La Siora Maria, 500 brioche ed il grande problema della Cina

C’è una cosa che persino la Siora Maria, senza aver mai frequentato un corso di Economia, sa benissimo: se produci 500 brioche e nel paese ci sono clienti soltanto per 200, prima o poi hai un problema.
Adesso prendiamo questa semplice situazione ed ampliamola a dismisura.
Avremo la fotografia dell’economia cinese.
La Cina oggi produce una quantità enorme di automobili, batterie, pannelli solari, telefonini, macchinari, e praticamente qualsiasi cosa possa essere prodotta in una fabbrica.
Il problema è che i cinesi non riescono a comprare tutto quello che le loro fabbriche producono.
E allora Pechino fa una cosa apparentemente geniale: aiuta le imprese con sussidi pubblici (il 30% delle compagnie cinesi opera in perdita; prima del Covid era il 20%) e dice loro, in sostanza: continuate a produrre, quello che non vendete in casa proviamo a venderlo fuori.
Ed infatti la Cina esporta, esporta tantissimo.
Troppo, secondo il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che alla vigilia del G20 Finanze ha messo il dito nella piaga: un surplus commerciale cinese di 1.200 miliardi di dollarinon è più soltanto un successo commerciale.
Può diventare un problema per l’intera economia mondiale.
Per capire perché basta tornare alla Siora Maria.
Immaginiamo che abbia una panetteria.
Ogni mattina prepara 500 brioche, ma nel suo paese ne vengono comprate 200.
Le altre 300 potrebbe smettere di produrle; oppure potrebbe venderle sottocosto, oppure potrebbe chiedere al Comune di pagarle le brioche invendute.
La terza soluzione è naturalmente la più bella per il panettiere, un po’ meno per il Comune.
Ma alla fine anche per il panettiere, perché prima o poi qualcuno dovrà pagare il conto.
Ecco, la Cina è diventata una gigantesca panetteria.
Solo che al posto delle brioche produce automobili, batterie, elettronica, acciaio, pannelli solari ed un’infinità di altri prodotti.
Prendiamo le automobili.
Nel 2025 la Cina ha esportato auto per circa 142 miliardi di dollari.
Ma soprattutto produce una quantità di veicoli elettrici ed ibridi enormemente superiore alla domanda interna.
La Cina produce 25 milioni di auto elettriche o ibride plug-in, mentre la domanda interna si ferma a 12 milioni. Ma la Cina oggi ha la capacità di produrre fino al 60% del mercato globale di auto elettriche (90 milioni all’anno in totale).
Ecco perché la domanda interna cinese non basta più.
E allora bisogna trovare clienti nel resto del mondo, magari mettendo fuori mercato l’industria automobilistica tedesca, e di conseguenza europea.
Il problema è che anche il resto del mondo ha una domanda limitata.
Prima o poi qualcuno può dire ai cinesi: grazie, ma basta.
Ed è qui che il miracolo cinese rischia di trasformarsi in un problema cinese.
Perché se non riesci più ad esportare tutto quello che produci, devi fare una cosa terribile per un regime che ha costruito gran parte della propria forza sull’espansione industriale: produrre meno.
E produrre meno significa chiudere fabbriche. Chiudere fabbriche significa licenziare lavoratori. E licenziare lavoratori significa ridurre i consumi.
Insomma, quello che oggi sembra un magnifico circolo virtuoso può trasformarsi domani in un circolo vizioso.
È già successo, in altra forma, con il gigantesco boom immobiliare cinese, culminato nel disastro di Evergrande (è di poche settimane fa la condanna all’ergastolo del fondatore di Evergrande Xu Jiayin, dopo il più grande crac immobiliare dell’Asia).
Adesso il problema potrebbe essere più grande, perché non riguarda soltanto il mattone.
Riguarda l’intero modello di sviluppo.
Per decenni la Cina ha seguito una formula semplice e potentissima: produrre, esportare, incassare, investire e produrre ancora di più.
Ha funzionato.
Anzi, ha funzionato talmente bene che oggi la Cina rappresenta circa il 30% della produzione industriale mondiale, e con questo ritmo nel 2030 raggiungerà il 45%.
Ma proprio qui sta il paradosso.
La Cina potrebbe essere diventata troppo grande per continuare a crescere nello stesso modo.
Il mondo non può assorbire all’infinito quantità crescenti di prodotti cinesi.
E se Pechino continua a sostenere con denaro pubblico aziende che ovunque il mercato non sarebbe in grado di tenere in vita, il problema non scompare.
Viene semplicemente “esportato”.
Ed è precisamente ciò che preoccupa americani ed europei.
Perché se la Cina produce troppo e vende a prezzi sempre più bassi, i consumatori occidentali possono anche essere contenti, ma le industrie occidentali rischiano di essere spazzate via.
E se invece Stati Uniti ed Europa reagiscono con dazi e barriere commerciali, la Cina rischia di perdere proprio quei mercati dei quali ha bisogno come l’aria per smaltire la propria sovrapproduzione.
Un bel pasticcio.
Xi Jinping si trova quindi davanti ad una scelta tutt’altro che semplice.
Dovrebbe spostare il motore della crescita dall’export ai consumi interni.
In altre parole dovrebbe convincere i cinesi a comprare di più ed a risparmiare di meno.
Facile a dirsi.
Molto meno facile in un Paese nel quale il risparmio delle famiglie è anche una forma di assicurazione contro un sistema sociale non particolarmente generoso.
E poi ci sono i sussidi alle imprese.
Ridurre gli aiuti pubblici significa accettare che molte imprese falliscano.
Ed in Cina il fallimento di imprese significa anche problemi occupazionali e soprattutto sociali.
Per questo l’ipotesi di una “implosione” cinese va presa con cautela.
La Cina non è una normale economia di mercato.
Il Partito comunista dispone di strumenti di intervento che nessun governo occidentale potrebbe nemmeno sognarsi.
Ma una cosa è certa.
Non esiste un mercato infinito.
E questa è una legge economica molto più antica di Xi Jinping, Donald Trump, e persino del G20.
Puoi produrre le automobili migliori, più economiche e più tecnologiche del mondo, ma alla fine devi trovare qualcuno disposto a comprarle.
Se quel qualcuno non c’è, il problema non è più quanto sei bravo a produrre; è che stai producendo troppo.
La Siora Maria, con la sua panetteria, probabilmente lo aveva già capito da tempo.
Gli economisti ci hanno messo qualche decennio in più.
Del resto, per capire che 500 brioche non si possono vendere in un paese dove ne mangiano 200 non serve un master ad Harvard; serve soltanto una buona dose di buon senso.
E forse è proprio quello che oggi manca a chi comanda nella seconda economia del mondo.
Umberto BaldoRispondi a tuttiInoltra


















