ci sono dentro.
Il cittadino paga continuamente, ma quasi mai riceve davanti agli occhi il conto complessivo.
È un po’ come andare al ristorante per tutta la vita e ricevere ogni sera soltanto lo scontrino del dessert.
Poi un giorno qualcuno ti dice quanto hai speso complessivamente, e tu scopri che hai praticamente comprato il ristorante.
Questa invisibilità non è un dettaglio psicologico. È politica.
Perché una democrazia funziona anche sulla percezione che i cittadini hanno del rapporto fra ciò che danno e ciò che ricevono.
Se il cittadino vede il sacrificio, può giudicarlo; può considerarlo necessario, può considerarlo eccessivo, può protestare, può cambiare Governo, può chiedere una diversa politica fiscale.
Ma se il sacrificio viene frammentato, nascosto dentro la busta paga, incorporato nei prezzi, distribuito in mille balzelli e prelievi, diventa molto più difficile persino rendersi conto della sua dimensione.
E così il contribuente finisce per conoscere perfettamente il proprio stipendio netto, e molto meno il costo fiscale del proprio lavoro.
È una forma di anestesia.
Lo Stato preleva, il datore di lavoro trattiene, il commerciante incassa e riversa, il consumatore paga.
E il cittadino?
Il cittadino, spesso, guarda il conto e si domanda perché alla fine del mese non gli rimanga mai abbastanza.
Poi naturalmente c’è l’altro grande problema. Quello della distribuzione.
Perché una tassazione elevata può essere sopportata se tutti hanno la ragionevole sensazione di partecipare ad uno sforzo comune.
Ma quando comincia a diffondersi la convinzione che una parte della popolazione finanzi stabilmente il sistema, mentre un’altra (complice la burla dell’Isee) ne beneficia stabilmente versando poco o nulla, il problema non è più soltanto fiscale.
Diventa morale, diventa politico, diventa una questione di consenso.
Perché nessun sistema può spremere indefinitamente “sempre gli stessi cittadini” per finanziare un meccanismo nel quale il rapporto fra chi contribuisce e chi riceve diventa sempre più squilibrato.
Non è necessario essere liberisti sfrenati per capirlo. Basta un minimo di buon senso.
Una società può redistribuire, ma deve redistribuire quando è necessario.
Può aiutare chi è povero, malato, anziano, disoccupato, fragile.
Ma redistribuire non significa rendere strutturale il principio secondo cui qualcuno paga e qualcun altro ha semplicemente diritto a ricevere.
Perché ad un certo punto quello che era solidarietà comincia a sembrare una tassa sulla responsabilità.
E allora arriva la domanda che in Italia è quasi proibita: quanto può essere tassato un cittadino prima che smetta di sentirsi un cittadino e cominci a sentirsi soltanto un contribuente vessato?
Pe me non è una domanda banale.
Perché il nostro ordinamento ha persino previsto che sulle leggi tributarie non si possa ricorrere al Referendum. L’articolo 75 della Costituzione esclude infatti le leggi tributarie e di bilancio dalle materie sottoponibili a referendum abrogativo.
Ci sono naturalmente ragioni tecniche ed istituzionali per questa scelta, ma il risultato politico rimane; sulle tasse il cittadino non può dire direttamente sì o no.
Può scegliere chi governa, può scegliere chi (furbescamente) promette di abbassarle, può scegliere chi promette di aumentarle, può protestare, può scrivere editoriali come faccio io, che è probabilmente la forma più innocua di ribellione che l’umanità abbia mai inventato.
Ma sulla fiscalità non può mettere una croce su una scheda e dire: “Questa tassa no.”
E qui, inevitabilmente, torna alla mente una vecchia vicenda americana, passata alla storia come Boston Tea Party.
Quella rivolta, che diede inizio alla Rivoluzione americana, se vogliamo tradurla nel linguaggio brutale della questione fiscale suonerebbe così: se mi chiedi una parte del frutto del mio lavoro, devo avere voce nel decidere come e quanto.
Sono passati più di due secoli.
Abbiamo computer, intelligenza artificiale, satelliti, pagamenti elettronici e frigoriferi che ordinano da soli il latte quando sta finendo.
Ma sulla questione fondamentale siamo rimasti sorprendentemente simili.
Il cittadino continua a lavorare, lo Stato continua a prelevare.
La differenza è che oggi non abbiamo più bisogno di buttare il tè nel porto.
Hanno inventato qualcosa di molto più efficiente; il sostituto d’imposta.
E così la rivoluzione fiscale è stata sostituita dall’addebito automatico; il contribuente non scende in piazza, semplicemente non vede.
Ed è probabilmente questa la vera genialità del sistema.
Una tassa che senti è una tassa che puoi contestare. Una tassa che non vedi è soltanto un pezzo di stipendio che non hai mai avuto.
Il punto, allora, non è soltanto quanto lo Stato debba incassare, ma quanto il cittadino debba essere consapevole di pagare.
Perché la trasparenza fiscale, per me, non è un lusso: è una condizione della democrazia.
E quando il cittadino non sa più quanto paga, chi paga per lui e chi paga per gli altri, il problema non è più soltanto quanto costa lo Stato.
Il problema è che cosa resta, alla fine, del cittadino.
Umberto BaldoRispondi a tutti


















