3 Settembre 2026 - 9.38

Fine vita, la “legge Zaia”: quando la coscienza vale più della tessera di partito

Umberto Baldo

Ogni tanto arriva una buona notizia.

E  siccome siamo in Italia, conviene quasi festeggiarla: non capita tutti i giorni.

Ieri il Veneto ha approvato la legge sul fine vita. Trentadue voti favorevoli, quattordici contrari e cinque astenuti.

Ma il dato politicamente più interessante non è il risultato numerico.

È che questa legge è stata approvata in una Regione governata da una maggioranza di centrodestra, nonostante le barricate di Fratelli d’Italia. 

E allora, per una volta, possiamo anche dirlo senza troppi giri di parole: questa è la legge di Luca Zaia.

Non perché l’abbia scritta lui, non perché tutti quelli che l’hanno votata la pensino come lui.

Ma perché senza la sua determinazione, la sua coerenza e la sua idea che sui temi etici la politica debba lasciare spazio alla coscienza individuale, probabilmente oggi non saremmo qui a parlarne.

Zaia questa battaglia la porta avanti da anni.

E non l’ha fatto con le urla, con le piazze contrapposte, con le accuse di tradimento, o con la solita gara a chi si appropria meglio di Dio, della Patria, della Famiglia o della Morale.

Ha semplicemente detto una cosa piuttosto elementare: su questioni come il fine vita non dovrebbe esistere una disciplina di partito.

A destra ci sono favorevoli e contrari, a sinistra ci sono favorevoli e contrari.

Perché, guarda un po’, la coscienza non ha la tessera di partito.

Sembra una banalità.

E invece, osservando la politica italiana, scopriamo che è quasi una rivoluzione.

La legge veneta, va ricordato, non inventa il diritto al fine vita medicalmente assistito.

Si muove nell’ambito già delineato dalla Corte costituzionale, e disciplina il percorso sanitario regionale per quei casi che rientrano nei requisiti stabiliti dalla Consulta.

Non è dunque una fuga in avanti del Veneto.

È, semmai, il tentativo di dare una risposta concreta ad una situazione giuridica già esistente.

Ma il vero significato della giornata è politico.

Perché ieri in Veneto abbiamo visto una cosa che ultimamente sembra diventata rara: una maggioranza politica che non ha votato tutta con un’unica voce su una questione di coscienza.

E questo, a mio parere, è un segnale di salute democratica.

Lo dico da liberale; anzi, lo dico proprio perché sono liberale.

Perché c’è una cosa che continuo a non capire della politica contemporanea: perché mai qualcuno dovrebbe arrogarsi il diritto di decidere quale sia la morale obbligatoria per tutti gli altri?

Qui non parlo soltanto dei Partiti.

Parlo anche di quelle forze sociali, culturali e confessionali che, legittimamente, possono avere una propria idea del bene e del male, della vita e della morte, della famiglia e della persona.

Legittimamente.

Ma il passaggio successivo non è affatto legittimo: pretendere che quella propria visione morale diventi automaticamente la morale dello Stato, e quindi la morale obbligatoria di tutti.

Quello è un altro discorso.

E in una democrazia liberale dovrebbe valere un discorso molto semplice.

Tu puoi pensare che una determinata scelta sia moralmente sbagliata. Puoi cercare di convincermi. Puoi pregare perché io cambi idea. Puoi fare campagne, manifestazioni, dibattiti, libri, prediche.

Quello che non puoi pretendere è che lo Stato trasformi la tua convinzione personale in un obbligo per chi quella convinzione non la condivide.

Perché lo Stato liberale non deve stabilire come dobbiamo vivere, e soprattutto, non dovrebbe stabilire come dobbiamo morire.

Qui sta, secondo me, la differenza tra una politica adulta ed una politica infantile.

La politica adulta riconosce che esistono questioni sulle quali la propria verità non può diventare automaticamente la verità di tutti.

La politica infantile, invece, prende la propria convinzione, la infila in una legge e poi pretende che tutti gli altri la rispettino.

È esattamente quello che dovrebbe essere evitato sui grandi temi etici.

Ecco perché il comportamento di Zaia merita rispetto anche da parte di chi non appartiene al suo campo politico.

Perché Zaia, su questa materia, ha fatto una cosa che oggi sembra quasi sovversiva: ha messo la libertà di coscienza davanti alla disciplina politica.

E non è la prima volta che lo fa.   Questo significa avere le palle.

Perché è facile essere coraggiosi quando la propria posizione coincide perfettamente con quella della propria parte.

Il vero coraggio politico comincia quando devi sostenere qualcosa sapendo che una parte dei tuoi non sarà d’accordo.

Ed è precisamente quello che è accaduto ieri in Veneto.

Da una parte, infatti, c’erano i consiglieri di Fratelli d’Italia e gli esponenti della destra più conservatrice, contrari al provvedimento.

Dall’altra c’erano consiglieri del Centrosinistra e della Liga Veneta che hanno contribuito all’approvazione.

Non è una contraddizione, è la democrazia quando funziona.

E qui arriviamo a un altro punto che meriterebbe una riflessione nazionale.

Dove era il Parlamento?

Ancora una volta, una questione eticamente delicatissima viene affrontata dalle Regioni mentre il Parlamento nazionale rimane sostanzialmente spettatore.

Il Veneto diventa così la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a intervenire sulla materia.

Personalmente trovo abbastanza surreale che su una questione che riguarda diritti fondamentali e libertà individuali si debba avere una “geografia” del fine vita.

A seconda di dove vivi, cambia il modo in cui le istituzioni organizzano una procedura che nasce comunque da un quadro definito più volte dalla Corte costituzionale.

Ma questa è un’altra storia.

Oggi mi interessa soprattutto un’altra cosa.

Ogni tanto scopriamo che persino a destra esiste qualcosa di più civile dei vannacciani.

E persino di una certa destra che sembra avere un bisogno patologico di stabilire cosa devono pensare, credere e fare gli altri.

Una destra moderna dovrebbe sapere che la libertà non consiste soltanto nel poter fare ciò che piace alla maggioranza.

Consiste anche nel lasciare in pace chi ha una concezione diversa della propria vita, purché non danneggi gli altri.

E dovrebbe sapere che lo Stato non è un prete, non è un vescovo, non è un direttore spirituale e nemmeno un tribunale della morale.

Lo Stato deve garantire diritti, regole e libertà. Non distribuire patenti di buona condotta morale.

È una distinzione fondamentale.

E ieri, nel Veneto governato dal centrodestra, questa distinzione è stata affermata con un voto.

Per questo, se proprio dobbiamo darle un nome, io questa legge la chiamerei “legge Zaia”.

Non per adulazione.

Ma perché, al di là del testo normativo, questa vicenda porta la sua impronta politica.

Ed in tempi nei quali molti politici sembrano avere una bussola che indica soltanto i sondaggi, non è proprio una cosa da poco.

Ogni tanto, dunque, una buona notizia. Oggi arriva dal Veneto.

E, per una volta, possiamo persino scoprire che una parte della destra italiana sa essere liberale, moderna e rispettosa delle coscienze.

Non chiediamole troppo.

Ma almeno riconosciamoglielo.

Umberto Baldo

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